Trattato de' governi/Libro terzo/III

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Libro terzo
Capitolo III:
Della virtù dell'uomo buono e del cittadino buono

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro terzo
Capitolo III:
Della virtù dell'uomo buono e del cittadino buono
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[p. 98 modifica]Dopo le cose dette conseguita a farsi considerazione se e’ si debba porre che la virtù dell’uomo buono, e del cittadino [p. 99 modifica]buono sia la medesima o no, e se tale dubbio merita d’esser considerato. Imprima è da avvertire quella del cittadino alquanto in figura. Così adunque come il marinajo è uno della compagnia della nave, parimente è da dire, che il cittadino sia uno della compagnia della città. Ma dei marinai ancora che gli esercizî infra loro sieno di più sorti, perchè l’uno vi sta al remo, l’altro al timone, e l’altro alla prua, e così discorrendo, chi vi ha uno, e chi un altro nome; contuttociò è manifesto, che la difinizione esatta di ciascuno d’essi è cavata dalla propria virtù di ciascuno. E che medesimamente una difinizione comune s’adatta a tutti essendo l’ufficio universale di tutti quanti la salvazione della nave. Che questo è il fine, che tutti vogliono.

Questo medesimo interviene nei cittadini, i quali se ben sono dissimili, contuttociò l’opera d’essi è per la salvazione del comune; e il comune è quel modo di governo. Onde è di necessità che la virtù del cittadino sia tutta indiritta a quel governo. Ora essendo li governi di più sorti, non può perciò intervenire, che la virtù d’un cittadino buono sia la perfetta. Ma l’uomo buono è quello, che ha la virtù perfetta. E di qui si conchiude manifestamente, che e’ può darsi un cittadino buono, ma che ei non abbia la virtù, secondo la quale si dice l’uomo essere buono.

E ancora per un altro verso discorrendo si può venire alla medesima conclusione, considerando cioè la republica ottima. Perchè s’egli è impossibile, che la città sia composta tutta di cittadini buoni, e se nella città ciascun cittadino è tenuto a far bene l’uffizio suo (e tale cosa si conseguita mediante la virtù, non potendo essere li cittadini simili in tutto) però è ancora manifesto, che la virtù del buon cittadino, e del buon uomo non è la medesima. E la ragione è che egli è [p. 100 modifica]necessario, che la virtù del buon cittadino sia in tutti; perchè talmente si fa la città ottima. E quella dell’uomo buono non può essere in tutti, se già non volessimo porre, che nella republica ottima per necessità vi dovessino esser li cittadini tutti buoni.

Ancora perchè la città è un composto di cose dissimili non altrimenti che l’animale, il quale subito è composto di corpo e di anima, e l’anima di nuovo è mescolata d’appetito e di ragione, e la casa è un misto di marito, e di moglie, e la possessione di padrone e di servo, e così la città è un composto di tutte le cose dette. Ed ha di più altre parti diverse di specie, che la constituiscono. Onde avviene di necessità, che la virtù in tutti i cittadini non è la medesima, siccome avviene degli agenti nel coro del supremo, e di quel che l’ajuta.

E di qui è chiaro la virtù, parlando assolutamente, non essere una medesima in tutti. Ma ella sarà bene forse in qualche cittadino la medesima, quella dico del cittadino buono, e quella dell’uomo buono; perchè egli è certo, che il buon principe è uomo buono, ed è uomo prudente, e che l’uomo civile per necessità è prudente. E qui è chi afferma essere diversa l’erudizione del principe, siccome apparisce nei figliuoli de’ re, che sono instituiti alla virtù militare ed equestre. Ed Euripide questo conferma dicendo:

Non quel, che in mostra sia, ma quel che in fatto
Giovi alla patria.

Come se e’ si desse una erudizione al principe, che fosse propria di lui.

Ora se la virtù del buon principe e del buon uomo è la medesima, e se egli è cittadino ancora chi è suddito, però conseguita, che la virtù dell’uno e dell’altro non è la medesima assolutamente. Ma ella sarà bene la medesima in certi cittadini, cioè in quegli solamente che [p. 101 modifica]saranno principi, o vogliamo dire in magistrato. Imperocchè e’ non è la medesima la virtù del principe, e quella del cittadino. E forse per questo disse Iasone di morirsi di fame, quando e’ non regnava, come quegli, che non sapeva vivere in privata fortuna.

Contuttociò è lodato il potere comandare, e il potere ubbidire, e la virtù del cittadino approvato è di poter fare l’uno e l’altro ufficio rettamente. Ora adunque se noi poniamo la virtù del buon uomo essere quella di chi comanda, e se quella del cittadino poniamo esser quella, che sappia far l’uno e l’altro ufficio, ne conseguita, che l’uno ufficio e l’altro non è similmente degno di lode. Ma perchè alcuna volta e’ pare che l’una cosa e l’altra si debba sapere, e perchè il principe non debbe imparare le medesime cose, che il suddito, di cui però si può considerare, che il cittadino l’una e l’altra cosa debbe sapere, e dell’una e dell’altra debbe essere partecipe.

Imperocchè e’ si da un imperio signorile: ma questo tale imperio intorno agli esercizî chiamati necessarî non debbe sapere amministrargli per necessità, ma piuttosto debbe sapere usargli; perchè l’altro è cosa servile: io dico l’altro, il poter somministrare ancora alle azioni servili. E de’ servi pongo io esser più le specie, perchè li ministerî sono di più sorti; de’ quali una parte se n’aspetta agli artefici manuali. E tali sono (siccome li manifesta il nome chernites) quei, che vivono dal ministerio delle mani: infra i quali si mettono gli artefici vili. Onde appresso d’alcune republiche anticamente cotali non v’eran partecipi de’ magistrati, se non poichè lo stato venne nella ultima popolar feccia.

Questi simili esercizî adunque dei sudditi non debbe imparare a fare nè il buon governator di republica, nè il cittadino buono; se già e’ non lo fa per servirsene alcuna volta a sè stesso; perchè, altrimenti stando, e’ [p. 102 modifica]non accadrebbe, che l’un fusse padrone, e l’altro servo. Ma e’ si dà un certo imperio, mediante il quale si comanda a quei, che sono pari di stirpe, e che sono liberi. E questo siffatto affermo io esser il principato civile, il quale sta bene che sia imparato dal principe mentre che egli è stato suddito. Come è verbigrazia l’esser maestro dei cavalieri, poichè egli è stato sotto di tale magistrato: e l’esser capitano d’eserciti poichè egli abbia ubbidito al capitano, e poichè e’ sia stato colonnello, e poichè egli abbia imparato a far l’imboscate. Onde è ancor bene stato detto, che e’ non sa ben comandare chi non ha ben saputo ubbidire.

E sebbene la virtù di questi due uffizî è diversa, nondimanco e’ s’appartiene al buon cittadino sapere, e poter bene fargli amendue; il comandare dico, e l’ubbidire. E questa è la virtù del cittadino, sapere infra gli uomini liberi usar l’uno e l’altro modo. E l’un modo e l’altro s’appartiene ancora all’uomo buono; avvenga che diversa specie di temperanza, e di giustizia sia quella di chi comanda. Imperocchè nell’uomo suddito, ma libero, è manifesto, che ei non v’è la medesima virtù dell’uomo buono; com’è verbigrazia la giustizia, è d’altra fatta quando ella comanda, e d’altra quando ella ubbidisce. Siccome avviene nell’uomo e nella donna, dove la temperanza e la fortezza è differente nell’uno e nell’altra; conciossiachè quell’uomo apparisca timido, che sia forte come una donna forte: e una donna con altro nome: che di temperata, si debba chiamare che sia onesta nel modo, che è onesto un uomo buono. E questo nasce perchè egli è ancora differente il modo, onde governa la famiglia l’uomo e la donna; perchè l’uffizio dell’uno è l’acquistar le facoltà, e dell’altra è il conservare l’acquistate.

Ma la prudenza è sola quella virtù, che è propria del principe: conciossiachè l’altre sieno [p. 103 modifica]ancora comuni alli sudditi. Ma nella prudenza il suddito non ha già parte, ma è sua virtù una opinione vera. E sta, ponendo in esempio, il suddito come quei, che fa il flauto; e il principe come quei che l’usa. E per le cose dette s’è manifestato, se la virtù dell’uomo buono, e del cittadino buono sia la medesima o sia differente; o in che modo ella sia la medesima, e in che modo ella sia differente.

Ma e’ ci resta ancora un dubbio del cittadino, s’egli è dico, cittadino veramente chi può partecipare de’ magistrati, ovvero se gli artefici ancora si debbono mettere per cittadini e dato che ancora si mettino per cittadini quei, che non possono partecipare degli onori, e’ ne seguirà, che la virtù detta disopra non potrà essere in tutti li cittadini, posto digià, che tali sieno cittadini. E se noi non vogliam porre alcun di costoro per cittadini, in che parte, od ordine gli collocheremo noi? Non già infra li servi, che abitino con noi, nè infra li forestieri. Ovvero diremo, che per tale detto non c’intervenga inconveniente nessuno; conciossiachè nè li servi ancora, nè li liberti si mettino nel numero d’alcuni dei conti.

Questa determinazione è ben vera, che tutti non si debbano mettere per cittadini quegli senza li quali non può stare la città, perchè nè ancora li fanciulli nel medesimo modo, che gli uomini, sono cittadini: ma questi sono veramente, e quegli per supposizione; essendo invero cittadini, ma imperfetti. Negli antichi tempi adunque appresso a certe nazioni li artefici, e li forestieri v’erano servi; e ancora oggi si mantiene nella più parte un simile costume. Ma la republica ottima non farà mai cittadini gli artefici. E se pure questi ancora saranno cittadini, e se la virtù del cittadino è la detta da me, sarà da determinare, che la virtù detta non s’appartiene a ogni cittadino, nè ad ogni libero, [p. 104 modifica]ma a tutti quegli che cessano dai necessarî ministeri.

Infra gli ministeri necessarî chi gli ministra a un solo si chiama servo, e chi gli ministra al publico si chiama artefice, e gente vile. E di qui fia chiaro ancora a chi di ciò alquanto considera qualmente la cosa stia in simili casi; imperocchè quello, che io ho detto innanzi, ce lo manifesta: cioè che essendo li governi di più fatte, medesimamente li cittadini sieno di più fatte per necessità; e massimamente quei che son sudditi. Onde in alcuni modi di governo è forza, ch’ei vi sia cittadino l’artefice, e ogni vil gente; e in certi altri è impossibile, che segua un tale effetto. Come è verbigrazia in quel governo, che si chiama Ottimate, dove si dieno gli onori mediante la virtù e la dignità, perchè e’ non può esercitare azione virtuosa chi vive da artefice, e ad uso di vil gente.

Negli stati stretti ancora non è lecito al vile uomo l’esservi cittadino, perchè le partecipazioni nei magistrati vi si danno per via di censi grandi; ma bene v’è lecito di parteciparne all’artefice; imperocchè assai artefici diventan ricchi. In Tebe era una legge, che chi non s’era astenuto dieci anni dagli esercizî mercantili non potesse aver magistrato. E in certi altri stati la legge tira ai magistrati insino ai forestieri; che in alcuni stati popolari basta per esservi cittadino l’essere nato di madre cittadina.

E questo medesimo ordine s’osserva in alcune città intorno a’ bastardi, e contuttociò vi si usa di fare cittadini questi simili per la carestia, che v’è di legittimi cittadini; chè tal legge v’è stata introdotta per il poco numero d’essi. Ma quando il popolo v’è poi cresciuto a poco a poco e’ s’usa di cacciar dal governo imprima quei, che sono nati di servo, o di serva; e di poi quei, che sono nati cittadini solamente per madre: e in ultimo non accettano se non quei, [p. 105 modifica]che per padre e madre sono nati cittadini.

E per le cose dette sia manifesto darsi più sorti di cittadino, e che sopra tutti gli altri modi cittadino si dice essere quegli, che può partecipare degli onori; siccome ancora dice Omero:

E come un uom disonorato e vile.

Ma dove una tal cosa è occultata, ciò v’interviene per cagione d’ingannare quei, che insieme abitano nella città. Perchè chi non partecipa degli onori è come un forestiero, e come un vile uomo. E per le cose dette è chiaro, se la virtù dell’uomo buono, e del cittadino buono sia la medesima; cioè, che in alcune città ella è la medesima: e in alcune non è, ma è differente. E che dove ella è la medesima, ella non è in tutti li cittadini, ma è in chi civilmente comanda; o solo che ei ministri le faccende publiche, o in compagnia d’altri.