Trattato de' governi/Libro sesto/II

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Libro sesto
Capitolo II:
Della specie dei governi

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro sesto
Capitolo II:
Della specie dei governi
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[p. 214 modifica]Ma perchè nel primo trattato di questa dottrina noi dividemmo gli stati, ponendone tre retti, cioè il regno, l’ottimate e la republica, e tre li trapassati dai retti, cioè la tirannide del regno, li pochi potenti dagli ottimati, e il popolare stato della republica: e dello stato ottimate, e del regno s’e parlato (conciossiachè il trattare della republica ottima non sia altro che trattare di questi due nomi, perchè l’un modo, e l’altro vuol essere composto con avere l’altre cose a sufficienza per via di virtù); e ancora s’è detta la differenza che è infra il regno, e lo stato degli ottimati, e ancora s’è determinato innanzi dove stia bene fare il regno; restaci però al presente a discorrere di quel modo di governo, che col nome generale è chiamato republica, e poi degli altri stati: cioè dello stato dei pochi potenti, del popolare e della tirannide.

Ed è manifesto di questi stati, che si partono dai buoni, qual è il pessimo, e qual è nel secondo luogo di malizia. Chè egli è di necessità, che pessimo sia quello che si parte dal primo buono, e divinissimo. E il regno è necessario, o che non essendo in fatto, abbia solamente il nome, o che e’ sia constituito per via d’una eccellentissima virtù di chi è re. Onde conseguita, che la tirannide, che è il pessimo stato, dell’essere republica sia molto lontana, e che dopo le seguiti lo stato dei pochi potenti; imperocchè lo stato degli ottimati da questo è molto dissimile, e che comportabilissimo sia lo stato popolare.

È bene innanzi a me stato chi ha racconto le specie dei governi nella maniera simile, ma non ha già avuto l’occhio [p. 215 modifica]al medesimo che ho avuto io, perchè ei giudicò, che infra tutti gli stati buoni (per uno dei quali ei messe lo stato dei pochi potenti) il popolare fusse il più cattivo, e che infra li cattivi e’ fusse il migliore.

Ma noi pognamo al tutto per cattivi li stati detti, e di più pognamo, che non si debbe dire una sorte di stati di pochi essere migliore d’un’altra, ma bene meno rea.

Ma di tal giudizio lascisi ora il farne considerazione, che io vo’ primieramente dividere le sorti degli stati, quante elle sieno. Conciossiachè e’ si danno più sorte di stato popolare, e più sorte di stati stretti. E dipoi metterò innanzi lo stato che è più di tutti gli altri comune, e che dopo l’ottimo è maggiormente desiderabile. E dirò ancora s’altro stato si dia che abbia dell’ottimate, e che sia bene composto, e convenga a più città.

E racconterò conseguentemente degli altri quale si debba piuttosto eleggere. Chè bene in certi luoghi è forse più necessario fare lo stato largo, che fare lo stretto, e in certi è l’opposito. Dopo la quale esaminazione dirò in che modo debba acconciare un modo di vivere chi vuole tali stati ricevere; io vo’ dire in che modo egli debba assettare ciascuna specie di stato popolare, e ciascuna di stato di pochi. Nell’ultimo finalmente fatta da noi, con più brevità che si può, recapitulazione delle cose dette, mi sforzerò di raccontare quali sieno le corruzioni, e quali le seduzioni d’essi stati e in generale, e particolarmente, e donde e’ sia ch’elle avvenghino in essistati.