Sulla lingua italiana. Discorsi sei/Introduzione

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Introduzione

../Prefazione ../Discorso primo IncludiIntestazione 18 settembre 2008 75% letteratura

Prefazione Discorso primo

Nel dare principio alla serie de’ discorsi intorno alla storia letteraria ed a’ poeti d’Italia, giudico cosa necessaria, quantunque forse non dilettevole, di premettere l’opinione mia su l’origine della poesia fra gli uomini.

Tutti i ragionamenti su la poesia in generale, e quindi tutti i giudizj intorno alle qualità ed ai gradi di merito di ogni poeta di tutte le età, e gl’infiniti canoni e teorie degli antichi retori e de’ moderni metafisici si sono sempre fondate su l’osservazione, «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e l’origine della poesia manifestamente ed unicamente ritrovasi nella naturale tendenza che l’uomo ha di riprodurre ogni cosa per mezzo d’imitazioni.» Da questa osservazione, che realmente trovasi in Aristotile, sgorgò la conseguenza che gli fu attribuita, e commentata in mille volumi, «che la poesia non è che imitazione della natura, e che i poeti eccellenti sono soltanto quelli da’ quali la natura è fedelmente imitata.» Or noi esamineremo in che consista questa imitazione della natura.

In quanto all’osservazione, «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore», noi la crediamo vera in sè stessa, ma non in tutto applicabile alla poesia; e quanto alla conseguenza, «che la poesia non è che imitazione della natura», noi la crediamo più falsa che vera. Ad ogni modo, da che tanto il principio quanto la conseguenza sono, per così dire, santificati dalla tradizione di molti secoli, e dal consenso universale degli uomini dotti; io, se non mi vedessi stretto dall’obbligo, non mi attenterei neppure d’accennare i miei dubbj intorno a questa teoria, e la lascerei nel possedimento dell’autorità che gode da tanto tempo. Perchè io temo che l’indagare l’origine delle facoltà umane e dell’arti intellettuali non sia le più volte uno de’ mille tentativi più ambiziosi che utili, ne’ quali i mortali sperdano l’ore e l’ingegno: e credo fermamente che l’uomo sia creato per tentare di conoscere non le fonti della sua esistenza, non la natura delle sue facoltà, non i principj delle arti; bensì per trovare e seguire il modo migliore a giovarsi delle facoltà, delle arti e della vita, onde ricavarne il maggior piacere possibile per sè stesso, e la maggiore possibile utilità per la comunità de’ mortali. E però, non solamente in quasi tutto ciò che spetta la politica e la morale, ma ben anche in tutto ciò che riguarda le dottrine letterarie, i prudenti dirigono le loro azioni e l’ingegno piuttosto a norma della esperienza de’ fatti, che secondo la specolazione di teorie, quantunque forse innegabili. In fatti anche nelle scienze astratte una verità sola utilmente applicata giova più di mille altre dimostrate evidentemente, ma non applicabili. Ma appunto la nozione che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e che per conseguenza la poesia dev’essere fedele imitazione della natura; nozione la quale da principio era una metafisica speculazione, fu considerata coll’andar del tempo un assioma; e fu quindi e segue ad essere anche al dì d’oggi applicata con una specie d’implicita fede tradizionale. Ma se il principio, come pare a me, non è vero, l’applicazione non può riuscire se non dannosa; ed io avendo adottato principio diverso, i miei particolari pareri su’ poeti devono necessariamente discordare da’ giudizj oggimai pronunciati di molti critici. Per evitare dunque la taccia d’ambiziosa novità e d’affettata stranezza di opinioni, a me corre l’obbligo di manifestare innanzi tratto per quali ragioni io dubito della verità della comune teoria intorno a’ principj primitivi della poesia, e con quali nuove norme io desumerò i miei giudizj su i poeti.

L’universale dottrina, «che la poesia non è che imitazione della natura», originò primamente da una delle tante opinioni che vennero poi venerate con religione, interpretate ed applicate in mille maniere, perchè s’è creduto che Aristotile le avesse pronunciate in via d’oracolo; quando infatti egli non le avea che enunziate vagamente e quanto bastava all’oggetto particolare ch’egli aveva scrivendo.

Il nominare Aristotile in altri luoghi fuorchè nelle scuole è oggimai considerato pedanteria; e nondimeno molte delle sue opinioni, in parte giuste ed in parte false, continuano a vivere ed a regnare, e sono spesso l’unico fondamento di molti critici che nel tempo medesimo arrossirebbero di citare la sua autorità.

Le vicissitudini della fama di questo filosofo dovrebbero somministrare utili lezioni a que’ tanti, i quali colla loro fantasia si odono ricevere dalla posterità fra gli applausi, e che, pur sapendo com’ei son destinati a una vita limitatissima, aspirano a una gloria infinita. Aristotile fu uno di que’ potenti intelletti che la natura non mostra alla terra se non a lunghi intervalli; ed i suoi scritti esercitarono sovra tutti gl’intelletti d’Europa per molti secoli una preponderanza che non fu mai agguagliata dagli scritti di molti filosofi riuniti.

Ma era uomo, e non poteva non errare; scrisse molto, e avendo trattato quasi di tutte le parti dell’umano sapere, i suoi errori non potevano non moltiplicarsi. Per una delle tante inesplicabili disposizioni della fortuna i suoi libri furono negletti, sepolti, corrosi in un sotterraneo d’Egitto e distrutti quasi per sempre, nondimeno furono quasi i soli libri che, dopo la decadenza di Grecia e di Roma, rimasero come unico testo e lume infallibile nel corso de’ secoli della barbarie che invase l’Europa. Nel medio evo gli errori d’Aristotile furono accolti come verità, ed ei venerato come infallibile. A questa popolarità nelle scuole contribuì l’oscurità de’ suoi scritti, e la severità del suo metodo. In fatti, per mezzo della sua oscurità i maestri potevano insegnare quello ch’ei stessi non intendevano, e spesso inculcare sotto l’autorità d’Aristotile le loro proprie arbitrarie interpretazioni e dottrine: e nel tempo stesso l’applicazione del suo metodo dava ad essi il mezzo e l’opportunità di assoggettare ad una superstiziosa servitù gl’intelletti de’ loro discepoli. Poscia, crescendo i lumi col rinascere delle lettere, la venerazione verso Aristotile andò dileguandosi, ed egli allora cominciò a partecipare della pena meritata non già da lui, ma da quelli che avevano abusato del suo nome e delle sue dottrine.

Molte delle sue dottrine nondimeno, essendo fondate sul vero, non potevan distruggersi. Ma non sono più conosciute per sue; furono travestite sotto altre forme, ed occupate come loro proprie da varj scrittori d’ogni nazione moderna: e lo stesso avvenne anche di alcune altre sue dottrine, le quali, benchè non siano in tutto vere, sono espresse con una maravigliosa apparenza di verità, e furono conservate, illustrate e ampliate, e spesso anche usurpate da molti, i quali, senza più oggimai darne merito e attribuirle ad Aristotile, continuano a farne la pietra angolare de’ loro sistemi. Di quest’ultimo genere sono quasi tutte le opinioni espresse da Aristotile nel suo trattato della poesia; e particolarmente le celebri parole «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore», e «che la poesia è imitazione della natura per opera dell’uomo, onde l’uomo, per essere poeta, deve assolutamente imitare la natura.»

La perpetua preponderanza delle dottrine poetiche d’Aristotile sembra un forte argomento in favore della loro intrinseca verità. Ma considerando il cuore umano, e sopra tutto le passioni di quella specie di mortali distinti del titolo di Critici, la lunga venerazione per le teorie aristoteliche può essere attribuita ad altre e più giuste cagioni. I critici, quantunque dotati della facoltà di giudicare le creazioni del genio, sono per lo più poverissimi d’immaginazione, e destituti della facoltà di creare. Quindi originò naturalmente la loro secreta invidia verso gli uomini destinati dall’autorità della natura ad essere creatori e poeti; invidia che, incalzata dal desiderio che tutti i mortali possiedono più o meno di esercitare autorità sovra gli altri, indusse i critici ad attribuirsi il diritto che nessuno loro disputò di stabilire leggi, e di citare gli scrittori al loro tribunale. Giovandosi dell’autorità d’Aristotile in tempo che il solo nome di questo filosofo era onnipotente anche nelle scuole di teologia, i professori di critica riescirono a divenire legislatori e giudici a un tempo. Il breve trattato che quel filosofo lasciò, non saprei dire se compito o abbozzato, sulla poesia, essendo stato da lui scritto con oscurissima brevità, ed essendo inoltre arrivato a’ nostri avi orribilmente sfigurato dagli anni, fu opportunissimo all’intento de’ critici di fondare un codice di leggi per incatenare il genio, e per giudicare i poeti.

Nè le leggi, a dir vero, nè le sentenze potevano essere sempre evidentemente giustificate con la poetica di Aristotile; ma non potevano neppure essere rivocate in dubbio. In fatti, con qualunque pagina di quel libro ogni uomo può e tutto credere e dubitare di tutto; e ogni interprete può tutto asserire e tutto negare; e, come avviene negli oracoli, vi si può trovare ogni cosa, o nulla ad un tempo. Ma appunto il libro quant’era più oscuro, tanto più bisognava d’illustrazioni, e tanto più i commentatori moltiplicaronsi; e quanto più Aristotile era venerato come profondissimo scrittore, tanto più i suoi interpreti venivano ammirati come acutissimi ingegni.

Così a’ critici riescì fatto d’instituire in tutta l’Europa una tal quale aristocrazia letteraria, che professava di assistere gl’ingegni creatori con profondi consigli ricavati dal corano poetico d’Aristotile: ma i consigli s’erano convertiti in precetti; nè tardarono a divenire inesorabili leggi. Così i critici consigliando volevano governare; e governando tiranneggiarono, sì che alle volte l’aristocrazia de’ critici si constituì in gerarchia sacerdotale che, inspirata dalla divinità d’Aristotile, scomunicava i colpevoli d’eresia letteraria.

Non s’hanno dunque da apporre a questo filosofo tutti i precetti che s’inculcano come desunti dalle sue dottrine. La preponderanza esercitata sotto il suo nome fu estorta per mezzo d’interpretazioni spesso arbitrarie delle sue parole, e talvolta al tutto contrarie al suo intendimento. Da poco più d’un anno fu qui pubblicato un volume sopra una questione risguardante un poeta antico; e l’autore fabbrica un sistema tutto suo, fondandolo sopra un passo, ch’ei cita, della poetica d’Aristotile: ei lo cita, ma il passo non si trova nella poetica. L’autore nondimeno lo cita di buona fede, come lo trova citato da Pope nella sua prefazione alla traduzione d’Omero; e Pope lo cita anch’egli di buona fede, come lo trova nella traduzione della poetica d’Aristotile di Dacier. Ma Dacier parteggiando a que’ dì nella controversia intorno la preminenza fra’ poeti antichi e i moderni, e ingegnandosi di abbattere i suoi avversari con l’autorità dell’oracolo comune, parafrasava quel passo in guisa, che chi lo cerca nel testo greco non lo ritrova. Quindi Dacier indusse Pope in errore, e Pope indusse in errore il critico moderno, al quale sottraendo l’autorità del passo a cui egli s’appoggia, si rovescia da’ fondamenti tutto l’edificio del suo dottissimo libro.

I poeti, che soli aveano diritto e forze d’opporsi più ch’altri alla autorità legislatrice usurpata da’ critici, contribuirono invece a legittimare le usurpazioni. I grandi poeti creatori, certi della gloria che si sarebbero acquistata, e dotati d’una mente sdegnosa insieme e impaziente d’affaccendarsi in disquisizioni di metafisica e sottigliezze di critica, non rigettarono nè approvarono il codice prevalente nelle scuole; e il loro silenzio fu ascritto a un tacito assenso. Al contrario i poeti mediocri, presso de’ quali risiede la pluralità de’ suffragi, votavano apertamente in favore del codice; beatissimi di potere appoggiarsi a legislatori, e farsi benevoli i giudici aristotelici ch’erano gli arbitri assoluti della loro fama. Inoltre i critici ebbero per confederati que’ poeti più fortunati che grandi, i quali non sono sì soggetti al ridicolo quanto i poeti mediocri, e sono più accessibili alle menti del popolo assai più de’ poeti creatori. Sì fatta specie fra i mediocri ed i grandi somiglia a quelle piante di rose che il giardiniere, per produrle ad altezza d’arboscelli, suole innestare su’ tronchi, sì che spesso paiono grandi, quando la natura non le aveva create se non per essere vaghissime piante; e per quanto tentino d’innalzarsi, non potranno mai sorgere ad essere nobili alberi, mai. Questa specie di poeti godono quasi sempre di procacciarsi ad un tempo la gloria del lauro, e l’autorità della critica dittatura; e, sia che non avessero mente tanto profonda che potesse investigare nuovi principj dell’arte che volevano insegnare, o che credessero i principj correnti più agevoli a essere intesi, se fossero ridotti in apparente poesia, scrissero regole poetiche in versi eleganti insieme e nojosi perchè sono più dettati dall’arte che dalla natura, ma tanto più ammirati quanto più la materia pare ritrosa agli ornamenti dello stile; e Pope e Boileau allettarono molti lettori, perchè i loro ingegni erano amaramente disposti contro gli autori loro contemporanei, e si servivano di un metro per cui la necessità delle rime vicine contribuisce mirabilmente alla spiritosa malignità dell’epigramma. Così i poeti di questa classe riuscirono, se non a stabilire inconcusse le teorie chiamate aristoteliche, che già cominciavano a essere meno implicitamente credute, - pervennero ad ogni modo a non far dimenticare i precetti derivati da quell’imperfettissimo libro.

Nuove specolazioni intorno alla poesia ed alle belle arti (colle quali la poesia è strettamente connessa) si sono ideate da mezzo secolo in qua; e i medesimi metafisici che vittoriosamente distrussero in gran parte le teorie attribuite ad Aristotile vissero, ed alcuni vivono tuttavia, per vedere i loro proprj sistemi validamente prostrati da nuovi che si succedono, edificandosi e rovesciandosi vicendevolmente gli uni su gli altri. E nondimeno, anche fra questi nuovi legislatori la opinione «che la poesia non è che imitazione della natura» mantenne il suo grado d’assioma, ed è predicata come una delle pochissime verità che non bisognano di prove.

Fors’io mi sono dilungato più che non avrei dovuto a tracciare storicamente le guise, per le quali prevalse e prevale la opinione, che è tuttavia l’unico cardine su cui s’aggira la critica su l’arti d’immaginazione. Ma questa specie di digressione gioverà a dimostrare ancor più ampiamente, che la popolarità della teoria è dovuta non tanto alla sua intrinseca verità, quanto alle circostanze che hanno contribuito a diffonderla e consolidarla in tutte le scuole d’Europa. Questa osservazione gioverà a scemare la necessità di combattere la generale opinione punto per punto, e lascerà maggiore adito ad esporre l’opinione ch’io professo su l’origine della poesia.

L’animale umano è imitatore; ma la sua propensione all’imitazione non deriva, come forse in tutti gli altri animali, dal solo istinto di imparare i modi ond’evitare i dolori imminenti, accrescere i piaceri presenti, e provvedere a’ bisogni della sua esistenza. L’imitazione nell’uomo è perpetuamente accompagnata da quella ingenita ed inesplicabile, ma costantissima sempre e spesso sciagurata incontentabilità, che è la sorgente di tutte le sue miserie maggiori e de’ suoi più vivi piaceri. Però quando ha bisogni desidera, e desiderando immagina, e immagina cose le quali, se esistessero realmente, contribuirebbero forse alla sua felicità: ma non esistono; e finchè la natura delle cose e dell’uomo rimane com’è, non possono esistere; e quanto è così immaginato da noi si riduce inevitabilmente a sogno che si dilegua. E nondimeno, dov’è mai quel mortale il quale vorrebbe o potrebbe rassegnarsi ad esistere senza sì fatti sogni che perpetuamente gli abbelliscono la trista realtà delle cose, e gli rendono varia agli occhi la monotonia della vita? Tutte le arti d’immaginazione, e sopratutto la poesia, che è la più antica e l’origine di tutte le altre, nacquero dal bisogno di abbellire e variare e aggrandire tutti gli oggetti ed i sentimenti che attraggono irresistibilmente i sensi, il cuore e la fantasia de’ mortali. Il poeta, il pittore e lo scultore non imitano copiando, - ma scelgono, combinano e immaginano perfette e riunite in una sola molte belle varietà che forse realmente esistono sparse e commiste a cose volgari e s spiacevoli, ma che non esistono, o almeno non si veggono nè perfette nè riunite in natura.

La natura imita sempre in tutti i suoi lavori sè stessa; e li distingue ad uno ad uno, e li fa nuovi e mirabili per mezzo di pochissime, minime e spesso impercettibili varietà. Dove la natura imita invariabilmente se stessa, le arti sue imitatrici non possono togliere, aggiungere, variare mai nulla. Bensì maggior pittore e poeta è colui che sortì tale anima da sentire vivamente gli effetti delle varietà sparse sopra gli oggetti della natura; e tale ingegno da osservarle prontissimo; e tal fantasia da immaginarle riunite, e creare di varie parti esistenti un nuovo tutto ideale; - e finalmente, tale giudizio da sapere applicare le varietà dove e come consuonano in armoniche proporzioni fra loro. Queste quattro facoltà di sentire fortemente, di osservare rapidamente, d’immaginare nuovamente, e di applicare esattamente, quando sono riunite, equilibrate, vigorosissime in uno stesso individuo e operanti simultaneamente, non già per industria o per forza di regole, bensì con la spontaneità con che opera la stessa natura, par che costituiscano il Genio. L’Arte, imitando la creazione invariabile, coglie il Vero; ma il Genio crea l’Ideale, indovinando, radunando e distribuendo sopra un solo oggetto, con le stesse leggi e con la stessa spontaneità della natura, le varietà ch’ella ha sparse sopra diversi oggetti, o che ella avrebbe potuto creare e spargere onde rendere più belle le opere sue. L’Ideale scompagnato dal Vero non è che o stranamente fantastico, o metafisicamente raffinato; ma senza l’ideale, ogni imitazione del vero riescirà sempre volgare; non avrà nè la grazia delle figure del Correggio, nè la divina beltà della Venere de’ Medici e della Madonna della Seggiola, nè il sublime dell’Apollo di Belvedere. L’Apollo e la Venere, come figure umane, sono tutte realmente vere; e sono insieme ideali per una riunione che non si può analizzare, e si sente, d’infinite bellezze che potrebbero essere state sparse dalla natura sopra un solo individuo, ma che pur non si veggono mai; e l’immaginazione del Genio ha saputo o vederle, o indovinarle, e poi raccogliere e disporle in guisa da farle irresistibilmente sentire a chiunque getta l’occhio su quelle statue.

Ma anche presupponendo che individui come l’Apollo e la Venere esistano realmente nel mondo, essi son pure tanto infrequenti, che meriterebbero d’essere considerati come eccezioni ch’escono dal corso abituale delle creazioni della natura; ed anche esistendo naturalmente non potrebbero continuare nello stato di bellezza e di perfezione in cui l’artista le ha perpetuate nel marmo. L’immaginazione del pittore e dello scultore, e più assai l’immaginazione del poeta, agisce costantemente per via d’astrazioni e d’addizioni. Infatti astrae tutto quello che esistendo in natura nuoce alla perfezione ideale, ed aggiunge quanto può conferire alla sublimità e alla bellezza, e sopratutto alla novità. Questo desiderio innato di abbellire, diversificare e migliorare quello che la natura ci ha dato, produce anche fra le tribù de’ selvaggi le mutilazioni de loro orecchi, de’ loro nasi e delle loro labbra, e le ferite nelle loro membra per appiccarvi strani ornamenti e dipingersi a rabeschi di varj colori. I loro abbellimenti sono rozzi e deformi perchè il loro ingegno non è educato dal progresso delle arti, i loro sentimenti, la loro immaginazione e il lor gusto partecipano della barbarie in cui vivono. Ma non è men vero che, barbari come pur sono, tentano per ingenito istinto di mutare, e credono di adornare la natura in sè stessi. Bensì col progresso della civilizzazione il Genio dell’uomo con opere d’immaginazione meglio educata supplisce alla perfezione ch’egli desidera, e ch’ei non trova esistente in natura. Il mondo in cui viviamo ci affatica, ci affligge e, quel che è peggio, ci annoja; però la poesia crea per noi oggetti e mondi diversi. E se imitasse fedelissimamente le cose esistenti e il mondo qual è, cesserebbe d’essere poesia, perchè ci porrebbe davanti agli occhi la fredda, trista, monotona realtà. Or che necessità, che desiderio abbiamo noi di vederla dipinta e descritta, se già ne siamo assediati, volere o non volere, dì e notte? La immaginazione dell’artista corregge idealmente la natura anche quando sa cogliere e rappresentare la gioventù e la bellezza nel più bel punto della loro maggior perfezione. È un rapidissimo punto, perchè in natura: un momento d’infermità, un atto poco grazioso, una parola, un semplice moto scema l’effetto magico della gioventù e della bellezza d’una donna vivente. La sua perfezione, quand’anche sia nata e cresciuta perfetta, è soggetta a mille varietà ed accidenti d’ora in ora, di minuto in minuto, e non esiste se non se per fuggire ad un tratto e dileguarsi per sempre. E nondimeno l’artista imitando la natura la corregge in guisa da fermare e perpetuare le sue più belle creazioni in quel punto quasi impercettibile di perfezione. Queste osservazioni desunte dalle belle arti servono a illustrare l’origine e lo scopo della poesia, tanto più che le altre arti agiscono sulla immaginazione per la via de’ sensi, mentre la poesia ci eccita ad immaginare per la via più potente del cuore. E davvero, per quanto altri congetturino diversamente, è da credere che la poesia, secondata dalla musica, sia stata la madre delle altre belle arti, e la maestra de’ più nobili artisti. Esiste nel mondo una universale secreta armonia, che l’uomo anela di ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza; e quanto più trova sì fatta armonia, quanto più la sente e ne gode, tanto più le sue passioni si destano ad esaltarsi e a purificarsi, e quindi la sua ragione si perfeziona. Questa armonia nondimeno, di cui l’esistenza è sì evidente, e di cui la necessità è sì fortemente esperimentata più o meno da tutti i mortali, vedesi (come tutte le cose che la natura offre all’uomo) commista a una disarmonia di cose, le quali cozzano e si attraversano, e spesso si distruggono fra di loro. Però nella musica più che nelle altre arti appare evidentemente che l’immaginazione umana trovò il modo di combinare i suoni ch’esistono in natura onde produrre melodia ed armonia, sottraendone tutti i suoni rincrescevoli e discordi. Il potere universale della musica è prova evidente della necessità che noi sentiamo dell’armonia. L’effetto dell’armonia che la musica produce all’anima per gli orecchi, per mezzo di suoni uniti con diversi modi e gradi, vien pure egualmente prodotto dalla scultura, dalla pittura, e dalla architettura per la via degli occhi e per mezzo di forme, di tinte e di proporzioni che armonizzano fra di loro. Ma la poesia unisce l’armonia delle note musicali per mezzo della melodia delle parole e della misura del verso; - e l’armonia delle forme, de’ colori e delle proporzioni per mezzo delle immagini e delle descrizioni. Vero è che la specie d’armonia propria a ciascuna delle altre arti è più espressa, e conseguentemente più efficace; tuttavia l’efficacia della poesia è più potente, tanto a cagione della riunione di tutti i generi d’armonia, quanto per la simultaneità e rapidità del loro progresso. L’Apollo di Belvedere, per quanto sia ammirabile, pur non si muove; ma l’Apollo Omerico:

E da’ gioghi d’Olimpo, acerbo in core
Precipitò agitando arco e faretra
Tutta chiusa, e fremea pregna di dardi
Strepitanti per gli omeri. Ei calava
Simile a notte; e sovrastando al campo
Disfrenò la saetta: uscia dal grande
Arco raggiante un suono orrido all’aere.

S’adira, precipita dal cielo, vola, minaccia, dinanzi a noi: vediamo agitarsi l’arco alle sue spalle; udiamo il doppio suono del cupo fremito ripetuto de’ dardi dentro una faretra chiusa, e il suono della corda che divide l’aria con lo stridore di una vibrazione lunghissima; - e l’immagine del Dio standoci d’innanzi occupa l’anima nostra con l’oscurità di una notte improvvisa, e col terrore d’una imminente celeste vendetta.

Ma questa è la descrizione d’un essere soprannaturale; nè io insisterò dicendo che Omero, per sublimare la sua e la nostra fantasia, ha dovuto elevarsi oltre natura; bensì dirò che quando descrive individui viventi che sentono e soffrono e parlano da uomini, egli nell’imitare la natura la esalta sempre con la sua immaginazione. Quando Achille dice al giovine che lo prega di non ucciderlo: «Muori, amico; non vedi tu? - Son giovine anch’io e bello e gagliardo, nato da un eroe e di madre immortale, e morte m’aspetta; a sera, all’alba o a mezzodì, m’aspetta. - Muori tu dunque», questa è infatti natura; - ma si consideri che queste parole ci colpiscono appunto molto più, perchè le fa pronunciare da un uomo dotato di tante qualità preeminenti, che non pareva destinato a morire. Sente egli stesso il terror della morte, ancorchè, nel presentarsi a combattere, il terrore ch’egli ispirava lo facesse parere a’ nemici come s’ei venisse lampeggiando di fiamma:

Ignea su l’elmo
E dal volto e le membra e per lo scudo
Gli balenava una continua luce;
Sì dalla Dea sospinto ove più dense
Eran l’armi, apparia fiero di lampi:
Ardea, come se puro esce da’ fonti
Dell’Oceàno, e racquistando i cieli
L’astro d’Autunno infiamma aureo la notte1.

Quando Dante fa raccontare al conte Ugolino com’ei, destandosi e udendo i suoi figliuoli dimandar del pane, si morse per dolore le mani, non fece che rappresentare la natura reale; ma quando i suoi figliuoli, credendo ch’egli volesse mangiare le sue proprie mani per fame, si alzano tutti e quattro ad un tempo, e gli fanno ad una voce l’offerta:

 Padre, assai ci fia men doglia
Se tu mangi di noi; tu ne vestisti
Queste misere carni, e tu le spoglia,

questa non è natura reale; è natura esaltata, spinta quanto può andare, e che riesce terribile appunto perchè nessuno potea prevedere la disperata offerta di quegl’innocenti. Quando gli amici di Job siedono muti e non gli dicono parola perchè vedevano che il suo dolore non ammetteva consolazioni, la natura è fedelmente imitata; ma l’imitazione, benchè fedelissima, non avrebbe prodotto la metà dell’effetto, se non vi fosse aggiunta la circostanza ideale, facilissima ad immaginarsi, ma improbabilissima e quasi impossibile a succedere realmente, che gli amici di Job stavano seduti su la terra per sette giorni e sette notti, e senza mai dirgli parola. È vero che queste illustrazioni sono ricavate dai più sublimi libri di poesia che forse esistono, e che forse siano per esistere mai fra’ mortali; ma se si consideri la poesia fin anche nelle commedie, v’è egli carattere comico che colpisca veracemente, se non è caricato? Inoltre l’immaginazione del poeta comico non solo deve aggiungere, ma sottrarre assai cose alla natura reale. È certo che i Greci, i quali innanzi l’età d’Aristotile ciarlavano men di noi in fatto di critica, scrivevano le lor commedie in versi non per forza di teorie, ma per un senso naturale del vero scopo della poesia; che è, di abbellire ed aggrandire la natura reale per mezzo della facoltà immaginativa del genio, appunto perchè il genere umano ha bisogno di vestire de’ sogni della immaginazione la nojosa realtà della vita.

Innanzi di concludere, gioverà di dar cenno d’un’altra dottrina attribuita ad Aristotile, la quale pure tuttavia ha molti e dotti fautori, segnatamente in Inghilterra. Da alcune poche parole, equivoche per l’usata oscurità di quel filosofo, e pel guasto che gli anni hanno fatto negli antichi manoscritti, i suoi interpreti più illustri intendono che i poeti, senza eccettuare neppure l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, scrivono o devono scrivere non per altro che per far passare il tempo a’ lettori, e non tendono mai a istruire, nè devono prefiggersi mai nessuno scopo morale. L’oscurità del testo assolve Aristotile dall’avere pronunciata siffatta sentenza; ma non posso se non maravigliarmi di quegli uomini dotati di dottrina e d’ingegno, i quali si giovano dell’autorità d’un passo oscurissimo per sostenere una dottrina repugnante alla naturale e invariabile propensione umana. Perchè ognuno che legga un poeta o uno scritto qualunque, che ascolti tragedie, o commedie, o discorsi pubblici o privati, non se ne diletta, se non se per le ragioni che gli producono sensazioni ed idee nel tempo medesimo; e quando non gli producessero che sensazioni, ogni sensazione presto o tardi è la causa imminente di nuove idee, e l’esempio solo di quanto ognuno di noi ode e vede gli serve insensibilmente, ed anche malgrado suo, di paragone, quindi di nuova occasione e di mezzi di ragionare, e per conseguenza d’istruzione. Il fatto sta che la poesia istruisce molto più, perchè diletta ad un tempo; e perchè col piacere di moltiplicare sensazioni ed idee non esige unita la fatica che accompagna più o meno gli altri studj.

Vive perpetuamente nell’uomo il bisogno di rendere con le parole facile all’intelletto ed amabile al cuore la verità? Qual taciturna contemplazione può apprendere ed insegnare questo nostro sapere, che ci fa sempre più superbi e più molli? Le nostre passioni hanno forse cessato d’agire, o le nostre potenze vitali hanno cangiata natura? E le scienze morali e politiche, che prime ed uniche forse influiscono nella vita civile, perchè sole possono prudentemente giovarsi delle scienze speculative e delle arti, a che pro tornerebbero, se ci ammaestrassero sempre co’ sillogismi e coi calcoli? L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona, non calcola se non perchè sente: non sente continuamente se non perchè immagina; e non può nè sentire nè immaginare senza passioni, illusioni ed errori. La filosofia non cambia che l’oggetto delle passioni; e il piacere e il dolore sono i minimi termini d’ogni ragionamento. Quindi la verità, quantunque d’un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto, perchè noi, dovendo incominciare a concepirla coi sensi, e a giudicarla con l’interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e sì diverse sembianze; e le sembianze constano di tanti accidenti quante sono le disparità de’ climi, de’ governi, dell’educazioni e de’ nostri individuali caratteri: onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi con mente perplessa, e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. Or per me stimo non potersi mai volgere l’intelletto degli uomini verso le cose meno incerte, e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le cose dannose del loro cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non può farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e, con la speranza dell’utilità, secondando di più utili sogni la lor fantasia. Come mai dunque lo scopo morale starà disgiunto dalla poesia?

Bensì questa distinzione d’illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di dotti che non sapeano rendere amabile la parola, e di poeti che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziato la sua preponderanza su la prosperità degli Stati da che, abbandonando l’assistenza delle arti d’immaginazione, si smarrì nella metafisica e ne’ calcoli; e la poesia ha perduta la sua virtù e la sua dignità da che fu manomessa dai critici di professione. Sciagurati! Si professarono architetti di un’arte senza posseder la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell’uomo; s’eressero dittatori de’ grandi ingegni; adularono i mediocri che consentirono a commercio di lodi per ingannare il mondo a loro favore: l’ozio, la vanità, la venalità accrebbero la moltitudine de’ poeti ignoranti senza immaginazione, e de’ critici senza filosofia. Invano la natura esclamava: io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini. L’arte lusingava, insegnando a non errare, perchè giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l’arte non parlò più alle passioni perchè non le sentiva. La fantasia, destituta delle fiamme del cuore, si ritirò fredda nella memoria: destituta del criterio, inventò mostri e chimere; e la poesia, anzi la letteratura, si ridusse a declamazione e musica senza ragione.

Questa sinistra decadenza avvenne ad ogni nazione; e i discorsi seguenti manifesteranno per quali cagioni e con quali vicissitudini cadde spesso, e risorse, e tornò a cadere la poesia e la letteratura in Italia.

Note

  1. Qui il Foscolo ha preso un abbaglio, e sembra che se ne fosse accorto, giacchè nel margine della citata prova di stampa, di contro a questi versi scrisse di suo pugno: qui, chiamatemi. Difatti in Omero questo tratto non appella ad Achille, ma a Diomede (vedi il lib. V dell’Iliade, sul principio). È vero bensì che ancora Achille, quando si mostra presso la fossa degli accampamenti a rincorare i Greci fuggenti da’ Trojani dopo la uccisione di Patroclo, manda fiamme e lampi forse più terribilmente del Tidide. (Iliade, libro XVIII) - (F.S.O.)