Trattato de' governi/Libro terzo/II

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Libro terzo
Capitolo II:
Quando la città sia una medesima

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro terzo
Capitolo II:
Quando la città sia una medesima
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[p. 97 modifica]Par bene che il proprio luogo di questa questione sia, dove ei si considera, se la città si debba dire medesima, o no, ma diversa: e il ricercamento del luogo in questa considerazione è il più debole, e quello, che ha meno fondamento di tutti gli altri: e medesimamente il ricercamento degli uomini. Perchè e’ si può separare gli uomini, e il luogo, e far che questi abitino un luogo, e quegli n’abitino un altro. Ma questo tal dubbio si può mettere per agevole ad essere sciolto.

Perchè dicendosi la città in più d’un modo, questa quistione è facile; e similmente è facile, dove gli cittadini abitino un luogo medesimo, infino a quando si debba stimare che la città sua una medesima. Che questo non fa già il circuito della mura, conciossiacchè il Peloponneso si potesse circondare d’un muro; e simile forse è Babilonia, o qualunque altra, che piuttosto abbia apparenza di provincia, che di città. Della quale Babilonia si dice, che essendo alla presa, ve ne fu una certa parte, che il terzo giorno del sacco non aveva sentito ancora nulla. Ma di questo dubbio sta bene riservarne la considerazione a un altro tempo. Perchè all’uomo civile non debbe essere nascosto quanto abbia ad essere una città grande, e quanto abbia da essere il numero dei cittadini; e se tal numero, che la compone, abbia ad essere d’una o di più fatte.

Ma in quanto agli abitatori medesimi d’una città consideriamo in tal caso, se la città si debba dire una medesima infino a tanto, che e’ duri la stirpe di quei cittadini; e se la stirpe si debba dire la medesima sempre, [p. 98 modifica]avvenga che ora ne muoja, e ora ne rinasca. Siccome s’usa di dire de’ fiumi, e delle fonti, che sempre e’ siano li medesimi, benchè questa acqua venga ora di nuovo, e quell’altra se ne vada: ovvero per questa simile cagione si debba dire, che gli uomini sieno li medesimi, e che la città sia diversa. Chè invero se la città è una comunicazione, e s’ella è una comunicazione di cittadini, quando e’ si muta il governo della republica, e ch’egli è differente di specie, allora parrà di necessità, che la città non sia la medesima. Siccome avviene nel coro quando egli è composto di comici, e quando egli è composto di tragici; che egli è diverso, ancorchè molte volte gli uomini vi sieno li medesimi.

E questo simile si può risolvere in ciascheduna comunione, e mistione d’altre cose, ch’ella sia diversa; cioè, quando ei v’è diversa la specie della compositura. Siccome avviene dell’armonia, la quale sebbene è composta de’ medesimi tuoni, con tutto ciò si può dire diversa, quando e’ v’è il modo Dorico, o quando e’ v’è il Frigio. E se la cosa sta in questo verso, allora però si debbe dire che la città sia una sola, o non sia con il rispetto avuto al governo, perchè il nome si può cangiare e non cangiare, e standovi sempre gli abitatori medesimi; e ancora venendovi ad abitare forestieri. Ma se e’ si debba, o non debba mantenere le convenzioni, quando le città rimutano gli stati, se ne parlerà un’altra volta.