Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/6

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CAPITOLO VI
Morte di Severo: tirannia di Caracalla: usurpazione di Macrino: pazzia di Elagabalo: virtù di Alessandro Severo: sfrenata licenza dell'esercito: stato generale delle finanze romane.

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CAPITOLO VI
Morte di Severo: tirannia di Caracalla: usurpazione di Macrino: pazzia di Elagabalo: virtù di Alessandro Severo: sfrenata licenza dell'esercito: stato generale delle finanze romane.
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Le vie che menano alla grandezza, quantunque ripide e perigliose, possono però tener desto un animo attivo, mediante la coscienza e l’esercizio delle proprie sue forze; ma il possesso di un trono non può mai soddisfar pienamente una mente ambiziosa. Provò Severo, e riconobbe questa trista verità. La fortuna ed il merito lo aveano da un umile stato innalzato al primo trono del Mondo. «Egli era stato ogni cosa» (come dicea egli stesso) «ed ogni cosa era di picciol valore1». Occupato dalla cura non di acquistare, ma di conservare un Impero, oppresso dall’età e dalle malattie, non curante di gloria2, e sazio di comandare, la vita non aveva più veruna lieta prospettiva per lui; il desiderio di mantenere l’Impero nella sua famiglia divenne il solo scopo della sua ambizione, e del paterno suo affetto.

Severo, come la maggior parte dogli Affricani, era appassionato per li vani studj della magia e della divinazione, profondamente versato nell’interpretazione dei sogni e degli augurj, e dottissimo nella strologia giudiciaria, scienza che quasi in ogni secolo, fuori che nel nostro, si è sostenuta in dominio sopra lo spirito umano. Egli, essendo governatore della Gallia Lionese, avea perduta la prima sua moglie3. Nella scelta della seconda, non pensò che ad unirsi con una, il cui oroscopo promettesse fortuna; ed avendo rinvenuto che una giovane dama di Emesa nella Siria era nata sotto una costellazione che prometteva il trono, ne ricercò e ne ottenne la mano4. Giulia Domna (tale era il suo nome) meritava tutto ciò che le stelle le promettevano. Conservò fino in età avanzata le bellezze della persona5, ed unì a vivace immaginazione, fermezza d’animo, e giudizio esquisito, doti raramente concesse a quel sesso. Le sue amabili qualità non fecero mai grande impressione sul cupo e geloso carattere del suo consorte; ma nel regno del figlio essa amministrò gli affari principali dell’Impero con una prudenza, che sostenne l’autorità di Caracalla, e con una moderazione, che ne corresse talvolta le stravaganti follìe6. Giulia si applicò alle lettere ed alla filosofia con qualche buon successo e colla più splendida riputazione. Era essa protettrice di tutte le arti, ed amica d’ogni uomo d’ingegno7. La riconoscente adulazione dei letterati ha celebrate le sue virtù; ma se porgiamo orecchio agli scandalosi racconti dell’antica storia, la castità non era la più cospicua virtù dell’Imperatrice Giulia8.

Due figliuoli, Caracalla9 e Geta, furono i frutti di quel matrimonio, e i destinati eredi dell’Impero. Le belle speranze del padre e dei Romani vennero presto deluse da questi vani giovani, che già mostravano l’indolente sicurezza dei Principi ereditarj, ed una presunzione, che la fortuna dovesse tener il luogo del merito e dell’applicazione. Senza veruna emulazione di virtù o di talenti, essi fin dall’infanzia mostrarono l’uno verso l’altro un’antipatia costante ed implacabile. Questa avversione, cresciuta con gli anni, e fomentata dagli artifizi degli interessati lor favoriti, produsse in principio fanciullesche gare, che a poco a poco si fecero più serie, e finalmente divisero il teatro, il circo, e la Corte in due fazioni animate dalle speranze e dai timori dei rispettivi lor capi. Il saggio Imperatore procurò con le ammonizioni e con l’autorità di soffocare questa animosità ognor crescente. La fatale discordia de’ figli oscurava ogni bella sua mira, e minacciava di rovesciare un trono alzato con tanta fatica, assicurato con tanto sangue, e difeso coll’impiego di tante armi e di tanti tesori. Tenendo egli fra loro con mano imparziale la bilancia del suo favore, conferì ad ambidue il titolo di Augusto, col venerato nome d’Antonino, e per la prima volta il Mondo romano ebbe tre Imperatori10. Tuttavia questa condotta eguale non ad altro servì che ad animar la contesa, mentre il fiero Caracalla allegava i diritti della primogenitura, e Geta più moderato si guadagnava l’affetto del popolo e dei soldati. Tra le angustie di un padre deluso, Severo predisse che il più debole dei suoi figli cadrebbe vittima del più forte, il quale sarebbe poi rovinato dai proprj vizj11.

In questi frangenti ricevè Severo con piacere la notizia di una guerra nella Britannia, e di una invasione in quella provincia fatta dai Barbari del Settentrione. Benchè la vigilanza dei suoi Generali potesse essere bastante a rispignere il lontano nemico, risolse però di porre a profitto quell’onorevole pretesto, per allontanare i suoi figli dal lusso della capitale, che snervava i loro animi, ed irritava le loro passioni, e per assuefare la lor giovanezza alle fatiche della guerra e del comando. Non ostante la sua età avanzata (perchè aveva allora più di sessant’anni) e la gotta che l’obbligava a farsi portare in lettiga, si trasferì personalmente in quell’isola remota, accompagnato dai figli, da tutta la Corte, e da una formidabile armata. Passò immediatamente le muraglie di Adriano e di Antonino, ed entrò nel paese nemico con idea di terminare la conquista per lungo tempo tentata della Britannia. Penetrò fino all’estremità settentrionale dell’isola, senza incontrare nemico alcuno. Ma le nascoste imboscate dei Caledonj, che all’improvviso assalivano o la retroguardia o i fianchi dell’esercito, la freddezza del clima, e le fatiche di una marcia invernale per le montagne, ed i paludosi luoghi della Scozia fecero perire, per quel che si dice, cinquantamila Romani. I Caledonj cederono finalmente a quegli ostinati e possenti attacchi, supplicarono per la pace, e rilasciarono al vincitore una parte dello loro armi, ed un vasto tratto di territorio Ma l’apparente lor sommissione durò finchè fu presente il terrore: e ritiratesi appena le legioni romane, essi ripresero di nuovo la loro ostile indipendenza. L’inquieto loro spirito mosse Severo a mandare nella Caledonia un altro esercito, co’ più sanguinosi ordini di estirparne non di soggiogarne i natii; ma li salvò la morte del loro fiero nemico12.

Questa guerra di Caledonia, perocchè non distinta da decisivi eventi, nè seguitata da conseguenze importanti, meriterebbe appena la nostra attenzione, se non venisse supposto con grande probabilità, che l’invasione di Severo appartiene all’epoca più illustre della storia, ovvero della favola britannica. Fingal, del quale un nostro moderno Autore ha fatto rivivere la fama con quella de’ poeti e degli eroi di quel tempo, comandava, per quanto dicono, ai Caledonj in quella memorabile occasione: egli resistè alla potenza di Severo, e riportò sulle rive del Carun una segnalata vittoria, nella quale il figlio del Re del Mondo Caracul fuggì precipitosamente attraverso i campi del suo orgoglio13. Queste tradizioni scozzesi sono tuttavia coperte da qualche nebbia, che le più ingegnose ricerche dei critici moderni non hanno potuto ancor dissipare14; ma se con certezza si potesse abbracciare la grata supposizione, che sia vissuto Fingal, ed Ossian abbia cantato, il bel contrasto della situazione e dei costumi delle contrarie nazioni riuscirebbe dilettevole ad un filosofico ingegno. Il paralello non sarebbe molto vantaggioso alla nazione più culta, quando si paragonasse la vendetta implacabile di Severo colla generosa clemenza di Fingal; la timida e brutal crudeltà di Caracalla col valore, collo affetto, e col genio elegante di Ossian; i mercenarj uffiziali, che per timore o interesse servivano sotto le insegne imperiali, con i liberi guerrieri, che alla voce del Re di Morven volavano alle armi; quando in una parola si contemplassero i rozzi Caledonj animati dalle virtù naturali, ed i Romani degenerati e corrotti dai bassi vizj del lusso e della schiavitù,

La declinante salute, e l’ultima malattia di Severo infiammarono la fiera ambizione e le nere passioni dell’anima di Caracalla. Impaziente di ogni indugio e divisione dell’Impero, egli tentò più di una volta di accorciare quei pochi giorni di vita, che restavano al padre, e procurò, ma vanamente, di eccitare una sedizione fra le truppe15. Il vecchio Imperatore avea spesso criticata la malaccorta indulgenza di Marco Aurelio, che con un solo atto di giustizia avrebbe salvati i Romani dalla tirannide dell’indegno suo figlio. Posto nelle circostanze medesime, provò quanto facilmente l’affetto di padre addolcisca il rigore di giudice. Egli deliberava, minacciava, ma non sapeva punire; e questo suo ultimo e solo esempio di clemenza fu di più danno all’Impero, che non la lunga serie delle sue crudeltà16.

Le angustie dell’animo irritarono i mali del corpo: egli desiderava impazientemente la morte, e questa sua impazienza ne affrettò la venuta. Morì a York l’anno sessantacinquesimo della sua età, e diciottesimo di un regno fortunato e glorioso. Nei suoi ultimi momenti raccomandò la concordia ai suoi figli, ed i suoi figli all’esercito. Il salutevole avviso non giunse al cuore, anzi neppure mosse l’attenzione di quei giovani impetuosi; ma le truppe più obbedienti, memori del lor giuramento di fedeltà e dell’autorità dell’estinto Signore, resisterono alle sollecitazioni di Caracalla, e proclamarono ambedue i fratelli Imperatori di Roma. I nuovi Principi baciarono subito i Caledonj in pace, ritornarono alla capitale, celebrarono il funerale del padre con onori divini, e furono riconosciuti con piacere per sovrani legittimi dal Senato, dal Popolo, e dalle province. Pare che fosse accordata al maggiore qualche preeminenza di grado, ma governavano l’Impero ambidue con eguale ed indipendente potere17.

Una tale divisione di governo avrebbe generato discordie fra i due più affezionati fratelli. Era impossibile ch’essa potesse lungamente sussistere tra due implacabili nemici, che nè bramavano una riconciliazione, nè potevan fidarsene. Chiara cosa ell’era, che uno solamente regnar doveva, e l’altro doveva perire; e ciascuno di loro, da’ suoi proprj disegni giudicando di quelli del suo rivale, usava la più esatta cura per difendersi dai ripetuti assalti del veleno o del ferro. Il rapido loro viaggio per la Gallia e l’Italia, durante il quale mai non mangiarono ad una stessa tavola, o dormirono in una casa stessa, presentò alle province l’odioso spettacolo della fraterna discordia. Arrivati in Roma, immediatamente si divisero la vasta estensione del palazzo imperiale18. Non fu lasciata comunicazione veruna tra i loro appartamenti; le porte ed i passaggi furono diligentemente fortificati, e poste e mutate sentinelle, come ad una piazza assediata. Gl’Imperatori non s’incontravano che in pubblico, in presenza dell’afflitta lor madre, e circondato ciascuno da un numeroso stuolo di armati. In quelle stesse occasioni di pubbliche cerimonie, la dissimulazione delle Corti potea mal celare il rancore dei loro cuori19.

Questa guerra intestina già cominciava a lacerare lo Stato, quando fu suggerito un piano, che pareva ugualmente vantaggioso ai due fratelli nemici. Fu proposto che non essendo possibile di riconciliare i loro animi, separassero i loro interessi, o dividessero fra loro l’Impero. Le condizioni del trattato erano già distese con qualche esattezza. In esse si conveniva, che Caracalla, come fratello maggiore, rimarrebbe padrone dell’Europa e dell’Africa occidentale, rilasciando la sovranità dell’Asia e dell’Egitto a Geta, il quale potea risedere in Alessandria, o in Antiochia, città per opulenza e grandezza poco inferiori alla stessa Roma; che si terrebbero del continuo accampati numerosi eserciti sulle due rive del Bosforo Tracio, per difendere le frontiere delle Monarchie rivali; e che i Senatori d’origine europea riconoscerebbero. il Sovrano di Roma, mentre i nativi dell’Asia seguiterebbero l’Imperatore dell’Oriente. Le lagrime dell’Imperatrice Giulia ruppero un trattato, la cui prima idea avea ripieno ogni petto romano di sorpresa e di sdegno. La vasta massa dell’Impero era talmente assodata dalla mano del tempo e della politica, ch’era necessaria la più gran violenza per separarla in due parti. I Romani avevan ragion di temere che le disgiunte membra sarebbono ben presto ridotte da una guerra civile sotto il dominio di un solo Signore; ma se la separazione era durevole, la divisione delle province dovea terminare nella dissoluzione di un Impero, la cui unità erasi mantenuta fino a quel tempo inviolata20.

Se quel trattato fosse stato eseguito, il Sovrano della Europa avrebbe presto conquistato l’Asia; ma Caracalla riportò una vittoria più facile e più scellerata. Artificiosamente egli porse orecchie ai preghi della madre, e consentì di trovarsi nell’appartamento di lei col suo fratello, per trattare delle condizioni della pace e della riconciliazione. Nel mezzo del loro abboccamento, alcuni Centurioni, che Caracalla aveva nascosti, si avventarono colle spade sguainate addosso al misero Geta. La sventurata madre procurò di salvarlo nelle sue braccia; ma nell’inutile sforzo fu ferita ella stessa in una mano; e coperta del sangue di Geta, vide il barbaro fratello animare e secondare21 il furore degli assassini. Appena fu commesso il misfatto, Caracalla, coll’orrore sul volto, corse frettoloso al campo dei Pretoriani, come suo unico asilo, e si prosternò dinnanzi alle statue dei Numi tutelari22. I soldati presero ad alzarlo e confortarlo. Egli con rotte e confuse parole, gl’informò del suo fortunato scampo dall’imminente pericolo; fece loro credere di aver prevenuto i disegni del suo nemico, e dichiarò la sua risoluzione di vivere e di morire con le sue truppe fedeli. Geta era stato il favorito dei soldati; ma vano era il lamento, pericolosa la vendetta, ed essi rispettavano ancora il figliuol di Severo. Il loro malcontento si dissipò in oziose mormorazioni, e Caracalla presto li persuase della giustizia della sua causa, distribuendo loro con prodigo donativo i tesori accumulati sotto il regno del padre23. Le disposizioni dei soldati erano le sole importanti per la potenza o salvezza di lui; e la loro dichiarazione in suo favore comandò le rispettose proteste del Senato. Quella docile assemblea era pronta sempre a ratificare la decisione della fortuna; ma siccome Caracalla desiderava di addolcire i primi moti della pubblica indignazione, il nome di Geta fu rammentato con rispetto, ed egli ricevè gli onori funebri dovuti ad un Imperatore romano24. La posterità, deplorandone la sventura, ha gettato un velo sopra i suoi vizj. Noi consideriamo questo giovane Principe, come vittima innocente dell’ambizione di suo fratello; non rammentandoci che gli mancò piuttosto il potere, che il desiderio, per commettere attentati eguali di vendetta e di strage.

Il delitto per altro non rimase impunito: nè le occupazioni, nè i piaceri, nè l’adulazione poterono sottrarre Caracalla ai rimorsi di una coscienza colpevole; ed egli confessò, tra le angoscie di un animo martoriato, che la conturbata sua fantasia gli presentava spesso le immagini sdegnose del padre e del fratello, tornati in vita a minacciarlo e rimproverarlo25. La cognizione del suo delitto avrebbe dovuto indurlo a persuadere gli uomini, colle virtù del suo regno, che quel sanguinoso misfatto era stato involontario effetto di una funesta necessità. Ma il pentimento di Caracalla lo portò solamente a togliere dal mondo tutto ciò che potea rammentargli la sua colpa, o risvegliare in lui la memoria dell’assassinato fratello. Ritornando dal Senato al palazzo, trovò la madre, che in compagnia di varie nobili matrone piangeva l’acerbo fato del suo figliuolo minore. Il geloso Imperatore la minacciò di pronta morte; e fu la sentenza eseguita contro Fadilla, ultima figlia superstite dell’Imperator Marco Aurelio; ed anche l’afflitta Giulia fu obbligata a por fine ai lamenti, a soffocare i sospiri, ed a ricevere l’assassino con sorriso di approvazione e di gioia. Si pretende che sotto il vago pretesto dell’amicizia di Geta, più di ventimila persone di ambidue i sessi incontrassero la morte. Le guardie di Geta, i liberti, i ministri de’ gravi affari, ed i compagni degli ozj e de’ piaceri, quelli che per lui aveano ottenuto cariche nelle armate o nelle province, e tutti i numerosi loro clienti furono inclusi in quella proscrizione, colla quale si cercò di esterminare chiunque avesse avuta la minima corrispondenza con Geta, o ne deplorasse la morte, o ricordasse ancora il suo nome26. Elvio Pertinace, figlio del Principe di questo nome, perdè la vita per un motto imprudente27. Fu bastante delitto per Trasea Prisco il discendere da una famiglia, in cui l’amore della libertà parea una qualità ereditaria28. I particolari motivi di calunnia e di sospetto furono finalmente esauriti; e quando un Senatore veniva accusato di essere secreto nemico del Governo, l’Imperatore si contentava della generica prova, che fosse quegli ricco o virtuoso: piantato una volta questo principio, egli ne dedusse le più sanguinose illazioni.

Il supplizio di tante vittime innocenti era accompagnato dalle lagrime segrete dei loro amici e delle loro famiglie. La morte di Papiniano, Prefetto del Pretorio, fu pianta come una pubblica calamità. Negli ultimi sette anni di Severo egli avea esercitato i più importanti ufficj dell’Impero, o guidato, con i suoi savi consigli, i passi dell’Imperatore nel sentiero della giustizia e della moderazione. Severo, ben conoscendone la virtù ed i talenti, sul punto di morire lo supplicò di vegliare alla prosperità ed all’unione della famiglia imperiale29. Le onorate fatiche di Papiniano servirono solamente ad infiammare l’odio, che già Caracalla avea concepito contro il Ministro del padre. Dopo l’assassinio di Geta, il Prefetto ebbe ordine di usare tutta la forza del suo sapere e della sua eloquenza, per fare una studiata apologia di quell’atroce misfatto. Il filosofo Seneca aveva condisceso a comporre una somigliante lettera al Senato, in nome del figlio, e dell’assassino di Agrippina30. «È più facile commettere un parricidio, che giustificarlo»; questa fu la nobile risposta di Papiniano31, il quale non esitò un momento tra la perdita della vita, o quella dell’onore. Una virtù così intrepida, che si era mantenuta pura ed illibata tra gl’intrighi della Corte, tra più serj negozj, e tra gli artifizj della sua professione, sparge più lustro sulla memoria di Papiniano, che non tutti i suoi grandi impieghi, le numerose sue opere, e la riputazione di eccellente giureconsulto, che egli ha goduta in tutti i secoli della giurisprudenza romana32.

Era fin allora stata particolare felicità dei Romani, e consolazione loro ne’ più infelici tempi che le virtù degl’Imperatori fossero piene di attività, e pieni d’indolenza i lor vizj. Augusto, Traiano, Adriano, e Marco Aurelio visitarono in persona i loro vasti dominj, ed il loro passaggio era segnato con atti di sapienza e beneficenza. La tirannide di Tiberio, di Nerone, e di Domiziano, che quasi costantemente risederono in Roma, o nelle ville adiacenti, fu ristretta negli ordini senatorio ed equestre33. Ma Caracalla si mostrò il nemico comune del genere umano. Lasciò la Capitale (nè mai più vi fece ritorno) circa un anno dopo la morte di Geta. Passò il resto del suo regno nello diverse province dell’Impero, particolarmente nelle orientali, ed ogni provincia divenne a vicenda il teatro della sua rapina e della sua crudeltà. I Senatori, forzati dal timore a secondare tutti i suoi capricci, erano obbligati di preparargli ogni giorno con immense spese nuovi divertimenti, che con disprezzo abbandonava alle sue guardie, e ad erigere in ogni città palazzi e teatri magnifici, ch’egli o sdegnava di visitare, o comandava che tolto fossero demoliti. Le più ricche famiglie furono rovinate con tasse e confiscazioni private, mentre il corpo intero dei sudditi il era oppresso» da ricercate e gravose imposizioni34. In mezzo alla pace, e per una leggierissima offesa egli comandò uno scempio generale in Alessandria di Egitto. Da un posto sicuro nel tempio di Serapide, contemplava e regolava la strage di molte migliaia di cittadini e di stranieri, senza avere riguardo alcuno al numero, o alla colpa di quegl’infelici; giacchè (com’egli freddamente ne scrisse al Senato) tutti gli Alessandrini, e quelli ch’erano periti, e quelli che si erano salvati, meritavano ugualmente la morte35.

Le savie istruzioni di Severo non fecero mai una impressione durevole sullo spirito del suo figlio, che sebbene non mancasse d’immaginazione e d’eloquenza, non avea nè giudizio, nè umanità36. Caracalla ripeteva spesso una massima pericolosa degna di un tiranno, e da lui posta in pratica sempre: «assicurarsi l’affezione dei soldati, e poco valutare il resto dei sudditi37». Ma la liberalità del padre era stata regolata dalla prudenza, e la indulgenza di lui verso le truppe fu temperata dalla fermezza e dall’autorità. Il figlio non conobbe altra politica che una cieca profusione, la quale produsse l’inevitabil rovina dell’esercito e dell’Impero. Il valor dei soldati, in vece di essere fortificato dalla severa disciplina del campo, si ammollì nel lusso delle città. L’accrescimento eccessivo della loro paga e i donativi38 impoverirono lo Stato per arricchire, l’ordine militare, che si mantiene assai più modesto in pace, ed utile in guerra con una povertà onorevole. Il contegno di Caracalla era altiero e pieno d’orgoglio, ma colle truppe egli dimenticava perfino la dignità del proprio grado, incoraggiava l’insolente loro famigliarità, e trascurando gli essenziali doveri di un Generale, affettava d’imitare il vestire, ed i costumi di un soldato comune.

Era impossibile, che il carattere e la condotta di Caracalla potessero inspirare amore o stima; ma finchè i suoi vizj furono utili alle armate, visse sicuro da ogni pericolo di ribellione. Una secreta congiura, suscitata dalla propria sua gelosia, riuscì fatale al tiranno. La Prefettura del Pretorio era divisa tra due ministri. Il dipartimento militare era affidato ad Avvento, soldato di maggiore esperienza che abilità, e presedeva al dipartimento civile Opilio Macrino, che per la sua destrezza negli affari erasi innalzato a quella sublime carica. Ma il favore ch’egli godeva, variava secondo il capriccio dell’Imperatore, e la vita di lui poteva dipendere dal più leggiero sospetto, e dalla più casuale circostanza. La malizia o il fanatismo avea dettata ad un Affricano, versato a quanto credeasi, nella scienza del futuro, una predizione molto pericolosa; cioè, che Macrino e il suo figlio erano destinati all’Impero. Se ne sparse subilo il rumore per la provincia; e quando il profeta fu mandato carico di catene a Roma, egli ancora in presenza del Prefetto della città sostenne la verità della sua predizione. Quel magistrato, che avea ricevute le più premurose istruzioni di fare ricerca dei successori di Caracalla, spedì immediatamente l’esame dell’Affricano alla corte imperiale, che risedeva allora nella Siria. Ma non ostante la celerità dei pubblici corrieri, un amico di Macrino trovò mezzo di avvertirlo del suo vicino pericolo. L’Imperatore ricevè le lettere da Roma, e siccome egli era allora impegnato in guidare un cocchio alla corsa, le consegnò senza aprirle al Prefetto del Pretorio, ordinandogli di spedire gli affari ordinarj, e di dargli ragguaglio dei più importanti. Lesse Macrino l’imminente suo fato, e risolse di prevenirlo. Infiammò alcuni uffiziali inferiori, già malcontenti, ed impiegò la mano di Marziale, disperato soldato, che non avea potuto ottenere il grado di Centurione. La devozione di Caracalla avealo mosso a fare un pellegrinaggio da Edessa al celebre tempio della Luna a Carre. Era accompagnato da un corpo di cavalleria; ma essendosi fermato sulla strada per qualche necessario bisogno, le guardie si tennero per rispetto in distanza, e Marziale accostandosi a lui sotto pretesto di ossequio, lo trafisse con un pugnale. Fu il temerario assassino immediatamente ucciso da un arciere scita della guardia imperiale. Questo fine ebbe quel mostro, la cui vita disonorò l’umana natura, e il cui regno accusò la pazienza dei Romani39. I soldati riconoscenti, obbliando i suoi vizj, ne rammentavano solamente la parziale generosità, ed obbligarono i Senatori a prostituire la loro dignità, e quella della religione, con accordargli un posto fra i Numi.

Finchè egli fu sulla terra, Alessandro il Grande fu il solo Eroe, che questo Nume giudicasse degno della sua ammirazione. Ne prese il nome e l’insegne, formò per la sua guardia una falange macedone, perseguitò i discepoli di Aristotile, e con entusiasmo puerile fece mostra del solo sentimento, che indicasse in lui qualche stima per la virtù e per la gloria. Non è difficile comprendere che dopo la battaglia di Narva e la conquista della Polonia, Carlo XII, benchè non avesse le più amabili qualità del figliuolo di Filippo, potesse vantarsi d’averne emulato il valore e la magnanimità. Ma Caracalla in tutte le azioni della sua vita non mostrò la minima somiglianza coll’eroe macedone, se non che nell’uccisione di un gran numero dei suoi amici, e di quei di suo padre40.

Dopo l’estinzione della famiglia di Severo, il Mondo romano rimase per tre giorni senza padrone. La scelta dell’esercito (giacchè poco riguardo si aveva alla autorità di un Senato lontano e debole) restò sospesa, non presentandosi alcun pretendente, che per merito o per nascita potesse cattivarsi l’affetto dei soldati ed unire i loro suffragi. La decisiva preponderanza delle guardie Pretoriane gonfiò le speranze dei loro Prefetti, e quei possenti ministri cominciarono a sostenere il legittimo loro diritto di occupare il trono vacante. Avvento, benchè il Prefetto più anziano, conoscendo la sua età ed i suoi incomodi, la sua picciola reputazione ed i suoi mediocri talenti, rinunziò quell’onore pericoloso alla scaltra ambizione del suo collega Macrino, che affettando un vero dolore, evitò il sospetto di avere avuto parte nella morte del suo Sovrano41. Le truppe non amavano, nè stimavano il suo carattere. Girarono gli occhi all’intorno in cerca d’un altro competitore, e finalmente cederono con ripugnanza alle sue promesse di una illimitata liberalità ed indulgenza. Poco tempo dopo il suo avvenimento conferì al figlio Diadumeniano, in età di soli 10 anni, il titolo imperiale, e il nome di Antonino sì caro al popolo. Si sperò che la bellezza del giovane, assistita da un donativo straordinario, al quale quella cerimonia servì di pretesto, potesse guadagnare il favor dell’esercito, ed assicurare il trono vacillante di Macrino.

L’autorità del nuovo Sovrano era stata ratificata dalla lieta sommissione del Senato e delle province. Esultavano per l’inaspettata loro liberazione da un odiato tiranno; e non sembrava necessario di esaminare le virtù di un successore di Caracalla. Ma appena furono cessati i primi trasporti di sorpresa e di gioia, si cominciò ad esaminare i meriti di Macrino con una severa critica, ed a biasimare la precipitata scelta dell’armata. Si era fino allora considerato, come principio fondamentale della costituzione, che l’Imperatore dovesse sempre essere scelto tra i Senatori, e che il sovrano potere, non più esercitato da quell’intero corpo, fosse sempre delegato a qualcheduno dei suoi membri. Ma Macrino non era Senatore42. La subita elevazione dei Prefetti del Pretorio faceva rammentare la bassezza della loro origine; e l’Ordine Equestre era sempre stato in possesso di quel grande uffizio, che esercitava un arbitrario potere sopra le vite e sopra i beni de Senatori. Si cominciò a mormorare, che un uomo, la cui oscura estrazione43 non era mai stata illustrata da qualche segnalato servizio, osasse portare la porpora, invece di rivestirne qualche cospicuo Senatore, per nascita e per dignità, meritevole dello splendore del trono. Appena i malcontenti ebbero esaminato con occhio acuto il carattere di Macrino, vi scoprirono facilmente alcuni vizj e molti difetti. La scelta de’ suoi Ministri gli meritò spesso giusti rimproveri; ed il popolo, mal soddisfatto, con la solita libertà accusava insieme l’indolente dolcezza e l’eccessiva severità del Sovrano44.

La temeraria ambizione di Macrino l’aveva fatto montare a tale altezza, ch’era difficile il mantenervisi, ed impossibile il caderne senza incontrare la morte. Educato nelle forme della Corte e tra gli affari civili, tremava in presenza della fiera e indisciplinata moltitudine, della quale aveva preso il comando; erano disprezzati i suoi militari talenti, e n’era sospetto il coraggio. Un rumore sparsosi pel campo, scoprì il fatale segreto della congiura contro l’estinto Imperatore; la viltà dell’ipocrisia aggravò l’atrocità del delitto, e s’unì l’odio a far maggiore il disprezzo. Per alienare affatto i soldati, e procacciarsi una rovina inevitabile, altro non mancava a Macrino, che pretendere di riformare la disciplina; e per la sua particolare sventura, si vide costretto a cominciare questa odiosa riforma. La prodigalità di Caracalla avea quasi rovinato lo Stato e lasciato tutto in disordine; e se quell’indegno tiranno fosse stato capace di riflettere sulle inevitabili conseguenze della sua condotta, si sarebbe forse rallegrato al tristo prospetto delle miserie e calamità, che preparava ai suoi successori.

Usò Macrino in questa necessaria riforma una circospetta prudenza, che avrebbe con modo facile e impercettibile saldate le piaghe dello Stato, e restituito gli eserciti romani nel loro primo vigore. Fu egli costretto di lasciare ai soldati già arrolati i pericolosi privilegi e l’esorbitante paga accordata loro da Caracalla; ma obbligò le nuove reclute ad accettare il più moderato, comechè liberale sistema di Severo, ed a poco a poco le avvezzò alla modestia ed all’obbedienza45. Un errore funesto distrusse i salutevoli effetti di un disegno così giudizioso. In cambio di disperdere immediatamente nelle diverse province la numerosa armata, che l’ultimo Imperatore avea radunata in Oriente, Macrino la lasciò raccolta nella Siria per l’intero inverno, che seguì il suo avvenimento. In mezzo all’ozioso lusso dei loro quartieri conobbero le truppe la loro forza ed il lor numero; si comunicarono i loro lamenti, e rivolsero in mente i vantaggi di una nuova rivoluzione. I veterani, invece di essere lusingati dalla vantaggiosa distinzione, riguardarono quel primo passo come sicuro presagio dell’intera riforma, che l’Imperatore meditava. Le reclute entravano con ritrosia e ripugnanza in un servizio, le cui fatiche erano state accresciute, e le ricompense diminuite da un Sovrano avaro e non guerriero. Le mormorazioni dell’armata finirono impunemente in sedizioni clamori, ed i particolari ammutinamenti indicavano uno spirito di avversione e disgusto, che aspettava il più leggiero pretesto per iscoppiar da per tutto in una generale ribellione. Presto se ne presentò l’occasione ad animi così disposti.

L’imperatrice Giulia avea provate tutte le vicende della fortuna. Da un’umile condizione era stata innalzata ad un alto posto, per gustarne soltanto la superiore amarezza. Fu condannata a gemere sopra la morte di uno dei figli, e sopra la vita dell’altro. Il crudo fato di Caracalla (benchè da gran tempo la prudenza lo avesse fatto a lei prevedere) risvegliò nel suo animo tutti i sentimenti di una madre e di una Imperatrice. Non ostante i rispettosi riguardi, che l’usurpatore avea per la vedova di Severo, fu cosa ben dura per una Sovrana il discendere alla condizione di suddita; e con volontaria morte mise prontamente fine alla angustiosa ed umiliante sua dipendenza46. Giulia Mesa, di lei sorella ebbe ordine di lasciare la Corte ed Antiochia. Si ritirò in Emesa con immense ricchezze, frutto di un favor di vent’anni, accompagnata da due figliuole, Soemia e Mammea, ciascuna delle quali era vedova, ed aveva un sol figlio. Bassiano, che tale era il nome del figlio di Soemia, si era consacrato all’onorevole ministero di gran sacerdote del Sole; e questo stato, abbracciato per prudenza, o per superstizione, contribuì ad innalzare il giovane siro all’Impero di Roma. Un numeroso corpo di truppe era stanziato in Emesa; e siccome la severa disciplina di Macrino le costringeva a passare l’inverno nel campo, erano ansiose di vendicarsi della crudeltà di quelle insolite fatiche. I soldati, che concorrevano in folla al tempio del Sole, riguardavano con venerazione e piacere l’abito e la figura elegante del giovane Pontefice: vi riconobbero, o crederono di riconoscervi le fattezze di Caracalla, di cui adoravano ancor la memoria, L’artificiosa Mesa si avvide con piacere di questa nascente parzialità, e prontamente sacrificando la riputazione della sua figlia alla fortuna del suo nipote, fe correr la voce, che Bassiano era figlio naturale del loro ucciso Sovrano. Le somme distribuite con mano liberale dagli emissarj di lei, dileguarono ogni obbiezione, e questa larghezza provò sufficientemente la parentela, o almeno la somiglianza di Bassiano con Caracalla. Il giovane Antonino (giacchè egli prese e disonorò questo venerabile nome) fu dichiarato Imperatore dalle truppe di Emesa, attestò il suo ereditario diritto, ed invitò ad alta voce gli eserciti a seguitare le insegne di un Principe giovane e liberale, che avea preso le armi per vendicare la morte del padre, e l’oppressione dell’ordine militare47.

Mentre da una compagnia di donne e di eunuchi si concertava la congiura con prudenza, e si conduceva con vigorosa rapidità, Macrino che con un moto decisivo avrebbe potuto schiacciare il suo nemico fanciullo, ondeggiava fra i due opposti estremi del terrore e della sicurezza, che lo ritenevano ad Antiochia nell’indolenza. Lo spirito di ribellione si diffuse per tutti i campi e tutte le guarnigioni della Siria: diversi distaccamenti successivamente uccisero i loro uffiziali48, e si unirono ai ribelli; e la tarda restituzione, che fece Macrino della paga e dei privilegi militari, fu attribuita alla nota sua debolezza. Egli finalmente partì d’Antiochia per incontrarsi col giovane rivale, la cui armata, piena di zelo, diventava ogni giorno più formidabile. Le truppe di Macrino si presentarono alla battaglia senza ardore e con qualche ripugnanza, ma nel calore del combattimento49 le guardie Pretoriane, quasi per un impulso involontario, sostennero la superiorità del loro valore e della lor disciplina. Le file dei ribelli erano già rotte, quando la madre e l’ava del Principe siro (che secondo il costume orientale seguitavan l’esercito) si gettarono dai loro coperti carri, ed eccitando la compassione dei soldati, procurarono di rianimarne il cadente coraggio. Antonino stesso, che nel resto della sua vita non fece mai azioni da uomo, in quella importante crisi del suo destino operò da eroe. Montò a cavallo, ed alla testa delle riordinate sue truppe si scagliò colla spada in pugno dove erano più folti i nemici; mentre l’eunuco Ganni, le cui occupazioni fino allora s’erano confinate alla cura del serraglio, ed all’effeminato lusso dell’Asia, spiegava i talenti di un Generale abile e sperimentato. Era incerta ancor la vittoria, e forse Macrino l’avrebbe riportata, se non avesse tradita la propria causa con una fuga vile e precipitosa. La sua codardia servì solamente a prolungargli la vita per pochi giorni, e ad imprimere sopra le sue disgrazie la meritata ignominia. È inutile aggiungere, che il suo figlio Diadumeniano fu involto nella stessa rovina. Appena gli ostinati Pretoriani si avvidero, che combattevano per un Principe, il quale vilmente gli avea abbandonati, si renderono al vincitore: i due emuli eserciti romani, mescolando lagrime di tenerezza e di gioia, si riunirono sotto le insegne dell’immaginario figlio di Caracalla, e l’Oriente riconobbe con piacere il primo Imperatore che nato fosse nell’Asia.

Macrino si era degnato di scrivere al Senato avvisandolo delle piccole turbolenze cagionate nella Siria da un impostore; e venne fatto immediatamente un decreto, che dichiarava il ribelle e la sua famiglia pubblici nemici; colla promessa del perdono, per altro, a qualunque dei delusi aderenti, che lo meritasse coll’immediato ritorno al dovere. Nei venti giorni che passarono da questa dichiarazione alla vittoria di Antonino (che fu in sì breve intervallo deciso il destino dell’Impero romano) la Capitale e le province, specialmente le orientali, furono tra la speranza e il timore agitate da tumulti, e macchiate di civil sangue inutilmente versato, poichè qualunque dei due rivali vincesse nella Siria, l’Impero dovea in esso avere un padrone. Le lettere studiate, colle quali il giovane vincitore annunziò all’obbediente Senato la sua vittoria, erano ripiene di proteste di virtù, e di moderazione. Egli promettea di seguitare nel suo governo i luminosi esempj di Marco Aurelio e di Augusto; ed affettava di recarsi a gloria la forte rassomiglianza che l’età sua e la sua fortuna avea con quella di Augusto, il quale nella prima gioventù con una guerra felice vendicò la morte del padre. Prendendo il nome di Marco Aurelio Antonino, figlio di Antonino, e nipote di Severo, tacitamente sostenne il suo ereditario diritto all’Impero; ma arrogandosi il potere tribunizio e proconsolare, avanti che un decreto del Senato glielo avesse conferito, offese la delicatezza dei pregiudizj romani. Questa nuova ed imprudente violazione della costituzione fondamentale dee forse attribuirsi all’ignoranza dei cortigiani della Siria, o alla sprezzante alterigia delle milizie che lo seguivano50.

L’attenzione del nuovo Imperatore veniva distratta dai più frivoli divertimenti, ond’egli consumò molti mesi nel pomposo suo viaggio dalla Siria nell’Italia, passò a Nicomedia il primo inverno dopo la sua vittoria, e differì fino alla nuova estate il suo trionfale ingresso nella capitale. Un fedele ritratto però, che lo precedette, e fu posto per ordin suo sull’altare della Vittoria nel tempio dove si radunava il Senato, presentò ai Romani la giusta, ma vergognosa immagine della persona e de’ costumi di lui. Era dipinto nei suoi abiti sacerdotali di seta e d’oro, sciolti ed ondeggianti alla foggia dei Medi e dei Fenicj; portava un’alta tiara sul capo, e le numerose collane ed i monili, di cui andava adorno, erano tutti coperti di gemme preziose. Avea le ciglia tinte di nero, e le gote dipinte di un rosso e bianco artificiale51. I gravi Senatori confessarono sospirando, che dopo avere lungamente sofferta la truce tirannia de’ suoi concittadini, Roma era finalmente umiliata sotto l’effeminato lusso del dispotismo orientale.

Il Sole era in Emesa adorato sotto il nome di Elagabalo52, e sotto la forma di una pietra nera fatta a cono, che secondo l’universale credenza era caduta dal cielo in quel sacro luogo. A questo Nume suo tutelare attribuiva Antonino, non senza qualche ragione, il suo innalzamento al trono; e in tutto il suo regno l’unica sua seria occupazione fu di far mostra della superstiziosa sua gratitudine. Il grande oggetto del suo zelo e della sua vanità fu di far trionfare il Dio di Emesa sopra tutte le religioni della terra; e il nome di Elagabalo (giacchè pretese come Pontefice, e favorito di prender quel sacro nome) gli fu più caro, che tutti i titoli della grandezza imperiale. In una solenne processione per le contrade di Roma il suolo era coperto di polvere d’oro, e la pietra nera, adornata di preziose gemme, era posta sopra un carro tirato da sei bianchissimi cavalli, riccamente guarniti. Il devoto Imperatore tenea le redini, e sostenuto dai suoi Ministri, si movea lentamente all’indietro, per avere la sorte di goder sempre la vista di quella divinità. Furono celebrati, con ogni accompagnamento di lusso o di solennità, i sacrifizj del Dio Elagabalo in un tempio magnifico, innalzato sul monte Palatino. I vini più squisiti, le vittime più rare, ed i più preziosi aromati si consumavano con profusione sull’ara. Intorno ad essa un coro di sirie donzelle intrecciava danze lascive al suono di barbari strumenti, mentre i più gravi personaggi dello Stato e dell’esercito, vestiti di lunghe toghe fenicie, vi esercitavano le più vili funzioni con uno zelo affettato, ed una indignazione secreta53. Il fanatico Imperatore volle deporre in quel tempio, come nel centro comune della religione, gli Ancili, il Palladio54, e tutti i sacri pegni del culto di Numa. Una moltitudine di divinità inferiori, diversamente situate, corteggiava la maestà del Dio di Emesa; ma la sua Corte era ancora imperfetta, finchè una compagna di un ordine superiore non fosse ammessa entro il suo letto. Pallade era stata da principio eletta per sua consorte; ma temendosi che il guerriero aspetto di lei non atterrisse la molle delicatezza di un Nume della Siria, fu la Luna, che gli Affricani adoravano sotto il nome di Astarte, creduta più conveniente per essere consorte del Sole. La immagine di questa, con le ricche offerte del suo tempio, come per dote, fu trasportata con solenne pompa da Cartagine a Roma, e il giorno di queste mistiche nozze fu generalmente celebrato nella Capitale e per tutto l’Impero55.

Un voluttuoso, che non abbia rinunziato alla ragione, segue con invariabil rispetto i moderati dettami della natura, ed accresce i diletti del senso col sociale commercio, coi dolci legami, e con i delicati colori del gusto e dell’immaginazione. Ma Elagabalo, (parlo dell’Imperatore di questo nome) corrotto dalle passioni della gioventù, dai costumi della sua patria, e dalla propria prosperità, si abbandonò ai piaceri più grossolani con isfrenato furore, e trovò presto la sazietà e la nausea nei mezzo dei suoi godimenti. Si chiamarono in soccorso tutti gl’irritanti rimedj dell’arte: una moltitudine confusa di donne, di vini e di cibi, e la ricercata varietà d’atteggiamenti lascivi e di salse servivano a ravvivare i suoi languenti appetiti. Nuovi termini, e nuove invenzioni in queste scienze, le sole che il Sovrano coltivasse e proteggesse56, segnalarono il suo regno, e ne trasmisero l’obbrobrio alla posterità. Una capricciosa prodigalità suppliva alla mancanza del buon gusto e dell’eleganza, e mentre Elagabalo dissipava i tesori dello Stato nelle maggiori stravaganze, egli stesso e i suoi adulatori facevano applauso ad un genio e ad una magnificenza incognita alla bassezza de’ suoi predecessori. Sue delizie erano il confondere gli ordini delle stagioni, e dei climi57, il farsi beffe delle passioni e dei pregiudizj dei sudditi, e sovvertire tutte le leggi della natura e della decenza. Un numeroso seguito di concubine, ed una rapida successione di mogli (tra le quali vi fu una Vestale rapita a forza dal sacro asilo58,) non servivano a soddisfare l’impotenza delle sue passioni. Il padrone del Mondo romano, affettando d’imitare le femmine nel vestito o nelle maniere, preferì la conocchia allo scettro, disonorò le prime cariche dell’Impero, distribuendole a’ suoi numerosi amanti; uno de’ quali ricevè pubblicamente il titolo e l’autorità di marito59 dell’Imperatore, o dell’Imperatrice, come ei da se stesso più propriamente si nominava.

Forse l’immaginazione, il pregiudizio e la calunnia hanno ingranditi i vizj e le pazzie di Elagabalo60. Ma ristringendoci ancora alle pubbliche scene rappresentate avanti il romano popolo, ed attestate da gravi e contemporanei scrittori, la loro indicibile infamia vince quella d’ogni altro secolo o paese. Le dissolutezze di un Sultano restano nascoste agli occhi dei curiosi dalle inaccessibili mura del suo serraglio. I sentimenti di onore e le maniere galanti hanno introdotto nelle moderne Corti d’Europa il raffinamento nel piacere, il rispetto per la decenza, ed il riguardo per la publica opinione; ma i doviziosi e corrotti nobili di Roma adottavano tutti i vizj, che v’introduceva il concorso delle nazioni e dei costumi stranieri. Sicuri della impunità, e non curanti della censura, vivevano senza alcun freno nell’umile e sommessa società dei loro schiavi o dei loro parassiti. L’Imperatore, dal canto suo, riguardando tutti i suoi sudditi con egual disprezzo ed indifferenza, sosteneva senza ritegno veruno il sovrano suo privilegio delle dissolutezze e del lusso.

I più indegni tra gli uomini non temono di condannare negli altri quei vizj medesimi, nei quali essi pure s’ingolfano. Per giustificare questa parzialità sono sempre pronti a trovare qualche leggiera differenza nell’età, nel carattere, o nelle circostanze. I licenziosi soldati, che avevano innalzato al trono l’indegno figlio di Caracalla, arrossirono dell’infame loro scelta, e fremendo alla vista di quel mostro, si rivolgevano con piacere a contemplare le nascenti virtù del suo cugino Alessandro, figliuol di Mammea. L’accorta Mesa prevedendo che il suo nipote Elagabalo con i suoi proprj vizj correva ad inevitabil rovina, volle dare alla sua famiglia un altro più sicuro sostegno. Profittando di un momento favorevole di tenerezza e di devozione, avea indotto il giovane Imperatore ad adottare Alessandro, e dargli il nome di Cesare, affinchè le sue divine occupazioni non fossero più lungamente interrotte dalle cure terrene. Questo Principe amabile, posto nel secondo seggio, presto si acquistò l’amore del pubblico, ed eccitò la gelosia del tiranno, che risolse di por fine ad un pericoloso paragone, corrompendo i costumi del suo rivale, o togliendogli la vita. Furono inutili i suoi tentativi, ed i suoi vani disegni vennero sempre scoperti dalla sua folle loquacità, o sconcertati da quei domestici virtuosi e fedeli che la prudente Mammea aveva dati al suo figlio. In un precipitoso trasporto di collera risolse Elagabalo di far con la forza quel che non avea potuto eseguir con la frode, e con una sentenza dispotica degradò il suo cugino dalla dignità e dagli onori di Cesare. Fu ricevuto quest’ordine dal Senato con silenzio, e dalle truppe con furore. I soldati Pretoriani giurarono di difendere Alessandro, e vendicar la maestà di un trono disonorato. I pianti e le promesse del tremante Elagabalo, che solamente pregavali a lasciargli la vita ed il suo amato Jeroele, sospesero il lor giusto sdegno; e si contentarono d’incaricare i loro Prefetti di vegliare sulla salvezza d’Alessandro, e sulla condotta dell’Imperatore61.

Era impossibile che tale reconciliazione potesse durare, o che Elagabalo, per vile che fosse, volesse regnare a condizioni così umilianti. Procurò ben presto con una pericolosa prova di esplorare gli animi dei soldati. Il rumore della morte di Alessandro, ed il natural sospetto, ch’egli fosse stato veramente ucciso, eccitò nel campo una ribellione, che la presenza e l’autorità di quel Principe diletto poterono sole acquietare. Irritato da questa novella prova del loro affetto verso il suo cugino, e del loro disprezzo verso la sua persona, l’Imperatore si arrischiò a punire alcuni capi della sedizione. La sua intempestiva severità divenne in un momento funesta ai suoi Favoriti, alla sua madre, a lui stesso. Fu Elagabalo trucidato dagli sdegnati Pretoriani, e strascinato il suo mutilato cadavere per le strade di Roma, poi gettato nel Tevere. Il Senato dannò la memoria di lui a perpetua infamia, e la posterità ha ratificato questa giusta sentenza62.

In luogo di Elagabalo fu da’ Pretoriani innalzato al trono il cugino di lui, Alessandro. La relazione che questi avea con la famiglia di Severo, di cui prese il nome, era la stessa che quella del suo predecessore: la virtù di lui ed il pericolo, che avea corso, lo avevan renduto caro ai Romani, ed il Senato con gran liberalità gli conferì in un sol giorno tutti i titoli e tutto il potere della dignità imperiale63. Ma siccome Alessandro era un modesto e rispettoso giovane in età di soli diciassette anni, le redini del governo rimasero in mano della sua madre Mammea, e di Mesa sua ava. Dopo la morte di quest’ultima, che poco sopravvisse all’elevazione di Alessandro, Mammea fu la sola reggente e del figlio e dell’Impero.

In ogni secolo ed in ogni ogni paese, il sesso più saggio, o almeno più forte, ha usurpato tutte le cariche dello Stato, e confinato l’altro nelle cure e nei piaceri della vita domestica. Nelle monarchie ereditarie per altro, e particolarmente in quelle dell’Europa moderna, il galante spirito di cavalleria, e la legge di successione ci hanno avvezzati ad una singolare eccezione; ed una donna è spesso riconosciuta per assoluta Sovrana di un vasto regno, nel quale sarebbe creduta incapace di esercitare il minimo impiego militare e civile. Ma siccome gl’Imperatori romani erano sempre considerati come Generali e Magistrati della Repubblica, così le loro consorti e le madri loro, benchè distinte col nome di Auguste, non furono mai associate ai loro personali onori, ed uno scettro retto da una man femminile sarebbe sembrato un portento inesplicabile agli occhi di quei primi Romani, che si maritavano senza amore, ed amavano senza delicatezza e rispetto64. La superba Agrippina tentò, è vero, di aver parte agli onori dell’Impero, al quale essa aveva innalzato il suo figlio; ma la sua folle ambizione, detestata da tutti i cittadini, che ancor veneravano la maestà di Roma, fu sconcertata dalle arti e dalla fermezza di Seneca e di Burro65. Il buon senso e l’indifferenza dei Principi successivi si trattenne dall’offendere i pregiudizj dei loro sudditi; ed era riservato all’infame Elagabalo di disonorare gli atti del Senato con il nome della sua madre Soemia, che sedeva accanto ai Consoli, e soscriveva, come gli altri Senatori, i decreti di quell’assemblea legislatrice. La sua sorella Mammea ricusò prudentemente questa inutile ed odiosa prerogativa, e fu promulgata una legge solenne, che escludeva per sempre le donne dal Senato, e consacrava agli Dei infernali il capo di chiunque violasse un tale decreto66. L’oggetto della virile ambizione di Mammea era la realtà, non l’apparenza del potere. Ella si conservò un impero assoluto e durevole sullo spirito del figlio, ed in ciò non potè quella madre soffrire un rivale. Alessandro, col consenso di lei, sposò la figlia di un patrizio, ma il di lui rispetto pel suocero, e l’amore per l’Imperatrice, erano incompatibili colla tenerezza, e coll’interesse di Mammea. Il Patrizio, ben presto accusato di tradimento, soffrì l’ultimo supplizio, e la moglie di Alessandro fu scacciata vergognosamente dal palazzo, e rilegata nell’Affrica67.

Non ostante quest’atto di gelosa crudeltà, e l’avarizia di cui viene tacciata Mammea, il generale tenore del suo governo fu ugualmente utile al figlio, ed all’Impero. Coll’approvazione del Senato scelse sedici dei più saggi e virtuosi Senatori, che formassero un perpetuo Consiglio di Stato, ove si agitassero, e si decidessero tutti gli affari pubblici d’importanza. Questo Consiglio aveva per capo il celebre Ulpiano, illustre egualmente per la sua scienza, e pel rispetto alle leggi romane. La fermezza e la prudenza di questa aristocrazia ristabilì l’ordine, e l’autorità del Governo, Dopo avere purgato la città da ogni culto e lusso straniero, residui della capricciosa tirannide di Elagabalo, si applicarono ad allontanare le indegne di lui creature da ogni dipartimento della pubblica amministrazione, ed a sostituire in loro vece persone abili e virtuose. La dottrina e l’amore della giustizia divennero le sole raccomandazioni per gli uffizj civili, ed il valore e l’amore della disciplina, i soli requisiti per gli impieghi militari68.

Ma la cura più importante di Mammea e dei saggi suoi consiglieri fu l’educazione del giovane Imperatore, le cui qualità personali doveano fare la felicità, e la miseria del Mondo romano. La fertilità del suolo secondava, e quasi preveniva la mano coltivatrice. L’eccellente intendimento di Alessandro lo persuase ben presto dei vantaggi della virtù, del piacere d’istruirsi, e della necessità del lavoro. Una dolcezza ed una moderazione naturale lo preservarono dagli assalti della passione, e dalle attrattive del vizio. Il suo inviolabile rispetto per la madre, e la sua stima pel saggio Ulpiano difesero l’inesperta sua giovanezza dal veleno dell’adulazione.

La semplice descrizione delle giornaliere sue occupazioni presenta il bel quadro di un perfetto Monarca69, e col dovuto riguardo alla differenza dei costumi, meriterebbe l’imitazione dei Principi moderni. All’alba si levava Alessandro: i primi momenti della sua giornata erano consacrati alla privata devozione, e la sua cappella domestica era ripiena delle immagini di quegli Eroi, che perfezionando e riformando l’umana vita, aveano meritata la grata venerazione della posterità. Ma essendo egli persuaso, che il servire agli uomini era il culto più grato agli Dei, impiegava la maggior parte della mattina nel suo Consiglio, dove discuteva i pubblici affari, e decideva le cause private con una pazienza, ed una saviezza superiori alla sua età. L’amenità della letteratura lo ricreava dalla noia degli affari; ed una parte del tempo era sempre riservata ai favoriti suoi studj della poesia, della storia e della filosofia. Le opere di Virgilio e di Orazio, le Repubbliche di Platone e di Cicerone formavano il suo gusto, ne dilatavano l’intendimento, e gli fornivano le più nobili idee dell’uomo e del Governo. Agli esercizj dello spirito succedevano quelli del corpo; ed Alessandro, ch’era di alta statura, attivo e robusto, superava quasi tutti i suoi eguali nelle arti ginnastiche. Dopo il bagno, ed un piccolo pranzo, si applicava con nuovo vigore agli affari del giorno, e fino all’ora di cena (ch’era il pasto principale dei Romani) stava in compagnia dei suoi segretarj, leggendo o rispondendo alla moltitudine delle lettere, dei memoriali, o delle suppliche, che naturalmente dovevan indirizzarsi al Signore della maggior parte del Mondo. La sua tavola era semplice e frugale, ed ogni volta che potea seguire liberamente la sua propria inclinazione, invitava pochi scelti amici, uomini dotti e virtuosi, ed era Ulpiano sempre di questo numero. I loro discorsi erano familiari ed istruttivi, e gl’intervalli venivano opportunamente ravvivati dalla lettura di qualche piacevole composizione, invece dei ballerini, dei commedianti, e fino dei gladiatori, così spesso chiamati alle tavole dei ricchi e lussuriosi Romani70. Il vestire di Alessandro era semplice e modesto; il suo contegno cortese ed affabile. In certe ore il suo palazzo era aperto a tutti i sudditi; ma s’udiva la voce di un banditore, che, come nei misteri Eleusini, pronunziava la medesima salutevole ammonizione «Niuno entri in queste sacre mura, se non ha l’animo puro ed innocente71».

Questo uniforme tenor di vita, che non lasciava un momento al vizio od alla follìa, dimostra più di tutte le frivole particolarità compilate da Lampridio, la saviezza e la giustizia del governo di Alessandro. Dall’avvenimento di Commodo in poi, l’Impero romano avea sofferto per quarant’anni i successivi e diversi vizj di quattro tiranni. Dopo la morte di Elagabalo, godè per tredici anni una fortunata calma. Le province, sollevate dalle gravose tasse inventate da Caracalla e dal suo preteso figlio, fiorivano nella pace e nella prosperità sotto l’amministrazione di magistrati, i quali erano persuasi dall’esperienza, che il migliore ed unico modo di ottenere il favor del Sovrano consisteva nel conciliarsi l’amore dei sudditi. Mentre che si mettevano alcune moderate restrizioni all’eccessivo lusso dei Romani, diminuì il prezzo delle grascie, e l’interesse dal denaro, per le paterne cure di Alessandro, che con prudente liberalità sapeva, senza nuocere all’industria, sovvenire ai bisogni ed ai divertimenti del popolo. Fu ristabilita la maestà, la libertà, e l’autorità del Senato, ed ogni virtuoso Senatore potea accostarsi all’Imperatore senza timore e senza rossore.

Il nome di Antonino, nobilitato dalle virtù di Pio e di Marco, era stato comunicato per adozione al dissoluto Vero, e per discendenza al barbaro Commodo. Dopo essere stato il più onorevole distintivo dei figli di Severo, fu conferito al giovane Diadumeniano, e finalmente prostituito all’infame gran Sacerdote di Emesa. Alessandro, malgrado delle studiate e forse sincere istanze del Senato, nobilmente ricusò l’imprestato lustro d’un nome, mentre con tutta la sua condotta procurava di ristabilire la gloria e la felicità del secolo72 dei veri Antonini.

Nel governo civile di Alessandro, la prudenza era rinvigorita dall’autorità; ed il popolo, persuaso della pubblica felicità, ricompensava il suo benefattore con l’amore e con la gratitudine. Restava a compirsi l’impresa più grande, più necessaria, e più pericolosa, la riforma cioè delle milizie, l’interesse ed il carattere delle quali, confermato da lunga impunità, le rendeva incapaci di freno, ed insensibili alla felicità dello Stato. Nell’esecuzione del suo disegno, l’imperatore fece sembiante d’amar l’esercito senza temerlo. La più rigida economia in ogni altro dipartimento del Governo, gli somministrava un fondo d’oro e d’argento per la paga ordinaria delle truppe e per le ricompense straordinarie. Rallentò ad esse il severo obbligo di portare sulle spalle, marciando, le provvisioni per diciassette giorni. Furono lungo le pubbliche strade eretti ampi magazzini, ed appena entravano i soldati in paese nemico, che un numeroso seguito di muli e di cammelli accompagnava la loro orgogliosa mollezza. Siccome Alessandro disperava di potere reprimere il lusso dei soldati, procurò almeno di dirigerlo verso oggetti di pompa, e di ornamento marziale, bei cavalli, armi lucenti, e scudi adorni di argento e d’oro. Prendeva parte a tutte le fatiche, ch’era costretto d’imporre, visitava in persona i malati ed i feriti, teneva un esatto registro dei loro servizj e della sua propria gratitudine, e mostrava in ogni occasione il più gran riguardo per un corpo, la cui conservazione era (com’egli stesso affettava di esprimersi) così intimamente connessa con quella dello Stato73. Colle vie le più dolci procurò d’inspirare a quella fiera moltitudine il sentimento del suo dovere, e di ristabilire almeno una debole immagine di quella disciplina, alla quale i Romani dovevano i loro successi contro tante altre nazioni, guerriere al pari di loro e più di loro potenti. Ma fu vana la sua prudenza, e funesto il suo coraggio; poichè i tentativi di una riforma non servirono che ad irritare quei mali, ch’egli intendeva di guarire.

I Pretoriani erano sinceramente affezionati al giovane Alessandro, lo amavano come un tenero pupillo, ch’essi avevano salvato dal furore di un tiranno, e collocato sul trono imperiale. Questo amabile Principe non aveva obbliato i loro servizj. Ma siccome la ragione e la giustizia mettevano limiti alla sua gratitudine, i Pretoriani furono presto più malcontenti delle virtù di Alessandro, di quello che lo fossero stati dei vizj di Elagabalo. Il savio Ulpiano, loro Prefetto, era amico delle leggi e del popolo, ma veniva considerato come nemico dei soldati, e s’imputava ai perniciosi di lui consigli ogni disegno di riforma. Un leggiero accidente cangiò in una fiera sedizione il loro disgusto; e mentre il popolo riconoscente difendeva la vita di quell’eccellente ministro, Roma fu per tre giorni esposta a tutti gli orrori della guerra civile. Atterrito finalmente il popolo dalla vista d’alcune case incendiate, e dalle minacce d’un incendio generale, cedè sospirando, e rilasciò il virtuoso Ulpiano al suo sfortunato destino. Fu egli inseguito sin dentro il palazzo imperiale, e trucidato ai piedi del suo Signore, che invano si sforzava di coprirlo col suo manto, e di ottenerne il perdono da quegl’inesorabili soldati. Tale era la deplorabile debolezza del Governo, che l’Imperatore non potè vendicare il suo trucidato amico o la sua insultata maestà, senza ricorrere alle arti della pazienza e della dissimulazione. Epagalo, il principale condottiero dei sollevati, fu mandato lungi da Roma nell’onorevole impiego di Prefetto dell’Egitto: da quell’alto posto a poco a poco fu degradato al governo di Creta; e quando il tempo e la lontananza lo fecero dimenticare ai soldati, Alessandro, preso animo, gl’inflisse il tardo, ma giusto castigo de’ suoi delitti74. Sotto il regno di un Principe giusto e virtuoso, la tirannia dell’esercito minacciava di pronta morte i più fedeli di lui Ministri, quando si sospettava ch’essi volessero riformare i loro eccessivi disordini. Dione Cassio, lo Storico, aveva comandate lo legioni della Pannonia con i principi dell’antica disciplina: i loro compagni, che stavano a Roma, abbracciando la causa comune della licenza militare, domandarono la testa del riformatore. Alessandro, per altro, in cambio di cedere ai loro sediziosi clamori, mostrò quanto stimava i servizj ed il merito di Dione, facendolo suo collega nel Consolato, e pagando col suo proprio danaro la spesa di questa vana dignità; ma siccome giustamente si temeva, che se i soldati lo vedevano con le insegne della carica, non vendicassero nel suo sangue un tale insulto, il primo apparente magistrato della Repubblica, per consiglio dell’imperatore, si allontanò da Roma, e passò la maggior parte del suo consolato nelle proprie ville della Campania75.

La dolcezza dell’Imperatore aumentò l’insolenza delle truppe: le legioni imitarono l’esempio delle guardie, e difesero la loro prerogativa della licenza con lo stesso ostinato furore. Il Governo di Alessandro fu un inefficace sforzo contro la corruttela del secolo. Nell’Illirico, nella Mauritania, nell’Armenia, nella Mesopotamia e nella Germania scoppiavano sempre nuove congiure; furono trucidati gli uffiziali, insultata la maestà, e finalmente sacrificata la vita di questo Principe al furore de malcontenti soldati76.

In una sola occasione le truppe rientrarono nel loro dovere e nell’obbedienza: è questo un fatto particolare che merita di essere rammentato, e serve a ben conoscere l’indole di quei soldati. Mentre l’Imperatore stava in Antiochia nel tempo della guerra persiana, di cui parleremo tra poco più estesamente, il castigo di alcuni soldati, che erano stati sorpresi nel bagno delle donne, eccitò un tumulto nella loro legione. Alessandro montò sul suo tribunale, e con una modesta fermezza rappresentò a quella moltitudine armata l’assoluta necessità, e l’inflessibile sua risoluzione di correggere i vizj introdotti dal suo impuro predecessore, e di mantenere la disciplina, senza la quale il nome e l’Impero romano doveano necessariamente perire. Furono dai loro clamori interrotte queste moderate rappresentanze. «Tenete in serbo le vostre grida» disse il coraggioso Imperatore «finchè non siate in campo contro i Persiani, i Germani ed i Sarmati: tacete al cospetto del vostro Sovrano benefattore, che vi concede il grano, le vesti e il denaro delle province: tacete, o più non vi chiamerò soldati, ma cittadini77, se pure quelli che calpestano le leggi di Roma meritano d’essere annoverati anche tra i più vili del popolo». Le sue minacce irritarono il furore della legione, e le loro armi impugnate già minacciavano la sua persona. «Il vostro coraggio» riprese l’intrepido Alessandro «si mostrerebbe più nobilmente in un campo di battaglia; potete togliermi la vita, ma non già intimorirmi, e la severa giustizia della Repubblica punirebbe il vostro delitto, e vendicherebbe la mia morte.» La legione continuava i suoi clamori, quando l’Imperatore pronunziò ad alta voce: «Cittadini, deponete le armi, e ritiratevi in pace alle vostre rispettive abitazioni.» Fu la tempesta immediatamente calmata: i soldati, pieni di dolore e di vergogna, confessarono tacitamente giustizia del loro castigo, ed il potere della disciplina: deposero le armi e le insegne militari, e senza tornare al campo, confusamente si ritirarono ne’ diversi alberghi della città. Alessandro per trenta giorni godè l’edificante spettacolo del loro pentimento, nè li ristabilì nel loro grado primiero, finchè non ebbe puniti colla morte quei Tribuni, la connivenza dei quali avea cagionato il tumulto. La riconoscente legione si mantenne fedele all’Imperatore finchè egli visse; e morto lo vendicò78.

Le risoluzioni della moltitudine generalmente dipendono da un momento; e il capriccio della passione poteva egualmente determinare la legione sediziosa a gettare le armi ai piedi dell’Imperatore, o ad immergergliele nel seno. Forse scopriremmo le cagioni secrete della intrepidezza del Principe, e dell’obbedienza delle truppe in quel fatto singolare, se questo fosse stato sottoposto all’esame da un filosofo; e forse anco, se lo avesse riferito uno storico giudizioso, quest’azione, degna di Cesare, perderebbe tutto il tuo merito, riducendosi al comun livello delle altre azioni convenienti al carattere di Alessandro Severo. Sembra che i talenti di questo Principe amabile non sieno stati proporzionati alla sua critica situazione; e che la fermezza della sua condotta non fosse eguale alla purità delle sue intenzioni. Le sue virtù aveano, come i vizj di Elagabalo, contratta una tintura di debolezza nell’effeminato clima della Siria, dov’egli era nato; arrossiva per altro d’essere d’origine straniera, e con una vana compiacenza ascoltava gli adulatori genealogisti, che lo facevano discendere dalla più antica nobiltà di Roma79. La superbia e l’avarizia della madre oscurarono alquanto la gloria del suo regno; e Mammea espose alla pubblica derisione il proprio carattere, e quello del figlio80, con esigere da esso negli anni più maturi la medesima rispettosa obbedienza, ch’ella avea giustamente pretesa dall’inesperta di lui giovanezza. Le fatiche della guerra persiana irritarono i malcontenti soldati; e l’esito sfortunato avvilì la reputazione dell’Imperatore, come generale e come soldato. Ogni cagione preparava, ed ogni circostanza affrettava una rivoluzione, che lacerò poi l’Impero romano con una lunga serie d’intestine calamità.

La tirannica dissolutezza di Commodo, le guerre civili cagionate dalla morte di lui, e le nuove massime di politica, introdotte dalla famiglia di Severo, aveano insieme contribuito ad accrescere il pericoloso poter dei soldati, ed a cancellare dalla mente dei Romani la rimastavi languida immagine delle leggi e della libertà. Noi abbiamo già procurato di spiegare con ordine e chiarezza questo interno cambiamento, che indebolì i fondamenti dell’Impero. I caratteri personali degl’Imperatori, le loro vittorie, leggi, follìe e fortune non ci possono interessare, se non in quanto sono connesse colla storia generale della decadenza e rovina della Monarchia. La nostra costante attenzione a questo grande oggetto non ci permetterà di esaminare un editto molto importante di Antonino Caracalla, che comunicò a tutti i liberi abitanti dell’Impero il nome ed i privilegi di cittadini romani. Questa eccessiva liberalità non derivava per altro dai sentimenti di un animo generoso; era l’effetto di una sordida avarizia. Alcune osservazioni sulle finanze dei Romani, dai secoli vittoriosi della Repubblica fino al regno di Alessandro Severo, proveranno la verità di questa riflessione.

L’assedio di Veia in Toscana (prima considerabile impresa dei Romani) durò dieci anni, più per l’inabilità degli assedianti, che per la forza della città. Le insolite fatiche di tante campagne d’inverno, in distanza di quasi venti miglia da casa81, esigevano incoraggiamenti più che comuni; ed il Senato saggiamente prevenne i clamori del popolo, instituendo pei soldati una paga regolare, alla quale si supplì con un generale tributo, imposto con giusta proporzione sopra i beni dei cittadini82. Per più di 200 anni dopo la conquista di quella città, le vittorie della Repubblica aumentarono più la potenza, che la ricchezza di Roma. Gli Stati dell’Italia pagavano il loro tributo col solo servizio militare, e le immense forze terrestri e marittime, impiegate nelle guerre Puniche, furono tutte mantenute a spese dei Romani medesimi. Questo popolo generoso (sì grande è talvolta il nobile entusiasmo della libertà) si sottometteva con piacere alle più eccessive e volontarie gravezze, nella giusta fiducia di presto godere la ricca ricompensa delle sue fatiche. Non andarono deluse le sue speranze. In pochi anni le ricchezze di Siracusa, di Cartagine, della Macedonia e dell’Asia furono portate a Roma in trionfo. I soli tesori di Perseo ascendevano a quattro milioni di zecchini, ed il popolo romano, sovrano di tante nazioni, fu per sempre liberato dal peso delle tasse83. La rendita delle province, che sempre andava aumentando, servì per supplire alle spese ordinarie della guerra e del Governo, e la superflua massa dell’oro e dell’argento fu depositata nel tempio di Saturno, e riserbata per qualunque improvvisa necessità dello Stato84.

La storia non ha forse mai sofferta una perdita più grande, o più irreparabile, che nello smarrimento di quel curioso registro lasciato da Augusto al Senato, nel quale questo Principe sperimentato avea fatto un così esatto bilancio dell’entrate e delle spese dell’Impero romano85. Privi di questo chiaro ed esteso ragguaglio, siamo ridotti a raccogliere pochi imperfetti indizj da quegli antichi, che accidentalmente hanno interrotta la parte più splendida della loro narrazione per dar luogo a più utili considerazioni. Sappiamo che le conquiste di Pompeo fecero ascendere i tributi dell’Asia da 50 a 135 milioni di dramme, ossia 9 milioni di zecchini incirca86. Sotto l’ultimo ed il più indolente dei Tolomei, l’Egitto rendeva 12500 talenti, che equivalgono a più di 15 milioni di zecchini; ma fu questa rendita di poi considerabilmente aumentata dalla più esatta economia dei Romani, e dal cresciuto commercio dell’Etiopia e dell’India87.

La Gallia sì arricchiva colle rapine, come l’Egitto con il commercio, ed i tributi di queste due grandi province pare che a un di presso fossero di egual valore88. I dieci mila talenti Euboici o Fenicj (quasi 8 milioni di zecchini89) che la vinta Cartagine fu condannata a pagare nel termine di cinquant’anni, erano un leggiero tributo in segno della superiorità di Roma90, il quale non può in modo alcuno paragonarsi colle tasse, che furono imposte di poi sulle terre e sulle persone di quegli abitanti, quando la fertile costa dell’Affrica fu ridotta in provincia91.

La Spagna, per un destino singolare, era il Messico ed il Perù dell’antico Mondo. La scoperta del ricco occidental continente fatta dai Fenicj, e l’oppressione di quei popoli innocenti, forzati a faticare nelle loro proprie miniere pel vantaggio degli stranieri, formano un esatto quadro della più recente storia dell’America spagnuola92. I Fenicj non conoscevano, che la costa marittima della Spagna; ma l’avarizia insieme e l’ambizione portarono le armi di Roma e di Cartagine nel cuore di quella provincia, e vi furono quasi in ogni parte trovate miniere di rame, d’argento e d’oro. Vien fatta menzione di una miniera vicina a Cartagine, che rendea venticinque mila dramme d’argento al giorno, ovvero quasi seicentomila zecchini l’anno93. Le province dell’Asturia, della Galizia e della Lusitania rendevano annualmente ventimila libbre di peso d’oro94.

Non abbiamo nè tempo nè materiali per continuare questa curiosa ricerca riguardo a tutti quei potenti Stati, che assorbiti rimasero nel romano Impero. Possiamo per altro formarci qualche idea della rendita di quelle province, nelle quali v’erano ricchezze considerabili, o depositatevi dalla natura, o ammassate dagli uomini, se osserviamo la severa attenzione, che si aveva alle sterili e solitarie contrade. Augusto ricevè una supplica dagli abitanti di Giera, i quali umilmente lo pregavano d’essere sollevati di un terzo delle loro eccessive imposizioni. L’intera loro tassa non era, per vero dire, maggiore di cento cinquanta dramme, intorno a dieci zecchini. Ma Giera era un’isoletta, o piuttosto uno scoglio del mare Egeo, mancante d’acqua dolce, e di ogni cosa necessaria alla vita, ed abitata da pochi miserabili pescatori95.

Da questi deboli ed incerti lumi saremmo portati a credere, I. che (avuto ogni riguardo alla differenza dei tempi e delle circostanze) la rendita generale delle province romane raramente fosse minore di 30 ovvero 40 milioni di zecchini96; II. che una entrata così considerabile dovesse pienamente servire a tutte le spese del moderato Governo istituito da Augusto, la Corte del quale non eccedeva il treno modesto di un Senatore privato, ed il cui militare stabilimento era calcolato per la sola difesa delle frontiere, senza alcuna mira ambiziosa di far conquiste, od alcun serio timore d’una invasione straniera.

Non ostante l’apparente probabilità di queste due conclusioni, la seconda almeno è positivamente contraria al linguaggio ed alla condotta di Augusto. Non è facile di decidere, se allora egli operò da padre comune del Mondo romano, o da oppressore della libertà; se volle sollevar le province o impoverire il Senato e l’ordine equestre. Che che ne sia, non sì tosto ebbe egli prese le redini del Governo, che cominciò a fare spesse rappresentanze sulla scarsezza dei tributi, e sulla necessità di far sopportare a Roma ed all’Italia una giusta porzione delle pubbliche gravezze. Prese per altro caute e salde misure per l’esecuzione di questo impopolare disegno. L’introduzione delle gabelle fu seguitata dallo stabilimento di una tassa sulle vendite; ed il piano dell’imposizione generale con accortezza fu esteso su i beni e le persone dei cittadini romani, che per un secolo e mezzo erano andati esenti da qualunque contribuzione.

I. In un Impero vasto, come il romano, la naturale bilancia della moneta dovea stabilirsi a poco a poco da se medesima. È già stato osservato, che siccome le ricchezze delle province erano tirate alla Capitale dalla forza della conquista e della potenza, così le province industriose insensibilmente ne ricuperavano gran parte per la gentile influenza del commercio e delle arti. Sotto il regno di Augusto e de’ suoi successori, furono imposti diritti sopra ogni specie di mercanzie, che per mille varj canali scorrevano verso il gran centro della ricchezza e del lusso; e in qualunque modo fosse espressa la legge, ora il compratore romano, non il mercante provinciale, che pagava la tassa97. La tariffa dei dazj variava dall’ottava alla quarantesima parte del valore delle merci; e possiamo con ragione supporre che la diversità fosse regolata dalle massime inalterabili della politica; che gli oggetti di lusso pagassero un dazio maggiore che quelli di necessità; e che per li prodotti e le manifatture dell’Impero si avesse una maggiore indulgenza, che non pel nocivo o almeno infruttuoso commercio dell’Arabia o dell’India98. Esiste ancora un lungo, ma imperfetto catalogo delle mercanzie orientali, che verso il tempo di Alessandro Severo soggiacevano alle imposizioni, ed erano la cannella, la mirra, il pepe, lo zenzero e tutti gli aromati; una gran varietà di pietre preziose, tra le quali il diamante era la più riguardevole pel suo valore, e lo smeraldo per la sua bellezza99; le pelli che venivano dalla Partia e da Babilonia, i cotoni, le sete gregge o lavorate, l’ebano, l’avorio e gli eunuchi100. È da notarsi che l’uso ed il prezzo di questi schiavi effeminati andò crescendo in proporzione della decadenza dell’Impero.

II. L’imposizione sulle vendite, introdotta da Augusto dopo le guerre civili, era tenue ma generale. Passò raramente l’uno per 100, ma comprendeva tutto ciò che si vendea nei mercati o all’asta pubblica, dagli acquisti più considerabili di terreni o di case, fino a quei minuti oggetti, il cui prodotto non può divenire importante che pel loro infinito numero, e giornaliero consumo. Una simile tassa, che aggrava tutta la nazione, ha sempre cagionato lagnanze e disgusti. Un Imperatore, che conosceva perfettamente i bisogni dello Stato e i mezzi per supplire ai medesimi, fu costretto a dichiarare con un pubblico editto, che il mantenimento dell’armata si ricavava in gran parte dall’imposizione sulle vendite101.

III. Quando Augusto deliberò di stabilire una milizia permanente per difendere il suo Governo contro i nemici esterni e domestici, istituì un tesoro particolare per la paga dei soldati, per le ricompense de’ veterani, e per le spese straordinarie della guerra. L’ampia rendita della imposizione sulle vendite, benchè tutta si applicasse a quegli usi, pure non fu sufficiente; e per supplire alla mancanza l’Imperatore suggerì una nuova tassa di cinque per cento sopra tutti i legati e tutte l’eredità. Ma i nobili romani si mostrarono più gelosi dei loro beni, che della loro libertà. Augusto ne udì le lagnanze con la sua solita moderazione. Rimise egli di buona fede l’affare al Senato, esortandolo a rintracciare qualche altro meno odioso espediente per provvedere alla pubblica utilità. Erano i Senatori divisi e perplessi, ma avendo egli detto, che la loro ostinazione l’obbligherebbe a proporre una tassa generale sopra i terreni e sopra le teste, consentirono, senza far più parole, al primo progetto102. La nuova imposizione sopra i legati e le eredità fu per altro mitigata da alcune restrizioni. Essa non avea luogo, se l’oggetto non aveva un determinato valore, probabilmente di cinquanta o cento pezzi d’oro103: nè si poteva esigere dal parente più prossimo per parte di padre104. Assicurati così i diritti della natura e della povertà, parve cosa assai ragionevole che uno straniero o un parente lontano, il quale acquistava un aumento inaspettato di beni, potesse con piacere consacrarne la ventesima parte al vantaggio dello Stato105.

Una simile tassa, il cui prodotto deve essere immenso in ogni Stato opulento, era per buona sorte adattata alla situazione dei Romani, che poteano nei loro arbitrarj testamenti seguitare la ragione o il capriccio, non essendo vincolati dai moderni legami di sostituzioni e di convenzioni matrimoniali. Per varie cagioni la parzialità dell’affetto paterno spesso perdeva la sua influenza sopra i feroci repubblicani, e sopra i dissoluti nobili dell’Impero; e se il padre lasciava al figlio la quarta parte del suo patrimonio, non v’era luogo a legittime querele106. Ma un ricco vecchio senza figliuoli era un tiranno domestico, ed il suo potere cresceva con gli anni e con le malattie. Una folla servile, tra la quale sovente si trovavano e Pretori e Consoli, lo corteggiava per ottenerne il favore, lusingava la sua avarizia, applaudiva alle sue follìe, serviva le sue passioni, e con impazienza ne attendeva la morte. L’arte della compiacenza e dell’adulazione divenne una scienza lucrosa; quelli, che la professavano, furono conosciuti sotto un nome particolare; e tutta la città, secondo le vivaci descrizioni della satira, era divisa in due parti, i cacciatori107, e la cacciagione. Mentre dunque ogni giorno tanti strani, ed ingiusti testamenti venivano dettati dall’accortezza, e sottoscritti dalla follìa, alcuni pochi erano suggeriti da una sensata stima o virtuosa gratitudine. Cicerone, che tanto spesso avea difeso le vite ed i beni dei suoi concittadini, fu ricompensato con legati, la cui somma ascese quasi a trecento quarantamila zecchini108; nè pare che gli amici di Plinio il Giovane fosser men generosi verso questo amabile oratore109. Qualunque fosse il motivo del testatore, il Tesoro reclamava, senza distinzione, la ventesima parte dell’eredità, e nel corso di due o tre generazioni l’intero patrimonio del suddito doveva a poco a poco passare nella cassa dello Stato.

Nei primi anni felici del regno di Nerone, questo Principe, per desiderio di rendersi popolare, o forse per un cieco impulso di benificenza, ebbe l’idea di abolire tutti i gravami delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite. Applaudirono i Senatori più prudenti alla sua magnanimità, ma lo distolsero dall’esecuzione di un disegno, che avrebbe distrutta la forza e le sorgenti delle ricchezze della Repubblica110. Se fosse stato possibile di condurre ad effetto questo sogno chimerico, Traiano e gli Antonini avrebbero certamente con ardore abbracciata la gloriosa occasione di rendere un servizio così segnalato al genere umano. Contenti pertanto di alleggerire le pubbliche gravezze, non tentarono di abolirle. La dolcezza e la precisione delle loro leggi determinò la regola e la misura delle imposizioni, e protesse il suddito d’ogni condizione contro le arbitrarie interpretazioni, le antiquate pretensioni, e le insolenti vessazioni degli appaltatori111. È per altro cosa singolare, che, in ogni secolo, i migliori e più savj Imperatori romani seguissero il pericoloso metodo di dare in appalto i rami, principali almeno, delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite112.

La situazione ed i sentimenti di Caracalla erano, per vero dire, ben diversi da quelli degli Antonini. Disattento, anzi nemico del pubblico bene, si trovò nella necessità di soddisfare all’avarizia insaziabile, ch’egli medesimo destata avea nelle truppe. Di tutte le diverse imposizioni introdotte da Augusto, il ventesimo sulle eredità, e su i legati era la più fruttifera e la più estesa. Siccome non era ristretta ai soli abitanti di Roma o dell’Italia, se ne aumentava continuamente il prodotto, a proporzione che si dilatava la cittadinanza romana. I nuovi cittadini, benchè egualmente sottoposti alle nuove tasse113, dalle quali erano stati esenti come sudditi, si credevano ampiamente compensati dal grado che ottenevano, dai privilegi che acquistavano e dal bello aspetto di onori e di ricchezze, che si presentava alla loro ambizione. Ma questi vantaggi svanirono quando Caracalla, togliendo ogni distinzione costrinse tutti i provinciali a prendere, lor malgrado, il vano titolo e le obbligazioni reali di cittadini romani. Nè il rapace figlio di Severo si contentò della tassa, della quale si erano contentati i moderati suoi predecessori. In vece del ventesimo egli esigè il decimo di tutte le eredità e di tutti i legati, e durante il suo regno (perocchè dopo la sua morte fu l’imposizione rimessa sull’antico metodo) tutte le parti dell’Impero furono egualmente oppresse dal peso del suo scettro di ferro114.

Quando in tal guisa furono tutti i provinciali sottomessi alle imposizioni particolari dei cittadini romani, pareva che dovessero legittimamente essere esentati da quelle, ch’erano soliti di pagare nella prima condizione di sudditi. Ma queste non erano le massime di governo prese a seguire da Caracalla, e dal preteso suo figlio. Le province si ritrovarono aggravate, ad un tempo stesso, dai nuovi e dagli antichi tributi. Era riservato al virtuoso Alessandro di sollevarle in gran parte da questa intollerabile oppressione, riducendo i tributi alla trentesima parte di quello ch’erano al suo avvenimento115. È impossibile di congetturare per qual motivo egli lasciasse sussistere quel piccolo residuo della pubblica calamità. Questa pianta fatale, non affatto sradicata, tornò a germogliare sempre più vigorosa, e nei secoli successivi stese la sua ombra mortifera sopra tutto il Mondo romano. Nel corso di questa storia saremo bene spesso obbligati a far menzione della tassa sopra i terreni e sopra le teste, e delle gravose contribuzioni di grano, di vino, d’olio e di carni, che si esigevano dalle province per l’uso della Corte, dell’esercito e della capitale.

Finchè Roma e l’Italia furono considerate come il centro del Governo, gli antichi cittadini conservarono uno spirito nazionale, che i nuovi insensibilmente adottarono. Le principali cariche dell’esercito erano occupate da uomini di una educazione liberale, che ben conoscevano i vantaggi delle leggi e delle lettere, e si erano avanzati con passi eguali nella regolare carriera degli onori civili e militari116. Alla loro influenza, al loro esempio si può in qualche parte attribuire la modesta obbedienza delle legioni nei due primi secoli dell’istoria imperiale.

Ma quando Caracalla ebbe abbattuto l’ultimo riparo della costituzione romana, alla distinzione dei gradi tenne dietro a poco a poco la diversità delle professioni. I più culti cittadini delle interne province furono i soli che si trovassero capaci ad essere o magistrati o avvocati. La più dura professione delle armi fu abbandonata ai contadini ed ai barbari delle frontiere, i quali non conoscendo altra patria che il loro campo, altra scienza che quella della guerra, disprezzavano le leggi civili, ed appena osservavano quelle della militar disciplina. Con insanguinate mani, con selvaggi costumi, e con disperate risoluzioni, essi qualche volta difesero, ma più spesso rovesciarono il trono degl’Imperatori.

Note

  1. Stor. Aug. p. 71 Omnia. fui, et nihil expedit.
  2. Dione Cassio 1. LXXVI p. 1284.
  3. Verso l’anno 186. Tillemont è miseramente imbarazzato per ispiegare un passo di Dione nel quale l’Imperatrice Faustina, morta l’anno 175, viene introdotta come una che ha contribuito al matrimonio di Severo e di Giulia l. LXXIV p. 1243. Questo dotto compilatore non si rammentò, che Dione non riferisce un fatto reale, ma un sogno di Severo; ed i sogni non sono circoscritti da’ confini di tempo o di luogo. Tillemont s’immaginò egli che i matrimonj si consumassero nel tempio di Venere in Roma? Stor. degl’Imperatori, tom. III p. 389, Nota 6.
  4. Stor. Aug. p. 65.
  5. Stor. Aug. p. 85.
  6. Dione Cassio l. LXXVII. p. 1304. 1314.
  7. Vedi una Dissertazione di Menagio, al fine della sua edizione di Diogene Laerzio De foeminis philosophis.
  8. Dione l. LXXVI p. 1285. Aurelio Vittore.
  9. Bassiano era il suo primo nome, come lo era stato del suo avo materno. Durante il regno egli prese il nome di Antonino, che è usato dai giureconsulti e dagli storici. Dopo la sua morte, la pubblica indegnazione gli pose i soprannomi di Taranto, e di Caracalla. Il primo era quello di un celebre gladiatore, il secondo gli fu dato per una lunga veste alla foggia dei Galli ch’egli distribuì al popolo romano.
  10. L’elevazione di Caracalla è fissata dall’esatto Tillemont all’anno 198; l’associazione di Geta all’anno 208.
  11. Erodiano l. III p. 130. Vedi le vite di Caracalla e di Geta nella Stor. Aug.
  12. Dione l. LXXVI. p. 1280 ec. Erodiano l. III p. 132 ec.
  13. I poemi di Ossian vol. I p. 175.
  14. Che il Caracul di Ossian sia il Caracalla della Storia romana, è forse il solo articolo di antichità britanniche, nel quale i Signori Macpherson e Whitaker sono della stessa opinione; e pure l’opinione non è senza difficoltà. Nella guerra dei Caledonj il figlio di Severo era conosciuto soltanto col nome di Antonino; e può parere strano, che un poeta scozzese lo abbia indicato con un soprannome, inventato quattro anni dipoi, appena usato dai Romani dopo la morte di quell’Imperatore, e raramente adoprato dai più antichi Storici. Vedi Dione l. LXXVII p. 1317 Stor Aug. 89 Aurelio Vittore. Euseb. nella Cronol. ad ann. 214.
  15. Dione l. LXXVI p. 1282 Stor. Aug., p. 71. Aurel. Victor.
  16. Dione l. LXXVI p. 1283 Stor. Aug. 89.
  17. Dione l. LXXV. p. 1284 Erodiano l. III. p. 135.
  18. Il Sig. Hume si stupisce con ragione di un passaggio di Erodiano (l. IV p. 139.) che in questa occasione rappresenta il palazzo degl’Imperatori come uguale in estensione al resto di Roma. Il monte Palatino, sul quale era fabbricato, aveva al più undici o dodici miglia di circonferenza (Vedi Vittore, Roma antica del Nardini). Ma convien rammentarsi, che i palazzi suburbani e gl’immensi giardini dei Senatori opulenti circondavano quasi tutta la città, e che gl’Imperatori ne avevano a poco a poco confiscata quasi la maggior parte. Se Geta dimorava sul Gianicolo nei giardini che portarono il suo nome, e se Caracalla abitava i giardini di Mecenate sul monte Esquilino, i fratelli rivali erano separati l’un dall’altro per il tratto di parecchie miglia. Lo spazio intermedio era occupato dai giardini imperiali di Sallustio, di Lucullo, d’Agrippa, di Domiziano, di Caio ec. Questi giardini formavano un circolo intorno alla capitale, e comunicavan fra loro e col palazzo ancora per mezzo di varj ponti gettati sul Tevere che traversavano le strade di Roma. Se questo passaggio di Erodiano meritasse di essere spiegato, esigerebbe una dissertazione particolare, illustrata da una carta dell’antica Roma.
  19. Erodiano l. IV p. 139.
  20. Erodiano l. IV p. 144.
  21. Caracalla consacrò, nel tempio di Serapide, la spada, con la quale si vantava di avere ucciso il suo fratello Geta. Dione l. LXXVII p. 1307.
  22. Erod. l. IV p. 147. In tutti i campi degli eserciti romani s’innalzava a canto al quartier generale una piccola cappella, nella quale si custodivano ed adoravano le divinità Tutelari. Le Aquile e le altre insegne militari tenevano tra queste il primo luogo. Questa eccellente istituzione avvalorava la disciplina con la sanzione della religione. Vedi Giusto Lipsio de militia Romana, IV 5. V 2.
  23. Erodiano l. IV p. 148: Dione Cassio l. LXXVII. p. 1289.
  24. Geta fu collocato tra gli Dei. Sit divus, disse il fratello, dum non sit vivus. Stor. Aug. p. 91. Si trovano tuttavia sulle medaglie alcuni indizj della consacrazione di Geta.
  25. Dione l. LXXVII p. 1307.
  26. Dione l. LXXVII p. 1290. Erodiano l. IV p. 150. Dione Cassio dice (p. 1298) che i poeti comici non ardirono più far uso del nome di Geta nelle lor commedie, e che si confiscavano i beni di coloro, che avevano fatto qualche legato a quel Principe infelice.
  27. Caracalla aveva preso i nomi di molte vinte nazioni; ed avendo egli riportati alcuni vantaggi su i Goti o sia Geti, Pertinace osservò che il nome di Getico, conveniva benissimo all’Imperatore dopo quelli di Partico, Alemannico ec. Stor. Aug. P. 89.
  28. Dione l. LXXVII p. 1291. Discendeva probabilmente da Elvidio Prisco e da Peto Trasea, cittadini illustri, dei quali Tacito ha fatta immortale la intrepida, ma inutile ed inopportuna virtù.
  29. Si pretende che Papiniano fosse parente dell’Imperatrice Giulia.
  30. Tacito an. XIV 11.
  31. Stor. Aug. p. 88.
  32. Sul proposito di Papiniano, vedi Hist. Juris Rom. dell’Einecc. l. 330 ec.
  33. Tiberio e Domiziano non si allontanarono mai dai contorni di Roma. Nerone fece un piccolo viaggio nella Grecia. Et laudatorum Principum usus ex aequo quamvis procul agentibus. Saevi proximis ingruunt. Tacit. Stor. IV 75.
  34. Dione l. LXXVII. p. 1294.
  35. Dione l. LXXVII p. 1307; Erodiano l, IV p. 158. Il primo rappresenta questa strage come un atto di crudeltà; l’altro pretende che vi si usasse ancor la perfidia. Sembra che gli Alessandrini avessero irritato il tiranno con le loro Satire, e forse con i loro tumulti.
  36. Dione l. LXXVII p. 1296.
  37. Dione l. LXXVI p. 1284. Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 330) crede che questa massima fosse inventata da Caracalla, ed attribuita a suo padre.
  38. : Secondo Dione (l. LXXVIII p. 1343) i donativi straordinarj, che Caracalla faceva alle sue truppe, ascendevano annualmente a settanta milioni di dramme, circa cinque milioni di zecchini. Vi ha, sul proposito delle paghe militari, un altro passo di Dione, che sarebbe assai curioso, se non fosse oscuro, imperfetto, e forse corrotto. Tutto quel vi si può ricavare, è che i soldati Pretoriani ricevevano ogni anno 1200 dramme, ottanta zecchini. (Dione l. 77). Sotto il regno di Augusto avevano per ogni giorno due dramme o sia due denari al giorno, (Tacito An. I 17.) Domiziano, che aumentò la paga delle truppe per un quarto, dovè far montare quella dei Pretoriani a 960 dramme l’anno (Gronovio de Pecun. veter. l. III c. 2.) Queste successive aumentazioni rovinarono l’Impero, perchè il numero dei soldati si accrebbe insieme con la paga. I soli Pretoriani, che non erano a principio che dieci mila, furono poi cinquanta mila.
  39. Dione l. LXXVIII p. 1312. Erod. l. IV p. 168.
  40. La passione di Caracalla per Alessandro comparisce tuttora sulle sue medaglie. Ved. Spanheim, De usu numismat. Dissert. XII. Erodiano (l. IV p. 154) aveva veduto certi ridicoli dipinti rappresentanti una figura che da una parte somigliava Alessandro, e dall’altra Caracalla.
  41. Erod. l. IV p. 169. Stor. Aug. p. 94.
  42. Elagabalo rimproverò il suo predecessore di avere ardito di sedere in trono, benchè come Prefetto del Pretorio non avesse la libertà di entrare in Senato, dopo che la voce del banditore avea fatta sgombrare la sala. Il favor personale di Plauziano e di Seiano gli aveva messi al di sopra di tutte le leggi. Erano questi, per vero dire, stati tratti dall’Ordine Equestre; ma conservarono la prefettura con il grado di Senatore, e con il Consolato ancora.
  43. Egli nacque a Cesarea nella Numidia, e fu da prima impiegato nella casa di Plauziano, e poco mancò che involto non fosse nella sua rovina. I suoi nemici hanno preteso che nato schiavo, egli avesse esercitate diverse infami professioni, e fra le altre quella di gladiatore. L’uso di avvilire l’origine e la condizione di un avversario sembra avere durato dal tempo degli oratori greci fino ai dotti grammatici dell’ultimo tempo.
  44. Dione ed Erodiano parlano delle virtù e dei vizj di Macrino con imparziale sincerità. Ma l’autore della sua vita nella Stor. Aug. sembra che abbia ciecamente copiato alcuni di quegli scrittori, la cui penna, venduta all’Imperatore Elagabalo, aggravò la memoria del suo predecessore.
  45. Dione l. LXXXIII p. 1336. Il senso dell’autore è chiaro come l’intenzione del Principe; ma il Sig. Wotton non ha inteso nè l’uno nè l’altra, applicando la distinzione non ai veterani ed alle reclute, ma alle antiche e nuove legioni (Stor. di Roma p. 347).
  46. Dione l. LXXVIII p. 1330. Il compendio di Xifilino. benchè men ripieno di particolarità, è qui più chiaro dell’orginale.
  47. Secondo Lampridio (Stor. Aug. p. 135) Alessandro Severo visse ventinove anni, tre mesi, e sette giorni. Siccome fu ucciso il 19 Marzo 235, conviene porre la sua nascita addì 12 dicembre 205. Egli aveva allora tredici anni, ed il tuo cugino quasi diciassette. Questo computo si confa meglio alla Storia di questi due Principi, che quello di Erodiano, il quale li fa più giovani di tre anni (l. V p. 181.). Dall’altro canto, questo autore untore prolunga di due anni il regno di Elagabalo. Si possono vedere le particolarità della congiura di Dione l. LXXVIII. p. 1339, ed in Erodian. l. V. p. 184.
  48. In virtù di un fatale proclama del preteso Antonino, ogni soldato, che recava la testa del suo uffiziale, ne succedeva ai beni ed al grado.
  49. Dione l. LXXXIII p. 1345; Erodiano l. V pag. 186. La battaglia fu data vicino al villaggio d’Imma a sette leghe incirca da Antiochia.
  50. Dione l. LXXIX p. 1350.
  51. Dione l. LXXIX p. 1363. Erod. l. V. p. 189.
  52. Questo nome viene da due parole siriache, Ela, Dio, e gabal, formare il Dio formatore o sia plastico, nominazione giusta ed adattata al Sole. Wotton Stor. di Roma pag. 378.
  53. Erodiano l. V p. 190.
  54. Egli violò il Santuario di Vesta, e ne involò una statua da lui creduta il Palladio; ma le Vestali si vantavano di avere con pia frode ingannato il sacrilego, presentandogli un falso simulacro della Dea: Stor. Aug. p. 103.
  55. Dione l. LXXIX. p. 1360 Erodiano l. V p. 193. I sudditi dell’Impero furono obbligati a fare ricchi regali ai nuovi sposi. Mammea dipoi esigè dai Romani tutto quel ch’essi avevan promesso, vivente Elagabalo.
  56. La scoperta di un nuovo intingolo era magnificamente ricompensata; ma se questo non piaceva, l’inventore era condannato a non mangiare altro che di quel piatto, finchè non ne avesse immaginato un altro che più piacesse al palato dell’Imperatore. Stor. Aug. p. 111.
  57. Non mangiava mai pesce, se non quando era lontanissimo dal mare; allora ne distribuiva ai paesani dell’interno una immensa quantità delle specie più rare, ed il trasporto costava spese enormi.
  58. Dione l. LXXIX p. 1358; Erod. l. V p. 192.
  59. Jerocle ebbe questo onore; ma sarebbe stato supplantato da un certo Zotico, se trovato non avesse il modo d’indebolire il suo rivale con una bevanda. Fu questi vergognosamente scacciato dal palazzo, quando si trovò che la sua forza non corrispondeva alla sua riputazione. (Dione l. LXXIX. 1363 1364.) Un ballerino fu fatto prefetto della città; un cocchiere, prefetto della guardia; un barbiere, prefetto delle provvisioni. Vedi la Stor. Aug. p. 105 ove parlasi delle qualità che rendevano stimabili questi tre ministri e molti altri inferiori, (enormitate membrorum.)
  60. Il credulo compilatore della sua vita è inclinato ancor esso a credere che i suoi vizj possano essere stati esagerati. Stor. Aug. p. 111.
  61. Dione l. LXXIX. p, 105. Erodiano l. V p. 195, 201. Stor. Aug. p. 1365. L’ultimo di questi Storici pare che abbia seguito i migliori autori nel racconto della rivoluzione.
  62. L’epoca della morte di Elagabalo, e dell’avvenimento di Alessandro, ha esercitata l’erudizione e la sagacità di Pagi, di Tillemont, di Valsecchi, di Vignoli, e di Torre Vescovo di Adria. Questo punto di Storia è per vero dire oscurissimo; ma io mi attengo all’autorità di Dione, il cui calcolo è evidente, ed il testo non può essere corrotto, giacchè Xifilino, Zonara, e Cedreno si accordano tutti con lui. Elagabalo regnò tre anni, nove mesi e quattro giorni dopo la sua vittoria contro Macrino, e fu ucciso il 10 Marzo 222. Ma che direm noi leggendo sopra autentiche medaglie il quinto anno della sua potestà tribunizia? Replicheremo con il dotto Valsecchi, che non si ebbe riguardo alcuno all’usurpazione di Macrino, e che il figlio di Caracalla datò il suo regno dalla morte del padre. Dopo avere risoluto questa grande difficoltà è facile sciogliere e recidere gli altri nodi della questione.
  63. Stor. Aug. p. 114. Con una precipitazione tanto straordinaria il Senato aveva idea di distruggere le speranze dei pretendenti e di prevenire le fazioni degli eserciti.
  64. «Se la natura fosse stata liberale fino a darci l’esistenza senza il soccorso delle donne, noi saremmo liberi da una compagnia molto importuna». Così si espresse Metello Numidico il censore dinanzi al popolo romano; ed aggiunse che il matrimonio dovea considerarsi come il sacrifizio di un piacere particolare ad un pubblico dovere. Aldo Gellio I 6.
  65. Tacito Ann. XIII 5.
  66. Stor. Aug. p. 102, 107.
  67. Dione l. LXXX p. 1369; Erodiano l. VI p. 206 Stor. Aug. p. 131. Secondo Erodiano, il patrizio era innocente. La Stor. Aug., sull’autorità di Dexippo, lo condanna come colpevole di una congiura contro la vita di Alessandro. È impossibile di decidere. Ma Dione è un inrecusabile testimonio della gelosia e della crudeltà di Mammea verso la giovane Imperatrice, di cui Alessandro deplorò l’infelice sorte senza avere il coraggio di opporvisi.
  68. Erodiano l. VI p. 203. Stor. Aug. p. 119. Secondo questo ultimo Storico, quando si trattava di fare una legge, si ammettevano nel consiglio alcuni abili giureconsulti, ed alcuni Senatori esperti, i quali davano separatamente il loro parere, ch’era poi messo in iscritto.
  69. Vedi la sua Vita nella Stor. Aug. Il compilatore senza alcun discernimento ha sepolto questi interessanti aneddoti sotto un ammasso di circostanze frivole e triviali.
  70. Ved. Gioven. Sat. XIII.
  71. Stor. Aug. p. 119.
  72. Il racconto della disputa che nacque su questo articolo tra il Senato ed Alessandro, è estratto dai registri di quella adunanza (Stor. Aug. p. 116 117). Cominciò il 6 Marzo, probabilmente l’anno 223, quando già i Romani avevano gustate per quasi dodici mesi le dolcezze di nuovo regno. Avanti che fosse offerto al Principe il nome di Antonino come un titolo d’onore, il Senato gli propose di prenderlo come un nome di famiglia.
  73. L’Imperatore era solito dire: se milites magis servare quam se ipsum; quod salus publica in his esset. Stor. Aug. p. 130.
  74. Benchè l’autore della vita di Alessandro (Stor. Aug. p. 132.) parli della sedizione dei soldati contro Ulpiano, passa però sotto silenzio la catastrofe, che poteva nel suo eroe essere un segno di debolezza nell’amministrazione. Da una simile omissione si può giudicare della fedeltà di questo Autore e della credenza che merita.
  75. Si può vedere nel fine tronco della Storia di Dione (l. LXXX p. 1371.) qual fosse il fato di Ulpiano ed a quai pericoli fosse esposto Dione.
  76. Reymat, Note a Dione. l. LXXX p. 1369.
  77. Giulio Cesare avea sedata una ribellione con la stessa parola quirites che opposta a quella di milites era un termine di disprezzo, e riduceva i colpevoli alla meno onorifica condizione di cittadini. Tacito Ann. I 43.
  78. Storia Aug. p. 132.
  79. Dai Metelli, Stor. Aug. p. 119. La scelta era felice. In dodici anni i Metelli ebbero sette consolati e cinque trionfi. Ved. Velleio Patercolo II 11, ed i Fasti.
  80. La vita di Alessandro nella Stor. Aug. presenta il modello di un Principe perfetto: è questa una debole copia della Ciropedia di Senofonte, La descrizione del suo regno, tal quale ce l’ha data Erodiano, è sensata, e combina con la Storia generale del secolo. Alcuni dei tratti più odiosi, ch’essa contiene, sono ugualmente riportati nei decisivi frammenti di Dione. Ma la maggior parte de’ nostri scrittori moderni, acciecati dal pregiudizio, sfigurano Erodiano e copiano servilmente la Stor. Aug. Vedi Tillemont e Wotton. L’Imperator Giuliano al contrario (in Caesaribus p. 31.) si compiace nel descriver la debolezza effemminata del Siro, e la ridicola avarizia di sua madre.
  81. Secondo l’esatto Dionigi di Alicarnasso, la città stessa non era lontana da Roma che cento stadi (circa quattro leghe), benchè alcuni posti avanzati potessero estendersi più in là verso l’Etruria. Nardini ha confutato in un trattato particolare e, l’opinione ricevuta e l’autorità di due Papi, che ponevano Veia ove è ora Civita Castellana; questo erudito crede che quell’antica città fosse situata in un piccolo luogo chiamato Isola, a mezza strada da Roma al lago Bracciano.
  82. Vedi Tito Livio l. IV e V. Nel censo dei Romani si proporzionavano esattamente i beni e la facoltà, e la tassa.
  83. Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 3. Cicerone De officiis II 22. Plutarco vita di Paolo Emilio) p. 375.
  84. Vedi una bella descrizione di questi tesori accumulati nella Farsaglia di Lucano l. III v. 155 ec.
  85. Tacito Ann. I 2. Sembra che questo registro esistesse al tempo di Appiano.
  86. Plutarco, vita di Pompeo p. 642.
  87. Strabone l. XVII p. 798.
  88. Velleio Patercolo l. II c. 39. Questo autore pare che dia la preferenza alla rendita della Gallia.
  89. I talenti Euboici, Fenicj, ed Alessandrini pesavano il doppio dei talenti Attici. Vedi Hooper intorno i pesi e le misure degli antichi p. IV. c. 5. È probabile che il medesimo talento fosse portato da Tiro a Cartagine.
  90. Polibio l. XV c. 2.
  91. Appiano in Punicis p. 84.
  92. Diodoro di Sicilia l. V. Cadice fu fabbricata dai Fenicj, un poco più di mille anni avanti la nascita di Gesù Cristo. Vedi Velleio Patercolo l. 2.
  93. Strabone l. III p. 148.
  94. Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 4. Parla egli ancora di una miniera d’argento nella Dalmazia, che rendeva allo Stato cinquanta libbre il giorno.
  95. Strabone l. X p. 485. Tacito. Ann. III 69. IV 30. Vedi in Tournefort (viaggio del Levante l. VIII) una eloquente descrizione dell’attuale miseria di Giera.
  96. Giusto Lipsio (De Magnitudine romana l. 2 c. 3) fa montare l’entrata a cento cinquanta milioni di scudi d’oro, ma tutta la sua opera, benchè ingegnosa e piena di erudizione, è il frutto di una fantasia riscaldata.
  97. Tacito Ann. XIII 31.
  98. Ved. Plinio (Stor. Nat. l. VI c. 23. l. XII. c. 18.) Osserva egli che le merci dell’Indie si vendevano a Roma cento volte più del loro primitivo valore: dal che si può formare una idea del prodotto delle dogane, poichè questo valore primitivo a detta del medesimo Plinio montava per lo meno a più di 1,600,000 zecchini.
  99. Gli antichi ignoravano l’arte di faccettare il diamante.
  100. Il Sig. Bouchaud nel suo trattato delle imposizioni dei Romani ha trascritta questa lista che si trova nel Digesto, ed ha voluto illustrarla con un prolisso commentario.
  101. Tacito Ann. I. 78. Due anni dopo l’Imperatore Tiberio avendo soggiogato il povero regno di Cappadocia, ne trasse un pretesto per diminuire di metà l’imposizione sulle vendite; ma questa diminuzione fu di poca durata.
  102. Dione l. LV 794 l. LVI p. 825.
  103. Una tal somma si stabilisce per congettura.
  104. Per molti secoli, nei quali sussistè il diritto romano, i cognati o parenti dal canto di madre non erano chiamati alla successione. Questa legge crudele fu insensibilmente affievolita dall’umanità, e finalmente abolita da Giustiniano.
  105. Plinio, Paneg. c. 37.
  106. Ved. Einecio. Antiq. juris Rom. l. II.
  107. Orazio l. II Sat. V. Petronio c. 116. ec. Plinio l. II let. 20.
  108. Cicerone Filipp. II c. 16.
  109. Ved. le sue Lettere. Tutti questi testamenti gli davano occasione di mostrare il suo rispetto pei morti, e la sua giustizia pei vivi. E questo e quella egli conciliò insieme nella condotta ch’ei tenne con un figlio diseredato dalla madre (V. 1).
  110. Tacito Ann. XIII 50 Esprit des loix l. XII c. 19.
  111. Ved. Il Paneg. di Plinio; la Stor. Aug., e Burmanno De vectigalibus.
  112. I tributi, propriamente detti, non erano dati in appalto, giacchè i buoni Principi condonarono spesso molti milioni di rate decorse.
  113. La condizione dei nuovi cittadini viene esattissimamente descritta da Plinio (Panegir. c. 37 38 39.) Traiano pubblicò una legge molto a loro favorevole.
  114. Dione l. LXXVII p. 1295.
  115. Chi era tassato a dieci aurei, ordinario tributo, non pagò più che il terzo di un aureo; ed Alessandro fece in conseguenza battere nuove monete d’oro. Stor. Aug. p. 128 con i commentarj di Salmasio.
  116. Ved. la Stor. di Agricola, di Vespasiano, di Trajano, di Severo, de’ suoi tre competitori, e generalmente di tutti gli uomini illustri dell’Impero.