Una sfida al Polo/XIII

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Capitolo XIII - Battaglia in mezzo alle nevi

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Capitolo XIII - Battaglia in mezzo alle nevi
XII XIV
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CAPITOLO XIII.


Battaglia in mezzo alle nevi.


Il canadese e lo studente, dopo un’abbondante cena ed una buona dose di pipate, si erano cacciati sotto le coperte, quando un fracasso indiavolato, che veniva dal di fuori, li strappò bruscamente dal primo sonno.

Pareva che fra gli abitanti del villaggio fosse scoppiato un vivo alterco, poichè fra i latrati dei cani si udivano grida minacciose e certi colpi come se delle slitte venissero spezzate.

Walter pel primo era balzato giù dal lettuccio, e dopo essersi impadronito d’una rivoltella, la prima arma trovata sotto mano, si era precipitato verso uno dei finestrini tentando di vedere ciò che accadeva intorno al treno.

Quantunque la notte fosse oscurissima e la neve cadesse in quel momento in abbondanza, travolta dal ventaccio che soffiava da settentrione, vide subito numerosi uomini dibattersi e urtarsi gli uni gli altri, spingendosi contro l’automobile.

— Signor di Montcalm!... — gridò. — Quei miserabili attaccano la nostra macchina. —

Il canadese era già balzato, a sua volta, giù dal letto, ed aveva, prima di tutto, accesa la lampada, poi si era armato d’un mauser il cui serbatoio delle cartuccie era pieno.

— Aprite la porta, Walter!... — gridò. — Pagheremo la loro ospitalità a colpi di fucile. —

Lo studente si slanciò contro la sbarra di ferro, la tolse e [p. 161 modifica]si provò a spingere, ma con sua grande sorpresa la porta non cedette.

— Signor di Montcalm!... — gridò. — Ci hanno chiusi dentro!...

— È impossibile!...

— Provate anche voi.

— Aiutatemi!...

I due uomini fecero impeto senza ottenere alcun risultato. La porta era stata chiusa esternamente forse colla sbarra che era rimasta fuori e che gli esquimesi avevano ricollocata a posto per impedire ai due esploratori di uscire.

— Ah!... Canaglie!... — esclamò il canadese.

Si affacciò al finestrino che lo studente aveva aperto gridò:

— Dik!... Dik!... A noi!... —

Fra tutto quel vocìo confuso gli parve di udire la voce dell’ex-baleniere, poi rimbombarono due colpi di rivoltella.

— Dik!... Dik!... — ripete il canadese. — In nome di Dio, rispondete!... Che cosa succede? —

Un gruppo di uomini armati di archi e di ramponi si diresse verso il carrozzone-salon. Karalit era con loro e stringeva in una mano la rivoltella ancora fumante.

— Miserabile!... — gridò il canadese, puntandogli contro il mauser, mentre lo studente, aperto un altro finestrino, agitava la sua grossa Colt, minacciando di sparare. — Contro chi hai fatto fuoco? Che cosa significa tutto questo baccano? Rispondi o ti uccido come un lupo arrabbiato.

— Non sono stato io a tirare quei due colpi, bensì il tuo marinaio, — rispose Karalit. — Per poco non mi uccideva.

— Perchè?

— Non lo so.

— Dov’è il mio marinaio?

[p. 162 modifica] — Lo abbiamo legato ben bene e cacciato dentro una capanna.

— Per qualche motivo deve aver sparato, tanto più che era tuo amico e quindi non poteva nutrire odio alcuno verso i tuoi sudditi.

— Ah, io non lo so, ripetè Karalit.

— Allora te lo dirò io, furfante!... — gridò il canadese. — Tu ed i tuoi uomini volevate rovinarci la nostra macchina. Ce l’avete guastata anche ieri.

— Può essere, — rispose candidamente l’esquimese, il quale non perdeva di vista la canna del mauser.

— E hai l’audacia di confessarlo!...

— Sì, uomo bianco, perchè noi non vogliamo che tu vada più oltre verso il gran nord.

— E perchè?

— Perchè l’angekok ha detto che la tua bestia ha uno scopo terribile: quello di distruggere tutti gli orsi, le foche, le morse ed i cavalli marini, e così far morire di fame tutte le tribù degli Innuit. —

Walter scoppiò in una sonora risata, poichè quantunque l’esquimese masticasse la lingua inglese in modo orribile, aveva compreso tutto.

Il canadese invece aveva lanciata una grossa bestemmia.

— Il tuo angekok è un pazzo e tu sei un triplice imbecille! — gridò, furibondo. — Finiamola con questa commedia: noi siamo uomini di corta pazienza.

— Il nostro angekok non si è mai ingannato, — rispose Karalit, e se ha detto così, vuol dire che è la verità.

O torna indietro o noi distruggeremo la tua bestia.

— Fa togliere prima la sbarra che tu hai cacciata dinanzi alla porta.

— No.

[p. 163 modifica] — Per tutti i fulmini di Giove!... — gridò lo studente, il quale voleva prendere parte anche lui alla conversazione. — Signor mangiatore di lardo, è ora di finirla con questa storia.

Signor di Montcalm, piantategli una palla sulla punta del naso o lo crivello io come una schiumarola.

— Aspettiamo un po’, Walter, — rispose il canadese. — C’è la macchina fuori e Dik non è più là a difenderla.

Se ce la guastano, addio viaggio al Polo.

— Ai primi colpi di fuoco scapperanno come volpi, ne sono sicurissimo, signore.

— Non dobbiamo dimenticare che tengono nelle loro mani Dik e che gli hanno presa la rivoltella.

— Corpo di Giove!... Che cosa fare dunque? Cedere?

— Vediamo, — disse il canadese. — Questi furfanti contano certamente su qualche premio.

Alle carote dell’angekok non credono nemmeno loro, scommetterei mille dollari contro uno. —

Karalit, seduto su un hummok di neve, colla rivoltella sempre in pugno, circondato da una quarantina dei suoi sudditi, i quali provavano la forza dei loro archi fabbricati con pezzi di corna di renna strettamente legati, aspettava pazientemente che i due esploratori avessero finito di chiacchierare.

Aveva del tempo da perdere il briccone, ora che le sue capanne rigurgitavano di carne e di lardo di balena.

— Insomma, che cosa vuoi? — chiese il canadese, minacciandolo col pugno.

— Te l’ho già detto, uomo bianco, — rispose l’esquimese — Impedirti di avanzare verso il gran nord.

— Ma se ti ho già detto anch’io che il tuo angekok è un pazzo da mandare a casa dello spirito maligno.

— L’angekok ha parlato e basta, — ripicchiò l’ostinato. — [p. 164 modifica]Non si è mai ingannato nel predire le grandi tempeste, i grandi freddi, le scarse caccie e non s’ingannerà ora.

— E vuoi che torniamo indietro?

— Sì: questo e il fermo volere mio e di tutti i miei sudditi.

— Sia pure, ce ne andremo, — rispose il canadese. — Metti in libertà il mio marinaio e rimetteremo in moto la nostra bestia.

— Ah no! — esclamò Karalit. — Senza bestia.

— Che cosa vorresti dire? — urlò il canadese.

— Che la bestia rimarrà qui, perchè tenga lontani, colle sue urla, gli spiriti maligni. S’incaricherà l’angekok di darle da mangiare.

— Come!... Tu pretenderesti che ti lasciassimo la nostra macchina!...

— Accoppiamolo, signor di Montcalm!... — urlò lo studente.

— Guardatevi!... — disse Karalit, con voce minacciosa. — Ho cento uomini sotto di me e se volessi averne tre volte tanti non avrei che da far attaccare i cani e mandare alcuni dei miei uomini da mio suocero, il gran capo dei Katirak.

Cadremo noi, ma cadreste anche voi.

Ho detto!... Tornerò prima che il sole tramonti!... —

Con un’agilità meravigliosa Karalit si gettò dietro l’hummok, mentre i suoi uomini si disperdevano in tutte le direzioni correndo come lupi e scomparve fra le tenebre prima che i due esploratori avessero avuto il tempo di far uso delle loro armi.

— Pezzo di galera!... — gridò lo studente. — Ci è scappato di sotto mano!... E quell’animale di Dik, che si è lasciato cogliere come una gru addormentata, e perfino farsi prendere la rivoltella!

— L’avranno sorpreso nel sonno, — rispose il canadese. — E poi, con cento uomini che aveva intorno, ben poco avrebbe [p. 165 modifica]potuto fare, anche se avesse avuto a sua disposizione due Colt.

— Che abbiano guastato l’automobile?

— Speriamo di no, Walter. Siccome ciò potrebbe succedere, sarà meglio che cerchiamo un mezzo per uscire.

Questa carrozza funzionerà pur sempre da fortezza, ed in caso di pericolo ci rifugeremo sempre qui.

— Canaglie!... Dopo d’averli aiutati ad ammazzare la balena, senza chiedere per nostro conto nemmeno un pezzo di lingua, ci hanno preparato questo bel giuochetto!... E mi avevano detto che gli esquimesi erano delle brave persone!...

— Quelli che abitano più al nord sì, non questi che sono stati corrotti dalla civiltà, — disse il canadese. — Orsù, cerchiamo di uscire.

— Vi è la sbarra al di fuori e le finestre sono troppo strette, signore. —

Il canadese riflettè un momento, poi battendosi fortemente la fronte, esclamò:

— Noi siamo proprio due stupidi!...

— Dite? Non me ne offendo affatto.

— Ma sì, Walter, due imbecilli. Quando i lupi ci assediavano come ci siamo rifugiati qui?

— Attraverso il tetto.

— E dal tetto usciremo, — rispose il canadese. — I chiodi non sono nemmeno stati ribattuti e le viti non più messe a posto.

— Corpo di tutti i fulmini dell’occidente e dell’oriente!... — esclamò Walter — Che io abbia lasciata la mia memoria nell’Università di Cambridge?

— No, l’avete un po’ perduta in quella famosa gara del salto, — disse il signor di Montcalm.

— Credo che abbiate ragione, — disse Walter, scoppiando [p. 166 modifica]in una allegra risata, segno evidente che le minaccie degli esquimesi non erano riuscite affatto ad impressionarlo. — Un martello ed uno scalpello, signor Gastone. A voi la guardia della fortezza ed a me quella del bastione dominante l’automobile.

Guai a loro se toccheranno la nostra macchina!...

— Gli attrezzi da fabbro e da falegname non mancavano nel carrozzone. Aprirono una cassetta indicata con un numero, si munirono dell’occorrente, salirono su due sedie ed assalirono la tavola che era stata già levata durante l’assedio dei lupi.

Pochi colpi di martello e di scalpello, uno sforzo, e l’apertura s’offerse dinanzi ai loro occhi.

Walter, che era più magro del canadese, in tre tempi si issò sul tetto della vettura, spingendo a destra ed a sinistra la neve che lo ingombrava.

Il signor di Montcalm si era affrettato a passargli un mauser ed una cartucciera.

— Dunque? — chiese, dopo qualche istante.

— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò lo studente. — Lasciate che i miei occhi si abituino un po’ all’oscurità.

— Se la pianura è bianca!...

— Ma la capanna di quel briccone di Karalip o Kaparaliko che sia, non riesco a vederla bene. Pare che la neve l’abbia coperta tutta.

— Occupatevi dell’automobile.

— Diavolo!... È sempre dinanzi a noi.

— Nessuno la guarda?

— Non mi pare.

— E dove sono andati quei bricconi?

— Li odo gridare senza vederli. Dopo tutto io credo che abbiano fatto bene a ritirarsi nelle loro tane.

È una vera notte da lupi, signor Gastone, e fa un freddo da spaccare le pietre.

[p. 167 modifica] Vi assicuro che si sta meglio al coperto.

— Volete una pelle di bisonte?

— Accetto, purchè sia in compagnia d’una bottiglia di wisky o di brandy.

— Vi preparerò un buon grog invece.

— Vada pel grog. Scommetto che ci starebbe anche Dik a vuotare un buon bicchiere in mia compagnia.

Ah!... Signor Gastone, che questi pessimi soggetti siano capaci di tormentarlo od anche di ucciderlo?

— Oh!... Non oseranno tanto. E poi non ho mai udito narrare che gli esquimesi siano crudeli.

— Io però ho letto una storia di certi pescatori di balene di razza esquimese che si divertivano a martirizzare i naufraghi di razza bianca.

— Una storia antica, mio caro Walter.

Lasciate che accenda la stufa e che vi prepari il grog. Intanto non perdete di vista l’automobile.

— Nemmeno un secondo, signore.

— A voi la pelle di bisonte.

— Benissimo: eccomi trasformato in un capo indiano in attesa d’un viso pallido da scotennare. Sarò il gran sakem Piede pesante o Testa d’aquila.

— Al diavolo!... — esclamò il canadese. — Si è mai veduto un giovanotto più allegro di questo? Se tutti quelli che frequentano l’Università di Cambridge sono tagliati così, manderò anche i miei figli in Inghilterra a tentare la corsa delle cento yarde od il gran salto.

— E farete bene, — concluse lo studente, avvolgendosi maestosamente nella gigantesca pelle di bisonte.

Era una vera notte da lupi polari. Il ventaccio non cessava di ululare attraverso la bianca pianura, rovesciando addosso al [p. 168 modifica]villaggio e contro l’automobile delle vere trombe di neve che però subito tornavano a disperdersi.

Il freddo poi era diventato così intenso che l’alito dello studente, appena uscito dalla bocca, si tramutava in nevischio.

Un termometro collocato all’aperto avrebbe certamente segnato 30° sotto zero e fors’anche di più.

Gli esquimesi non si facevano vivi, però Walter di quando in quando udiva le loro voci uscire attraverso i corridoi delle capanne.

Probabilmente stavano discutendo per formare il loro piano di guerra. Fors’anche stavano interrogando il disgraziato Dik, disgraziato pei due esploratori, i quali non potevano avere su quel birbaccione il più lontano sospetto.

Walter bevette il suo grog, accese la sua corta pipa di radica autentica e tornò ad avvilupparsi nella sua pelle di bisonte, mentre il canadese vegliava dietro ai finestrini sagrando contro quella maledetta sbarra di ferro che gli impediva di uscire.

Era trascorsa una mezz’ora, quando lo studente udì il signor di Montcalm che chiamava:

— Walter!...

— Che cosa c’è, signore? — chiese l’inglese.

— Che sia questo freddo cane che ci rende stupidi?

— Perchè, signor Gastone?

— Voi siete fuori ed io sono ancora chiuso dentro e nell’impossibilità di raggiungervi senza togliere un’altra tavola, mentre sarebbe così facile, specialmente con un saltatore come voi, fare quattro passi all’aperto.

— Che cosa diavolo dite, signor Gastone?

— Un salto di tre metri in mezzo alla neve non vi spaventa?

— Ma nemmeno se quel salto fosse di dieci yarde.

[p. 169 modifica] — Allora fatemi il piacere di lasciare il vostro osservatorio, di gettarvi abbasso e di togliere quella maledetta sbarra esterna.

— Corpo di Giove!... — esclamò lo studente. — E tutto questo non vi è venuto in testa prima!... Decisamente il gran freddo deve intorpidire il cervello.

— L’aveva detto anche Franklin, il grande ammiraglio della spedizione polare dell’Erebus e del Terror.

— Ci credo. Che bestia che sono!... Sono fuori e lascio voi prigioniero!... Ah!... Signori esquimesi, ora l’avrete da fare con noi. Imbottiremo le loro pelli oleose di buon piombo. —

Balzare in mezzo alla neve, togliere la sbarra e presentarsi al canadese fu l’affare di pochi momenti.

— Eccoci nuovamente riuniti, signor Gastone, — disse. — Che brutta sorpresa per gli eschimesi quando ci troveranno liberi, pronti a caricarli.

— Andiamo a fare un giro intorno all’automobile, — disse il canadese. — Guai a loro se ce l’hanno guastata.

— Incendieremo il loro villaggio, — disse lo studente, con voce minacciosa.

— Sì, con questa neve!...

— Sono una vera bestia, signor Gastone.

— Credevate di trovarvi, non ostante questo freddo che fa soffiare sulle dita, in mezzo a qualche villaggio africano formato di capanne di paglia. —

Raggiunsero l’automobile affondata nella neve fino allo chassis e procedettero ad una rapida visita, avendo portato con loro una lampada.

— Nulla mi pare che sia stato toccato, — disse il canadese. — Avevo avuto qualche timore pel volante, mentre vedo che funziona bene. Si direbbe che non c’è stata nessuna lotta fra Dik e gli esquimesi, poichè tutto è in ordine.

[p. 170 modifica] Che si sia lasciato portar via ancora addormentato? Che cosa dite voi, Walter?

— Che quei bricconi hanno finito di gridare e che si preparano ad agire.

— Chi?

— Gli esquimesi.

— Ah!... Diavolo!... Bisognerà proprio fucilarli per calmare i loro umori bellicosi.

— Signor Gastone, lasciate a me la cura di difendere l’automobile; voi incaricatevi del carrozzone.

Se il pericolo stringerà vi raggiungerò.

— Rimarrete esposto al tiro delle freccie.

— Ah no, signore!... Mi rannicchierò dietro lo scudo e vedremo se i dardi di quei mangiatori di lardo mi raggiungeranno.

Presto: eccoli!... —

Dalle capanne gli esquimesi uscivano in gran numero, gridando e gesticolando, e si erano subito incolonnati dirigendosi verso il treno.

Il canadese fu lesto a riguadagnare il carrozzone, mentre lo studente si inginocchiava dietro lo scudo di metallo foderato di grossa stoffa, mettendosi dinanzi la rivoltella ed impugnando il mauser.

Vedendo che la banda continuava ad avanzarsi, mandò il primo grido.

— Chi vive!... Alt!... —

Un sibilo acuto fu la risposta ed una freccia si piantò nella capote di cuoio, mezzo metro sopra la testa dello studente.

— Ah!... Birbanti!... — esclamò questi. — Pare che vogliano darci battaglia!... E sia!... Dik se la caverà come potrà, giacchè è stato così stupido da farsi prendere.

— Alt o faccio fuoco!... — gridò poi, con voce tuonante.

Altre tre o quattro freccie attraversarono l’aria sibilando [p. 171 modifica]sinistramente, ed una ruppe la sua punta contro lo scudo del volante.

— Quand’è così, brutti bevitori d’olio, non mi trattengo più!... —

Un colpo di fucile rimbombò fra le urla del vento, seguito da un grido acutissimo e da una volata di dardi.

Poi fu un nuovo sparo che echeggiò, partito questo dal carrozzone. Il signor di Montcalm, accortosi che gli esquimesi non avevano intenzione di scherzare, aveva subito appoggiato il tiro dello studente.

Gli esquimesi sostarono un momento, poi girarono sui talloni rifugiandosi più che in fretta dentro i corridoi delle loro capanne.

Sulla candida distesa di neve erano rimaste due grosse figure nere: erano due esquimesi passati da parte a parte dalle palle dei mauser e fulminati sul colpo.

Il canadese, non scorgendo più nessuno, si era affrettato a lasciare il carrozzone e avvicinarsi all’automobile.

— Ebbene, Walter? — chiese.

— Pare che si siano calmati, signore, — rispose lo studente.

— Siete stato colpito?

— Ma che!... Tirano le freccie peggio dei ragazzi del sud Africa.

— Ed ora, che cosa succederà?

— Che si vendichino su Dik?

— Se non si fosse lasciato portar via lancierei l’automobile a corsa sfrenata, — disse il canadese. — Non sono un perfetto chaffeur, tuttavia me ne intendo di queste meravigliose macchine e non mi troverei imbarazzato neanche se dovesse succedere qualche guasto.

— Sapete che cosa dovremmo fare, giacchè ci lasciano un po’ tranquilli, signor Gastone?

[p. 172 modifica] — Dite, Walter.

— Aprire la via all’automobile, perchè possa prendere lo slancio. La neve si è accumulata in abbondanza intorno alla nostra bestia, come la chiamano quei luridi mangiatori di grascia.

— Mi pare che voi abbiate dato un buon consiglio. Andate a prendere le pale, mentre io sorveglio le capanne ed i loro abitanti. —

Lo studente non si fece ripetere l’ordine due volte.

Un mezzo minuto dopo i due esploratori lavoravano accanitamente per aprire il passo al treno, perchè potesse prendere, al momento opportuno, il suo slancio.

Avevano già scavato un largo solco, lungo una ventina di metri, quando gli esquimesi tornarono a mostrarsi.

Parevano in preda ad un folle furore. Urlavano come lupi arrabbiati, si dimenavano come ossessi e scagliavano freccie in tutte le direzioni per provare forse la portata dei loro archi.

— Pare impossibile come della gente che vive sempre in mezzo ai grandi freddi, possa prendere fuoco in questo modo, — disse lo studente. — Che l’olio di balena abbia la proprietà di ubbriacare questi mangiatori di foche? Ne faro l’esperimento anch’io se ci verranno meno le bottiglie di gin e di wisky. —

Il signor di Montcalm, vedendoli dirigersi risolutamente verso l’automobile, si era fatto innanzi col fucile imbracciato, gridando.

— Indietro, miserabili, o noi vi stermineremo tutti!... Mettete subito in libertà l’uomo bianco, canaglie!...

— Arrendetevi!... — gridò una voce. — Vogliamo la bestia che divora gli orsi bianchi.

— Sì, vieni a prenderla, poltrone, — disse lo studente. — Signor Gastone, cerchiamo di mandare all’altro mondo quel briccone di Karaliko.

È lui che ha parlato.

[p. 173 modifica] — Ripieghiamoci sull’automobile! — gridò il canadese. — Andate a chiudere il carrozzone.

— È subito fatto, signore.

— E poi fuoco a volontà.

— Lasciate fare a me!... —

Mentre delle freccie, lanciate piuttosto a casaccio, poichè la neve non cessava di cadere ed il vento di soffiare con estrema forza, cadevano intorno all’automobile, lo studente in quattro salti raggiunse il carrozzone e lo sprangò, poi tornò di corsa verso il canadese il quale continuava a urlare:

— Indietro, canaglie, o vi massacriamo tutti!... —

Gli esquimesi pareva che non avessero molta fretta di esporsi al fuoco dei mauser.

Invece di continuare ad avanzare, si erano a poco a poco gettati a destra ed a sinistra, coricandosi in mezzo alla neve ed allargando sempre più le loro file.

Strisciavano come le foche e le morse fermandosi solo qualche istante per lanciare una volata di dardi affatto inoffensivi, data la distanza, la quale anzi aumentava sempre.

Quella strana manovra però fini per preoccupare il canadese.

— Si direbbe che cerchino di chiuderci in mezzo, — disse. — Vi pare, Walter?

— Sono dei volponi, signore.

— Che ci daranno dei gravi fastidi se non prendiamo una decisione senza perdere un istante.

— Si tratterebbe di far cantare i fucili?

— Sì, Walter.

— E lasciamoli cantare, allora, — concluse lo studente. — Io ho sempre udito raccontare che il piombo e l’unico nemico dei popoli selvaggi.

A me la linea di destra, signor di Montcalm, a voi quella di sinistra. Vedremo come ballano i mangiatori di lardo. —