Una politica agraria nel segno di Pulcinella/III

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Tra Balanzone e Pulcinella il governo della patria agricoltura

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Tra Balanzone e Pulcinella il governo della patria agricoltura
II IV


La pazienza di rovesciare il cilindro

Legittimamente fiero del contributo prestato al varo della riforma della politica agricola comune di cui è stato architetto Franz Fischler, Paolo de Castro ha scritto un libro per assicurare che la riforma garantirà le esigenze dei consumatori, tutelerà l’ambiente, rispetterà gli animali. La portata della riforma è tanto radicale che la sicurezza del Professore deve, forse, essere attenuata: per giudicare è prudente attendere, e verificare

Tratto da: Spazio rurale, L, n. 6, giugno 2005

Chi scrive deve confessare un’abitudine curiosa. Impugna il dorso di ogni nuovo libro con la destra, facendo quindi correre le pagine con il pollice della sinistra. Il risultato è di sfogliare il libro dall’ultima pagina alla prima (un uso giapponese?). Sfogliando il recente volume del professor De Castro, Verso una nuova agricoltura europea, Agra, capita così di cominciare la lettura dall’autentica chiave concettuale di tutto il volume, la notizia, posta nella quarta pagina di copertina, che il Professore “ha ricoperto un ruolo di primo piano a livello europeo durante i negoziati di Agenda 2000”

Un libro scritto, quindi, per proclamare io c’ero: è stata realizzata la storica, capitale riforma della politica comunitaria, a fare la riforma io ero con Franz Fischler. Io e Fischler (Fischler ed io) abbiamo fatto la riforma della politica agricola comunitaria. Io e Fischler (Fischler ed io) abbiamo posto le fondamenta dell’agricoltura europea del futuro.

Legittima prova di compiacimento di un già giovanissimo ministro dell’agricoltura che, mosso da comprensibile eccitazione, sottrae ai lettori (e possibili elettori) il tempo per verificare quale sarà l’agricoltura che sortirà dal cilindro del noto prestigiatore austriaco, e dei valletti che lo hanno coadiuvato. Che neppure la chiromante più avventurosa è in grado di prevedere, oggi, quale potrà essere. La riforma è stata radicale: sappiamo cosa ha dissolto, è necessario attendere almeno qualche anno per vedere cosa debba partorire.

L’argomentazione del Professore è di semplicità cartesiana: la potremmo definire il teorema dell’orrore collettivo per i surplus. I padri della Comunità, che avevano vissuto le amarezze della guerra, erano preoccupati dell’approvvigionamento alimentare dei propri paesi, una preoccupazione comprensibile per i tempi e i costumi, riconosce, benevolmente, De Castro. Ma lasciandosi trasportare dall’ansietà per il rifornimento dei forni i fondatori della Comunità avrebbero dato vita a un sistema che avrebbe generato surplus verso i quali l’opinione pubblica avrebbe dimostrato, dagli anni Settanta, un’intolleranza crescente.

Preoccupati di assecondare le giuste apprensioni dell’anima collettiva, i governanti dell’Europa avrebbero iniziato, dall’irlandese Mac Sherry, a ridurre il flusso di finanziamenti che spingeva gli agricoltori a produrre sempre di più. Rivelatesi insufficienti le misure apprestate da Mac Sharry sarebbe arrivato, finalmente, Fischler a sancire il rivoluzionario principio del “disaccoppiamento”, il fondamento del “pagamento unico per azienda” Il professore ci assicura che è una soluzione geniale, che genererà un’agricoltura in assoluta sintonia con i bisogni dei consumatori, quelli dell’ambiente e quelli di polli, galline e conigli.

Chi non disponga dell’abilità di prestidigitazione del Professore non può essere altrettanto sicuro dell’esito del gioco. Per vedere cosa genererà il “disaccoppiamento” ci consenta di attendere qualche anno. Sapevamo cosa ci aveva recato, con il suo corredo di anticaglie postbelliche, l’antica politica comunitaria, frutto di trent’anni di sperimentazione e di aggiustamenti. Chi scrive non è disposto a credere al prestigiatore che dichiara che dal cilindro di Fischler sortirà il nuovo Eden rurale europeo. Per crederlo pretende di vederlo.

Dilatatasi ad Est, l’Unione europea si propone di radicare l’economia industriale in un subcontinente dove l’industria conosce standard primordiali in un periodo storico in cui il baricentro della produzione di beni di consumo durevole pare spostarsi dall’Occidente all’Asia, un fenomeno che non sarà probabilmente esente da conseguenze sugli equilibri dei mercati delle derrate alimentari. Su quei mercati i paesi arabi del petrolio (mezzo miliardo di uomini), strutturalmente deficitari di derrate agricole, stanno godendo di un rapporto barrel/bushel (barile di petrolio contro staio di grano) tanto favorevole da poter affrontare eventuali rincari dei cereali compensandoli con rincari del bene che convertono in grano. In una cornice simile può darsi che l’agricoltura che uscirà dal cilindro di Fischler sia l’Eden in cui saranno idealmente rispettate le esigenze dei consumatori, quelle dell’ambiente e quelle degli animali: può darsi, ma non è assolutamente scontato.L’autore di queste righe ricorda una lunga serata, all’alba degli anni Novanta, con un amico, direttore generale della ricerca agronomica del Ministero dell’agricoltura di Bonn. V’è chi beve un bicchiere in eccesso e ne prova effetti euforici, v’è chi dallo stesso bicchiere è sospinto sulle strade in penombra del pessimismo. A metà della seconda bottiglia di Barbera, il vino preferito di Herr Direcktorgeneral, i due commensali si accordarono che, pretendendo di incorporare l’altra metà della Germania, un paese sofferente di grave sottosviluppo, la Bundesrepublik, allora la più fiorente potenza economica del Globo, avrebbe drammaticamente compromesso la propria floridezza e perduto il ruolo di paese trainante del progresso economico europeo. Oggi l’economia tedesca versa nella crisi più grave. Ricalcando le orme tedesche l’antica Comunità, divenuta Unione, il sodalizio dei nove paesi più ricchi d’Europa, ha incorporato tutto l’Est ex-comunista. E’ sensato ritenere che la scelta sia stata politicamente ineccepibile, forse inevitabile: ma le conseguenze economiche nessuno è, oggi, in grado di prevederle.

Quali comportamenti indurrà il “pagamento unico aziendale” negli agricoltori europei solo la disinvoltura del prestigiatore può, oggi, prevedere. Nessuna argomentazione di docenti illustri e di eurocrati illuminati è in grado liberare chi scrive dal dubbio che la reazione di chi non sarà in grado di produrre a prezzi competitivi sarà di riporre in banca la piccola rendita e di rinunciare ad ogni sforzo (vano) di produrre realizzando ricavi superiori ai costi, cioè economicamente. Avallano, non senza qualche eloquenza, il dubbio, due ricordi personali, quello delle aziende cerealicole americane, un uomo, una seminatrice, una mietitrebbia e seicento ettari, e quello delle aziende orticole messicane, che sono le stesse aziende orticole di tutto il Terzo Mondo, dove un campesino realizza prodigi produttivi, dai quali, siccome i prezzi li decide il mercato internazionale (in Messico i negozianti che rappresentano il mercato internazionale sono designati con l’onorevole epiteto di coyotes), ricava un reddito di pochi dollari al giorno. Contro l’agricoltore del Midwest il maiscoltore friulano non può competere perché l’inferiorità dei mezzi è abissale, contro l’orticoltore messicano il serricoltore di Ragusa non può competere perché, con i prezzi che pagano i coyotes, quell’uomo vive in una catapecchia , e i figli soffrono di denutrizione. Non potendo competere, ma ricevendo una rendita fissa da parte della collettività, cosa di più sensato che portare il denaro in banca, e rinunciare a produrre? Chi scrive riconosce che potrà verificarsi il contrario, che l’agricoltura del cilindro di Fischler potrà ricolmare le tavole, tutelare l’ambiente e il benessere del bestiame, ma, per crederlo, pretende di vedere, e prega il professor De Castro di attendere che sul tavolo del prestigiatore si accendano le luci.

Tutta l’argomentazione del Professore si fonda, abbiamo rilevato, sull’ansia di assecondare il rigetto collettivo degli esecrabili surplus. Un ministro dell’agricoltura americano, mister Bob Bergland, soleva ricordare che i surplus sono scorte che nessuno vuole conservare, e che le scorte sono surplus che tutti vorrebbero acquistare. I padri dell’Europa si preoccupavano dell’approvvigionamento dei forni dai quali si rifornivano meno duecento milioni di abitanti, oggi i governanti dell’Europa sono responsabili dell’alimentazione di oltre quattrocentocinqunta milioni di persone, la maggiore concentrazione di popolazione del Globo dopo la Cina e l’India. Anche quando gli esecrati surplus superarono tutti i limiti della tollerabilità toccarono solo eccezionalmente una consistenza superiore al 10-15 per cento del fabbisogno. Nel grande sovvertimento in corso nell’economia mondiale non è inverosimile che quattrocentocinquanta milioni di consumatori possano imputare, domani, a chi ne ha governato l’agricoltura, di non avere saputo predisporre quel 10-15 per cento di scorte strategiche (i surplus di <I<MISTER< i>Bergland) che avrebbero scongiurato il rischio di lasciare la tavola sguarnita. Nulla è più mutevole dell’umore collettivo, la deità cui de Castro sacrifica con tanta devozione: chi ha gridato che c’era troppo frumento è pronto a strillare che è stato lasciato senza pane.

E’ questa, certamente espressione di pessimismo comparabile a quello che si impadronì di due amici dopo un bicchiere in eccesso di Barbera. A prevedere il futuro saranno certamente più abili le chiromanti di Bruxelles, ma, ostinati, preghiamo il professor de Castro di aspettare, e di consentirci vedere che coniglio uscirà dal cilindro.

Antonio Saltini