Una politica agraria nel segno di Pulcinella/IV

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La scienza felice dei nouveaux philosophes dell’agricoltura italiana

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La scienza felice dei nouveaux philosophes dell’agricoltura italiana
III V
tratto da: Spazio rurale, LII, n. 10, ottobre 2005



Un promotore estroso ha lanciato, contro il costume americano del fast food, uno slogan di successo: folle plaudenti hanno accolto il verbo del nuovo edonismo gastronomico. Singolarmente, i responsabili della politica agraria hanno convertito un messaggio pubblicitario in dottrina agropolitica, che oggi è incapace di spiegare le sciagure che investono settori sempre più numerosi, e capitali, dell’agricoltura nazionale.


La frutticoltura romagnola al collasso, la serricoltura siciliana in crisi profonda, l’allevamento sardo di fronte ad una contrazione del reddito del 30 per cento, 2.500 aziende in difficoltà finanziarie, 800 minacciate dall’asta giudiziaria, nell’”isola del tesoro” del Parmigiani reggiano si continua a chiudere stalle, e dopo tre lustri in cui non riuscivano a soddisfare gli ordini le cantine, quelle cooperative e quelle private, hanno le cisterne colme di vino invenduto. E chi coltiva cereali, l’ultima produzione con un premio comunitario sicuro, licenzia gli operai e non rinnova i trattori: per pareggiare i conti si deve risparmiare. L’agricoltura italiana vive una delle congiunture peggiori degli ultimi cinquant’anni. E non è privo di significato che la crisi coinvolga i segmenti cui negli ultimi anni sono state affidate le speranze più luminose: nonostante tutte le regalie regionali la superficie dell’agricoltura “biologica” si contrae, come annuncia, angosciato, il mensile dell’assessorato emiliano, secondo fonti attendibili l’agriturismo registra una significativa contrazione di presenze, che coincide all’incremento degli investimenti di chi era stato convinto che, se gli olivi non rendono più nulla, convertire antiche stalle in ospitali appartamenti avrebbe arrestato la perdurante caduta dei ricavi.

Enoteca Guinot, Modena, foto A.Saltini 2008, - Archivio Nuova terra antica


Da forse due decenni si era radicato, nell’immaginario collettivo, il convincimento, o sogno, di un’agricoltura che fosse, insieme, amena, carica di valori culturali, “ecologica” e persino redditizia. Quel convincimento pare non sopportare il confronto con la realtà. Come tutte le filosofie quel convincimento ha i propri padri e padrini, primo tra tutti, probabilmente, quel tale che, inventando una sigla felice da contrapporre all’americano fast food, ha creato la più fortunata agenzia di promozione alimentare della storia nazionale. Promuovere cibi genuini è certamente attività meritoria, probabilmente, e legittimamente, anche fruttuosa. Ed è perfettamente comprensibile che un’attività promozionale che non ha alcuna relazione con l’economia agraria adotti una visione della produzione agricola dai dichiarati connotati edonistici. Quanto si deve rilevare come prova di incomprensibile spirito gregario è che alla visione edonistica di un promotore di salamini al tartufo e di olive farcite si è associata, unanime, la schiera dei responsabili della politica agraria nazionale e regionale, da Paolo De Castro ad Alfonso Pecoraro Scanio al titolare attuale del dicastero, oltre al coro degli assessori regionali, guidati dalla pitonessa e corifea Tampieri. Sedotti dal verbo del promotore gastronomico i responsabili successivi, negli ultimi tre lustri, dell’agricoltura italiana si sono improvvisati nouveaux philosophes della politica agraria, peritandosi di dare ad una visione accortamente promozionale dell’agricoltura la veste di dottrina politica: se l’alfiere della gastronomia blasonata proclamava il proprio verbo agroedonistico, i responsabili agrari nuovi philosophes si sono fatti vanto di avere superato la strategia agroalimentare Anni Cinquanta per fare dell’edonismo gastronomico finalità delle scelte nazionali e regionali. I padri fondatori della Comunità europea si erano fissati sulla patetica idea di assicurare il pane ai consumatori ed un reddito ai contadini, la nuova filosofia ha predicato come assicurare ai fruitori urbani emozioni gastronomiche, agli operatori agrari il piacere di rinnovare sapori e tradizioni gloriose.


La precisione esige che si dichiari che se la filosofia dei responsabili nazionali degli ultimi lustri fosse stata diversa, poco, certamente, sarebbe mutato nella politica agraria comunitaria, ragione non ultima delle disgrazie dell’agricoltura italica. La medesima precisione impone di ricordare, peraltro, che nel corso del negoziato per la riforma patrocinata da herr Fischler, certa della propria filosofia l’Italia ha giocato contro la Francia, paladina intemerata, fino all’ultima disfatta, della strategia tradizionale del sostegno delle derrate agricole, schierandosi con l’Inghilterra, dall’adesione alla Comunità impegnata a smantellarne la politica agraria originaria. L’Italia si è opposta, così, ad una nazione che difende una paysannerie che è quanto di più simile si possa reperire, nello scenario internazionale, ai nostri coltivatori diretti, e che vanta il novero di specialità agroalimentari più celebrato al mondo, si è allineata ad una nazione che non conosce coltivatori diretti, ma solo i grandi affittuari delle immense aziende nobiliari, e che non possiede una sola specialità gastronomica che meriti di essere conosciuta oltre i flutti della Manica. Un divorzio innaturale per un connubio che non poteva essere d’amore, e che non era suggerito da alcun interesse. Ma l’ex ministro De Castro ha fatto della scelta di campo ragione di pubblico vanto.


Politica ed economia internazionale hanno imposto all’agricoltura la competizione globale, la concorrenza senza schermi protettivi. Sarebbe stato auspicabile che chi dirigeva, per responsabilità politica, l’agricoltura italiana sulla strada della competizione spiegasse chiaramente che in quella competizione vincono i produttori di cereali delle praterie dove la terra costa poche migliaia di dollari all’ettaro, dove piove regolarmente, e l’unico costo reale sono le rate del trattore, e vincono i produttori di frutta e ortaggi che pagano gli operai cinque dollari al giorno. Vincono impoverendo progressivamente i concorrenti che resistono pietendo, ad ogni raccolto, elemosine pubbliche. Improvvisatisi nouveaux philosophes del pensiero agrario, i responsabili politici di casa nostra hanno proclamato, per tre lustri, che nel confronto globale i nostri agricoltori avrebbero trionfato grazie ai salamini al tartufo e al pecorino di grotta. E’ comprensibile che i produttori sardi di pecorino provino, di fronte al funzionario di banca che minaccia l’asta dell’azienda, qualche risentimento.