Trattato de' governi/Libro primo/III

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Libro primo
Capitolo III:
Del governo famigliare

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro primo
Capitolo III:
Del governo famigliare
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CAPITOLO III.

del governo famigliare.


Ma essendosi manifestato di che parti è la città composta, fa di mestiere però dire in prima del governo di casa; stando vero, che ogni città sia di case composta, e parte del governo di casa essendo di nuovo quelle cose, onde è la casa composta: nè altro essendo la composizion della casa perfetta, che la gente libera, e la gente serva. Ma perchè la natura di ciascuna cosa si debbe innanzi tratto considerare nelle minime sue particelle; e prime, e minime particelle della casa essendo il padrone, e il servo, il marito, e la moglie, il padre, e i figliuoli: però di queste tre cose innanzi ad ogni altra si debbe far considerazione, cioè, che cosa, e di qual natura debbe esser ciascuna d’esse. — Io vo’ dire, che cosa, e quale debbe esser il governo signorile, o, vogliam dire, del padrone inverso i servi; e quello del marito inverso la moglie (e sia così circonscritto tal governo, per non aver proprio nome), e quel del padre inverso i figliuoli, che si può dire paterno: onde sieno tre cose queste, di che s’abbia a considerare. Ma e’ ci resta ancora una certa altra parte, che da molti è tenuta considerazione appartenente alla casa, e da certi è tenuta una principal parte d’essa, della quale considerisi qualmente ella debbe stare, io dico dell’arte pecuniativa, o, vogliam dire, che è intorno all’acquisto de’ denari. Ma diciamo innanzi del padrone, e del servo, acciocchè noi veggiamo intorno a questi bisogni necessarî alla casa, s’egli è possibile ritrovar cosa alcuna meglio di quelle, che dagli altri fino a qui sono state trovate. — Certi [p. 16 modifica]affermano, che il governo signorile è una scienza, e che il governo signorile, e quello della casa sono una cosa medesima; e il medesimo hanno stimato del governo regale, e del civile, siccome da principio fu detto. Certi altri hanno detto, che il comandare signorilmente è cosa fuor di natura, dicendo, che la legge è quella, che ha fatto questi servi, e quei liberi: ma che la natura non ha già fatto infra di loro questa differenza: onde conseguitare, che tal modo di signoreggiare non sia giusto, perchè egli è violento. — Con ciò sia adunque che il possedere sia parte della casa, e che l’arte, che è intorno a ciò, sia parte del governo famigliare (imperocchè senza le cose necessarie è impossibile a vivere, e a ben vivere), però interviene, che così come in tutte l’arti determinate vi fa mestieri degli istrumenti proprî a quell’arti, se l’offizio d’esse s’ha a condurre a perfezione, similmente nell’arte famigliare debba esser questo medesimo. Ma infra gli istrumenti, alcuni ne sono con l’anima, ed alcuni d’essa mancano, verbigrazia, del nocchiero il suo istrumento è il timone, che non ha l’anima, ed è ancora colui, che sta a prua, che è animato istrumento: che, a dire il vero, nell’arti il servo si mette nel numero degli istrumenti. Però avviene medesimamente, che la possessione sia uno istrumento, che serva alla vita: e che il possedere non sia altro, che avere assai istrumenti: e per tal verso il servo viene ad essere una certa possessione animata; e ogni servo è quasi uno istrumento sopra tutti gli altri istrumenti. Perchè, a dire il vero, se ciascuno istrumento comandato, o accennato, potesse mettere ad esecuzione il suo offizio, siccome si dice degli istrumenti di Dedalo, e dei treppiè di Vulcano, che Omero finge da loro stessi entrare al ministero divino, cioè, che così e tessessero i pettini, e l’archetto sonasse la citara; [p. 17 modifica]non bisognerebbero, dico, se così fosse, gli istrumenti agli architettori, e i servi ai padroni. Gli istrumenti adunque di sopra detti sono istrumenti fattivi; e quello, che si possiede è cosa attiva; e ciò si prova, per vedersi dal pettine del tessitore farsi un’altra cosa, che è fuor dell’uso del pettine; e dalla veste e dal letto non riuscire altro comodo, che l’uso d’essi. — Provansi ancora le differenze degli istrumenti; perchè essendo l’azione e la fazione cose differenti di specie, e amendue avendo d’istrumenti bisogno, consegue però di necessità, che gli istrumenti dell’una, e dell’altra abbino infra loro la differenza medesima: e perchè la vita è azione, e non fazione, però il servo viene ad esser istrumento per l’azione. La possessione più oltre sta non altrimenti, che si stia la parte; e la parte non pur d’altri è parte, ma è d’altri interamente; e così sia la possessione, onde il padrone viene ad esser solamente padron del servo, ma non già altro di lui. E il servo all’incontro viene ad esser non pur servo del padrone, ma interamente sua cosa. — E di qui sia manifesto qual sia la natura del servo, ed a che e’ sia buono, cioè, che quell’uomo, che non è per natura di sè stesso, ma d’altri, costui si dica esser servo; e uomo d’altri si dica esser colui, che è posseduto, e che è servo. E la cosa posseduta si dica esser un istrumento separato ed attivo. — Ma se alcuno è per natura siffatto, o no, o s’egli è meglio, o s’egli è giusto ad alcuno l’esser servo o no, anzi che ogni servitù sia cosa fuor di natura, più di sotto se ne farà considerazione. E questo dubbio non fia difficile a sciorsi, e per via della ragione considerato, e per le cose, che si veggono; conciossiachè il comandare, e l’esser soggetto non pur si debba mettere infra le cose necessarie, ma ancora infra l’utili: e subito dalla generazione di [p. 18 modifica]ciascuno si vede questa differenza, che questi cioè sono stati fatti dalla natura per comandare, e quegli altri per ubbidire. E così molte sorti di principati, e di sudditi si ritrovano, e sempre si vede essere migliore l’impero, il quale è sopra i migliori sudditi; com’è, verbigrazia, migliore l’impero sopra l’uomo, che non è quello, che è sopra la bestia: imperocchè migliore opera è quella, che è condotta a perfezione da miglior potenza. E dove uno scambievolmente comanda, e l’altro ubbidisce, quivi apparisce qualche opera. — E in tutti quanti i composti, o sieno eglino composti di parti continue, o di separate, delle quali ne risulti un certo comune, in tutti questi, dico, apparisce una parte, che comanda, e una che ubbidisce: e ciò per ogni natura considerato si trova esser dentro alle cose animate. E ancora negli altri effetti, che non son di vita partecipanti, apparisce un certo impero, com’è nelle armonie; ma tali considerazioni sono da discorsi più esterni. — Ma l’animale, ritornando, è primieramente composto d’anima, e di corpo, delle quai due cose l’una è per natura principe, e l’altra è per natura soggetta; ma quello, che vien da natura, si debbe piuttosto considerare nelle cose, che sono naturali, che in quelle, che sono corrotte, e fuor di natura. Onde è da farne la considerazione nell’uomo, che sia ben disposto e nel corpo, e nell’animo; nel quale ciò si fa manifesto: imperocchè negli uomini cattivi, o che sono cattivamente disposti si trova sovente, che il corpo vi comanda all’anima per istar simili malamente disposti, e fuor dell’ordine della natura. — Puossi pertanto, siccome io ho detto, considerar nell’animale primieramente il principato civile e il signorile; conciossiachè l’anima inverso il corpo l’ha signorile; e la mente inverso l’appetito l’ha civile, e regale. Dove chiaramente si vede, [p. 19 modifica]che tali imperi sono naturali. E medesimamente, ch’ei giova al corpo l’esser comandato dall’anima. E alla parte appetitiva, che è intorno agli effetti, l’esser comandata dalla mente, e dalla parte, che ha in sè la ragione. E che quando ei vi si trova l’impero scambievole, o a rovescio del primo, che ciò nuoce ad ambe le parti. — Questa medesima considerazione si può di nuovo fare nell’uomo, e negli altri bruti animali; dove i mansueti, e dimestichi sono per natura migliori degli salvatichi: ad ambedue i quali nondimeno è più utile l’esser comandati dall’uomo: che così invero conseguiscon eglino la loro salute. Ancora si può considerare nel maschio, e nella femmina, che per natura l’uno è migliore, e l’altro peggiore; e che l’uno è per natura principe, e l’altro soggetto. — E questa medesima considerazione per necessità conseguita a farsi in tutti gli uomini universalmente. Dove adunque si scorge tanta differenza infra loro, quante è infra l’anima e il corpo, e infra l’uomo e la bestia (e in tal differenza stanno tutti quegli, l’opera de’ quali serve all’uso del corpo; e dove tale opera è l’ottima, che da lor si faccia) questi tali per natura son servi, e a tali è più utile lo star sotto l’impero signorile; posto ch’ei sia utile ai di sopra detti racconti; che invero quegli è per natura servo, che può esser d’altrui, e però chi è servo, è d’altrui. E medesimamente è d’altrui chi partecipa di ragione infino a tanto, che ei la senta, ma che non l’abbia in sè stesso; perchè gli altri bruti non sentono la ragione, ma servono interamente agli affetti. — Oltra di questo l’utile, che si trae dalle bestie dimestiche, e da simili uomini, varia di poco; che ei non serve, per dire il vero, ad altro che alle necessità corporali: la natura stessa questo ci mostra, la qual vuol far differenti i corpi dei liberi da quei dei servi, [p. 20 modifica]facendo questi robusti per le fatiche necessarie, e quegli diritti, ma disutili a tali esercizj, ma ben utili per gli esercizj della vita civile, il quale esercizio civile si divide in quel della guerra, e in quel della pace. — È ben vero, che talvolta intervien l’opposto, che i servi, cioè, abbin corpi da liberi, e quegli abbin l’anima: questo ben manifestamente si vede, che dove gli uomini avanzan l’un l’altro tanto nel corpo solo, quanto si dice, che gli dei nella bellezza avanzano gli uomini, niuno è in tal caso, che non confessi, che e’ non sia ragionevole, che lasciati così indietro agli avanzatili, non dovessero esser soggetti. Ora se tale determinazione si verifica nel corpo, quanto più giustamente si verificherà ella nell’anima? Ma la sua dignità, e bellezza non è già sì agevole a scorgersi, quanto è quella del corpo; onde si può conchiudere, che certi siano da natura liberi, e certi servi, ai quali sia utile, e giusto l’esser soggetti. —