Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo IX

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Libro quattordicesimo
Capitolo nono

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Gloria derivata a Prospero Colonna dal successo ottenuto. L’esercito ispano-pontificio alloggia a Marignano; di qui marcia verso Milano. Entrata in Milano; anche le altre città del ducato passano agli ispano-pontifici. Sdegno degli svizzeri perché i loro fanti hanno combattuto contro i francesi.


Esaltò insino al cielo la passata dell’Adda il nome di Prospero, il quale prima, per la ritirata di Parma e per la lentezza del suo procedere, era infame a Roma e in tutto l’esercito; ma cancellandosi spesso per l’ultime cose la memoria delle prime, si celebravano popolarmente le laudi sue, che senza sangue e senza pericolo, ma totalmente con consiglio e con industria degna di peritissimo capitano, avesse furato agli inimici il passo di quel fiume; il quale Lautrech si prometteva tanto di proibirgli che, oltre a quello che ne diceva publicamente, avesse scritto al re che assolutamente lo impedirebbe. E nondimeno non mancavano di quegli che, con ragioni o vere o apparenti, si sforzassino di estenuare la gloria di questo fatto, allegando non avere avuta virtú o industria rara né la invenzione né l’esecuzione, perché la natura da se stessa insegna a ciascuno che truova opposizione a’ fiumi o passi stretti di cercare di passare o di sopra o da basso, dove non sia chi impedisca; il passo di Vauri essere stato propinquo, opportunissimo e passo per l’ordinario frequentato, e Lautrech essere stato tanto negligente a farlo guardare che la negligenza sua non avea lasciato luogo alla industria; perché, in quale altra cosa potersi commendare la providenza di Prospero che nell’avere provedute occultamente le barche, e governata la cosa col silenzio necessario? Altri, forse troppo diligenti giudici delle cose, e piú pronti a riprendere gli errori dubbi che a laudare l’opere certe, non contenti di diminuire la fama della sua industria, riprendevano che in lui non fusse stata né la providenza né l’ordine conveniente; perché non avendo mandato comandamento alle genti destinate al soccorso, le quali erano alloggiate in Trevi, Caravaggio e in vari luoghi, che si movessino, se non quando ebbe notizia che i fanti mandati innanzi aveano occupato Vauri, tardorono per necessità insino a mezzo dí, i primi, ad arrivare in sulla ripa del fiume, piú di quattordici ore poi che i primi fanti erano passati: di maniera che non si dubita che se Lautrech avesse, quando n’ebbe notizia, fatto quel che fece dopo molte ore, e arebbe recuperato Vauri e rotto i fanti che erano passati, perché a soccorrergli pervenivano tardi i provedimenti ordinati. Ma non oscurorno queste interpretazioni la gloria di Prospero, perché è considerato comunemente dagli uomini l’evento delle cose; per il quale, ora con laude ora con infamia, secondo che è o felice o avverso, si attribuisce sempre a consiglio quel che spesso è proceduto dalla fortuna.

Partito Lautrech dalla ripa dell’Adda, niuno dubbio era che gli inimici, i quali il dí seguente gittorno il ponte tra Rivolta e Casciano, dovessino quanto piú presto si poteva accostarsi a Milano: nondimeno Prospero, il cui consiglio, biasimato comunemente dal volgo, fu approvato da’ periti dell’arte militare, volle che il primo dí, per piú lungo circuito, si andasse ad alloggiare a Marignano, terra parimente propinqua a Milano e Pavia; perché non si potendo, per i tempi già freddi e molto piovosi, soggiornare in campagna, gli parve piú opportuno l’accostarsi a Milano da quella parte dalla quale, se come si credeva riuscisse difficile l’entrarvi, potesse subito voltarsi a Pavia, ove Lautrech, per ridurre tutte le forze a Milano, non avea lasciato alcuno presidio, per collocare in quella città, abbondante e molto opportuna, la sedia della guerra. Da altra parte Lautrech, il quale, ridotto a poco numero di fanti, era stato da principio inclinato a guardare solamente la città di Milano, considerando poi che se abbandonava i borghi dava comodità agli inimici di alloggiamento, e cosí facoltà di potere attendere oziosamente alla espugnazione, deliberò di guardare anche i borghi: consiglio certamente valoroso e prudente se fusse stato accompagnato dalla debita vigilanza, e per il quale, per gli accidenti inopinati che dopo pochissimi dí succederono, arebbono le cose sortito fine molto diverso da quello che ebbono. Ma l’esercito degli inimici, del quale la maggiore parte era alloggiata a Marignano e i svizzeri piú innanzi alla Badia di Chiaravalle, stato fermo tre dí per aspettare l’artiglierie, che per la difficoltà delle strade non si erano potute condurre, si indirizzò il decimonono dí di novembre a Milano, con intenzione, che se il dí medesimo non si entrava, di andarsene il dí seguente a Pavia; dove già, per occuparla, era stata mandata una parte de’ cavalli leggieri. E accadde quella mattina cosa notabile: che essendosi fermati in uno prato appresso a Chiaravalle i legati e i principali dello esercito, per dare luogo a’ svizzeri di camminare, sopragiunse uno vecchio, di presenza e di abito plebeo, il quale, affermando essere mandato dagli uomini della parrocchia di San Siro di Milano, sollecitava con grandissima esclamazione che si andasse innanzi, perché, per ordine dato, non solo gli uomini di quella parrocchia ma tutto il popolo di Milano, subito che si accostasse l’esercito, al suono delle campane di tutte le parrocchie, piglierebbe l’armi contro a’ franzesi: cosa che parve poi maravigliosa perché, per qualunque diligenza che si facesse poi di ritrovarlo, non fu mai possibile sapere né chi fusse né da chi fusse stato mandato.

Camminò adunque l’esercito in ordinanza verso porta Romana, fermate l’artiglierie grosse al capo di una via che si voltava a Pavia; nella prima fronte del quale essendo il marchese di Pescara co’ fanti spagnuoli, si accostò, appropinquandosi già la notte, al fosso tra porta Romana e porta Ticinese, e presentati gli scoppiettieri contro a un bastione fatto nel luogo che si dice Vicentino appresso alla porta detta Lodovico, piú per tentare che per speranza di ottenere, i fanti viniziani che n’aveano la custodia, non sostenuta non che altro la presenza degli inimici, voltate con inestimabile viltà le spalle, si messono in fuga; il medesimo feciono i svizzeri che alloggiavano appresso a loro: in modo che i fanti spagnuoli, passato senza difficoltà il fosso e il riparo, entrorno nel borgo. Nell’entrare de’ quali fu preso, ricevuta nel prenderlo una leggiera ferita, Teodoro da Triulzi, che disarmato in su una muletta correva al rumore; il quale pagò poi al marchese di Pescara ventimila ducati per la sua liberazione. Salvossi con fatica grande Andrea Gritti, e unitisi fuggendo co’ franzesi, tutti insieme con lungo circuito si ritirorono nella città: nella quale non avendo fatta provisione di difendersi, e avendo pochissimi fanti e l’animo del popolo inclinato alla rebellione, feciono alto intorno al castello. Da altra parte il marchese di Pescara, seguitando sollecitamente la prosperità della fortuna, accostatosi a porta Romana (ritengono le porte della città e quelle de’ borghi il nome medesimo) fu da’ principali della fazione ghibellina che aveano occupata la porta messo dentro; e poco dipoi entrorono nel medesimo modo, per la porta Ticinese, il cardinale de’ Medici, il marchese di Mantova, Prospero e una parte dello esercito: ignorando quasi i vincitori in quale modo o per quale disordine si fusse con tanta facilità acquistata tanta vittoria. Ma la cagione principale procedette dalla negligenza de’ franzesi; perché, per quello si potette comprendere poi, non aveva Lautrech avuto notizia che quel giorno l’esercito fusse mosso, anzi si credé che l’essere per le grandissime pioggie le strade molto rotte gli desse sicurtà che quel dí gli inimici non fussino per muovere l’artiglierie, senza le quali non pensava si mettessino ad assaltare i ripari: però, nel tempo medesimo che essi entrorono dentro, cavalcava con altri capitani disarmato oziosamente per Milano; e lo Scudo, stracco dalle vigilie della notte precedente, dormiva nel proprio alloggiamento. E nondimeno si credé che, poi che ebbe fuggendo raccolte le genti in sulla piazza del castello, arebbe avuta non piccola occasione di offendere gli inimici; de’ quali una parte era alloggiata molto disordinatamente in Milano, un’altra restata ne’ borghi col medesimo disordine, e un’altra parte alloggiata confusa e sparsa di fuora: ma impedito, dal timore e dallo errore delle tenebre, di discernere in sí breve tempo lo stato degli inimici, se ne andò la notte medesima con l’esercito a Como; dove lasciati cinquanta uomini d’arme e seicento fanti, preso il cammino per la Pieve di Inzino e passata Adda a Lecco, si ridusse in quel di Bergamo, restando il castello di Milano bene guardato e proveduto.

Seguitorono l’esempio di Milano Lodi e Pavia; e nel tempo medesimo il vescovo di Pistoia e Vitello, che, lasciata a dietro Parma, erano andati alla volta di Piacenza, furono accettati spontaneamente da quella città; e la medesima inclinazione seguitò la città di Cremona: dove, venuta nuova non solo della mutazione di Milano ma eziandio che le genti franzesi erano state rotte, il popolo levato in armi cominciò a chiamare il nome dello imperio e del duca di Milano. La quale cosa intesa da Lautrech, che già era arrivato in bergamasco, mandò lo Scudo con parte delle genti a ricuperarla: il quale, essendo ributtato dal popolo, Lautrech, ancora che, per la facilità che vi era di soccorrerla da tanti svizzeri che erano in Piacenza, avesse piccola speranza di prospero successo, vi si indirizzò con tutte le genti; avendo, per parergli essere impotente a sostenere tante cose, ordinato che Federigo da Bozzole abbandonasse Parma. E gli succedette la cosa felicemente, perché il vescovo di Pistoia, se bene avesse commissione dal cardinale de’ Medici, subito che intese la rebellione di Cremona, di mandarvi, per stabilire quello acquisto, parte de’ svizzeri, nondimeno, non volendo dividergli né implicargli in altre faccende, per la cupidità che aveva di andare con essi alla impresa che si destinava di Genova, ritardò tanto che Lautrech, tenendosi per lui il castello né vi essendo altra difensione che quella del popolo (il quale subito gli mandò imbasciadori a dimandare venia del delitto), la ricuperò facilmente; dalla quale cosa ripreso animo, espedí subito a Federigo da Bozzole che non abbandonasse Parma. Ma Federigo, già partitosene, aveva con tutte le genti passato il Po; e Vitello, il quale con le sue genti andava a Piacenza, essendo, quando Federigo partí, vicino a Parma, chiamato con grandissimo consenso del popolo vi era entrato dentro; e a Milano, attendendosi ad acquistare il resto dello stato, con disegno di ridursi a spesa piú temperata, fu mandato nel tempo medesimo il marchese di Pescara, con le genti spagnuole e co’ tedeschi e grigioni, a campo a Como. La quale città poiché ebbe cominciato a battere con l’artiglierie, quegli che vi erano dentro non sperando soccorso si accordorono, con condizione che e le genti franzesi e gli uomini della terra con le loro robe fussino salvi; e nondimeno, quando i franzesi volevano partirsi, gli spagnuoli entrati dentro la saccheggiorono con infamia grande del marchese; il quale, non molto poi, imputato da Giovanni Cabaneo, capo di quella gente, di fede rotta, fu chiamato a duello.

Mandorono da Milano nel tempo medesimo il vescovo di Veroli a’ svizzeri per fermare gli animi loro; ma essi, come fu pervenuto a Bellinzone, lo messono in custodia perché, malcontenti che i fanti loro fussino proceduti contro al re di Francia, si lamentavano non solo del cardinale sedunense e del pontefice e di tutti i ministri suoi ma, tra gli altri, particolarmente di Veroli, che essendo, quando furono levati i fanti, nunzio del pontefice appresso a loro, si fusse affaticato per indurgli a contravenire alla eccezione contro la quale erano stati conceduti.