Trattato de' governi/Libro sesto/I

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Libro sesto
Capitolo I:
Di quel che s'appartiene fare a un datore di legge

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro sesto
Capitolo I:
Di quel che s'appartiene fare a un datore di legge
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[p. 211 modifica]In tutte l’arti e scienze, che non sono intorno ai particolari, ma che hanno la perfezione loro intorno a qualche universale, alla medesima se le appartiene di considerar quello, che si conviene a ciascun genere. Come verbigrazia nello esercizio del corpo è da vedere due cose, e quale, dico, giovi a questo e a quello, e quale sia l’ottimo. Imperocchè e’ si conviene l’ottimo esercizio a chi è per natura ben disposto, e a chi ha buoni instrumenti; e oltra di questo debbe vedere qual sia buono alla più parte. E questo è uffizio della arte ginnastica, ancora sebbene e’ fosse uno, che non potesse arrivare nè al perfetto abito, nè alla perfetta scienza de’ giuochi, nondimeno al maestro d’essi giuochi s’appartiene di preparargli ancora questa facultà, di che egli è capace. E questo medesimo [p. 212 modifica]si vede accadere nella medicina, nell’arte del fare le navi, in quella del vestire, e in ogni altra parte.

Onde è chiaro alla medesima facoltà appartenersi il considerare della republica ottima, e qualmente ella potesse stare in quella maniera, che gli uomini più di ogn’altra pregherebbono d’avere, senz’essere in ciò impediti da nessuna cosa estrinseca, e di quella ancora, che si conviene a certi popoli. Chè egli è forse impossibile, che molti conseguire possano l’ottima. Onde al legislatore, e al veramente uomo civile non debbe essere occulto, qual sia l’ottima republica semplicemente; e qual sia l’ottima secondo i subbietti. Nè una terza ancora gli debbe essere incognita, cioè quella che è per supposizione. Che e’ bisogna ancora poter considerare la data per supposizione, e qualmente da principio ella si potesse fare, e fatta, in che modo ella si potesse conservare per più tempo. Io dico se egli accadesse a una città di non potere avere un ottimo stato, e ch’ella fusse senza instrumenti necessarî, nè di quei ch’ella potesse avere, si servisse, ma di quei che fussino peggiori.

E oltre a tutte queste cose debbo avere cognizione d’una che a tutte l’altre città si convenisse, imperocchè la più parte di quei che hanno trattato della republica, sebbene hanno molte cose ben detto, nell’utili contuttociò hanno eglino mancato. Perchè ei non si debbe solamente considerare la republica ottima, ma quella che si può avere, e similmente quella che è più agevole, e più comune a tutti. Ma oggi certi sono, che cercano solamente della esattissima, e di quella che ha di più instrumenti bisogno, e altri cercando d’una più comune e’ dispregiano tutte l’altre che sono in uso, e lodano sommamente la spartana, o qualunche altra simile.

Ma e’ bisogna introdurre ordini di tal sorte, che gli uomini vi possino agevolmente [p. 213 modifica]essere persuasi, e possinvi convenire mediante le cose che egli hanno. Perchè e’ non è men fatica a correggere uno stato, che a farne uno di nuovo, non altrimenti che l’avere a rimparare una cosa dappoi è più fatica, che non è l’impararla da prima. Onde l’uomo civile debbe oltra le cose dette, potere soccorrere agli stati che sonno in essere; siccome io ho detto innanzi. E ciò non può fare chi non sa quante sorti di stato si dia. Chè molti al presente si stimano, che lo stato popolare e così quel dei pochi potenti non sia se non d’una sorte, ma ciò non è vero.

E però bisogna sapere le loro differenze quante elle sono, e in quanti modi si può uno stato comporre, e con la medesima intelligenza bisogna sapere le leggi, che sono ottime, e quelle che a ciascheduno stato convengono. Perchè e’ bisogna assettare le leggi secondo il fine degli stati (e così è osservato da tutti i legislatori), ma non già li stati si debbono assettare per fine delle leggi. Chè lo stato invero è un ordine fatto nelle città, mediante il quale s’abbino a distribuire li magistrati, e abbiasi a disporre quella parte che nelle città ha ad essere padrona. E ancora è un ordine intorno al fine, che ciascuna società debbe avere. E le leggi che dimostrano di che sorte sia uno stato, sono sparse in più luoghi, mediante le quali i magistrati hanno a reggere, ed a proibire coloro che trapassano le leggi.

Onde è manifesto, che e’ bisogna sapere le differenze, e avere bene in mente il numero di tutti li stati per poter porre le leggi. Perchè egli è impossibile, che le medesime servino e agli stati dei pochi potenti, e a tutti li popolari, se tali stati sono di più sorti, e non d’una sola, e se il medesimo interviene dello stato dei pochipotenti.