Top/Ci vuol pazienza!

Da Wikisource.
< Top
Jump to navigation Jump to search
Ci vuol pazienza!

../L’ombrello ../Francesco mio IncludiIntestazione 23 marzo 2018 75% Da definire

L’ombrello Francesco mio
[p. 79 modifica]

CI VUOL PAZIENZA!

I.

Dopo i saluti, così affettuosi che tolsero subito d’imbarazzo il suocero e la suocera, il colonnello avrebbe voluto salire alla sua camera. Ma prima dovè far la conoscenza della cagnetta, che si era precipitata dalla cuccia per abbaiargli contro, e del gatto che la signora in gran fretta aveva salvato da un prevedibile assalto della nemica raccogliendolo maternamente nelle sue braccia. Ah i fasti della Lillín e di Rossello! Che peccato, però, non andassero d’accordo e i loro litigi sconcordassero talvolta anche la coniugale armonia del signor Astolfo, protettore dell’una, e della signora Amalia, protettrice dell’altro!

Poi ci furon da ammirare i vasi di limoni, l’orto, il giardino. Sette o otto limoni pendevano gialli dai ramoscelli di nuovo in fiore; più in là, una dozzina di riquadri, uguali e grandi poco più di un metro, contenevano i fagiuoli e i pomodori, le cipolle e le patate, l’indivia e la lattuga, le carote e le pistinache: di qua dalla siepe, peri nani [p. 80 modifica] e susini promettevano — se non sopravvenisse una nebbia o un’aria fredda — quindici o sedici susine e pere.

— Ma niente ciliege quest’anno! — lamentò il signor Astolfo. E sospirando avvertì che le fatiche, le cure, le pene del coltivare gravavano tutte su di lui. I contadini avevano ben altro da fare, ora che le braccia mancavano!

— Tutto io!

La natura m.aligna insidia essa stessa ogni suo bene, col malume, con la peronospora, con la ruggine, coi bigatti, con i gorgoglioni, i pidocchi, le formiche, le forfecchie, le lumache, le arvicole, le talpe. Ma lui combatteva senza paura: pompa e soffietto, solfato di rame e tabacco, fosforo e trappole. Guerra in veste da camera e berretto da ciclista!

E venne la volta del giardino: vari i gerani; belle le rose; odorosi anche troppo i nasturzi.

— Brava! Bravo! — ripeteva il genero sorridendo. Pensava: «Non sono forse felici questi due vecchietti, che hanno saputo impiccolire così la loro esistenza, mitigare in tal modo il loro egoismo?». E quasi gli doleva d’esser venuto a turbarne la pace e a rinnovar in loro, con la sua presenza, il ricordo dell’unica figlia perduta dieci anni addietro, — Bravo te! — mormorò la suocera tirando fuori a stento il te e accompagnandolo da un sospirone. [p. 81 modifica]

— Bravo voi! — esclamò il suocero alzando e battendo la mano su la spalla del genero — . Colonnello a quarant’anni!

L’ufficiale allora chiarì il perchè aveva chiesto la loro ospitalità durante la breve licenza. Aveva un certo lavoro da finire, in quiete. Ma non si dessero pensiero di lui (e se ne eran dato tanto, con tanta soggezione, avanti che arrivasse!); non si distogliessero dalle loro abitudini: proprio come se lui non ci fosse. A servirlo e ad aiutare la domestica c’era l’ordinanza: un ragazzo che sapeva far di tutto, anche il cuoco.

— Sentirete che dolci! — E dire che al suo paese, in Romagna, faceva il fabbro! Divenuto attendente, si era comperato manuali e ricettari, e tra le cannonate aveva imparato a comporre pietanze.

«Ci vuol pazienza!» era il suo motto.

«Ci vuol pazienza!» — il soldato raccomandava a sè stesso e agli altri quando le bombe e la mitraglia gli rovesciavano le casseruole e mandavano all’aria i disgraziati còlti in pieno.

II.

Ed ecco, mentre il colonnello parlava voltandogli le spalle, avanzar l’attendente, per il prato.

Dopo due o tre passi si fermava e s’inchinava.

Sorridendo fino alle orecchie nella faccia tonda, guardava i padroni di casa e pareva dire: — [p. 82 modifica] Riverisco! Ossequi! Ci vediamo, eh, finalmente? Staremo allegri!

— Buon giorno! Buon giorno! — salutavano, in risposta, il signor Astolfo e la signora Amalia, sorridendo anche loro.

Ma con un dietro-front il colonnello chiama: — Monterúmici! —; e seguì una trasformazione istantanea.

Su l’attenti, con la faccia seria e irrigidita, gli occhi fermi e fieri, il soldato si pose, corpo e anima, agli ordini del superiore.

— Porta la valigia su, nella mia camera, e aspettami!

Un cenno del capo, e via!; il soldato partì, sempre senza parlare.

— Non la troverà, la camera; non sa quale sia — osservò la signora Amalia, avviandosi per seguirlo. Il genero la trattenne.

— La troverà; non dubitate!

E infatti poco dopo Monterúmici si affacciò alla finestra, a sorridere e a strizzar l’occhio.

— Ci piglia in giro tutti quanti? — la signora sospettò e disse, rimasta sola col marito.

— Non credo, è un tipo ameno: nient’altro.

Del tipo ameno se ne udirono tosto i passi, a precipizio giù per le scale; e comparve su la porta con un paio di scarpe. Sollevandole con la sinistra per mostrare com’erano infangate, e agitando la destra in atto di spazzolare, parlò: [p. 83 modifica]

— Cinque minuti! — E aggiungendo: — Ci vuol pazienza! — scappò verso la cucina.

Ma non v’era ancor giunto che la cagna, entrata per la porta opposta, gli si avventò contro, ad abbaiamenti furiosi. Egli non si spaventò, da uomo avvezzo a peggiori assalti ed attacchi. La paventò invece il gatto, che stava facendo colazione, e balzò su la credenza. Su la credenza (tutto ciò avveniva in pochi secondi) era un castelletto di piatti, e all’urto... Misericordia! Fu come se la casa intera andasse in frantumi! Urlava la serva, le mani nei capelli; urlava la signora Amalia arrivando, a braccia levate e aperte; urlava il signor Astolfo chiamando: — Lillín, Lillín! — E la Lillín seguitava a tempestare, sorda anche alla voce del padrone, sempre più arrabbiata contro l’intruso.

Solo lui, Monterúmici, non fiatava; quasi non fosse nemmeno spettatore del disastro. Seguitava nella faccenda per cui aveva i minuti contati. E compiuta che l’ebbe, passò davanti alla signora in disordine, le diede un’occhiata al capo, s’accorse o si accertò che portava la parrucca, guardò serio ai cocci, disse: — Ci vuol pazienza! — e volò su per le scale.

III.

— Pazienza un corno! — brontolava il signor Astolfo, cui finalmente riuscì di portar la cagna nella camera da desinare, — Un danno grande! [p. 84 modifica] per colpa di quel gatto senza cervello! Stupido! Cretino! Imbecille!

La moglie lo udì, e apriti cielo! Maledetta la cagna! Così stupida che non conosceva neppure le persone amiche di casa, così imbecille che non sapeva nemmeno d’esser bianca e andava a fregarsi contro le calderine e anneriva e insudiciava da per tutto; così cretina e ignorante da compiacersi dello spavento che incuteva in una povera bestiola. Animalaccio — la cagna — ostinato come un mulo, ineducato come un asino. Intollerabile!

— L’ammazzo! la voglio ammazzare! — la signora gridava, ormai fuori di sè.

Quando, nella scena che volgeva al tragico, sopravvenne, discretamente, Monterúmici. A inchini e a sorrisi entrò, domandò la parola, disse:

— Ci penso io, signori! Fra due o tre giorni la Lillín e Rossello saranno amici per sempre. Prometto, garantisco: sissignori! Vedranno!

IV.

Due o tre giorni? Sarebbero stati pochi al compimento di una difficile impresa; troppi al compimento di un miracolo. E questo avvenne il giorno stesso, nel pomeriggio.

Col dito contro il naso, per raccomandar silenzio, il soldato condusse la signora alla cuccia, [p. 85 modifica] ove, l’uno accanto all’altra, placidamente dormivano la cagna e il gatto.

Oh stupore! Oh commozione!

— Astolfo! Corri a vedere! Corri!

E il marito venne adagio adagio, dall’orto, con la zappettina in mano, e rimase a bocca aperta.

— Come avete fatto? — chiedevano a Monterumici .

Egli scosse le spalle. Sorridendo significava: se tutte le difficoltà, le questioni a questo mondo fossero di tal fatta! Ma:

— Ci vuol pazienza!

E — a udirne la relazione — il miracolo incuriosì anche il colonnello, quando discese, lieto del suo lavoro. E su l’uscio della stalla chiamò:

— Monterúmici!

— Pronto! — (con la striglia in mano).

— Come hai fatto a domesticare quelle due bestie feroci?

Rispose senza esitare:

— Io con la quiete non posso dormire. Ho bisogno, per dormire, delle cannonate. Il farmacista invece mi ha dato delle polverine; e io ne ho data una...

Il colonnello scoppiò a ridere. E si avviava. Se non che l’attendente balzandogli davanti e mettendosi in posizione, seguitò:

— A svegliarsi e a vedersi vicini si meraviglieranno anche loro, di essersi così amicati, e saran sempre buoni animici: vedrà!. [p. 86 modifica]

— Ho capito! ho capito!

Non era un bel matto?

Quante volte però, non molto tempo di poi, aill’orecchio dell’ufficiale dovevan tornare quelle parole: «Io con la quiete non posso dormire»!

V.

Nè i due vecchietti erano felici, perchè il dolore del mondo varcava il breve confine della loro solitudine.

La lettura del giornale, di cui avrebbero potuto fare a meno e non potevano, lasciava in loro un turbamento, un senso indefinibile — più che di sgomento — di pena e di pietà, e dicevano, senza saperlo, delle cose profonde.

— Con tanta miseria d’intorno, fra tanto soffrire, si ha quasi rimorso di vivere tranquilli; pare che Dio ce ne debba tener conto per castigarci anche noi, presto o tardi.

— A star qui, lontano dagli orrori della guerra, si comprende che non ne possono aver tutta la colpa gli uomini che si dice potessero evitarli; ci deve essere una causa più remota; un destino che di quando in quando, di tempo in tempo, si inasprisce, diventa più crudele, si accumula come una forza perversa e prorompe.

Il colonnello a udirlo dir ciò, guardava stupito il suocero, in veste da camera e berretto da [p. 87 modifica] ciclista; guardava stupito la suocera nella cui fronte, sotto alla parrucca, balenava una luce di intelligenza ancor viva e per le cui guance grinzute cadevano, a parlar della guena, le lagrime. Essa diceva, volta al marito:

— Ogni sacrificio, piccolo o grande, ha il suo compenso; ogni dolore, il suo conforto. Se Iddio ci concedesse di vivere fimo a quando il mondo avrà bene, dopo tanto soffrire!

Rincresceva al genero di averli giudicati egoisti; già comprendeva il dispiacere che avrebbero il dì che li lascerebbe, e vedeva come si erano affezionati all’attendente.

Monterúmici, del resto, meritava quella benevolenza.

Nell’orto, in giardino, in cucina: prestava mano da per tutto; tutti lo desideravano; e dalla stalla il cavallo lo chiamava nitrendo; e lui, la cagna e il gatto ora sembravano tre creature nate per campar d’amore e d’accordo e ruzzare insieme.

Ma ahi! Rossello una mattina disparve.

Forse lo sviava una pratica fuor di stagione? O piuttosto si era, accorto ed era stanco del bromuro che l’amico seguitava a propinargli?

Due giorni stette assente. Poi, di ritorno, ne fece una delle sue.

Sedevano a desinare; la signora volgeva le spalle alla finestra aperta. D’un balzo quell’animale, e senza il minimo segno di avviso e prima che anche gli altri se ne avvedessero, le saltò su le spaile. Come percossa in ogni nervo, lei die’ un [p. 88 modifica] grido; ed alio scossone, per mantenersi saldo, Rossello si afferrò dove potè: un’unghia si impigliò nella parrucca, la tirò, e un mezzo cranio nudo fu scoperto agli occhi dell’attendente, che serviva a tavola.

Egli non rise, ma non potè contenersi, e la bieca occhiata del colonnello valse solo a fermarlo a mezza strada:

— Ci vuol

VI.

...pazienza. Sissignori! la virtù degli uomini savi, non degli asini.

Monterúmici non chiariva a parole questa sua opinione; la manifestava con gli occhi. Nel dubbio però di non spiegarsi abbastanza, volle darne anche una prova, un giorno, a suo modo. Con fare guardingo si accostò alla signora Amalia, che stava a cucire nel giardino, e le porse una fotografia. Era di una donna giovine, belloccia.

— Bella! La vostra fidanzata? chiese la signora.

— Mia moglie!

— Oh! Voi avete moglie?

— E come! — Aggiunse serio: — Tutta fuoco!

L’altra fu costretta a ridere; e lui: [p. 89 modifica]

— Può credere che non me le abbia fatte, non me le faccia?

E e a significar la cosa portò la destra alla fronte, col pollice, il medio e l’anulare riversi.

Indi riprese il ritratto, scosse il capo e conchiuse, andandosene:

— Ci vuol pazienza!

Non solo, Monterúmici, piaceva ed esilerava per quel contrasto manifesto fra la sua natura gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi l’angelo custode fosse sempre lì a dirgli: — Abbi giudizio —, ma piaceva anche per un contrasto meno appariscente, d’ingenuità e furberia. Se era furbo! Conoscendo il punto debole in tutti — goloso il colonnello; parsimoniosa la signora Amalia; il signor Astolfo, delicatuccio, e invidiosa la domestica — traeva argomento da queste disparità di carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia di psicologo nel mentre che accontentava tutti con la sua valentia di cuoco.

Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano, sempre uguali, le lodi.

— Appetitoso! — il colonnello giudicava. E la suocera: — Fatto, si può dire, con nulla! — E il signor Astolfo: — Proprio adatto al mio stomaco !

— Merito vostro che l’avete cotto — il soldato protestava rivolto alla cuciniera, tutta contenta.

E una mattina Monterúmici si presentò alla [p. 90 modifica] signora con l’attitudine un po’ impacciata di quando aveva da chiederle le uova e lo zucchero.

— Signora: domenica al mio paese, si mangiano i ravioli. Siamo di festa!

— Ho capito. Volete che li facciamo anche noi.

Egli scosse il capo.

— Vorrei una grazia più grande.

— Cioè?

— Che lei dimandasse al signor colonnello di lasciarmi andar a casa sabato. Tornerò lunedì, coi ravioli. Sentirà!

La licenza fu data. Il sabato Monterúmici partì, tranquillo e giocondo al solito.

Ma il cavallo, la cagna e il gatto, se avessero potuto parlare, avrebbero forse detto che l’amico li aveva salutati di nascosto, in un certo modo...

VII.

Il lunedì mattina i giornali recavano da Fontanelice questa notizia:

«Il soldato Pietro Monterúmici, essendo tornato a casa improvvisamente e avendo còlta la moglie in intimo colloquio con un compaesano, ha ucciso a colpi di pugnale il drudo. Poi si è costituito ai carabinieri».

... Ci vuol pazienza!