Storia di Milano/Capitolo XXIX

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Capitolo XXIX

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Capitolo XXVIII Capitolo XXX


Pace tra la Spagna e la Francia. Il cardinale Carlo Borromeo arcivescovo di Milano. Contese di giurisdizione tra esso e i governatori regii. Soppressione dell’ordine degli Umiliati. Morte di Filippo Il re di Spagna. Venuta in Milano di Margherita d’Austria, sposa del re Filippo III

(1559) La tregua di Cambrai, procurata dal papa, fu presto rotta dagl’intrighi de’ di lui nipoti, i quali lo indussero a collegarsi colla Francia; ma le vittorie degli Spagnuoli sgominarono quest’effimera alleanza; sicché, quattr’anni dopo, nella stessa città di Cambrai fu, il 3 di aprile del 1559, conchiusa la pace tra la Francia e la Spagna, essendosi in quella convenuto che ciascuna delle sovranità d’Italia ricuperasse le proprie città e i luoghi perduti durante la guerra. A questa cagione di rallegramento per la città di Milano un’altra se ne aggiunse fra pochi mesi, mentre essendo morto Paolo IV, gli vide surrogato col nome di Pio IV il cardinale Gian-Angelo de’ Medici, suo concittadino. Questo papa nel breve suo regno di circa sei anni, la beneficò in più modi. Primieramente colla nomina di tre cardinali milanesi tosto dopo la sua elezione, tra i quali fu il di lui nipote Carlo Borromeo; poi di altri cinque nel 1565. Concesse inoltre al collegio de’ giurisperiti, cui era stato ascritto, molti privilegi e distinte rendite, oltre un fondo sufficiente per erigere la maestosa fabbrica per la sua residenza, la quale, ridotta a compimento nel 1564996 sotto la direzione dell’architetto Vincenzo Seregno, sussiste tuttora. Elesse l’altro suo nipote conte Federico Borromeo, capitano generale di Santa Chiesa, ed accumulò talmente nel cardinal Carlo i benefizi ecclesiastici, le dignità, i feudi, le pensioni, che, allorquando questi si decise a rinunziarvi per dedicarsi del tutto alle cure della sua chiesa milanese, che insieme col cardinalato gli era stata conferita, trovavasi investito del grado di legato a latere per tutta l’Italia, protettore di molti ordini regolari, e titolare di dodici commende; onde possedeva di redditi ecclesiastici l’insigne somma di novantamila zecchini, quibus, cum haberet, conchiude il Bescapè997, insignis fuit, et cum dimisisset, insignior998. E nell’atto stesso di rinunziarvi ha potuto ancora, col favore dello zio, convertirli in benefizio stabile del suo paese, siccome avvenne dell’abbazia di Calvenzano, che applicò alla fabbrica del collegio Borromeo in Pavia, cui nel 1564 avea dato principio.

(1560) L’anno 1560 fu contrasegnato dalla morte del gran cancelliere Francesco Taverna, conte di Landriano. Egli nasceva da una nobile famiglia, e per la via della toga fu dottor collegiato, poi fiscale, indi senatore, poscia presidente del magistrato straordinario, creato per ultimo gran cancelliere del duca Francesco II, e confermato da Carlo V. La probità, i talenti, l’attività, il cuore e la prudenza di questo degno ministro si conobbero in varie legazioni ch’egli felicemente eseguì presso la repubblica Veneta, a Roma presso Clemente VII, presso il re di Francia e presso dell’imperatore, conciliando trattati di pace e alleanze. Egli ebbe dal suo principe la nobilissima commissione di firmare il trattato di nozze colla principessa di Danimarca. Nissun soggetto meritevole di speciale menzione porsero per più anni di seguito i governatori marchese di Pescara, e duchi di Sessa e di Albuquerque, l’ultimo de’ quali morì nel 1571, dopo un governo di sette anni; e fortunatamente sono estranee alla nostra storia le orrende scene della regia famiglia di Madrid e le carnificine dell’Olanda. (1563) Noi abbiamo solo a narrare che sono riusciti inutili i tentativi del duca di Sessa per dare una più ampia consistenza al tribunale dell’Inquisizione, che fino dal 1559 era stato fondato nel convento delle Grazie dal cardinale alessandrino Michele Ghislieri, poi Pio V999.

(1565) Benché il cardinale Borromeo fosse stato investito fin dal mese di febbraio del 1560 dell’arcivescovato di Milano per rinunzia del cardinale Ippolito II d’Este, nella di cui casa era rimasto in commenda per più di sessant’anni, egli dovette rimanere in Roma presso lo zio come suo segretario di Stato; e soltanto il 23 settembre del 1565, essendo in età d’anni ventisei1000 poté recarsi alla sua diocesi per assistere al concilio provinciale, la di cui convocazione avea, stando in Roma, ordinata. Il suo ingresso fu sontuosissimo. Le vie dalla Basilica di Sant’Eustorgio fino alla chiesa metropolitana erano ornate magnificamente e affollatissime di popolo. Oltre la lunga comitiva del clero secolare e regolare che il precedeva, ebbe l’accompagnamento del governatore, del senato e delle altre magistrature e di quasi tutta la nobiltà, tra la quale furono scelti quelli che splendidamente vestiti e a piedi faceano corteggio intorno della sua persona, e reggevano il baldacchino che lo copriva1001. Egli stesso ebbe cura di far avvertito il vescovo di Como che il governatore, cavalcando alla di lui sinistra, si teneva costantemente ad un minor passo, per modo che la parte posteriore del suo cavallo restava allo scoperto; e i sensi della maggiore soddisfazione ne scrisse del pari al cardinale Altemps, commentando in ispecie la religione e la pietà del governatore, e che di averlo trovato devotissimo a sé ed al pontefice sommamente si compiaceva1002. I vescovi che si considerarono suffraganei di Milano al primo sinodo tenuto dall’arcivescovo Borromeo furono delle seguenti città: Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia, Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli e Vigevano. Appena, finito il concilio provinciale, avea il cardinal Borromeo dato principio alle riforme in quello stabilite, fu sollecitamente richiamato a Roma dalla notizia della grave infermità del papa, e giunse in tempo di assistere alla di lui morte, avvenuta il 9 dicembre, e per prendere una parte attivissima all’elezione del successore. Uno scrittore contemporaneo, e apparentemente bene informato, ci è testimonio che il cardinale Borrorneo avea somma autorità, e si era proposto di far papa il cardinale Giovanni Morone, milanese1003; il quale per le vicende della fortuna, dopo di essere stato perseguitato e fatto carcerare da Paolo IV come eretico, richiamato in favore sotto Pio IV, avea legato apostolico, presieduto e posto termine al concilio di Trento. (1566) I due che più potevano, erano il cardinal Farnese e il Borromeo. Aderivano al primo gli elettori fiorentini, inclinando a far nominare il cardinale di Montepulciano; erano per il secondo, Altemps, suo cugino, e le creature di Pio IV. Tra queste gare prevalse un terzo partito, che innalzò alla sede pontificia il cardinale Ghislieri, col nome di Pio V.

Restituitosi il cardinale arcivescovo alla sua diocesi di Milano, riassunse tosto il pieno esercizio delle sue funzioni con quello zelo vivace ed insistente ch’era proprio del di lui carattere. E siccome l’antica milizia ecclesiastica, i Francescani ed i Domenicani, non avevano la di lui confidenza, così prese a suoi coadiutori i Gesuiti, la di cui istituzione era stata approvata da Paolo III. Fin dal 1563 egli erasi fatto precedere in Milano da un drappello di essi, sotto la direzione del padre Palmio. Ad essi, conferì la soprintendenza del seminario; tre anni dopo la loro introduzione li traslocò dalla modesta casa di San Vito ad altre presso San Fedele, dove apersero pubbliche scuole; e dopo altri tre anni fece dar principio, sul disegno dell’architetto Pellegrino, alla bella chiesa che tuttora vi esiste, e di cui egli stesso pose solennemente la prima pietra1004. Intervenne poco dopo opportuna a fornire i mezzi di presto ridurla a compimento la catastrofe degli Umiliati, de’ quali la serie delle accadute vicende mi trae a far parola.

L’ordine degli Umiliati, che dalla Lombardia erasi esteso in diverse parti d’Italia, fu in origine un consorzio di persone pie, viventi in comune sotto l’osservanza di alcune regole religiose, il di cui principale istituto era l’occuparsi delle manifatture di lana. Applicarono in seguito al negozio delle loro merci; con che arricchirono, e l’ordine degenerò. All’epoca della quale trattasi, allorché per lunga consuetudine i capitoli, i monasteri e i vescovadi più ricchi erano dati in commenda ai cardinali e ad altri favoriti della corte di Roma, anche le prepositure degli Umiliati erano passate quasi in patrimonio di varie potenti famiglie, che, con assenso del papa, le trasmettevano in appanaggio ai figli cadetti1005. Il cardinale, che per propria natura era inclinato alla magnificenza, vide nella riforma di quest’ordine la possibilità di ritrarre i mezzi che gli mancavano per eseguire le grandiose opere da lui divisate; e fin da quando era in Roma presso Pio IV fu sollecito d’informarsi della situazione di esso, e ne ritrasse che gli Umiliati non oltrepassavano fra tutti il numero di cento individui, compresi i prevosti, e che dai conti fatti sui loro redditi, di sessantamille scudi d’oro, una sì scarsa famiglia veniva assai parcamente pasciuta, siccome ne scrisse al prelato Ormaneto, suo confidente1006. Il Borromeo era protettore dell’ordine. (1567) Si fece fare delegato apostolico per riformarlo, e predisposti i mezzi a render nulla ogni resistenza1007, radunò il capitolo generale a Cremona, ove promulgò la riforma, per la quale i prevosti perdevano ogni proprietà e venivano soggettati alla vita monastica. Era naturale che, come di cosa insolita e per essi sommamente nociva e umiliante, ne concepissero gravissimo sdegno non meno i prevosti che le nobili famiglie cui appartenevano1008; quindi ne emersero grandi susurri e querele e maldicenze infinite; il papa fu sollecitato a rimettere in parte la severità de’ nuovi statuti; i principi, instigati a non lasciar ledere la loro giurisdizione; e quando per nessun’altra via ha potuto aver sfogo il soverchio degli umori, questi proruppero poi e finirono in un attentato vile e vituperevole, colla rovina dei suoi autori.

Con non minore severità diede opera alle altre parti delle meditate riforme: e senza partecipazione o assenso de’ magistrati facea citare i laici per titoli appartenenti al suo fôro; altri ne facea tradurre alle proprie carceri; accrebbe di molto il numero del satellizio arcivescovile, e pretese che a questo fosse lecito di portare, oltre le altre armi, anche le astate e l’archibugio, che da’ regii ordini erano generalmente proibite1009. All’inflessibilità dei governo, alla severità de’ tribunali oppose l’arcivescovo la scomunica. Da entrambe le parti ne fu scritto al re ed al papa, e varie e gravi mormorazioni corsero nel pubblico1010. (1569) Nuovi e maggiori scandali insorsero per aver voluto l’arcivescovo visitare solennemente il capitolo della Scala, che, come di regio padronato e per privilegio pontificio, tenevasi esente dalla giurisdizione arcivescovile1011. Frattanto un accidente estraneo, il tentato assassinio del cardinale Borromeo, rese preponderante la sua causa sì nell’opinione del pubblico, che presso le corti che doveano giudicarne.

Quattro religiosi Umiliati, Clemente Mirisio, prevosto di Caravaggio, Lorenzo Campagna, prevosto di San Bartolomeo di Verona, Girolamo Legnano, prevosto di San Cristoforo di Vercelli, e il diacono Gerolamo Donato, sornomato Farina, che insieme abitavano nella loro casa di Brera in Milano1012, concepirono il disegno di vendicarsi contro il riformatore del loro ordine, uccidendolo, e il Farina incaricossi dell’esecuzione. Il fatto è così narrato in un vecchio codice1013. Ultimamente il Farina (e fu il 26 di ottobre), aiutato dal tempo tenebroso et oscuro, si condusse nel palazzo dell’illustrissimo cardinal Borromeo, et salendo le scale, prive di lume, et per l’oscurità non visto da alcuno, camminò alla porta della cappella nella quale, circa un’hora di notte, stava con la famiglia il cardinale in oratione, cantandosi in musica alcuni motteti;... et havendo preso tra il legno et l’apertura della porta la mira nella schiena dell’illustrissimo cardinale, che havea la faccia verso l’altare, gli sparò l’archibugietto, carico di una balla et di molti pernigoni, che, come a Dio piacque, non l’offese niente, et la balla gli ammacò uno poco la carne, et li pernigoni senz’offesa si sparsero per il rocchetto et per le vesti, unde miracolosamente ne scampò: et ciò fatto, l’illustrissimo cardinale con tutto il rumore restò intrepido, né volse che niuno se movesse, ma si dovesse finire la oratione; nel cui tempo il Farina con l’altro archibugietto in mano, qual s’era riservato per sua difensione, aiutato pure dall’oscurità et con una maschera nel volto per non essere conosciuto, scese le scale, nel fondo delle quali vi si ritrovò uno servitore che teneva uno cavallo, a cui dando uno urtone, ne sfugì per la porta incontro al Domo. Nella notte medesima e ne’ giorni successivi il governatore fece eseguire le più diligenti e severe ricerche per la scoperta o manifestazione del reo; ma riescì al sicario Farina di rifugiarsi in Civasso nel Piemonte, dove si arruolò nelle truppe del duca di Savoia. Essendosi poi pubblicato un breve pontificio contro quelli che avessero notizie intorno al commesso attentato e non le palesassero, il Legnano e il Mirisio, prevosti di Vercelli e di Caravaggio, temendo di non essere per altra via scoperti (prosegue il citato manoscritto), consultatisi insieme, determinarono di dire ogni cosa all’illustrissimo cardinale, il quale benignamente et con molta carità gli ascoltò nella sua camera et gli promise che, non solo haveria tenuto secreto tutto quello che sopra di ciò gli raccontassero, ma che s’essi ci havevano parte, come ne davano inditio le loro parole, senza nominare li suoi nomi, haveria procurato per loro l’assoluzione di Nostro Signore; ma essi, negando d’havervi partecipazione niuna, accusavano solamente il Farina per malfattore. Et venendo dopo un altro breve di sua santità, che scomunicava ciascuno che per qualsivoglia via sapesse di questi particolari, delegando il rev. vescovo di Lodi per giudice; il cardinal Borromeo, che sapea di questi trattati dalli detti prevosti ciò che si è detto di sopra, dubitando, se non rivelava il fatto, d’incorrere nelle censure di scomunica posta da sua santità nel detto breve, si risolse di far chiamare a sé li detti di Vercelli et Marisio, li quali di nuovo exortò a dire la verità sinceramente, perché li haveva aiutati presso Nostro Signore: et essi negavano sempre. Ultimamente poi fece intendere che si haveva da pubblicare presto il detto breve, per il quale loro erano tenuti in coscienza di revelare al vescovo di Lodi tutto quello che havevano detto a sua signoria illustrissima, ec. Essi presentaronsi al vescovo1014, e furono carcerati. Un altro breve pontificio mandato al duca di Savoia procurò la consegna del Farina. Tutti rimasero nelle prigioni dell’arcivescovo sette mesi, et horridamente tormentati1015. (1570) Finalmente li tre prevosti e il Farina, degradati dal delegato pontificio e rimessi alla corte secolare, furono, il 2 di agosto, sulla piazza di Santo Stefano, il Legnano e il Campagna, decapitati per esser nobili, il Merisio e il Farina, appiccati, previo a quest’ultimo il taglio della mano avanti la porta dell’arcivescovato. Questo fatto a tal segno operò sulle menti, che da quel punto venne il Borromeo considerato come visibilmente assistito dalla Divinità, e se gli spianarono le vie; non ostante che alcuni, che si davan pregio di fino intelletto, asserissero temerariamente, esser ciò un artificio del prelato per procacciarsi opinioni di santo1016. Nell’anno seguente il pontefice Pio V, con bolla del 7 febbraio1017, soppresse intieramente l’ordine degli Umiliati. Il principal frutto di quella generale abolizione fu conseguìto dal Borromeo, che, per concessione pontificia, ebbe facoltà di disporre de’ beni delle prepositure esistenti nella Lombardia, dell’annuo reddito di oltre venticinquemila zecchini1018, a favore di molti pii ed ecclesiastici stabilimenti, e per le nuove magnifiche fondazioni già incominciate o intraprese ne’ seguenti anni, tra cui la fabbrica del Seminario, principiato nel 1570, e presto ridotto a compimento col disegno dell’architetto Giuseppe Meda, salva la porta principale tuttora esistente e ornata secondo il cattivo gusto del tempo, che vi fu aggiunta circa un secolo dopo dall’arcivescovo Alfonso Litta1019.

(1572) Essendo morto dopo la metà del 1571 il governatore duca d’Albuquerque, gli successe, nell’aprile dell’anno seguente, don Luigi di Requesens, commendator maggiore di Castiglia, uomo destro e stimabile1020, ma zelatore non meno fervido, e perseverante della giurisdizione regia, di quello che il cardinal Borromeo il fosse della ecclesiastica1021. Perciò le controversie giurisdizionali si riprodussero ancora più vive; e desse continuarono, benché meno clamorose, anche sotto il moderato governo del marchese di Ayamonte, che succedette al commendatore de Requesens, e resse queste province per otto anni. (1575) Il senato mandò espressamente a Roma, nel 1575, il senatore Politone Mezzabarba, uomo di gran merito, per far valere le sue ragioni1022. All’opposto le parti del Borromeo erano vivamente protette a Madrid da monsignore Ormaneto, già suo residente in Roma, cui era riuscito di far nominare internunzio apostolico a quella corte. Nel 1581 vi spedì inoltre l’altro suo familiare Carlo Bescapè, prevosto generale de’ Barnabiti, e che fu poi il migliore storico della sua vita. Narrasi da questi di aver avuto replicati congressi col domenicano Diego Clavesio, confessore del re, e da lui delegato ad ascoltarlo; e possono leggersi presso di esso i modi moderati e conciliatori coi quali fu licenziato1023.

A calmare maggiormente queste scandalose contese, rivolgendo la comune attenzione ad un oggetto infinitamente più grave e funestissimo, sopragiunse la pestilenza. (1576-1577) Questa fu promossa da una delle non insolite sue cause, lo straordinario concorso di gente a Roma per il Giubileo dell’anno avanti. Si manifestò dapprima nei monti di Trento, e propagatasi a Verona e Mantova palesò i primi suoi segni verso la fine di luglio in Milano, dove da piccola scintilla divampò in un baleno a vastissimo incendio. Egualmente pronti, benché non tutti provvidi dei pari, furono gli ordini dati dalla pubblica autorità. Le unzioni venefiche che illusero la rozzezza de’ Romani nel principio del quinto secolo dalla loro esistenza, e che centoventiquattro anni dopo l’epoca della quale trattiamo, furono argomento in Milano stessa della più orrenda tragedia, eccitarono l’attenzione del marchese d’Ayamonte, che, con editto del 12 settembre, proposti insigni premii ai delatori, minacciò gravissime pene ai rei; e per la nissuna scoperta di essi si lusingò d’averli frenati. Ma fuori di questo tributo pagato dal saggio governatore all’ignoranza del secolo, tutti gli altri e non pochi provvedimenti emanati sì da lui che dalla magistratura civica resero testimonianza non men di zelo che di saviezza. Era allora vicario di Provvisione Giambattista Capra, che meritò la riconoscenza de’ posteri pel bene che fece1024. Si ordinò che ciascuno non uscisse dalla sua casa. Frequenti erano le guardie per tenere in freno il popolo; le forche, erette in più luoghi della città, indicavano ai disobbedienti la qualità e la prontezza del castigo. Furono fissate le persone cui era permesso di girare liberamente, sì per servire i relegati nelle case, che per ogni pubblico bisogno. Era cosa miseranda il vedere una città pocanzi soprabbondante di popolo, lieta di ogni dovizia, florida, vivace, sfarzosa, frequentatissima, ridotta in un istante in un’immensa solitudine. Due terzi de’ suoi abitanti, per poco che ne avessero i mezzi, si rifugiarono alla campagna, e quelli che furono costretti a rimanere, nella noia del loro forzato ricovero, fra la vicendevole mestizia, nella continua angoscia, cagionata dalla tema di essere instantaneamente sopragiunti dal mortifero morbo, non avevano altre distrazioni che il periodico pulsare alle porte di chi recava loro un misurato alimento, o il lento trascorrere de’ carri per le vie carichi di morti o di semivivi, lo stridore delle di cui ruote era stato reso maggiore coll’arte, affinché all’appressarsi di quelli ciascuno più prontamente s’allontanasse. Non bastando il vastissimo Lazzaretto a contenere i malati, fuori d’ogni porta della città si dispose un recinto, dove gli altri si trasferivano. Un difficilissimo oggetto fu pure la cura delle vittovaglie. Per più di sei mesi circa cinquantamila persone furono a spese pubbliche alimentate; e non bastando le rendite civiche, le elemosine de’ facoltosi, l’entrate de’ luoghi pii, la città vi destinò altresì i capitali che ritrasse dalla vendita de’ suoi dazi. Il dispendio prodotto da questo sommo disastro fu calcolato di quasi un milione di zecchini1025. Il morbo non si estinse del tutto che dopo diciotto mesi. I morti nella sola città ascesero a circa diecisettemila; e il Bescapè, che ho particolarmente seguìto in questo doloroso racconto, aggiunge che in quello spazio di tempo v’ebbero quattromila e trecento nati1026. A questa sciagura debbono i Milanesi l’esistenza di una bella chiesa, quella di San Sebastiano, eretta per voto del corpo civico sul disegno dell’architetto Pellegrino de’ Pellegrini, e dotata di ricchissimi arredi1027. Verso il principio del 1577, però senza colpa della peste, morì Girolamo Cardano, di settantacinque anni, illustre per il suo sapere, per il suo ingegno e per la sua esimia credulità nelle scienze occulte.

Durante quel gran disastro rifulse splendidissima la somma carità del zelante pastore verso l’afflitto suo gregge, cui dedicò ogni sua cura, soccorse colle sue largizioni e cercò persino di giovare colla erezione delle croci ne’ quadrivi (con poca opportunità rese poi stabili), perché i rinchiusi nelle case potessero in qualche modo assistere alle sacre funzioni che si celebravano innanzi ad esse: mezzo assai adatto di distrazione e di rincoramento agli animi sbigottiti; e se la piena del suo zelo non fosse trascorsa a dar causa di più propagarsi il contagio colle processioni, la sua lode sarebbe molto maggiore e intemerata. Né perciò interruppe l’esecuzione de’ molti suoi benefici e magnifici progetti, ed ogni anno era segnato dall’esecuzione di più d’uno di quelli, con una gloria ben più solida e vera che non nel farsi campione delle ambiziose pretese del sacerdozio. Oltre il collegio Borromeo e il Seminario, de’ quali s’è già parlato, si succedettero le fabbriche di San Martino degli Orfani; delle convertite di Santa Valeria, ampliata di poi della chiesa jemale del Duomo, però a spese della Fabbrica; de’ monasteri di Santa Marcellina, di Sant’Agostino Bianco e di Santa Sofia, allora Orsoline; del collegio delle Vedove, del conservatorio delle fanciulle alla Stella, del palazzo arcivescovile, e del collegio Elvetico, fabbrica delle più insigni, disegnata per l’interno da Fabio Mangoni, pel di fuori da Francesco Richini; dotandolo coi beni delle prepositure degli Umiliati de’ SS. Jacopo e Filippo di Ripalta in Monza, di Santa Croce in Novara, di Sant’Antonio in Pavia, e dell’abbazia di Mirasole, per rinunzia ottenuta da suo cugino il cardinale Altemps. Fondò pure le cappuccine di Santa Prassede e di Santa Barbara, e con assai maggiore utilità la Congregazione della dottrina cristiana. Costante nella sua massima di preferire i nuovi istituti religiosi, introdusse in Milano i Teatini; distinse, arricchì e favorì i Barnabiti, de’ quali approvò le costituzioni; instituì in San Sepolcro la congregazione de’ sacerdoti obblati, legati con ispecial voto di obbedienza all’arcivescovo e a’ suoi successori, a di cui beneficio nell’anno della sua morte pose la prima pietra della vasta ed elegante chiesa di Rhò, tuttora esistente, architettura del Pellegrini. Ma più di tutti ebbero il suo favore i Gesuiti. Erano appena trascorsi tre anni dacché avea fatto erigere per essi il collegio e l’elegante chiesa di San Fedele, e la città li vide da lui trasferiti nella più bella prepositura degli Umiliati, in Brera, dotati di molti beni, e tra gli altri di quelli dell’abbazia gentilizia di Arona, per rinunzia del commendatario cardinal Chiesa, non che dell’altra abbazia de’ SS. Gratiniano e Felino di Arona stessa, che destinò in casa di Noviziato1028. Ingrati! che gli resero in seguito amaro il beneficio; sì che gli scriveva monsignor Speciano da Roma nel 1579, ch’essi erano in quella città i suoi più sfrenati detrattori1029. (1585) Consunto da un ascetismo smoderato in un gracile temperamento, il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo mancò di vita il 3 novembre dell’anno 1584, dopo una breve malattia, avendo oltrepassato di pochi giorni gli anni quarantasei. Pastore pio, generoso e sommamente rispettabile; il volgo ammirò la severità della sua vita e la pompa estrema della sua pietà; ma l’uomo di Stato loderà in esso il filantropo e il benefattore de’ suoi concittadini. Ventisei anni dopo la sua morte fu egli da Paolo V canonizzato.

Avendo cessato di vivere il governatore d’Ayamonte nell’aprile del 1580, tenne il suo luogo, per quasi tre anni, il castellano don Sancio di Guevara, del quale l’arcivescovo Borromeo era assai contento, come appare da una di lui lettera a monsignor Speciano; ad un suo cenno furono banditi ciarlatani, commedianti, e tolto ogni divertimento, il che non avea potuto ottenere dagli altri governatori. È gaio l’aneddoto riferito dal marchese Lorenzo Isimbardi nella sua cronaca1030, in proposito de’ figli del marchese d’Ayamonte. Trovavasi egli alla sua villa del Cairo in Lomellina, quando occorse avere ad alloggiare in casa una notte li figlioli del marchese d’Ayamonte, governatore dello Stato di Milano; il qual, essendo morto pochi giorni prima, questi figlioli se ne ritornavano in Spagna, de’ quali il maggiore era di circa dieci otto anni. Ed essendo a tavola, cenando, successe caso assai ridicoloso, ma tanto più misterioso, quanto che procedette da semplicità contadinesca; perché, trovandosi a caso in quell’ora sotto al portico un contadino, qual, veduto venire dalla credenza quattro paggi senza cappello o berretta in testa, con torce accese in mano, che accompagnavano nel mezzo di loro un altro, pur scoperto, qual teneva in mano una tazza d’argento, coperta, sopradorata, e questi, passando per detto portico per entrar in sala a dar da bere al padrone, con la cerimonia che suol usar alcuni grandi di Spagna, il buon contadino, non sapendo altro, subito all’improvviso si buttò a terra in ginocchione, col cappello in mano, battendosi il petto; il quale, interrogato perché facesse tal atto, ed ammonito di levarsi su, rispose: Non volete ch’io adori ed onori il mio Signore? Persino le bevande che dovevano entrare nello stomaco di un grande di Spagna erano onorate, venerate, adorate quasi! Dopo il Guevara venne al governo del Milanese il duca di Terranova, che, per esser dottore, prediligendo il senato, ordinò non doversi esso più intitolare serenissimo re, ma potentissimo re, stabilì il titolo di magnifici ai senatori, e altre cose simili; gli successe Juan Fernando de Velasco, contestabile di Castiglia, che governò per otto anni, sebbene interrottamente. Egli diede il nome ad una delle contrade della città, aperta al suo tempo, ed emanò varii ordini per contenere gli ecclesiastici, e tra gli altri, nelle congregazioni si posero gli assistenti regii1031.

Nominato, verso la fine del 1584, monsignor Gaspare Visconti al vacante arcivescovado di Milano, alla metà del seguente anno ne prese il possesso. (1590) Cinque anni dopo, la nostra città vide promosso alla Santa Sede il cardinal Nicolò Sfondrati, col nome di Gregorio XIV. Questo fu il quinto papa milanese, essendo stati i quattro precedenti Anselmo da Baggio, che, nel 1061, prese il nome di Alessandro II, Uberto Crivelli, innalzato nel 1185 col nome di Urbano III, Goffredo Castiglioni, fatto papa l’anno 1241, col nome di Celestino IV, e Pio IV, ch’era in prima Gian-Angelo Medici, creato l’anno 1559, del quale si è parlato nel capitolo precedente. Sotto l’arcivescovo Visconti, la chiesa di San Lorenzo, caduta nel 1573, fu rifabbricata sul disegno di Martino Bassi1032; furono pure erette le chiese del Paradiso e della Maddalena1033, e il convento dei Cappuccini in Porta Orientale1034; i Somaschi, introdotti a Santa Maria Secreta, e stabiliti i religiosi ospitalieri, detti Fate bene Fratelli1035. (1595) il Visconti resse l’arcivescovado di Milano fino al 1595, e gli fu dato in successore il cardinale Federico Borromeo, in età d’anni trentuno, che governò la chiesa Milanese per il lungo corso di anni trentasei. Nel 1587 morì lo scultore Annibale Fontana, e fu sepolto nell’insigne tempio di Santa Maria presso San Celso, ove osservansi varii bei lavori della sua mano; e il 17 aprile del seguente anno cessò pure di vivere, nel convento di Sant’Eustorgio, frà Gaspare Bugati dell’ordine de’ Predicatori1036, che nelle sue storie mostrò generalmente un criterio ed un’imparzialità superiori alla sua condizione.

(1598) In tutta quest’epoca, sterile di notizie civili, null’altro ci si offre da riferire se non che l’ingresso in Milano di Margherita d’Austria, sposa dell’Infante don Filippo, che fu poscia Filippo III; e la morte quasi contemporanea accaduta in Madrid del re Filippo II, dopo lunga malattia, essendo d’anni settantadue. L’arciduchessa era stata sposata in Ferrara dal pontefice Clemente VIII, che, in quell’anno medesimo, aveva tolto quella città alla casa d’Este, fece l’entrata in Milano il 30 novembre, e vi si trattenne per circa due mesi. Per questa occasione il corpo civico fece erigere dall’architetto Martino Bassi, a foggia di magnifico arco, la Porta Romana, quale ancora si vede, ornata con emblemi ed iscrizioni in cui la moda per simili solennità andò d’accordo coll’ampolloso gusto del secolo. L’arciduchessa e regina entrò alle ore ventidue, accompagnata dall’arciduchessa Maria di Baviera, sua madre, dall’arciduca Alberto, dal cardinale Aldobrandino, nipote del papa e legato, dal governatore di Milano, contestabile di Castiglia, e da un gran numero di principesse e principi: i tribunali andarono in seguito. V’erano centocinquanta giovani principali milanesi, vestiti superbamente di bianco con ricami d’oro, di perle e di gemme. Ciascuno portava un’accetta dorata, coll’asta coperta di velluto bianco e ornata a frange d’oro1037. Poi venti cavalieri milanesi, in uniforme di scarlatto riccamente trinato d’oro. La regina sedeva sopra di una chinea bianca, era vestita a lutto per la morte di Filippo II, e marciava sotto un baldacchino di seta d’argento ricamato d’oro a gran frange. I dottori di collegio portavano il baldacchino, ed erano vestiti con vesti lunghe di damasco, foderato di velluto, e col cappuccio d’oro, foderato di vaio1038. Per onorare la sposa, venne pure il duca di Savoia, Carlo Emanuele, col principe Amedeo, suo figlio, il marchese d’Este, e molti principi e vassalli, al numero di trecento. L’arciduca Alberto andò alla porta della città ad incontrarla, col governatore, col principe d’Orange, e con tutta la nobiltà forestiera e milanese1039. Le feste date furono varie e magnifiche; e, per renderle più splendide, il contestabile fece fabbricare un teatro in corte, che durò fino al 1708, nel quale anno rimase distrutto da un incendio.

In que’ tempi le arti cavalleresche, e singolarmente il ballo, avevano la loro sede in Milano. A convincersene, basta leggere il libro già rammentato di Cesare de’ Negri, che contiene i precetti del ballo, varii balletti, relazioni di mascherate e feste de’ suoi tempi, e i nomi delle più distinte dame e cavalieri che ballavano sotto della di lui scuola. Qui si vede che i Francesi, i Romani, gli Spagnuoli imparavano allora il ballo dalla scuola milanese. Pietro Martire, milanese, era il ballerino stipendiato dal duca Ottavio Farnese in Roma sotto il pontificato di Paolo III. Francesco Legnano, milanese, fu stipendiato da Carlo V e da Filippo II, e venne largamente premiato. Lodovico Pavello fu caro al re di Francia Enrico II e al re di Polonia. Pompeo Diobono, pure milanese, era d’una nobilissima e graziosissima figura dalla testa ai piedi, di somma agilità e leggerezza nei movimenti. Il re Enrico II di Francia lo fece maestro del suo secondogenito il duca d’Orleans, che, fatto poi re col nome di Carlo IX, lo amò sempre. Enrico III pure gli confermò le pensioni. Virgilio Bracesco, milanese, insegnò il ballo al re Enrico II di Francia e al primogenito il delfino. Francesco Giovan Ambrogio Valchiera fu preso al soldo del duca di Savoia Emanuele Filiberto, e fatto maestro del principe Carlo Emanuele, suo figlio. Gian Francesco Giera, milanese, fu maestro di Enrico III, prima re di Polonia, poi di Francia, e sempre da lui stipendiato. Carlo Beccaria, milanese, fu maestro della corte di Rodolfo II imperatore; Claudio Pozzo, milanese, maestro stipendiato alla corte di Lorena. Anche in ciò la coltura e l’eleganza cominciarono nell’Italia, d’onde le altre nazioni le presero. Allora il ballo comprendeva molti altri esercizi ginnastici, come volteggiare il cavalletto, la scherma e simili. Il Negri descrive1040 come il giorno 8 dicembre, mentre la regina donna Margherita d’Austria era nel palazzo ducale di Milano, vi si portò con otto valorosi giovani, suoi scolari, ed ivi, alla presenza della regina e dell’arciduca Alberto, fecero mille belle bizzarrie, e fra l’altre un combattimento colle spade lunghe et pugnali, et un altro con le haste, aggiungendovi poi certe altre inventioni nuove di balli. I balli avevano i loro nomi. Alcuni, presi dall’imitazione delle nazioni, come la Spagnuoletta, l’Alemanna, la Nizzarda, ec. Altri, da argomento d’amore: il Torneo amoroso, la Cortesia amorosa, Amor felice, la Fedeltà d’amore, ec. Altri, a capriccio, come la Barriera, il Brando gentile, la Pavaniglia, il Bianco fiore, Bassà delle ninfe, So ben io chi ha buon tempo, ec.: argomenti e nomi tutti di balli descritti dal Negri. Gli abiti dei ballerini d’allora erano assai gentili. Il Negri stampa la lista delle dame e de’ cavalieri, ballerini e ballerine ne’ suoi tempi in Milano. Sotto il governo del contestabile di Castiglia, cioè dopo il 1592 sino al termine di quel secolo, i cavalieri che ballavano sono centoquindici nominati dall’autore1041, e le dame sono sessantasei, oltre trentasei zitelle; in tutto centodue donne. Osservo che i nomi delle dame allora erano meno divoti che non lo sono oggidì, ma più eroici: Cornelia, Livia, Lelia, Giulia, Aurelia, Camilla, Virginia, Lavinia, Ottavia, Flaminia, Emilia, Claudia, Drusilla, Lucilla, Deidamia, Elena, Ippolita, Diana, Artemisia, Dejanira, Zenobia, Andronica, Olimpia, Beatrice, Costanza, Ersilia, Bianca, Laura, Vittoria, Violante, Silvia, Delia. In Roma, fino dal 1553, era uscito un Trattato di Scienza d’armi di Camillo Agrippa, milanese1042. Quest’opera, corredata di molte figure assai ben disegnate, comprende i precetti della scherma, presso a poco quali si osservano anche presentemente; tratta delle diverse maniere di battersi con spada e pugnale, spada e mantello, con due spade, colla spada e lo scudo, colle alabarde, ec. Si vede che l’arte allora era anche più coltivata e variata di quello che non lo sia presentemente.

(1599) Nel mese di luglio del seguente anno furonvi nuove feste in Milano per l’ingresso dell’Infanta donna Isabella d’Austria, sposata coll’arciduca Alberto, che venne con lei1043. Per questa occasione nel teatro di corte si fece una bellissima festa con maschere a quadriglie, oltre una rappresentazione teatrale, intitolata: l’Armenia. Parmi di vedere il primo germe dell’opera in musica ne’ due intermezzi, i quali vennero cantati. Si scelsero due argomenti adatti alla musica. Il primo fu l’Orfeo, il quale con flebil canto sfoga il suo dolore per la morte della cara sua Euridice. L’Eco rispondeva, e un dialogo tra Orfeo ed Eco insegnò al vedovo sposo che colla magia del suo canto poteva tentar la via d’Averno, placare i mostri e rivedere Euridice. S’accosta all’antro funesto, e al suono della sua lira si spalancano le porte, si scopre quella terribile contrada. Plutone, Proserpina in trono, i giudici, le furie, Caronte, Cerbero, in somma tutto vedenvasi quello che Virgilio e Ovidio hanno cantato. La soavità del canto d’Orfeo, gradatamente interrotta dalle grida infernali, poco a poco vince, e, ammutoliti gli spiriti, sembrano resi umani dalla dolcezza della voce d’Orfeo, il quale supplichevolmente implora Euridice. Un basso risponde in musica, concedendo la grazia col noto patto ch’egli non la rimiri sintanto ch’entrambi non siano usciti dall’Averno; e qui dice il Negri1044: E se ben non pare che il decoro et verisimilitudine della favola admetta musica in Plutone, fu ciò introdotto per maggior soddisfazione degli aspettatori et ascoltanti, et per gusto di chi poteva comandare, il che sembrami che dimostri non essere stata prima di quel tempo cantata un’intiera azione drammatica presso di noi. Il secondo intermezzo rappresentava il viaggio degli Argonauti, e, per introdurvi un tratto di musica, si posero le Sirene su varii scogli, col loro canto cercando d’invitare i passaggieri ad accostarvisi. Orfeo si pose sulla prora della nave, e, sciogliendo una voce imperiosa con canto sublime, rincorò gli Argonauti a proseguire l’impresa immortale, e a non curare l’insidioso canto. L’abate Arteaga, spagnuolo, nella sua opera sulle Rivoluzioni del teatro musicale italiano, c’insegna come sotto Leone X in Roma siasi rappresentata in musica la Disperazione di Sileno, poesia di Laura Guidicioni, dama lucchese, posta in musica da Emilio del Cavalieri. Questo dramma allora riuscì male; si abbandonò il tentativo, onde poteva in Milano comparire una vera novità. Nell’anno 1646 il cardinal Mazzarino fece rappresentare, nel palazzo reale a Parigi, delle opere in musica da cantori che fece venire dall’Italia, e Voltaire dice che questo nuovo spettacolo era da poco tempo nato in Firenze1045.