Storia di Milano/Capitolo XXX

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Capitolo XXX

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Capitolo XXIX Capitolo XXXI


Governo del conte di Fuentes e de’ suoi successori. Morte del re di Spagna Filippo III. Fondazioni pubbliche, reggendo l’arcivescovado di Milano il cardinale Federico Borromeo. Progresso delle controversie giurisdizionali. Peste del 1630


(1600) La massima di non lasciar troppo a lungo una stessa persona ne’ grandi governi si trovò d’accordo colla gelosia del duca di Lerma, favorito del re Filippo III; onde, destinato ad altre funzioni il contestabile di Castiglia, che reggeva il Milanese da otto anni, fece nominare in sua vece don Pietro Enriquez de Azevedo, conte di Fuentes. Allontanò così un uomo, sebbene settuagenario, ardito, avveduto e d’animo elevato, e che, non avendo figli, faceva professione di parlar franco. Egli godeva inoltre d’un gran credito alla corte per aver avuto la confidenza di Filippo II, che correa voce si fosse meritata col prender parte alla morte dell’infante don Carlos. Perciò il senatore Giambattista Visconti, che seguirò particolarmente nel parlare di questo personaggio, dicea di esso: et di lui è costante fama, che acquistasse la grazia di Filippo II col macchiarsi la mano nel sangue di persona la di cui morte per interesse d’onore egli comandò1046: tant’era, in prossimità del fatto, generale e indubitata l’opinione che don Carlos fosse perito di morte violenta, che che ne dica un recente storico sulla fede dei registri dell’Inquisizione, quasi che l’arte delle reticenze non fosse antica quanto il mondo.

Il conte di Fuentes fece il solenne ingresso in Milano il 16 ottobre. Volle che il consiglio, benché non fosse che un aggregato di ministri scelti e non avesse rappresentanza, facesse corpo con lui e precedesse il senato. Già erasi mostrato aspro e impaziente, senza cortesia, co’ deputati che gli erano stati spediti incontro a Genova per complimentarlo, e nell’entrata pure con cinica sincerità mostrò di non pregiar nulla delle disposizioni onorevoli fatte per lui. (1601) Le circostanze dell’Italia gli porsero tosto occasione di dar prove di quel risoluto vigor d’animo che gli era proprio, stante la guerra mossa dal re di Francia Enrico IV al duca di Savoia per la successione nel marchesato di Saluzzo. (1602) Col tenere l’esercito forte, pronto e sotto buoni ordini serbò in credito le armi spagnuole; acquistò il Finale e la piccola, ma allora importante città di Monaco; e ricuperò Novara, che trovò ipotecata al duca di Parma. (1603) I Grigioni, che già stavano sotto la protezione della Francia, essendosi collegati co’ Veneziani, eccitarono la di lui gelosia; egli fece appoggio di molto apparato militare alle negoziazioni, e quasi all’estrema sponda del lago di Como, di fronte alla Valtellina, fece erigere un forte (1604) chiamato dal di lui nome, che, dopo di aver servito talvolta come prigion di Stato di minor ordine a comodo de’ lontani padroni, fu demolito nel 1797. Con questi modi ridusse i Grigioni ad accondiscendere ad un accomodamento, che fu segnato in Milano dai loro deputati, e garantito dagli Svizzeri. Reso più libero dalle cure esterne, attese a procurare l’ornato della città. Fra le disposizioni di questo genere eseguite sotto il suo governo si noverano il riattamento della strada che dal palazzo di giustizia conduce alla real corte, e che ha ancora il nome di Strada Nuova, e la ricostruzione di quel palazzo. (1605) Egli volle che la memoria di queste opere fosse tramandata alla posterità con due iscrizioni, nelle quali il gusto ampolloso del secolo sembra aver preso i suoi colori dallo stile orientale. Leggesi nella prima che il governatore aperse quella via dalla reggia al pretorio, per rendere più facile e certo l’accesso e il ritorno dalla giustizia alla clemenza1047; e nell’altra, che il governatore stesso, vincitore dell’esterna guerra e domatore invitto della guerra domestica, amabile colla destra, formidabile colla sinistra, regnando Filippo III, potentissimo re delle Spagne, pose di fronte le porte delle carceri alla regia corte, perché l’occhio del principe vigilante è la più fida custodia della giustizia1048. Rimase senza titolo onorifico un altro beneficio probabilmente procurato dal conte di Fuentes, la donazione fatta dal re alla città di Milano della vasta casa che oggidì chiamasi il Broletto, e altre volte fu del conte di Carmagnola1049. Essa era allora destinata ad uso di pubblici granai; ivi nel 1714 venne collocato il banco di Sant’Ambrogio, e circa l’anno 1772 vi si trasferì il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, e tutti gli uffici civici, che prima stavano alla Piazza de’ Mercanti. Egli fece mettere i parapetti ai ponti della città, tentò di abolire i varii pesi, e di dare al commercio il comodo di un peso uniforme, siccome di abolire le stadere e sostituirvi le bilance; ma non vi riuscì. Col proibire l’esportazione delle armi, rovinò la famosa e ricchissima manifattura di esse1050, al segno di non più risorgere. (1607-1608) Con infelice esito fu pure sotto di lui incominciato il canale che da Milano dovea decorrere a Pavia, ma per non voler credere a chi doveva, et governarsi col parere di chi gli piaceva, fu ingannato, et gittò gran somma di danari1051. Ce ne rimane l’iscrizione senza l’opera, poiché immaturamente da quella si volle incominciare. In essa è detto che con questa insigne opera le acque dei laghi Maggiore e di Como, fin qui condotte, furono immesse nel Ticino e nel Po, fiumi irrigatorii e navigabili, all’oggetto di ampliare, colla facilità delle comunicazioni e del commercio, la feracità e l’abbondanza de’ campi, l’industria degli artefici, e la ricchezza pubblica e privata1052. Ciò che nel 1608 fu onorato di una lode gratuita e precoce, si verificò dopo due secoli; e il canale di Pavia, incominciato e proseguito oltre due terzi dell’opera sotto il regno d’Italia, fu dal presente governo felicemente ridotto a compimento.

La figura del conte era alta, capo piccolo, faccia sanguigna, occhi piccoli e vivaci, e guardatura fiera, voce acuta, stridula e femminile. Vestiva semplice; a mezzodì e mezzanotte pranzava e cenava, e stipendiava cuochi eccellenti. Teneva lontani i medici. Ogni sabbato sentiva la messa a San Celso; le altre volte nella cappella pubblica. Per via amava assai d’essere corteggiato da’ ministri, né gliene mancava mai buon numero; e amava d’essere ascoltato a rimproverarli, mentre, strada facendo, parlava d’affari. Egli era frizzante e motteggiatore. Aveva una prodigiosa memoria. Era facile ad ammettere chiunque, ma riusciva difficile il parlargli, perché d’ordinario, interrompeva e rimandava malcontenti e strapazzati. Sebbene non inclinasse ai divertimenti, pure dilettavasi delle pubbliche feste e de’ balli, come mezzi di palesare la sua magnificenza, e vi si tratteneva tutta la notte. Il suo carattere era quello degli uomini forti e superbi, dispotico. Non seguiva altra legge che il suo volere. Fece carcerare il tesoriere, perché pagò il dovuto senza l’ordine suo; relegò un questore nel castello di Finale, perché co’ suoi amici avea parlato in di lui biasimo; fece porre nel castello di Milano il vicario e i XII di Provvisione, perché non gli consegnarono gli atti che cercava, e un’altra volta perché si opposero ad una gravezza da lui posta senz’assenso della corte1053. Da sé e indipendentemente dal senato condannava alla galera; né valsero a frenarlo le rimostranze di quella suprema magistratura, né le ammonizioni di Madrid. Vegliava sul fisco per incassare, e le paghe non si davano che quasi per grazia; onde nacquero due vizi, corruzione e adulazione, inevitabili dovunque i pagamenti sono incerti e debbonsi al favore. Anche sulla zecca procurò di profittare, e introdusse la moneta di puro rame, che fu allora un peggio non conosciuto dapprima. Lasciò che gli ecclesiastici, che sapevano corteggiarlo e mostrarglisi ossequiosi, dilatassero le usurpate esenzioni; e perciò, malgrado lo spirito fiscale, l’erario fu sempre esausto. Il re gli donò il marchesato di Voghera. Egli non riceveva regali, ma fu servito da secretari avarissimi... Oltre di ciò mise mano clandestinamente et da se stesso all’erario, come si vede dal suo testamento, dal quale anco si conosce che generalmente intaccò di danari tutti quelli che puoté et i suoi più domestici et favoriti1054. Era astutissimo, e sapeva accomodare le parole e i gesti alla opportunità, e quando avea bisogno di alcuno era il più gentile e grazioso uomo del mondo. Teneva molte spie, e si curava di sapere le più minute e private curiosità delle famiglie. Aveva uno sbirro, al quale avea data somma autorità. Alcuni gravissimi delitti pubblicamente protesse. Ma generalmente mantenne l’ordine nella città, contenne i bravi, e sotto di lui si godé della sicurezza maggiore che permettesse la condizione di quei tempi facinorosi.

Durante il suo governo si collocarono sovente negl’impieghi uomini di nessun merito, stante che nella scelta egli preferiva i più sommessi ad ogni sua opinione e volere, siccome diceva Tacito di Tiberio1055; così gli animi più vili ed abbietti ascesero e s’impadronirono degl’impieghi. Avvelenato da una certa falsa gloria di autorità e protezione, dice il senator Visconti, et quasi affettando il titolo d’onnipossente in questo Stato, come che tutto dipendesse da lui, per radicare negli uomini questa opinione ha innalzate persone indegnissime, che s’hanno saputo accomodare all’adulazione et altre arti et servigi troppo vili..., ma in pari tempo si vide tirare ogni cosa a sé, turbando gli ordini dei negozi e de’ tribunali. Il che sebbene egli fece con incredibile vigor d’animo, vigilanza, assistenza, memoria e cura, tuttavia fu necessario che errasse infinite volte, come fece, oltre il patire le male conseguenze che ne risultano. Perciocché, così facendo, un governatore si tira addosso un’occupazione intollerabile, contrae particolar obbligo di render conto a Dio e al mondo d’infinite cose che non gli toccano, et s’acquista grandissimo odio non solo de’ particolari offesi, ma ancora de’ magistrati. De’ particolari, perciocché de’ tormenti, privazioni de’ beni, esigli et morti, quando vengono per corso ordinario di giustizia et quasi dalla mano del giudice et tribunali frapposti tra il principe, e il delinquente, niun odio ne tocca al principe, che pare non ne habbia parte se non l’obbligazione di fare che si renda giustizia, la quale è cosa favorevole et non odiosa; dove che, facendo egli quasi immediatamente et fuori degl’instituti della provincia, ne segue che i delinquenti, non potendo scaricare l’odio sopra il ministro che dovrebbe esser di mezzo tra la suprema podestà e le persone private, tutto lo indirizza contro di lui: et tanto più che, facendo il governatore quello che per l’ordinazione de’ tribunali non gli tocca, dà occasione di sospettare et dire che così faccia non per zelo di giustizia, ma per passione et capriccio proprio, al quale il vulgo sempre vuol trovare qualche cagione poco honorevole. Dai ministri parimente odiato, perché parendo loro in questa guisa d’essere da lui offesi nella riputazione, alcuni ancora, sentendo il danno de’ propri interessi, alienano gli animi da lui; et se bene scopertamente et dincontro non puonno offenderlo, tuttavia quest’odio pubblico s’interna in maniera nei petti loro, che poi quasi naturalmente gli vanno difficoltando tutti i negozi, et gli praticano contro, tanto in materia di stimazione et gusto, quanto nella sostanza delle cose. Finalmente questo stesso fatto di che parliamo, mette i tribunali et ministri in vilipendio et mala opinione appresso a’ sudditi, i quali quasi col testimonio del governatore gli stimano mali huomini et con l’esempio suo li dispregiano: dal che nascono pessime conseguenze nella repubblica. Laddove, contentandosi (parlo per ordinario) il governatore della soprintendenza, del riprenderli e castigarli quando inciampano, et frattanto honorarli et ben trattarli, et lasciar correre i negozi a’ suoi tribunali, viene a tener bene accordata quest’armonia civile. Del resto la giustizia hoggidì potrebbe essere meglio amministrata, poiché, non havendo molti officiali le parti che bisognano a chi maneggia la repubblica, non è maraviglia che i giudicii hanno tardissima espedizione. I giudici s’allontanano senza rispetto dalle leggi et statuti, et giudicano quasi per loro opinione. Non vale alcune volte l’autorità delle leggi e la dottrina, poiché si vince piuttosto con arti et ambiti machinati, che per buona guerra di giustizia, et si può dubitare che appresso ad alcuni più valga l’avidità della pecunia, che il piacere che nasce dall’azione virtuosa. Et è sempre stata cosa certa appresso ai savj che chi perviene ai magistrati per male arti, cerca l’oro come pasto dell’avarizia, quasi rimborsandosi di quello che ha speso per ottenerlo; laddove l’uomo giusto et retto stima le leggi et la giustizia, et l’esercita virtuosamente, quasi per rimunerare il principe dell’honore che gli ha fatto colla collazione della giurisdizione. Dalle cose di sopra dette è seguìto nel governo suo, che molti intimiditi e disgustati da lui non pensavano né curavano il servitio di sua maestà, né del pubblico, e godevano degli errori che gli vedevano commettere. Così quell’uomo saggio, il senatore Giambattista Visconti, tanto più stimabile quant’erano allora più rare ed oscure le cognizioni di Stato. Se il passo surriferito mostra il profondo politico, ne produrrò un altro a far prova del suo retto pensare in uno de’ punti disputati della pubblica economia, l’annona granaria; ed eccone l’occasione. Nel decennio in cui governò il conte di Fuentes, fu una costante fertilità. Tuttavia egli volle imbarazzarsi nel fissare il prezzo de’ grani, inclinando a tenerlo sempre più basso. Questa violenza, fatta pure senza specie di bisogno alla libertà delle contrattazioni, porse argomento al senator Visconti di così ragionare: Circa al prezzo et valore ho sentito uomini savi e molto versati in questa materia affermare che non è bene né utile in comune che si riduca a gran viltà, et io ne son persuaso, imperciocché questa viltà di prezzo è dannosa alla maggior parte de’ sudditi. I nobili et possessori de’ beni non ponno mantenere il loro stato se non cavano mediocremente da’ loro frutti. L’infima plebe et tutto quel popolo che vive con le opere diurne, non trova da lavorare, perché non havendo il ricco denaro, non può spendere. Dei contadini, quelli che sono fittaiuoli (che sono per lo più ne’ paesi irrigati dalle acque) non ponno soddisfare ai fitti e s’impoveriscono totalmente; gli altri che lavorano a parte (et è tutto quel tratto di provincia che non s’irriga), non hanno con che far denari per comprar bovi, vestiti, pagar carichi camerali et far altre simili spese, se non col prezzo di poco frumento che avanza loro; poiché la maggior parte, pagato il fitto, consuma in semente; et la segale, miglio et altri grani simili appena bastano per vivere poveramente. Il vino, quando si raccoglie (che, oltre il ricercare spesa grande, è sottoposto a tante ingiurie del cielo), paga i debiti contratti col patrone negli anni sterili e calamitosi, in modo che, se col pochissimo frumento che gli avanza, non sovviene alle altre sue necessità, è spedito. Il resto dei contadini con le braccia si vede per ferma esperienza che, se il pane è a gran buon mercato, non voglion fare opera, et abbandonano il fittaiuolo né maggiori bisogni dell’agricoltura, o il tiranneggiano con prezzi eccessivi; dal che siegue maggior danno, spendendosi molto per raccoglier frutti che valgon poco; in modo che questa gran viltà de’ prezzi non giova ad altri che a quella specie di huomini che, esercitando mercanzie, comprano pane e vino, perché essi, vendendo caro né più né meno le merci loro et spendendo poco nel vivere, arricchiscono. Hora giovare ad un membro et nocere a tutti gli altri non è medicina, ma uccidere; laddove con prezzi mediocri tutta questa corrispondenza civile resta ben proporzionata. Basta dunque curare che le cose abbondino, et impedire i prezzi troppo eccessivi, che veramente sarebbono perniciosi. Di quest’uomo che seppe tanto, io non posso credere che ignorasse questa verità, et pure curò tanto di ridurre i prezzi al nulla, non so se per amore d’una certa inane fama appresso al vulgo ignorante, o per odio de’ nobili, che stimasse troppo agiati.

Ho voluto trattare a lungo del governo del conte di Fuentes, come del più celebre e forse del migliore governatore mandato dalla Spagna in questi Stati, per dare una più estesa e chiara idea di que’ tempi e di que’ governi, e perché tengo ferma opinione che non solo le cose utilmente operate, ma ancor più gli errori degli uomini grandi, sono sorgente ai futuri di più sicuro ammaestramento. (1610) Egli morì in Milano nella età di oltre ottant’anni, il 21 luglio del 1610, avendo conservato grandissima fortezza d’animo, e regolato gli affari sino al fine. Lasciò un esercito effettivo di ventiquattromila uomini, cioè dodicimila fanti italiani, seimila Lanzichinetti, seimila Svizzeri e trecento corazze borgognone. I suoi successori, per tutto il periodo di tempo compreso in questo capitolo, trapassarono oscuri; ed alcuni, che più sembravan promettere, non ebbero campo sufficiente di mostrare quanto valessero. Primo tra essi è il contestabile di Castiglia, venuto per la seconda volta, il di cui carattere dolce e umano traeva maggior risalto dalla recente ricordanza del carattere opposto del suo predecessore; ma, per malattia, gli si scemò la mente. Si hanno di lui delle gride vincolanti per i grani, e proibì l’industria de’ cambiavalute, dove regnava l’arbitrio della zecca. (1612) Venne dopo due anni, e governò per un triennio, don Giovanni di Mendozza, marchese de la Hynojosa, personaggio cortese e senza fasto. Era dotato di vivacità, di molto ingegno e memoria, facile ad ascoltar chiunque, e indefesso nel suo ministero. Amava i Milanesi, e nel tempo stesso (associazione di doti non comune) era fedele e zelante per il servizio del re. Teneva i suoi domestici modesti, lasciava il corso regolare agli affari, promoveva agl’impieghi uomini degni di occuparli. Ebbe fama d’uomo debole, e forse mancava, nel dimenticarsi della propria dignità e nel manifestare quello che sapeva e pensava. (1614) La guerra del Monferrato gl’impedì di lasciar vestigio notabile del suo governo, tranne la milizia civica da lui istituita in Milano, allorché, per l’occasione di quella guerra, dovette sguernire di truppe i presidii del Milanese: istituzione mantenuta poi, e decorata di privilegi e di distinzioni. (1616) Dopo la pace d’Asti, divenuto sospetto alla corte di parzialità per il duca di Savoia, fu richiamato, e si mandò in sua vece don Pietro di Toledo Osorio, marchese di Villafranca. La potenza di questo governatore era tale, che, senza previa notizia nemmeno del re, levò l’ufficio di gran cancelliere a don Diego Salazar, che n’era investito fino dal 1592, e lo conferì a don Giovanni di Salamanca, presidente del magistrato straordinario. Il senato rappresentò gli ordini reali contrarii; il re, informatone, comandò che si restituisse al suo posto il Salazar; ma il Toledo fu irremovibile1056. Egli da sé condannava alla galera; anzi, un certo bravo del marchese del Maino, inimico d’un certo Parpaione, ch’era divenuto genero del suo secretario Montìo, sotto pretesto che fosse disertore di milizia, da sé stesso lo fece impiccare senza corso di giustizia né partecipazione del senato1057. Sotto di lui i soldati mancavano di stipendio, e illimitatamente saccheggiavano il paese. Frattanto il senato, quasi d’accordo col dispotismo del governatore a far inselvatichire più presto la nazione, occupavasi del processo d’una strega, e, mosso a compassione per la frequenza de’ sortilegi ed altre arti infernali che infestavano la città e l’intiera provincia, sentenziava che fosse bruciata1058. (1618) Governò il Toledo due anni e mezzo, e fu supplito da don Gomez Suarez de Figueroa, duca di Feria; il quale, benché durasse per otto anni in questa carica, distratto nell’esterne guerre, poco e interrottamente poté occuparsi dell’interna amministrazione. (1620) La prima fu la guerra della Valtellina, che, piccola e ravvivata a riprese, durò dal 1620 al 1625; con quella si complicò quindi l’altra del Genovesato, condotte entrambe senza piano e senza vigore, sicché inutilmente ingoiarono uomini e danari, e recarono danni incalcolabili allo stato di Milano col pretesto di conservarlo. (1621) Erano quelle guerre nel loro principio, quando giunse la nuova dell’immatura morte del re Filippo III, cui succedette il suo primogenito col nome di Filippo IV, in età di soli sedici anni; ma per questa rimota provincia, un tale avvenimento non recò altro effetto, che di veder mutato il nome del sovrano nell’intitolazione degli atti pubblici, e di sapere che vero re delle Spagne, com’era stato il duca di Lerma sotto il padre, era divenuto sotto il figlio il conte d’Olivares. (1626-1629) Dopo il duca di Feria, si succedettero e trascorsero oscuramente don Gonzalo de Cordova, per tre anni, don Ambrogio Spinola Doria marchese de los Balbases, per un anno, e (1630) don Alvaro Bazan marchese di Santa Croce, per tre mesi. Soltanto si rammentano gli editti vincolanti del Cordova ai grani; egli permise quasi il saccheggio de’ granai, tassando il prezzo: così credette quel signore di rimediare alla carestia.

Il personaggio più illustre di quel tempo, ad onore di Milano, è un suo concittadino ed arcivescovo, il cardinale Federico Borromeo. Ricco, di pietà soda e senza ostentazione, saggio, prudente, generoso, magnifico, protettore degli studiosi, dotto, giudizioso e laborioso scrittore egli stesso, promosse, non solo gli studii ecclesiastici, che per istituto dovea prediligere, ma altresì ogni maniera di lettere, di scienze e di arti, e rese glorioso il suo lungo pontificato coll’erezione della biblioteca Ambrosiana, stabilita sopra un piano sì esteso, che pochi sovrani pareggiarono, e non ha altro esempio in un privato. Biblioteca doviziosissima di preziosi manoscritti, raccolti con sommo dispendio, non solo dall’Italia, ma da tutta l’Europa, dalla Grecia e dall’Asia più rimota, e cui dotò di sufficienti rendite; aggiunse un collegio di dottori, una scuola di lingue orientali, un museo di naturali curiosità, una tipografia lautamente assortita, anche di caratteri esotici; e un’accademia di belle arti, a corredo della quale cumulò un tesoro di capi d’opera, specialmente di disegno e di pittura. In sei anni la maestosa fabbrica fu ridotta a compimento, sicché nel 1609 la biblioteca fu aperta al pubblico; ed esatto è il giudizio che dell’architetto di essa, Fabio Mangoni, fu dato da un buon intendente1059: Quest’uomo, che si cangiava in ragione de’ differenti usi delle fabbriche e della varia ubicazione ed estensione de’ luoghi, seppe così entrare nello spirito della cosa, che, sopra la più bislunga e stretta area che veder si possa, ideò ed eseguì una biblioteca che può servir di modello a chiunque ama di unire la magnificenza alla comodità. Dopo tanta generosità, si rende ancor più notabile la modestia del cardinale, mentre non denominò quello stabilimento né Federiciano né Borromeo, come a buona ragione e più che altri il potea, ma preferì di chiamarlo dal nome del santo titolare e protettore della chiesa milanese1060.

Al tempo dell’arcivescovo Federico Bortomeo, e in parte per la sua influenza, vide Milano ricostruita la chiesa di Santo Stefano sul disegno di Aurelio Trezzi; eretta la vasta chiesa di Sant’Alessandro, disegno di Lorenzo Biffì o Binago, barnabita; non che l’altra di San Giuseppe presso la Scala, opera dell’architetto Francesco Richini; fabbricati il convento de’ Carmelitani Scalzi, e il monastero di San Filippo Neri; chiamati i Somaschi a San Pietro in Monforte, ed aperte nell’anno stesso della biblioteca Ambrosiana le scuole Arcimbolde presso la chiesa di Sant’Alessandro, avendone fornito i mezzi un legato di monsignor Giambattista Arcimboldi, chierico di camera di Clemente VIII. In quelle insegnavano dapprima i Barnabiti umanità e rettorica, vi aggiunsero, nel 1625, la grammatica, e dieci anni dopo la filosofia, la morale e la teologia. Per cura del cardinale, nel predetto anno 1625, fu pure nobilmente riedificata la chiesa di Santa Maria Podone, posta dirimpetto al palazzo della sua famiglia.

Le controversie giurisdizionali si suscitarono a diversi intervalli anche sotto il cardinale Federico; ma appena fu egli assunto all’arcivescovato, si mosse alle pratiche di un sincero accordo: al qual fine delegò per conferire co’ ministri regi i monsignori Carlo Bescapè e Marsilio Landriani, vescovo il primo di Novara, l’altro di Vigevano, savii e dotti uomini. In seguito, col consenso del re cattolico, venne rimesso l’esame a Clemente VIII per uno stabile trattato di concordia. Il sommo pontefice mostrò molto impegno; le congregazioni tenevansi avanti di lui, ed erano frequenti; l’arcivescovo di Milano fu chiamato ad intervenirvi, e stette quattr’anni in Roma; ma quantunque il papa abbia vissuto ancora ott’anni dacché si incominciarono queste pratiche, morì nel 1605 senz’aver nulla conchiuso. Gli fu sostituito Paolo V. Le troppo famose sue contese coi Veneziani, e l’interdetto che fulminò contro quella Repubblica mostrarono tosto che poco si aveva a sperare da esso per la concordia giurisdizionale del Milanese, la quale infatti fu protratta di molti anni ancora; e finalmente sollecitata con infinite cure e sommi dispendii1061 dal cardinal Federico in Milano, a Roma, a Madrid, fu segnata nel 1615, sancita due anni dopo dal re e dal papa, e pubblicata il 19 febbraio del 1618, senza quasi aver effetto per le nuove contestazioni che immediatamente dopo sopravennero. Esse ebbero origine dalla pretesa degli ecclesiastici che il privilegio dell’immunità si estendesse ai loro coloni. Gli amministratori rurali vi si rifiutarono, perché il carico sostenuto dai soli laici sarebbe riuscito insopportabile a cagione del tributo sovrimposto per le guerre del Piemonte. I membri del clero, insorgendo l’uno dopo l’altro, intimarono e promulgarono le censure ecclesiastiche contro i deputati, consoli e sindaci de’ comuni; i parrochi ricusarono di amministrar loro i Sacramenti, i vescovi di assolverli dalle censure, se non previo il ristauro dei danni e data cauzione di astenersi per l’avvenire. Il senato di Milano s’indirizzò al re esponendo di aver maturamente esaminato l’affare, ed essere l’opinione più vera e più generalmente ricevuta che sia in podestà del principe di esigere la colletta dai coloni della Chiesa sul valore dei frutti ad essi spettanti; così osservarsi in altre province; e così pure essersi osservato in tempi poco rimoti in molte parti di questo dominio, e in tutti molti anni addietro. Contuttociò, vedendo il senato che i vescovi e lo stesso sommo pontefice persistevano nelle censure, né sapeva come rimoverli dal loro proposito, né con quali mezzi difender contro di essi i laici che perseveravano nell’esigere i carichi, invocava in tali angustie le prescrizioni di Sua Maestà1062. Il re Filippo III, con dispaccio dal 2 febbraio 1619, prescrisse che dove lo esiga il servizio militare per la difesa dello Stato, anche nelle case de’ coloni ecclesiastici si pongano a quartiere i soldati, e che pure i detti coloni siano sottoposti al tributo, limitandolo all’ottava parte de’ frutti. Stabilì in quelle altre norme, che poi lascia al governo d’ampliare o restringere col parere del senato, come si sarebbe trovato conveniente per acquietare gli ecclesiastici. Il governatore duca di Feria più volte intervenne in senato a trattare di ciò, e si concluse di spedire a Roma un senatore. Fu questi il più volte nominato Giambattista Visconti, che vi si recò col fiscale Schiaffinati, e molto appoggio ebbe dal duca d’Albuquerque, allora ministro di Spagna alla Santa Sede. Ma a Roma non si fece altro se non tenerli a bada. S’andavano riunendo delle congregazioni per guadagnar tempo, e frattanto si faceva agire a Madrid il nunzio apostolico col debole re. Il governatore duca di Feria consultava tutto col senato. Gl’invidiosi, che il senatore Visconti aveva e meritava, perch’era uomo d’ingegno e di lettere, come si conosce dal suo scritto, mal sofferendo la commissione datagli dal governatore, e attraversandone l’esito, facevano che il senato desse pareri atti a rompere le negoziazioni, che si sciolsero in fatti. A Roma si sapevano le consulte del senato dai cardinali prima che il Visconti ricevesse le lettere corrispondenti.

Fervevano ancora quelle moleste contese, allorché venne di nuovo ad affliggere i Milanesi la pestilenza, e più sterminatrice di quella che avevano sofferto cinquantaquattro anni avanti. (1629) Per soprabbondanza di mali fu dessa preceduta dalla carestia e accompagnata dai disastri della guerra che combattevasi nel vicino Piemonte. La plebe di Milano, ridotta a pascersi d’erba e nel pericolo di morir di fame, siccome alcuni se ne trovarono morti per le strade1063, diede il sacco ai prestini, ed assalita la casa del signor Lodovico Melzi, vicario di Provvisione, e atterratene le porte, fu in procinto di assassinarlo1064. Il consiglio generale della città si affrettò di approvvigionare di grano il Lazzaretto fuori di Porta Orientale, e colà raccolse la più mendica plebe; né bastando quel vastissimo recinto al numero eccessivo degli affamati, destinò allo stesso fine lo spedale della Stella. Si distinse in questa pubblica calamità l’arcivescovo Borromeo coi soccorsi di cui fu prodigo, sì che meritossi d’esser chiamato il padre dei poveri1065. Ma le incessanti querele di que’ mendichi a pretesto della cattiva qualità del pane, la loro insubordinazione, i loro feroci clamori, facendo temere più gravi eccessi, indussero il governo della città a scioglierli dai loro pietosi ergastoli, restituendoli tutti alla beata libertà del mendicare. Fra una turba sì grande di popolo, estenuata dalla fame ed oppressa da ogni genere d’indigenza, la peste che sopragiunse non potea trovare più pronti veicoli per diffondere rapidissimamente il mortal suo veleno. Questa volta fu essa recata in Italia dalle truppe imperiali per la guerra di Mantova, e un soldato milanese di quell’esercito, venuto a visitare i suoi, la recò in Milano nel novembre del 1629. Sì egli che gli abitanti della casa dove alloggiò, tutti morirono; e queste furono le prime vittime1066. (1630) La casa fu isolata da ogni comunicazione; ma poco più vi si badò; e le feste, che anche in tanta miseria si celebrarono nel principio del seguente anno per la nascita dell’infante primogenito di Spagna1067, fecero che facilmente quel funesto avviso fosse posto in dimenticanza. Il fatal vulcano rimase sopito, o almeno diede segni non osservati fino al mese di marzo, quando l’esplosione si fece in un tratto violenta ed invase tutte le parti della città. Il popolo, compreso dallo stupore, s’attenne per lungo tempo al partito che più s’accomodava alla sua ignoranza e pigrizia, il non credere; e allorché fu tratto d’inganno per lo spaventevole moltiplicar de’ malati e de’ morti, e col produrre agli occhi di tutti i marciosi cadaveri, esponendoli lungo le vie, o facendoli condurre intorno ammucchiati e scoperti sui carri, si abbandonò ad ogni sorta di deliri e di eccessi. Quell’ostinata e prolungata incredulità lasciò libero al contagio di estendersi immensamente, e fu in ciò secondata dall’indolenza dapprima, poi dagli scarsi, inefficaci o improvvidi ordini de’ magistrati. La lunga successione de’ cattivi governi avea fatto dilatare l’avvilimento, l’inerzia, la stolidezza dalla plebe alle classi superiori, per modo che in quelle difficilissime circostanze il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, quello di Sanità, il senato, il governo, tutti non si mostrarono che plebe, ed ebbero con essa comuni le stravaganze e i vaneggiamenti. Tranne il ricoverare gli appestati nel Lazzaretto, nessun altro opportuno provvedimento fu adottato in quest’occasione di quelli che pure il furono nella peste del 1576. A reggere quella repubblica di appestati fu delegato un frate con illimitata autorità, il padre Felice Casati, guardiano de’ Cappuccini di porta Orientale1068. "Si è comandata con una mal intesa pietà una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de’ cittadini, e trasportando il corpo di san Carlo per tutte le strade frequentate, ed esponendolo sull’altare maggiore del Duomo alle preghiere dell’affollato popolo, prodigiosamente si comunicò la pestilenza alla città tutta, ove da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno"1069. Il cardinale arcivescovo avea ricusato di aderirvi, ma tali furono le sollecitudini e le istanze, che, quasi forzato, vi acconsentì1070. Il Ripamonti ci fa fede che da quel giorno la pestilenza ha acquistato tal forza e predominio, che veramente corrispondeva al suo nome1071. E soprabbondando il numero degli appestati che presentavansi ogni giorno al Lazzaretto, arrivarono ad essere un tempo nel detto luogo quattordicimila e cinquecento annoverati, restandone più volte le centinaia di fuori attorno a quella fossa, aspettando che la morte facesse loro qualche luogo1072. Per la qual cosa fu duopo erigere de’ Lazzaretti sussidiari a San Barnaba al Fonte, a San Vincenzo in Prato e alla Trinità. Un altro ne fu fatto disporre dal cardinale arcivescovo nel seminario della canonica per gli ecclesiastici.

Ma il delirio più scandaloso e ch’ebbe più tragici effetti, fu quello delle unzioni venefiche. La storia ci attesta che si è prestata credenza a questa sciocca cagione in altri contagi, ed abbiamo veduto che l’opinione ne corse anche nella peste del 1576. Ora a darle maggior voga venne un dispaccio del re Filippo IV, che avvisava il governatore di far invigilare che non s’introducessero nel Milanese alcuni uomini portatori di unguenti pestiferi, ch’erano stati veduti in Madrid e di là fuggiti1073. Queste precedenze erano più che sufficienti perché si asseverasse che siffatte unzioni già facevansi in Milano, e così avvenne. Un editto del tribunale di Sanità, del 19 maggio, asserendo il fatto per indubitato, promise il premio di ducento scudi a chi avrebbe data certa notizia de’ rei, e di più l’impunità al denunciante qualora fosse uno de’ complici, ma non il principale1074. Poche settimane dopo, per racconto di donne, si divulgò che il commissario della sanità Guglielmo Piazza era stato veduto a far tali unzioni; egli confessò ne’ tormenti che l’unto gli era somministrato dal barbiere Gian-Giacomo Mora; e questi e molti altri sono pur carcerati e tormentati. La compassionevole narrazione di questo nefando processo è già nota1075; e qui basterà il dire che il Piazza e il Mora, e altri non pochi, dichiarati rei di un delitto impossibile, furono condannati ad essere condotti al patibolo su di un alto carro; ad aver nel cammino arse le carni da tenaglie roventi, tagliata la mano destra; indi fracassati dalla ruota, e intessuti ancor vivi fra le gaviglie della ruota stessa, scannati dopo sei ore, finalmente abbruciati, e sparse le ceneri al vento. Tutto ciò fu eseguito; e stando i miseri fra le mani del carnefice si protestarono innocenti innanzi al popolo, e di morir volontieri per gli altri peccati loro, ma di non avere mai esercitata l’arte di ungere, né aver pratica di veleni o sortilegi1076. Quanto possedevano quelle due vittime fu confiscato; la casa del Mora, distrutta dai fondamenti, e sull’area di essa eretta una colonna per pubblico decreto dichiarata infame, accompagnata da un’iscrizione in marmo per tramandare la memoria del fatto alla posterità. E la posterità l’ha giudicato: nel 1778 la colonna si trovò clandestinamente atterrata; l’iscrizione fu levata di poi, la casa rifabbricata; onde non rimane più traccia visibile dello scelerato giudizio1077. Né il Piazza e il Mora, e i molti soci ch’ebbero nel processo furono soli sacrificati al fanatismo del volgo e all’ignoranza togata. Si volle scoprire un distributore d’unzioni anche tra gli appestati del Lazzaretto, Gian Paolo Rigotto, il quale andò al patibolo li sette di settembre, e l’accompagnò il padre Felice, cappuccino, con un altro padre Teatino, che là dentro amministrava li Sacramenti; et affermarono questi che, al solito degli altri, aveva costui rivocata la confessione e sin all’ultimo fiato protestato di morire innocente1078. Quali tempi, quai giudici, e quanto infelice nazione! A compiere l’orrenda scena basterà che si sappia aver quella pestilenza mietuto centoquarantamila vite di cittadini milanesi, secondo il più moderato calcolo che desunse il Ripamonti dalle tabelle del tribunale della sanità1079, mentre il Somaglia l’accresce di altre quarantamila. La città non fu del tutto sana che circa due anni dopo, nel 1632.

Le persone notabili morte ne’ decorsi trent’anni furono frà Paolo Moriggia, Gesuato, autore di molte opere mediocri o cattive sulle Antichità Milanesi, morto nel 1605, d’anni settantanove; Carlo Bescapè, vescovo di Novara, che morì il 6 ottobre 1615, contando sessantacinque anni di età e ventidue di episcopato, uomo assai dotto e pio, e il più sincero scrittore della vita di san Carlo, benché ne fosse famigliarissimo e ammiratore; e Giovanni Pietro Carcano, morto il 5 agosto 1624, che destinò le sue molte ricchezze a beneficare splendidamente lo spedale Maggiore e la chiesa metropolitana di Milano, e ad erigere un monastero di vergini, dette dal nome del fondatore le Carcanine. Chiude questa lista necrologica il più grande e il più utile cittadino del suo tempo, il cardinale arcivescovo Federico Borromeo, che cessò di vivere il 21 settembre del 1631, nell’età di circa anni sessantasette.