Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo VII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro diciottesimo
Capitolo settimo

../Capitolo VI ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 26 maggio 2008 75% Storia

Libro XVIII - Capitolo VI Libro XVIII - Capitolo VIII
Il Borbone presso ad Arezzo; deliberazioni dei collegati. Tumulto in Firenze; pericolosa condizione della città; come il tumulto viene sedato; calunnie contro il luogotenente del pontefice. Gravi conseguenze del tumulto per le operazioni dei collegati. Nuova confederazione del pontefice col re di Francia e coi veneziani.


Trovandosi adunque tutti gli eserciti in Toscana, e intendendosi da i collegati che Borbone era andato in uno dí dalla Pieve a Santo Stefano ad alloggiare alla Chiassa presso ad Arezzo, che fu il vigesimoterzo dí, cammino di diciotto miglia, si consultò tra’ capitani, che convenneno a Barberino, quello che fusse da fare, e facendo instanza molti di loro, e gli agenti del pontefice e de’ fiorentini, che gli eserciti uniti si trasferissino in qualche alloggiamento di là da Firenze, per tôrre a Borbone la facoltà di accostarsi a quella città, fu risoluto che il dí seguente, lasciate le genti per riposarle ne’ medesimi alloggiamenti, i capitani andassino a l’Ancisa lontana tredici miglia da Firenze, per trasferirvi dipoi le genti se lo trovassino alloggiamento da fermarvisi sicuramente, come affermava Federico da Bozzole autore di questo consiglio. Ma essendo l’altro dí in cammino, e già propinqui a Firenze, uno accidente improviso e da partorire, se non si fusse proveduto, gravissimi effetti, dette impedimento grande a questa e all’altre esecuzioni che si sarebbeno fatte.

Perché, essendo in Firenze grandissima sollevazione d’animo e quasi in tutto il popolo malissima contentezza del presente governo, e instando la gioventú che, per difendersi, secondo dicevano, da’ soldati, i magistrati concedessino loro l’armi, innanzi se ne facesse deliberazione, il dí ventisei, nato nella piazza publica certo tumulto quasi a caso, la maggiore parte del popolo e quasi tutta la gioventú armata cominciò a correre verso il palagio publico. E dette fomento non piccolo a questo tumulto o la imprudenza o la timidità di Silvio cardinale di Cortona; il quale avendo ordinato di andare insino fuora della città a incontrare il duca di Urbino per onorarlo, non mutò sentenza, ancora che, innanzi che si movesse, avesse inteso essere cominciato questo tumulto: donde spargendosi per la città egli essere fuggito, furono molti piú pronti a correre al palazzo; il quale occupato dalla gioventú e piena la piazza di moltitudine armata, costrinseno il sommo magistrato a dichiarare rebelli con solenne decreto Ippolito e Alessandro nipoti del pontefice, con intenzione di introdurre di nuovo il governo popolare. Ma intratanto, entrati in Firenze il duca e il marchese con molti capitani e con loro il cardinale di Cortona e Ippolito de’ Medici, e messi in arme mille cinquecento fanti, che per sospetto erano stati tenuti piú dí nella città, fatta testa insieme si indirizzorono verso la piazza; la quale, abbandonata subito dalla moltitudine, pervenne in potestà loro: benché, tirandosi sassi e archibusi da quegli che erano nel palagio, nessuno ardiva di fermarvisi, ma tenevano occupate le strade circostanti. Ma parendo al duca d’Urbino le genti che erano in Firenze non essere abbastanza a espugnare il palazzo e giudicando essere pericoloso, se non si espugnasse innanzi alla notte, che il popolo ripreso animo non tornasse di nuovo in su l’armi, deliberò, con consentimento di tre cardinali che erano presenti, Cibo, Cortona e Ridolfi, e del marchese di Saluzzo e de’ proveditori viniziani, congregati tutti nella strada del Garbo contigua alla piazza, chiamare una parte delle fanterie viniziane che erano alloggiate nel piano di Firenze vicine alla città. Donde preparandosi pericolosa contesa, perché lo espugnare il palazzo non poteva succedere senza la morte di quasi tutta la nobiltà che vi era dentro, e anche era pericolo che, cominciandosi a mettere mano all’armi e all’uccisioni, i soldati vincitori non saccheggiassino tutto il resto della città, si preparava dí molto acerbo e infelice per i fiorentini; se il luogotenente con presentissimo consiglio non avesse espedito questo nodo molto difficile, perché avendo veduto venire inverso loro Federigo da Bozzole, immaginandosi quel che era, partendosi subito dagli altri, se gli fece incontro per essere il primo a parlargli: della quale cosa, benché paresse di niuno momento, ebbe origine principale il liberarsi quel dí la città di Firenze da cosí evidente pericolo. Era Federigo nel principio del tumulto andato in palagio, sperando di quietare, con l’autorità sua e con la grazia che aveva appresso a molti della gioventú, questo tumulto; ma non facendo frutto, anzi essendogli dette da alcuni parole ingiuriose, non aveva avuto piccola difficoltà a ottenere, dopo spazio di piú ore, che lo lasciassino partire. Però uscito del palagio pieno di sdegno, e sapendo quanto, per le piccole forze e piccolo ordine che vi era, fusse facile di espugnarlo, veniva per incitare gli altri a combatterlo subitamente. Ma il luogotenente, dimostrandogli con brevissime parole quanto sarebbono molesti al pontefice tutti i disordini che succedessino, e di quanto detrimento alle cose comuni de’ confederati, e quanto fusse meglio l’attendere piú tosto a quietare che ad accendere gli animi, e perciò essere pernicioso il dimostrare al duca di Urbino e agli altri tanta facilità di espugnare il palagio, lo tirò senza difficoltà talmente nella sentenza sua che Federico, parlando agli altri come precisamente volle il luogotenente, propose la cosa in modo e dette tale speranza di posare le cose senza armi che, eletta questa per migliore via, pregorono l’uno e l’altro di loro che andando insieme in palazzo, attendessino a quietare il tumulto, assicurando ciascuno da quello che potessino essere imputati di avere macchinato, il dí, contro allo stato: dove andati, col salvocondotto di quegli che erano dentro, non senza molta difficoltà, gli indusseno ad abbandonare il palagio il quale erano inabili a difendere. Cosí, posato il tumulto, tornorono le cose allo essere di prima. E nondimeno (come è piú presente la ingratitudine e la calunnia che la rimunerazione e la laude alle buone opere) se bene allora ne fusse il luogotenente celebrato con somme laudi da tutti, nondimeno e il cardinale di Cortona si lamentò, poco poi, che egli, amando piú la salute de’ cittadini che la grandezza de’ Medici, procedendo artificiosamente, fusse stato cagione che in quel dí non si fusse stabilito in perpetuo, con l’armi e col sangue de’ cittadini, lo stato alla famiglia de’ Medici; e la moltitudine poi lo calunniò che, dimostrando, quando andò in palagio, i pericoli maggiori che non erano, gli avesse indotti, per beneficio de’ Medici, a cedere senza necessità.

La tumultuazione di Firenze, benché si quietasse il dí medesimo e senza uccisione, fu nondimeno origine di gravissimi disordini; e forse si può dire che se non fusse stato questo accidente, non sarebbe succeduta quella ruina che poi prestissimamente succedette: perché il duca di Urbino e il marchese di Saluzzo, fermatisi in Firenze per la occasione di questo tumulto (benché senza necessità), non andorono a vedere, secondo la deliberazione che era stata fatta, l’alloggiamento dell’Ancisa; e il seguente dí Luigi Pisano e Marco Foscaro, oratore veneto appresso a’ fiorentini, veduta la instabilità della città, protestorono non volere che l’esercito passasse Firenze se prima non si conchiudeva la confederazione trattata, nella quale dimandavano contribuzione di diecimila fanti, parendo loro tempo da valersi delle necessità de’ fiorentini. Ma si conchiuse finalmente il vigesimo ottavo dí, rimettendosi a quella contribuzione che sarebbe dichiarata dal pontefice; il quale si credeva che già si fusse ricongiunto co’ collegati. Aggiunsesi che, essendo venuto il tempo de’ pagamenti de’ svizzeri, né avendo Luigi Pisano, secondo le male provisioni che facevano i viniziani, danari da pagargli, passò qualche dí innanzi gli provedesse; in modo che si pretermesse il consiglio salutifero di andare con gli eserciti ad alloggiare all’Ancisa.

Nel quale stato delle cose il pontefice, inteso lo inganno usato al viceré da Borbone e la passata sua in Toscana, volto per necessità a’ pensieri della guerra, aveva conchiuso, a’ venticinque dí, di nuovo confederazione col re di Francia e co’ viniziani, obligandogli a sovvenirlo di grosse somme di denari, né volendo obligare i fiorentini o sé ad altro che a quello che comportassino le loro facoltà; allegando la stracchezza in che era l’uno e l’altro di loro per avere speso eccessivamente. Le quali condizioni, benché gravi, approvate dagli oratori de’ confederati per separare totalmente il pontefice dagli accordi fatti col viceré, non erano approvate da’ principali: i viniziani improbavano Domenico Venereo, oratore loro, di avere conchiuso senza commissione del senato una confederazione di grave spesa e di piccolo frutto, per la vacillazione del pontefice, il quale pensavano che a ogni occasione tornerebbe alla prima incostanza e desiderio dello accordo, e il re di Francia esausto di danari, e intento piú a straccare Cesare con la lunghezza della guerra che alla vittoria, giudicava bastare ora che la guerra si nutrisse con piccola spesa; anzi, se bene nel principio, quando intese la tregua fatta dal pontefice, gli fusse molestissima, nondimeno, considerando poi meglio lo stato delle cose, desiderava che il pontefice disponesse i viniziani, senza i quali egli non voleva fare convenzione alcuna, ad accettare la tregua fatta.