Una porta d'Italia col Tedesco per portiere/Cifre e grammatica

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Cifre e grammatica

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CIFRE E GRAMMATICA

[p. 20 modifica] [p. 21 modifica] È strano che l’Italia non abbia ancora sentito il bisogno di sapere esattamente quanti tedeschi, quanti ladini e quanti italiani abbia annesso — per non parlare che della Venezia Tridentina — e che continui a fare i conti sulle statistiche austriache. Non si tratta di una semplice curiosità. La legge austriaca vige ancora nelle province annesse, e la legge austriaca ha fatto del censimento un formidabile strumento di governo. Noi non immaginiamo la potenza che aveva quassù il decennale inventario dei cittadini (il «catasto nazionale», come si chiamava). I diritti delle varie nazionalità erano proporzionati alle cifre del censimento. Se questo stabiliva che in un paese c’erano mille tedeschi e cento italiani, scuole, uffici, religione, tutto vi diventava tedesco in perfetta legalità. Non c’era niente da dire. Nelle lotte di razza, il censimento rappresentava una sentenza inappellabile. L’oppressione aveva l’aria di un atto di giustizia, di un riconoscimento dello stato di fatto, di un omaggio alla verità matematica. [p. 22 modifica] Apparentemente, la macchina dell’intedescamento era mossa dalla forza dei numeri. L’intedescamento continua perchè i numeri austriaci sono ancora in funzione. È ora di vederci chiaro.

Noi comprendiamo poco questa politica di cifre. Se i signori del Deutscher Verband si arrabattano, col compiacente aiuto del nostro governo, a fare dei nuovi computi statistici, gonfiando le loro liste elettorali con sudditi stranieri per cercare di dimostrare, a base di dati, che non esistono italiani nell’Alto Adige, dove secondo loro la massa tedesca sarebbe superiore persino a quella dichiarata dall’ultimo censimento austriaco, noi abbiamo torto a prendere questa agitazione aritmetica alla leggera. Non si tratta di un esercizio innocente, di uno sfogo di amor proprio, del piacere discutibile di distruggere gli avversari sulla carta. Essi stabiliscono la illegalità di ogni nostro atto in favore dell’italianità là dove, secondo dati ufficiali, non c’è che popolazione tedesca. Favorendovi l’italianità noi infrangeremmo leggi e rinnegheremmo garanzie che l’Austria rispettava e commetteremmo una violenza e una sopraffazione senza precedenti. Ecco a che cosa servono le cifre. Esse ci vincolano finché non le rivediamo e non attingiamo nella loro sincerità il diritto di dare ad ogni nazionalità quel che le spetta. Adesso rischiamo di essere accusati di tirannia e di arbitrio se proteggiamo adeguatamente gl’italiani nell’Alto Adige, o ci facciamo complici della oppressione della [p. 23 modifica] italianità lasciando operare il sistema austriaco sulle basi attuali come lo abbiamo trovato.

Sotto l’Austria il censimento si faceva così, nelle zone a popolazione mista. Un messo comunale, naturalmente tedesco, andava di casa in casa compilando le liste dei componenti le famiglie e chiedeva: Parlate tedesco? — Alla risposta affermativa (nelle zone mistilingui quasi tutti parlano un po’ di tedesco), se non si facevano obbiezioni, il messo scriveva: «Nazionalità tedesca». Perchè secondo la legge austriaca la nazionalità non veniva stabilita in base alla razza, o all’origine, o alla lingua adoperata in famiglia, ma «a seconda della lingua d’uso». Era una definizione comoda ed elastica. Bastava che un italiano sapesse tanto tedesco da potersi far capire dai suoi conterranei tedeschi perchè a priori fosse imbrancato con loro. Con quattro parole teutoniche si appiccicava il germanesimo come un francobollo. Molte volte non occorrevano neppure le quattro parole. Al di sopra di Salorno incontrate spesso dei contadini italiani che non si esprimono che in pretto veneto tridentino e che ingenuamente vi dicono: Mi son todesco, todesco che parlo per talian! È stato loro tanto assicurato che sono tedeschi che ci credono. In questi casi la «lingua d’uso» può essere anche il talian, considerato come dialetto germanico.

Questo spiega il terribile valore della lingua nelle lotte delle nazionalità sotto l’Austria. Imparare l’idioma del vicino era pericoloso. Il Trentino [p. 24 modifica] ha sempre bandito il pubblico insegnamento del tedesco dalla sua terra con lo stesso religioso furore con il quale la Chiesa cattolica ha proibito l’ingresso della lingua volgare nella sua liturgia. Aveva paura del fatale «parlate tedesco?» dei fabbricatori di statistiche. Per contrapposto oggi numerosi tedeschi che parlano italiano fanno finta di non capirlo. Nulla di più strano di queste guerre di conquista combattute a colpi di grammatica, e che finivano con la schiavitù di intere popolazioni. Si iniziava il massacro di una nazionalità con la coniugazione dei verbi. E il censimento preparava le grandi avanzate.

Che cosa fosse il censimento austriaco, che purtroppo è ancora la base di ogni cosa quassù, si vede nei piccoli centri mistilingui, dove è possibile in qualche ora verificare casa per casa, famiglia per famiglia, la nazionalità degli abitanti. Un esempio tipico: Vadena, un paesello italiano fra Bolzano e Salorno. Tutto vi è italiano, la lingua, i nomi, le scritte, il sentimento. I tedeschi che vi sono non rappresentano il 6 per cento della popolazione. Ebbene, i vari censimenti austriaci mettevano a Vadena nel 1890 il 12 per cento di tedeschi, nel 1900 il 21 per cento di tedeschi, nel 1910 il 41 per cento di tedeschi; e ringraziamo Iddio che l’Austria non abbia potuto fare il censimento del 1920, perchè, crescendo i tedeschi sulle statistiche in proporzione aritmetica, l’italianità di Vadena sarebbe bell’e che divorata. Il curioso è che [p. 25 modifica] il totale della popolazione non ha molto variato; fra il 1890 e il 1900 non c’era che la differenza di un abitante. I tedeschi del 1910 erano gl’italiani del 1900.

È presumibile che non per tutto si sia proceduto con questa velocità, ma il fatto è che nessuno può sapere oggi quanti siano in realtà i 22.000 italo-ladini che l’Austria ha avuto la bontà di riconoscere esistenti nell’Alto Adige. C’è chi suppone che siano 50.000, c’è persino chi propende a crederli 100.000. Solo sopra una cifra accuratamente e legalmente appurata possono fondarsi prerogative e diritti definiti e indiscutibili. Noi dobbiamo conoscerla questa cifra per dare alla minoranza italiana il posto che le compete. Ogni ritardo è un abbandono. Non vi è cosa più dolorosa del vedere l’italianità estinguersi a poco a poco nei cuori, mutando i fratelli in stranieri, e questo all’ombra della nostra bandiera, sotto alla salvaguardia della nostra forza.

Non la «lingua d’uso», ma la lingua di famiglia deve servire a classificare le nazionalità, la lingua che risuona intorno al focolare domestico, quella che la madre parla ai figli, la lingua che prima viene balbettata dai bimbi entrando nella vita. Dei messi fidati, che conoscano gli abitanti dei loro villaggi, debbono raccogliere i dati della verità. Abbiamo bisogno di un censimento onesto per proteggere noi stessi nei limiti della legge e con la legge. [p. 26 modifica]

Ora, così, brancoliamo nel buio. Lo Stato si assume la spesa di scuole italiane inadeguate, male impiantate, costose e spesso indecorose, che non hanno allievi perchè non possiamo obbligare nessuno a venirci, mentre le scuole tedesche, regolari, reclamano legittimamente la frequenza di ragazzi riconosciuti come «tedeschi», cioè quasi tutti. Quando la vera entità delle minoranze italiane fosse conosciuta, alle scuole italiane, proporzionate al numero legale degli allievi, dovrebbero provvedere i Comuni, sotto il controllo del Governo, allo stesso modo e nella stessa forma con cui provvedono alle scuole tedesche. Il nostro primo pensiero deve essere per l’istruzione pubblica; essa è il centro della lotta: corriamo alla difesa e al salvataggio del nostro sangue con i mezzi inattaccabili che la legge austriaca e il nostro diritto ci forniscono. Non basta esser giusti, occorre dimostrare che si è giusti. Abbiamo bisogno della guida, della esattezza e del conforto delle cifre, per agire con energia precisa. Vogliamo accettare sempre quelle del Deutscher Verband? Ancora qualche anno così, e saranno vere.