Tacito abburratato/A chi legge

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
A chi legge

../ ../I. - Discorso terzo IncludiIntestazione 25 maggio 2021 75% Da definire

Tacito abburratato I. - Discorso terzo

[p. 177 modifica]

A CHI LEGGE


Facit indignatio versum.

Juv., Sat. I.


Ecco, o tu che leggi, un libro figlio di sdegno. Hannomelo acceso nella penna certi sacciutelli, i quali tratto tratto questionando meco sopra di materie o sia politiche o morali, posti al muro da fortezza di argomenti, non avendo onde riscuotersi con la ragione, sogliono ricorrere all’autoritá di questo o quello autore; e con citar in voce tonda e sesquipedal gesto un passo di Tucidide o di Tacito o di Seneca, che in vista paia ripugnante alla mia opinione, quindi, quasi vincitori della lite, esultano, si ringalluzziscono, si applaudono, e (ch’è peggio) hanno giudici propizi presso i circostanti: i quali, caso che ancor io non abbia tostamente in pronto altra sentenza di autor non men classico da rimbeccare il mio avversario, stimano che a tender vincitore debba piú valere uno sproposito sentenzioso detto in latino, che la veritá, fondata su ragioni intrinseche, detta in volgare. Io perciò da questo torto, che mi fanno alcuni pochi, appellandomi al giudizio universale, che non suole errare, ho preso in questi miei discorsi a mostrar due cose. L’una, che non tutte le sentenze degli autori, anche di primo bussolo, son vere, o sia perché essi sonosi ingannati, o sia perché le han poste in bocca di alcun personaggio, che per ignoranza o passione si sia ingannato. L’altra, che può esser che sian vere nell’occasion particolare ove le adduce lo scrittore, [p. 178 modifica]ma a proposito diverso quindi trasportate divengan false. Le quai cose quando egli mi riesca di provarle, voglio sperar pure che per l’avvenire il difetto della mia memoria, — che non sa sentenza alcuna a mente, fuorché quella: Plato dixit, Chrysippus dixit, tu quid dicis? — piú non debba offender la giustizia del mio ingegno, posto ch’egli, benché scompagnato dall’autoritá dell’altrui detto, avesse dal suo canto quella del proprio vero.

Alla sperienza della mia proposizione fra’ piú rinomati ho scelto Tacito, conciosiacosa che la inclinazione dell’uomo al malignare faccia oggidí credere ch’egli dica sempre bene, perché quasi sempre gode in dir male. Chi giudicherá fobia l’ardire di notare errori in quella penna, che è stimata idea della politica prudenza, pongami a tirar un remo con chi osò di trovar macchie in cielo, ch’io mi contento. Ho cercato di esser vario ne’ discorsi, per non esserlo dal genio umano, uso a trarre dalla somiglianza la sazietá. Altri tirano allo stil declamatorio, altri al dogmatico: questo correrá con passo lento, quello spedito: or prevalerá l’amplificazione, ed or l’erudizione. Io di questa mi son valso, non all’uso oltramontano, che la porta sol per dimostrar di averla letta, ma col trapiantarla in suolo differente a quello dove fu piantata, perché ne fiorisca qualche concetto.


Si protesta che tutte quelle voci di fato, fortuna, dèa; nume, idolo, sorte, destino, stelle, ed altre simili, che odorano di gentilesimo, son dette con quella licenza de’ poeti, che le adoperano per lusingare l’orecchio solamente, non per seriamente torcerle a niun senso, il qual non ben si affaccia alla fé cattolica. Cosí ancora ove l’autore parla dell’azione di Catone come di verace effetto di legittima fortezza, e dove afferma che s’ei fosse stato Radamisto, sé medesimo averebbe ucciso, non Zenobia, intende di vestir, fingendo, il personaggio degli antichi, che si fatte azioni, stante il non saper dell’immortalitá dell’anima, stimavan belle.