Storia d'Italia/Libro XIII/Capitolo XI

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Libro tredicesimo
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Desiderio di Cesare che venga designato un suo nipote a re dei romani; sue preferenze per Ferdinando, e preferenze dei suoi consiglieri per Carlo. Azione del re di Francia contraria all’incoronazione imperiale di Cesare. Morte di Cesare; giudizio dell’autore.


In questo anno medesimo Cesare, desideroso di stabilire la successione dello imperio romano, dopo la morte, in uno de’ nipoti, trattava con gli elettori di farne eleggere uno in re de’ romani; la quale degnità chi ha conseguito succede immediatamente senza altra elezione o confermazione, morto lo imperadore, allo imperio: e perché a questa elezione non si può pervenire insino a tanto che chi è stato eletto allo imperio non ha ottenuto la corona imperiale, faceva instanza col pontefice che con esempio nuovo lo facesse, per mano di alcuni cardinali deputati legati apostolici a questo atto, incoronare in Germania. E benché Cesare avesse prima desiderato che questa degnità fusse conferita a Ferdinando suo nipote, parendogli conveniente che, poiché al fratello maggiore erano concorsi tanti stati e tanta grandezza, egli si sostentasse con questo grado, e giudicando, che per mantenere piú illustre la casa sua e per tutti i casi sinistri che nella persona del maggiore potessino succedere, essere meglio avervi due persone grandi che una sola; nondimeno, stimolato in contrario da molti de’ suoi e dal cardinale sedunense, e da tutti quegli i quali temevano e odiavano la potenza de’ franzesi, rifiutato il primo consiglio, voltò l’animo a fare opera che a questa degnità fusse assunto il re di Spagna: dimostrandogli questi tali essere molto piú utile alla esaltazione della casa di Austria accumulare tutta la potenza in uno solo che, dividendola in piú parti, fargli manco potenti a conseguitare i disegni loro. Essere tanti e tali i fondamenti della grandezza di Carlo che, aggiugnendosegli la degnità imperiale, si potesse sperare che avesse a ridurre Italia tutta e grande parte della cristianità in una monarchia; cosa non solo appartenente alla grandezza de’ suoi discendenti ma ancora alla quiete de’ sudditi e, per rispetto delle cose degli infedeli, a beneficio di tutta la republica cristiana. Ed essere ufficio e debito suo pensare allo augumento e alla esaltazione della degnità imperiale, stata tanti anni nella persona sua e nella famiglia di Austria; la quale, insino a quello dí, stata per la impotenza sua e de’ suoi antecessori maggiore in titolo e in nome che in sostanza e in effetti, non si poteva sperare aversi a sollevare né ritornare al pristino splendore se non trasferendosi nella persona di Carlo e congiugnendosi alla sua potenza: la quale occasione, portatagli dall’ordine della natura e della fortuna, non essere ufficio suo di impedire anzi di augumentare. Vedersi per gli esempli degli antichi imperadori, Giulio Cesare, Augusto e molti de’ suoi successori, che mancando di figliuoli e di persone della medesima stirpe, gelosi che non [si] spegnesse o diminuisse la degnità riseduta nella persona loro, avere cercato successori, remoti di congiunzione o non attenenti eziandio in parte alcuna per mezzo delle adozioni; ed essere fresco l’esempio del re cattolico, che amando come figliuolo Ferdinando, allevato continuamente appresso a lui, né avendo non che altro mai veduto Carlo, anzi provatolo nella sua ultima età poco ubbidiente a’ precetti suoi, nondimeno, non avuta compassione della povertà di quello che amava come figliuolo, non gli aveva fatto parte alcuna di tanti stati suoi, né di quegli eziandio che per essere acquistati da lui proprio era in facoltà sua di disporre, anzi avere lasciato tutto a quello che quasi non conosceva se non per strano. Ricordarsi Cesare il medesimo re averlo sempre confortato ad acquistare a Ferdinando stati nuovi ma a lasciare la degnità imperiale a Carlo; ed essersi veduto che per fare maggiore la grandezza del successore aveva, forse con consiglio dannato da molti e per avventura ingiusto ma non mosso da altra cagione che da questo, spogliato del regno d’Aragona il casato suo proprio tanto nobile e tanto illustre, e consentito, contro al desiderio comune della maggiore parte degli uomini, che il nome della casa sua si spegnesse e si annichilasse.

A questa instanza di Cesare si opponeva con ogni arte e industria il re di Francia, essendogli molestissimo che a tanti regni e stati del re di Spagna si aggiugnesse ancora l’autorità imperiale, che ripigliando vigore da tanta potenza diventerebbe formidabile a ciascuno: però cercando di disturbarla occultamente appresso agli elettori, faceva instanza col pontefice che non consentisse di mandare, con esempio nuovo, a Cesare la corona; e a’ viniziani aveva mandato imbasciadori perché si unissino seco a fare opposizione: ammonendo e il pontefice e loro del pericolo porterebbono di tanta grandezza. Nondimeno, e già gli elettori erano in grande parte tirati nella sentenza di Cesare, e già quasi assicurati de’ danari che per questa elezione si promettevano loro dal re di Spagna, il quale avea mandato per questo dugentomila ducati nella Alamagna, non potendo anche con onestà, né forse senza pericolo di scandolo, avuto rispetto agli esempli passati, denegare questa petizione; né si credeva che il pontefice, ancora che gli fusse molestissimo, recusasse di concedere che per mano di legati apostolici Cesare ricevesse in Germania in suo nome la corona dello imperio, con ciò sia che lo andare a incoronarsi a Roma, se bene con maggiore autorità della sedia apostolica, fusse per ogn’altro rispetto piú presto cerimonia che sostanzialità.

Con questi pensieri e con queste azioni si consumò l’anno mille cinquecento diciotto, non essendo ancora fatta la deliberazione dagli elettori; la quale, per nuovo accidente, diventò piú dubbia e piú difficile: per la morte di Cesare, succeduta ne’ primi dí dell’anno mille cinquecento diciannove. Morí a Linz, terra posta ne’ confini dell’Austria, intento come sempre alle caccie delle fiere; e con la medesima fortuna con la quale era vivuto quasi sempre; e la quale, statagli benignissima in offerirgli grandissime occasioni, non so se gli fusse parimente avversa in non gliene lasciare conseguire, o se pure quello che insino alla casa propria gli era portato dalla fortuna ne lo privasse la incostanza sua, e i concetti male moderati e differenti spesso dai giudíci degli altri uomini, congiunti ancora con smisurata prodigalità e dissipazione di danari; le quali cose gli interroppono tutti i successi e l’occasioni. Principe, altrimenti, peritissimo della guerra, diligente secreto laboriosissimo, clemente benigno e pieno di molte egregie doti e ornamenti.