Sulla lingua italiana. Discorsi sei/Discorso terzo

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Discorso terzo
Epoca terza
dall'anno 1280 al 1330

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Discorso terzo
Epoca terza
dall'anno 1280 al 1330
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Qui cessa del tutto ogni predominio di dialetto provenzale, lombardo e siciliano, e vi prevale bella di originalità e di vigore la letteratura e la lingua, che, diffondendosi a un tratto da tutta l’Italia, rinnovellò la civiltà del genere umano europeo. Questa età andrebbe propriamente chiamata de’ Poeti Toscani, quantunque pur molti fossero d’altre provincie; nè forse un giusto volume basterebbe a parlare debitamente di tutti. Se non che, oltre alla ragione de’ nostri limiti, il nostro proposito dichiarato sin dal primo di questi Discorsi impone a noi di non nominare, se non que’ pochissimi che come luminosi pianeti sono stati preceduti da minori satelliti. Pure, comecchè avessero meriti letterarj assai disuguali tra loro, si somigliano quasi tutti nel loro comune carattere, d’anime non per anche domate dalla servitù dell’Italia. Sentivano fortemente, scrivevano per le loro innamorate e combattevano per la loro fazione; amministravano le leggi e i governi delle loro città; e offrirono lo spettacolo di cittadini, guerrieri ed autori, qualità che, pur troppo! gli Italiani poscia non videro unite ne’ lor letterati se non assai raramente. Pur nondimeno nella storia letteraria d’Italia quest’epoca fu confusa con la seguente, differentissima in tutto, perchè nuove vicissitudini cangiarono le condizioni politiche ed i costumi e i caratteri della seguente generazione. Il Tiraboschi cadendo, parte volontariamente e parte per necessità, in questo errore, contribuì più ch’altri a perpetuarlo. L’opera sua è oggimai fatta più popolare delle altre, e può meritamente chiamarsi l’archivio ordinato de’ fatti, delle date e dei nomi de’ libri e de’ documenti letterarj di molti secoli. Bensì con quali e quante precauzioni meriti ad un tempo d’esser consultata quell’opera e le altre su lo stesso soggetto, è noto a chiunque sa che la verità non può essere non che scritta, ma neppure pensata dove la stampa è in ceppi. Tutti i critici appartenevano a un’accademia, a una città rivale delle altre; e per lo più a una congregazione di frati. Il Tiraboschi era Gesuita, e non poteva guardare molto addentro in una età nella quale predomina il genio di Dante, poeta di nome terribile e di mente implacabile contro la Chiesa Romana.

Nel 1280, col quale principia questa terza delle nostre epoche, Dante aveva quindici anni; e la sua fama crebbe in guisa ch’oggi non v’è forse angolo di terra civilizzata dove non sia conosciuto. Il suo poema viene esaltato anche dagl’infiniti che non lo leggono, e da moltissimi che non possono intenderlo. Ei fu quindi tenuto più che uomo mortale; e una specie di religione per lui fa vedere meriti, i quali, esagerando la verità, impediscono il frutto che la Storia può ricavare dalle osservazioni degl’individui straordinarj della nostra specie. Un letterato Inglese, stando a lunga dimora in Toscana, leggendo infaticabilmente e visitando archivj e pubbliche librerie, compose la prima parte d’un suo nuovo commento pubblicato da poco in qua; e trovò che Dante scrisse uno de’ più graziosi fra’ suoi Sonetti quand’egli aveva appena nove anni d’età1. Il dottissimo commentatore frantese un passo dell’autore dove racconta in piane parole, che quando vide Beatrice per la prima volta, era nel nono anno dell’età sua, e dopo altri nove anni compose il suo primo Sonetto per lei: vedi la narrazione di Dante nel libro notato qui a piedi2. Era da aspettarsi che l’instancabile raccoglitore delle Curiosità letterarie nell’ultima serie correggesse lo sbaglio. Ma lo ripete; e citando le meraviglie del dotto commentatore, vi aggiunge del suo, che il Sonetto era sconosciuto fino a’ dì nostri. - The tender Sonnet free from obscurity, which he composed for Beatrice, is preserved. - There can be no longer any doubt of the story of Beatrice, but the Sonnet and the passion must be classed among curious natural phenomena3. Pur se ogni volta si cercasse d’avverare la realtà schietta de’ fatti, appena uno di mille fenomeni letterarj mancherebbe di spiegazioni naturalissime e giornaliere. Il vero si è, che il meravigliarsi è uno de’ bisogni dell’uomo; e però il procurare che gli altri si meraviglino è un espediente che riesce egregiamente a comporre volumi piacevoli, dando novità a cose vecchie, e apparenza di aneddoti secreti e appena scoperti a storie pubbliche per chiunque vuol leggerle. L’esistenza di Beatrice e del sonetto e dell’amore che lo produsse, sono circostanze notissime da cinque secoli e più, e registrate puntualmente da Dante nel suo romanzetto intitolato la VITA NUOVA.

Certo il suo primo sonetto fu scritto quand’aveva diciotto anni; e considerando non tanto l’età sua, ma lo stato della lingua e della poesia nel suo secolo, pare saggio bellissimo per sè stesso. Se non che non fu mai nè ammirata quanto pur merita, nè studiata attentamente l’operetta della Vita Nuova; e non pertanto palesa l’anima dell’autore, e la prima concezione del suo grande poema4, e l’impulso e il progresso dato in un subito non solo alla poesia, ma, quel che è più difficile in tutte le lingue, alla prosa italiana. Dante cominciò a fondare non solo gli esempj, ma anche le grandi teorie dalle quali vennero poi tutte le regole, e sono le vere, suggerite dalla pratica di tutti gli scrittori in ogni specie di composizione sino a’ dì nostri. E malgrado le dispute d’accademie grammaticali e di scuole, e i precetti infiniti di neologisti e cruscanti, la lingua italiana, finchè non cesserà d’essere scritta, si governerà perpetuamente co’ principj luminosi e sicuri che Dante ricavò dalla natura d’ogni lingua, e dal carattere di quella ch’egli perfezionava.

I due compagni ch’ebbe in quella impresa furono Brunetto Latini suo precettore, e Guido Cavalcanti suo primo amico, com’ei sempre lo nomina; e l’antepone nel merito a tutti i suoi contemporanei. Da Brunetto Latini Dante e gli altri Fiorentini desunsero la prima educazione letteraria. Vero è che Brunetto, per le ragioni già da noi assegnate, scrisse le opere sue maggiori in Francese; e a ciò fors’anche contribuì l’aver egli vissuto in Francia molta parte dell’età sua, bandito da una delle fazioni politiche di Firenze. Parimente anche quel poco ch’ei scrisse di poesia italiana merita appena d’essere ricordato. Ma l’arte e l’abitudine di esprimere chiaramente le idee, ed ordinarle logicamente e con la proporzione richiesta dalla composizione; e il secreto ancora più difficile di connettere le parole con armonia ed eleganza, e supplire alla povertà della lingua nobilitando i vocaboli e le frasi del popolo, furono insegnati alla gioventù fiorentina da Brunetto Latini. Fu anche secretario della Repubblica, appunto per l’abilità sua di scrivere, e gli storici lo chiamano comunemente IL BUON DETTATORE. Morì verso il 1295, quando Dante aveva già compiuto la Vita Nuova; e gliela mandò co’ versi seguenti:

Messer Brunetto, questa pulzelletta
Con esso voi si vien la pasqua a fare;
Non intendete pasqua da mangiare,
Ch’ella non mangia, anzi vuol esser letta.

     La sua sentenza non richiede fretta,
Nè luogo di romor, nè da giullare;
Anzi si vuol più volte lusingare,
Prima che in intelletto altrui si metta.
     
     Se voi non la intendete in questa guisa,
In vostra gente ha molti frati Alberti,
D’intender ciò ch’è porto loro in mano.
     
     Con lor vi restringete senza risa;
E se gli altri de’ dubbj non son certi,
Ricorrete alla fine a messer Giano.

Di Guido Cavalcanti non resta fuorchè una breve raccolta di versi quasi tutti amatorj, e un gran nome, appena secondo a quello di Dante. L’amore delle sue poesie è spesso più platonico di quello del Petrarca, e non è dir poco; ma talvolta anche sentono la giovialità non molto vereconda d’Anacreonte; e quest’ultimo carattere è del tutto invisibile negli altri poeti di quell’età. Il suo stile è men amabile in sì fatto genere di composizione che quello di Dante: l’uno e l’altro cedono di molto nella soavità a Cino da Pistoja loro coetaneo. Ma le concezioni di Guido sono profonde; la lingua è ricca: ei distinguesi sovra gli altri tutti nell’andamento del suo fraseggiare, e nei numeri della sua verseggiatura, perchè il suo stile spira una fierezza originale, derivante tutta dalla tempra straordinaria dell’anima sua. Era uno di que’ pochi individui che costringono gli altri uomini ad ammirarli, e tramandare la loro memoria alla posterità senza alcun’opera che giustifichi l’ammirazione. Bayle nel suo Dizionario ne ha parlato più esattamente degl’Italiani; e fra le cose sfuggite anche a quel sommo critico, noi non suppliremo se non a quelle poche che sono connesse al nostro soggetto, e degne d’esser ricordate a togliere una o due importanti lacune.

L’anno in cui Guido Cavalcanti morì fu sorgente di molte liti, e deluse le indagini anche d’un suo discendente, il quale pubblicò non è molto le poesie e una nuova biografia del suo illustre antenato5. Ma niuno s’accorse d’un passo d’antico storico ed uomo di Stato, il quale inoltre scriveva negli Archivj della Repubblica Fiorentina. Ei narra che Guido morì nell’anno 1301 in esilio, poco dopo che Dante, nella sua magistratura, operò che per la quiete della città fossero confinati i capi de’ Guelfi e de’ Ghibellini; e fra questi ultimi era Guido6. Tuttavia se Dante non viveva fino d’allora Ghibellino coperto, era pur sempre amico caldissimo e aperto di Guido; e l’avere tentato di farlo ripatriare, perchè s’ammalò mortalmente per la malaria del paese ov’era confinato, fu l’uno dei gravi delitti pe’ quali anche a Dante toccò poi d’errare calunniato, ramingo, mendico e inseguito con tre sentenze di pena capitale; e non trovare sepolcro che fuori della sua patria. Ma i sacrifizj fatti dall’amico suo non giovarono a Guido, che già consunto dall’infermità si moriva o innanzi di ritornare in Firenze, o subito dopo ch’ei la rivide. Pare che questi siano gli ultimi versi scritti da lui:

Perch’io non spero di tornar giammai,
Ballatetta, in Toscana,
Va tu leggiera e piana,
Dritta alla donna mia.
     
     Tu senti, Ballatetta, che la morte
Mi stringe sì, che vita m’abbandona;
E senti come ’l cor si sbatte forte
Per quel che ciascun spirito ragiona:
Tant’è distrutta già la mia persona,
Ch’io non posso soffrire:
Se tu mi vuoi servire,
Mena l’anima teco,
Molto di ciò ti preco,
Quando uscirà del core.

Non poca parte della gran fama che sopravvisse sulla tomba di Guido derivò senza dubbio dalla sua amicizia con Dante, e dalla menzione che questo poeta ne fa con amore insieme e riverenza. Pur vi cospirarono alcune altre di quelle cagioni, che assegnano talvolta agli uomini una celebrità non corrispondente alla loro vita. La famiglia di Guido, vero o falso che fosse, traeva l’origine da guerrieri venuti in Italia quando Carlo Magno ne cacciò i re longobardi. Era capo di fazione, fiero d’animo e imperterrito ad affrontare i suoi nemici con l’armi7. Era eloquentissimo nelle assemblee popolari. Suo padre, per le sue speculazioni metafisiche sopra i principj d’Aristotile, com’erano commentati dagli Arabi e tradotti in latino, aveva negato arditamente l’immortalità dell’anima8; e fu creduto che Guido, sospingendo la filosofia più oltre che il padre suo, avesse studiato a provare che Dio non esisteva9. In ogni tempo e paese, ma più assai in un secolo superstizioso e in una repubblica popolare, tutte queste cagioni riunite bastano ad attirare l’attenzione degli uomini, a farli parlare in bene o in male intorno ad un individuo, a scrivere d’esso il vero e non vero, a ridurre ogni cosa alla meraviglia e tramandare alla posterità un carattere più straordinario che forse realmente non era. Così, anche due secoli dopo la sua morte, Guido fu descritto ornato d’ogni grande qualità di cuore e di mente, e fin anche dell’esterno della bellezza, da molti suoi concittadini, ma più eloquentemente da Lorenzo de’ Medici10; il quale trovò anch’esso storici insieme e panegiristi, superati tutti dal celebre Roscoe.

Se non si fosse smarrito il trattato che Guido Cavalcanti compose su la lingua italiana, avremmo oggi un documento attissimo a lasciarci stimare le sue facoltà intellettuali. Le sue teorie, qualunque si fossero, sarebbero ad ogni modo meno inutili alla letteratura che non furono e saranno mai le speculazioni teologiche, e peggio quelle che a lui sono attribuite. Tuttavia, l’accingersi a dar leggi e metodo e norme future a una lingua nascente, e in secolo di ignoranza universale, e prima che Dante scrivesse (perchè Guido nacque molti anni innanzi); certo l’accingersi e il solo pensare a siffatta impresa, basta a darci un’idea della facoltà della mente di Guido. Dante in seguito adempì ciò che l’amico suo non aveva forse che adombrato; ma dopo un intervallo di venti a venticinque anni, e allorchè la civiltà aveva fatti progressi rapidissimi. La nazione usciva dallo stato di barbarie, e gl’individui erano fieri di passioni, ardenti d’immaginazione, ambiziosi di gloria e non ancora ammolliti dal lusso a temere i pericoli, nè ammaestrati dall’esperienza a godere della realtà e a non andare dietro a illusioni. Quando Dante scrivea la Vita Nuova, Guido probabilmente aveva composto i suoi precetti grammaticali; e molti altri con minor genio, ma con eguale perseveranza, sorgevano autori nella loro lingua materna, e specialmente in Firenze. Il volume intitolato Documenti d’Amore di Francesco da Barberino fu scritto parte in prosa e parte in versi, appunto come la Vita Nuova, contemporaneamente, o prima di questa. I versi di Francesco sono meschini; ma il resto è pieno di grazie semplici, e d’amabilità di stile. Marco Polo aveva già viaggiato e poi guerreggiato per la sua patria; e, fatto prigioniero da’ Genovesi, componeva in prigione la storia de’ suoi viaggi. Le città, ch’erano già libere da un secolo e mezzo, cominciavano ad avere ciascuna d’esse i loro storici, molti de’ quali nel resto d’Italia scrivevano in latino, ma in Firenze si giovavano del loro dialetto; e contribuirono a ornare e diffondere la lingua letteraria, che poi divenne universale nella penisola. Tra questi Giovanni Villani preserva anche a dì nostri il doppio merito di storico veritiero e di elegante scrittore: però non concluderemo questo Discorso senza osservare i caratteri del suo stile. Il Villani era già in età d’intervenire nelle faccende pubbliche quando Dante fu esiliato, e l’uno e l’altro studiavano a scrivere le loro diverse opere quasi nel medesimo tempo.

Così, e quando Dante cominciò a meditare su l’indole e i caratteri della lingua italiana, e mentre si accinse a trovarne le teorie più efficaci a stabilirla ne’ suoi primordj e regolarla ne’ suoi progressi, egli aveva dinanzi a sè molti saggi sì in poesia che in prosa, da’ quali egli poteva desumere molte osservazioni e ridurle a principj sicuri. Infatti il suo primo libro su la lingua chiamato Convito, e nel quale tratta di molte altre questioni d’ogni maniera, cominciò a comporlo dopo ch’ebbe passato l’anno quarantacinque dell’età sua11; e l’altro intitolato dell’Eloquio Volgare, e nel quale tratta il soggetto di pieno proposito, lo intraprese poco innanzi di morire. Non ne lasciò scritta che una piccola parte, ma, per quanto la crescente civiltà dell’età sua l’abilitasse a trovare alcune delle regole necessarie alla lingua, pur nondimeno i fondamenti inconcussi su’ quali la stabilì non poterono uscire che da una mente straordinaria come la sua.

Il maggiore e miglior numero delle osservazioni gli furono senza dubbio somministrate dalla lingua poetica, e dall’intentissimo studio a comporre il suo grande poema. Tuttavia, ad eccezione d’Omero, niuno stile poetico, e molto meno l’italiano, e quello del poema di Dante meno d’ogni altro, può servire di guida ragionata e fedele a ridurre gl’innumerabili accidenti e bizzarrie di una lingua sotto regole evidenti, ordinate e perpetue. I Greci, per quanto sappiamo, non ebbero libro di prosa se non tre secoli e più dopo l’Iliade. I poemi d’Omero furono i primi, e, per lunghissimo tempo, i soli fonti della lingua letteraria de’ Greci; e da que’ due modelli poscia i poeti e gli storici e gli oratori, di generazione in generazione e di città in città, desumevano ricchezze, dignità ed eleganza di stile a nobilitare i dialetti diversi della Grecia. Tutti que’ dialetti sono oggi classificati quasi col metodo di Linneo, e distribuiti con tutti i loro caratteristici da’ professori delle Università; ma non li conoscono che ne’ libri, e non gli udirono mai parlare. Or se, invece di leggerli, gli avessero uditi, non gli avrebbero classificati, nè ammirati, e i nostri profondi ellenisti si sarebbero accorti che anche i greci erano dialetti nè più nè meno come tutti gli altri; e che nella bocca del popolo erano rozzi, incostanti, ritrosi ad ogni guida e ad ogni regola, e alterati sensibilmente e capricciosamente quasi d’anno in anno, e trasformati di provincia in provincia dal tempo, e innestati uno nell’altro dalle conquiste, dal commercio e da’ nuovi usi, come gli altri dialetti d’ogni terra ed età. Bensì, per essere scritti, dovevano conformarsi alla lingua generale e letteraria della nazione; e benchè serbassero alcune forme provinciali e suoni peculiari alla provincia, pur nondimeno nel resto erano tutti più o meno somiglianti alla lingua Omerica. Questa lingua, tuttochè applicata da principio alla poesia dell’Iliade e dell’Odissea, riesciva in seguito attissima a lasciarsi imitare da tutti in ogni altro genere di composizione; e quindi a contribuire materiali infiniti alle osservazioni pratiche, e a’ precetti e a’ principj perpetui dello stile de’ poeti, degli storici e degli oratori di tutta la Grecia. La poesia d’Omero infatti è narrativa insieme e drammatica, e senza raffinamento veruno di lingua o di stile. È grande nelle invenzioni, originale e ricca ne’ caratteri, fiera nelle passioni, caldissima ed evidente nelle sue scene diverse; ma nelle parole procede costantemente semplice, e naturalmente grammaticale. Le sue frasi non sono mai troppo pregne di metafore, e non mai applicate a idee metafisiche, nè a pensieri o sentimenti che non siano, per così dire, tangibili. Cosicchè, se vi si togliesse il metro de’ versi, e l’Iliade e l’Odissea si riducessero in prosa, parrebbero storie romanzesche e meravigliose come mille altre che a’ dì nostri si scrivono in lingue e stili mille volte peggiori, e che trovano infinitamente maggior numero di lettori che non i poemi d’Omero.

La lingua poetica di Dante, al contrario, è talvolta sublime, talvolta strana, e spesso ineguale; ma non mai facile ad essere nè imitata dagli scrittori, nè osservata con frutto da’ legislatori di lingua. Quindi non ha potuto, nè potrà mai servire di modello a composizioni in prosa. Nel tempo stesso fu lingua soggetta anch’essa a leggi rigorosissime; ma furono inventate da chi la creò, e per non essere applicate fuorchè da lui solo, e in quel suo genere di poesia. Molte forse delle sue frasi e modi di dire si potrebbero usare, e si sono usati dagli scrittori; ma risaltano ad un tratto agli occhi quasi ornamenti tolti ad imprestito, ed eccezioni felici a liberare d’ora in ora lo stile dalla monotonia dell’ordinaria andatura grammaticale. I dialoghi nel poema di Dante sono convenientissimi a ciascuno de’ tanti interlocutori d’ogni età, d’ogni costume e d’ogni carattere. Ad ogni modo parlano tutti con tanta profondità di pensiero, e forza di concezione e ardore di passione, e soprattutto con tanta brevità, da costringere la lingua a forme ed espedienti e metafore maravigliose in que’ luoghi, ma incapaci ad accomodarsi al processo più logico della prosa. I romanzi della Tavola Rotonda raccontano che il re Arturo uccise di un colpo di lancia il suo figliuolo Mordrec, perchè lo colse in adulterio con la sua matrigna. Dante o lesse o immaginò che il fatto avvenisse a giorno chiaro, e in luogo dove splendevano i raggi del sole; e che il colpo di Arturo fece in un subito una ferita larga e profonda in guisa da dare adito al sole di trapassare per mezzo della piaga dal petto alle spalle, cosicchè, mentre il corpo di Mordrec era diviso dal colpo, l’ombra sua sul piano era divisa dal raggio solare. Certo qualunque altro scrittore antico o moderno, e in qualunque lingua, esporrebbe lo stesso fatto più o men brevemente per via di narrazione o di descrizione o d’immagini; ma nessuno, fuorchè Dante, e niuna lingua, fuorchè la sua, avrebbero ristretto il fatto in quei due soli versi:

E a quello cui fu rotto il petto e l’ombra
Con esso un colpo per la man d’Artù12.

E questo è detto in un dialogo da uno Spirito nell’Inferno in via di narrazione. L’energia delle parole, la rapidità delle espressioni e il suono di que’ due versi sono congegnati con tal arte da far sentire in un subito tutta la ferocia e l’istantaneità dell’azione. Quel modo idiomatico con esso un colpo invece di con un colpo, e che in Inglese forse non si potrebbe tradurre che con la parafrasi, at one and the very same blow, conferisce nell’originale efficacemente all’intenzione del poeta. L’immagine è nuova insieme e terribile, e posta dinanzi agli occhi; ma non a tutti gli occhi riescirà di vederla senza attentissimo esame. Noi non possiamo concepire in un subito come fosse l’ombra unita al petto, nè come fosse rotta anch’essa ad un tratto da un medesimo colpo, nè come mai l’ombra potesse dividersi a un colpo di lancia. La riflessione del lettore, o l’allusione degli antichi romanzieri riescono finalmente a offrire all’immaginazione una pittura evidente dell’azione rappresentata; e la meraviglia si riconcilia alla realtà naturale. Se questo modo di descrivere sia piuttosto bizzarro che originale, è un’altra questione con la quale qui non abbiamo che fare. Ma questo solo esempio basta a provare l’uso che Dante faceva della lingua nel suo poema. Ben può supplire abbondantissimo numero d’osservazioni particolari; ma nella pratica ognuno s’accorgerà che ciascuna osservazione si rimarrà isolata, e non potranno mai ridursi a metodo grammaticale, ne a principj applicabili mai dalla generalità degli scrittori.

Ben è vero che la dizione del poema di Dante trasfuse sempre nelle opere degli uomini di genio un certo spirito di originalità, d’energia e di calore che può adattarsi ad ogni specie di composizione. Ma non è che lo stile, o per parlare più esattamente, non è che l’essenza secreta dello stile di Dante, dalla quale que’ pochi che sanno cercarla e la trovano possono ricavarne gran frutto.

Tuttavia conviene ch’essi spoglino la lingua di quel poema delle forme inventate da Dante, le quali non possono essere maneggiate costantemente che da lui solo. Due moderni scrittori d’ingegno, d’anima e di educazione differentissima, e ciascuno d’essi meritamente celebre per un modo diverso e proprio a ciascuno di essi, di scrivere in poesia, indagarono per tutto il corso della loro vita letteraria le più potenti qualità della lingua italiana, e i secreti dello stile sulla Divina Commedia. L’uno e l’altro gli hanno trovati, e se ne sono giovati felicemente; e professano d’essere debitori in gran parte della loro fama alla loro perseveranza nello studio di Dante. L’uno è l’Alfieri, e l’altro è il Monti; e nondimeno i loro metodi di scrivere sono, non solo diversi, ma assolutamente opposti fra loro, sì che pajono poeti distanti più secoli l’uno dall’altro. E la ragione si è che, indipendentemente dalla tempra diversa delle loro facoltà intellettuali, l’uno e l’altro non si sono imbevuti che dell’essenza dello stile dell’antico creatore della poesia italiana. Così l’Alfieri n’animò i dialoghi delle sue tragedie, e il Monti le terzine delle sue cantiche. Ma quanto alle forme della lingua, l’Alfieri le pigliò principalmente dalle prose del Machiavelli, e il Monti dal poema dell’Ariosto.

L’altro genere di poesia trattato da Dante fu la lirica amorosa, ed era comune a tutti i suoi coetanei; e dopo mezzo secolo essendo stata ridotta dal Petrarca ad invariabile perfezione, fu poscia per quattrocento anni stoltamente imitata anche dagli uomini savi; e analizzata da’ critici e dalle accademie: ma niuno s’avvide mai che sì fatta lingua non si presta a imitazione di poeti, nè ad analisi di precettori di grammatica. Quanto agli elementi di cui il Petrarca si valse a comporre quella sua lingua, ne faremo parola osservando l’epoca seguente, alla quale egli spetta. Ma quanto al genere della sua poesia, ei lo trovò già introdotto da scrittori anche più antichi di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di Dante. Questi tre, fra’ quali Dante primeggia, superarono i loro antecessori, e spianarono il sentiero al Petrarca a condurre Laura al terzo cielo. È poesia lirica platonica, d’amore platonico, in lingua platonica. Riescono versi mirabili, perchè sembrano concepiti da anime più che umane; ma parlano raramente alla fantasia nostra per via d’immagini, bensì la rapiscono in estasi; commovono il cuore a sentimenti indistinti, gratissimi, ma fuggitivi perchè la passione è rigorosamente disgiunta da’ nostri sensi, che sono i ministri naturali e perpetui d’ogni passione reale; finalmente le idee sono sottilmente derivate da teorie metafisiche inconcepibili; spesso oscure a’ poeti che si studiano d’illustrarle. Talvolta fin anche nelle poesie del Petrarca una idea astratta è dedotta dall’altra, concatenata in ragionamenti e sillogismi e conclusioni, di modo che se fossero esposte senza metro, nè rime, nè metafore e tradotte in piane parole, ne uscirebbe una tesi sostenuta col metodo regolarissimo delle scuole. Bensì i versi, le rime e l’armonia delle parole combinate con arte musicale, le illusioni aeree e meravigliose di quella specie d’amore che illude per un momento, e le frasi adattate a quel genere di composizione hanno fatto spesso ammirare quella lirica, specialmente in que’ tempi. Non già che la intendessero meglio di noi; ma perchè era accompagnata da note di musica e cantata alle feste e a’ banchetti; ond’era astrusa come poesia, ed insieme popolarissima come musica. Così in Londra di mille persone che concorrono all’opera italiana appena cento ne intendono le parole.

Ma mentre Dante nelle sue poesie liriche e nella sua Divina Commedia dava esempj che potevano essere piuttosto ammirati che imitati da presso, e trattava due diversi stili poetici, indipendenti da’ metodi ordinarj e regolari di tutte le lingue, egli pur nondimeno adempiva a quest’oggetto con le sue opere in prosa.

Abbiamo veduto come i dialetti innumerabili chiamati romanzi, che si parlavano universalmente nell’Impero Romano e derivati tutti dal latino, si consolidarono nella lingua spagnuola, nella francese e nella italiana, le quali appena furono scritte da’ poeti e diventarono letterarie e nazionali, assunsero i nomi, de’ quali abbiamo già dato ragione, di lingua d’oc, lingua di oui, lingua di sì. La prima pretendeva la preminenza per l’antichità de’ suoi poeti; la seconda per la moltitudine de’ suoi traduttori dal latino d’opere in prosa; e la terza, più tarda delle altre, per la sua prossima affinità con la madre lingua latina, per la sua migliore regolarità di sintassi, e per la sua maggiore armonia ed attitudine a scriversi. Della lingua d’oc, benchè siasi trasfusa tutta nella spagnuola d’oggi, non restano vestigj se non nelle canzoni dei Trovatori, illustrate non sono molti anni dal Raynouard. Abbiamo inoltre sott’occhi un volume di poemi ridotti in francese dalla lingua Occitanica, come la chiama il traduttore; ma il nome è posteriore alla cosa. Certo è che consisteva or più or meno de’ dialetti romanzi provenzali, guasconi e catalani. Nel tempo stesso, a dir vero, noi non siamo molto disposti a credere all’autenticità di que’ poemi occitanici, e ci sembrano parafrasi moderne di pochi avanzi della lingua d’oc nominata da Dante, e che oggi sarebbe in tutto perduta senza lo studio degli antiquarj. Tuttavia i suoi elementi sono evidenti in quel dialetto spagnuolo ch’è parlato da’ Catalani. La lingua francese ebbe sorte migliore; e poscia il numero e il merito de’ suoi scrittori in prosa la fecero correre a gloria che non le potrà esser rapita, se non dopo che una generale rivoluzione della terra spegnerà nelle nuove nazioni che l’abiteranno ogni memoria di quelle da cui saranno state precedute. Pur nondimeno la lingua letteraria francese non arrivò a tanto splendore, se non per mezzo di alterazioni progressive che la trasformarono quasi in tutto da quello che era a’ tempi di Dante. Bensì l’italiana nacque, crebbe e si ampliò lingua letteraria con pochissime alterazioni, fuorchè quelle recatele dal maggiore o minor genio degli scrittori. Per quante dottrine grammaticali l’abbiano immiserita, pur nondimeno l’essenza intrinseca e le sue forme esteriori rimangono sempre le stesse.

Il sommo merito di Dante consiste nell’avere osservato il processo delle altre lingue derivanti dalla latina, le loro passate, le loro attuali vicissitudini, e quelle della sua propria; e quindi d’avere saputo prevedere che la lingua italiana non avrebbe patito le fluttuazioni e le metamorfosi delle sue rivali. Vide che poteva migliorare o peggiorare, e che questo dipendeva in parte dagli scrittori, in parte da’ principj su’ quali si sarebbe stabilita; ma che, peggiorando o migliorando, pur nondimeno le sue apparenze si rimarrebbero sempre le stesse. - A questa conclusione egli giunse e l’adottò per certissima, perchè presentì che la lingua italiana non sarebbe stata mai parlata, e quindi avrebbe evitato tutti i mutamenti che accadono in ogni lingua soggetta alle pronunzie popolari, che insensibilmente vanno d’anno in anno alterando i suoni delle parole, sì che il dialetto d’un secolo è vario da quello dell’altro nella stessa città. Al contrario, se la lingua, non essendo parlata mai, continua ad essere scritta, tutte le sue forme esteriori agli occhi, e quindi alla pronunzia degli scrittori e de’ lettori, si rimangono più costanti ne’ segni dell’alfabeto, e tramandate di generazione in generazione, con pochissime alterazioni accidentali, alla più tarda posterità.

A queste conclusioni Dante arrivò or sono cinquecento e più anni; e chi considera che quanto ci predisse si verificò puntualmente d’allora in qua, potrà facilmente inferirne che l’anima di quell’individuo, quantunque ardente di passioni fortissime sino al furore, e agitata da una immaginazione atta ad architettare e popolare tre mondi ideali, possedeva ad un tempo il potere di lunga e perseverante meditazione sugli argomenti più astrusi. Però da pochissimi fatti e da osservazioni che sfuggono l’altrui attenzione seppe dirigere il progresso futuro ed inevitabile d’una lingua; e prevedere senza ingannarsi, che quella lingua o doveva perire, o mantenersi secondo le sue predizioni. Infatti che la lingua italiana non sia parlata neppur oggi apparisce a chiunque abita, e a chiunque traversa quella Penisola. Le persone educate negli altri paesi d’Europa si giovano della lingua nazionale, e lasciano i dialetti alla plebe. Or questo in Italia è privilegio solo di chi, viaggiando nelle provincie circonvicine, si giova d’un linguaggio comune tal quale tanto da farsi intendere, e che potrebbe chiamarsi mercantile ed itinerario. Bensì chiunque, dimorando nella sua propria, si dipartisse appena dal dialetto del municipio, affronterebbe il doppio rischio e di non lasciarsi intendere per niente dal popolo, e di farsi deridere nel bel mondo per affettazione di letteratura. I dialetti italiani d’oggi sono probabilmente mutati di molto da quello che Dante udiva parlare. Egli ne contò quattordici principali, suddivisi all’infinito, come notammo, - nè oggi il loro numero è forse minore; - e la loro disparità è sì prominente, che un Bolognese e un Milanese non si intenderebbero fra di loro, se non dopo parecchi giorni di mutuo insegnamento. Inoltre, che la lingua italiana sia stata sempre scritta con le medesime forme apparirà dal solo confronto con le due lingue più letterarie dell’Europa moderna, le quali per essere state insieme parlate e scritte, mutarono la loro ortografia in guisa, che pochi Inglesi, fuochè i dottissimi, possono leggere e intendere le lettere di Chaucer, e pochi Francesi i libri di Rabelais. I Francesi di Luigi XIV, e gl’Inglesi, al tempo ancor meno lontano della regina Anna e anche dopo, esiliarono tanto numero di parole, che oltre ad impoverire i loro idiomi, lasciarono gli antichi libri in dimenticanza. Trasfigurarono la loro ortografia in modo che scrivono in un alfabeto e pronunziano in un altro; ma a’ Francesi basta d’abusare de’ segni delle vocali e pronunziarli per via di dittonghi: bensì gli Inglesi abusano di vocali e di consonanti; anzi, a dir giusto, non hanno alfabeto. Tale è la sorte di tutte le lingue, che essendo insieme scritte e parlate devono presto o tardi accomodarsi all’impero mutabile sempre della pronunzia e dell’uso. - Al contrario la lingua italiana, per l’essenza sua di essere scritta e non parlata, essa e la sua ortografia patirono meno trasformazioni; ed ogni suo segno alfabetico scritto è pronunziato in un modo. Pochissime mutazioni qua e là nelle pagine delle prose di Dante basterebbero a far presumere ch’egli scriveva a’ dì nostri. La lingua traversò tanti corsi di secoli e di vicissitudini morali e politiche della nazione, preservando quasi tutte le sue parole armoniose, evidenti ed energiche, ed i suoi modi eleganti, acquistandone sempre de’ nuovi, e senza perdere mai gli antichi, e scrivendoli tutti con la medesima uniformità. Sì fatti vantaggi non potranno essere controbilanciati che da danni ignoti alla storia delle altre lingue; fra’ quali il peggiore si è: che la lingua rimanendosi esclusivamente letteraria, la nazione in generale non ne ricavò molto profitto, nè ha mai potuto decidere sul merito degli scrittori o sulle loro dispute grammaticali. Gli autori sono per lo più i soli lettori in simili argomenti, e certamente i soli giudici: onde non è meraviglia se le dispute stesse non cessarono mai, e se tutti scrivendo del come si dovrebbe scrivere, pochissimi scrivono di ciò che pur si dovrebbe.

Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principj generali intorno alla legislazione grammaticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava. Bensì ogni altro de’ sistemi posteriori apparve tanto più assurdo, quanto più si allontanava dal suo; e tutti insieme non solo impedirono, ma fecero retrocedere la lingua ne’ suoi progressi. Non però le hanno potuto far mai rimutare indole nè apparenze; ed oggimai l’esperienza ha convinto la più gran parte degl’Italiani, che la loro lingua letteraria non può prosperare senza l’applicazione dei principj di Dante. - E sono: - Che l’uso, il quale è l’arbitrio d’ogni lingua, deve applicarsi anche alla lingua letteraria; ma che non essendo parlata, l’uso non può risiedere negli abitatori d’alcuna città nè provincia d’Italia, bensì nel popolo degli scrittori di tutta l’Italia: - Che i miglioramenti e i deterioramenti della lingua dipenderanno sempre dal più o meno d’ingegno o di studio, e soprattutto di liberale e nobile educazione di ciascuno scrittore: - Che nelle università e nelle corti de’ principi, dove la dottrina de’ libri, la generosità della vita e l’eleganza de’ costumi e quindi delle idee prevalgono, la lingua si arricchisce, si nobilita, e si raffina. Perciocchè molti nuovi idiotismi de’ varj dialetti portati nelle università e nelle corti dal concorso d’uomini ben nati d’ogni provincia si vanno immedesimando in una sola lingua chiamata da Dante nobile, o cortigiana: - Che questa lingua essendo così composta del fiore di tutti i dialetti, e intelligibile a quanti sono educati a formarla e scriverla, non può possibilmente parlarsi da tutta una nazione divisa e suddivisa in popoli e municipi con dialetti diversi; bensì può essere scritta ed intesa da tutti: - Che la tempra diversa delle facoltà intellettuali degli uomini d’ingegno avrebbe naturalmente innestato nella lingua nuovi modi, nuove frasi, nuovi spiriti, e sempre con arte diversa; e quindi ne sarebbero risultati diversi stili tutti formati dalla materia dipendente dalle medesime leggi: - Che la fama e l’esempio de’ pochi grandi scrittori, i quali avrebbero necessariamente predominato nel loro secolo, avrebbero fatto come da moderatori a’ capricci e alla licenza e agli usi introdotti dal popolo degli autori. - Finalmente dichiara come regola generale, che ogni dialetto d’ogni città d’Italia, fuori della Toscana, e nemmeno quello di Firenze, quantunque paragonandoli fra di loro l’uno sembri men cattivo dell’altro, sono tutti ad un modo assolutamente incapaci a lasciarsi mai ridurre a lingua scritta, in guisa che possa divenire universale alla nazione; ma che gli scrittori dovevano scegliere continuamente da’ varj dialetti ciò che poteva adattarsi alla lingua letteraria, e far sì che, essendo formata di tutti, non mostrasse alcun indizio d’appartenere particolarmente a veruno.

Questi principj metafisici per sè stessi furono annunziati in tempi ne’ quali la filosofia, l’arte dialettica, e la teologia erano tutt’uno, e, credendo d’aiutarsi, s’intricavano fra di loro. Quindi il metodo adottato da Dante induce alle volte a credere che le sue idee fossero oscure anche alla sua mente. Locke che facilitò lo studio dell’analisi delle idee, e quindi della natura delle lingue, e Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica, scrissero quattro secoli dopo. Dante asseriva il suo sistema com’uomo che ne vedeva la verità, e n’era convinto; ma non lo esponeva in guisa da convincere gli altri. Il nome e la definizione di lingua cortigiana sono idee vaghissime per sè. Inoltre senza lunghissima serie di fatti, d’argomenti e di dimostrazioni è cosa difficile a persuadere gli uomini di qualunque tempo, che una lingua vivente possa esistere senz’essere mai parlata. Finalmente si è già veduto ch’ei morì quasi mentre aveva finito appena una parte del suo trattato.

L’applicazione universale, severissima e più che giusta delle sue dottrine contro a tutti i dialetti inimicò al poeta anche la tarda posterità di que’ Fiorentini che l’avevano esiliato. Ben è vero che niun dialetto può mai convertirsi in lingua scritta e permanente, se non perde tutte le sue qualità popolari, per accoglierne moltissime letterarie, in guisa che, serbando la sostanza della sua materia, trasformi a ogni modo tutte le sue sembianze. Ma è vero altresì che la materia della lingua nazionale si trova più nel dialetto fiorentino che in qualunque altro d’Italia, e che, quantunque tutti gli scrittori fiorentini, e Dante più ch’altri, abbiano più o meno alterato il loro idioma materno ne’ libri, pur nondimeno la maggior quantità delle parole anche in Dante sono pur fiorentine. Certamente non possiamo indovinare come si parlasse in Firenze e in Bologna a que’ tempi; solo vediamo che Dante giudicava il dialetto de’ Bolognesi più atto a giovare alla lingua letteraria che non era il fiorentino; e questa sua decisione è inesplicabile, e nocque a’ suoi principj appunto perchè parve ad ogni uomo esagerata ed assurda. Taluni l’attribuirono all’ira ch’ei sentiva contro a’ suoi concittadini. Altri compose ultimamente un libro non solo a difenderlo da questa taccia, ma a provare che i Fiorentini e gli altri Italiani scrivevano a que’ tempi una lingua al tutto letteraria, il che a noi non pare bastantemente provato. Se l’ira contro Firenze ebbe qualche parte a fare anteporre a Dante il dialetto bolognese, egli ad ogni modo non lo avrebbe asserito con tanta certezza. Però crediamo che egli attendesse non tanto al dialetto municipale, quanto a quello che allora s’era creato per l’immenso e continuato concorso di uomini d’ingegno; professori e scolari d’ogni età, d’ogni sapere e d’ogni città d’Italia e d’Europa, i quali necessariamente usavano nell’università di Bologna d’una lingua prossima alla popolare, ma alterata alla guisa di quella che per le stesse ragioni si parla, e s’è sempre parlata nella corte de’ papi in Roma. E questa appunto era la cortigiana di Dante. Comunque si fosse, se noi dobbiamo giudicare dagli scritti de’ suoi contemporanei, que’ de’ Bolognesi sono pochi, e que’ pochi sono infinitamente inferiori nella lingua a’ moltissimi fiorentini. Inoltre d’allora in qua il fiorentino fu sempre il dialetto che s’approssimò più da vicino alla lingua scritta dagli autori italiani.

Forse fra que’ cent’anni o pochi più da che Dante nacque, e il Petrarca e il Boccaccio morirono, gli altri scrittori fiorentini si giovavano con pochissime alterazioni del dialetto parlato dal popolo. Tuttavia la diversità nella giuntura delle parole in ciascheduno di quegli scrittori fa manifesto, che alcuni d’essi nobilitavano, altri l’ingentilivano, e tutti vi poneano più o meno studio; ed è studio inculcato dalla natura a chiunque pur sa di dover soggiacere al giudizio del mondo. E se questo non fosse, com’è che Giovanni Villani, tuttochè alla prima ci si mostri scrittore semplicissimo, ridonda a chi attentamente lo legge di parole ed eleganze e giunture di frasi tutte sue ed invisibili nelle altre scritture di quell’età? Or quando è pure evidente che tutti scrivevano in modo diverso dal suo, chi affermerà ch’ei scrivesse per l’appunto come parlava, e che la lingua scritta da lui fosse il dialetto del popolo fiorentino, nè più nè meno? Non che tutti i dialetti, e que’ delle città di Toscana più ch’altri, non porgano infiniti modi di dire attissimi a scriversi; ma perchè giornalmente sono applicati a fatti e pensieri alieni spesso da quelli che sogliono scriversi, sanno di plateale e di comico, e guastano lo stile desiderato da materie più alte; onde chiunque gli adopera è costretto a nobilitarli. Poichè dunque il Villani è dotato di eleganza e ricchezza di lingua ignote allo stile de’ suoi coetanei, è da dire ch’egli sapeva come ingentilire gl’idiotismi, e discernere quali comportassero di scriversi e quali no; e, bench’ei più d’ogni altro egregio scrittore di quella città siasi giovato del dialetto popolare, ebbe l’ingegno di raffinarlo, e lasciò i primi esempj di lingua letteraria in Italia.

Però il fiorentino quanto più diveniva lingua italiana, tanto era più scritto e meno parlato; tanto più era spogliato d’ogni sembianza popolare e municipale; e tanto più il concorso degli scrittori lo arricchì variamente di forme o create di pianta, o trovate per mezzo d’antiche e nuove frasi e parole ringiovenite, combinate con arte. Intendi sanamente, non l’arte vanissima de’ retori e de’ grammatici; ma sì quel tanto d’arte suggerita ad ogni uomo dall’ingegno suo proprio, e che, per essere dono di natura spontaneo, ciascheduno l’usa com’ei lo possiede; e chi più n’ha, più l’esercita, e trova, quasi per ispirazione, assai modi a diffondere sembianze nuovissime e geniali pur sempre alla lingua. Pur altri mille ornamenti sono meretricj, e mille altri sembrano barbari. Alcuni scrittori per vanità di stile purissimo, non avendo calore da ravvivare le grazie che disotterrano da vecchi libri, le lasciano cadaveriche, e pur se ne giovano; altri, per necessità d’idee ignote agli antichi, si accattano parole e frasi da’ forestieri, e non le adoprano in guisa che si confacciano spontaneamente alla lingua. Ma nè i puristi sarebbero accusati di pedanteria, nè gli innovatori di barbarismo, se chiunque scrive potesse insignorirsi dell’arte d’introdurre nel suo stile alcuni vocaboli e modi di dire antichissimi e forestieri sì facilmente, che pajano piuttosto invitati che intrusi.

Note

  1. A comment on the Divine Comedy; London, 1822, vol. I, pagine 97-100.
  2. Vita Nuova, fra le opere di Dante vol. V, pagine 6-9; edizione Zatta, Venezia, 1760.
  3. D’Israely, Curiosities of literature, vol. VI, pag. 291. - Ed ecco la traduzione italiana di questo tratto: Il tenero Sonetto esente da ogni oscurità, il quale egli compose per Beatrice, ci è stato conservato. Circa al fatto di Beatrice non può cadere alcun dubbio, ma il Sonetto e la passione debbono essere classati nel novero de’ curiosi fenomeni naturali.
  4. Loco cit., pag. 64.
  5. Rime di Guido Cavalcanti, ecc., per opera di Antonio Cicciaporci; Firenze, 1813.
  6. Leonardo Bruni, Vita di Dante.
  7. Dino Compagni, Cronica, lib. I, pag. 19, ediz. 1728.
  8. Boccaccio, Decamerone, Giornata IV, Novella IX. - Dante, Inferno, canto X.
  9. Boccaccio, Prose e Commento a Dante, pag. 335, edizione 1723.
  10. Presso Apostolo Zeno, Note al Fontanini, vol. II, pag. 3; e il Cicciaporci, vedi il luogo estratto dell’elogio di Guido scritto da Lorenzo de’ Medici.
  11. Dante, Opere, vol. V, pag. 67; edizione Zatta.
  12. Inferno, canto XXXII.