Vae Victis/Parte seconda/XVIII

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XVIII

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XVIII.


Il dottor Reynolds mantenne la promessa fatta a Luisa.

A Londra, in una clinica privata, l’opera spietata e misericordiosa fu compiuta. La scintilla di vita, non anco accesa fu spenta.

Dal profondo delle tenebre, dalla Vallata della Morte, lentamente, con trepidi passi Luisa risalì verso la vita.

. . . . .

Durante i due mesi ch’ella fu nella clinica non vide nè Chérie nè Mirella; ma la signora Yule, affettuosa e tenera, veniva ogni giorno da Maylands a portargliene notizie, narrando quanto ella stessa e suo marito erano felici di ospitarle al Vicariato.

Poichè nel giorno stesso in cui Luisa era partita col dottor Reynolds dalla casa dei Whitaker, il reverendo Yule vi era andato in persona [p. 249 modifica]e, con amabile autorità, vincendo le deboli riluttanze della signora Whitaker, aveva preso le due derelitte fanciulle sotto la sua protezione, conducendole via con sè.

La signora Whitaker a dir vero non si era troppo vivacemente opposta alla loro partenza; ma aveva baciato colle lagrime agli occhi quelle due pallide creature che partivano come erano arrivate — mute, smarrite, poveri fuscelli travolti dal turbine della guerra.

In casa del Vicario di Maylands le due sventurate trovarono asilo, e la innocente Mirella e la tragica Chérie furono ugualmente sacre al suo cuore generoso.

Liliana Yule, la fanciulla cieca, ben presto le adorò entrambe.

Soleva sedersi tra loro due, tenendo tra le sue la mano di Mirella, ed ascoltava estatica i racconti che Chérie le faceva della loro fanciullezza nel Belgio.

Mai non si stancava di udire la descrizione del Pensionnat des Demoiselles Thibaut, dove Chérie era andata a scuola; e voleva la narrazione di tutte le loro gite a Bruxelles, a Ostenda e ad Anversa; fremeva ascoltando gli orrori delle prigioni di Château Steen e le visite al campo di battaglia di Waterloo, dove Chérie si era [p. 250 modifica]seduta sulla poltrona di Lord Wellington e aveva bevuto il caffè nella storica camera da letto di quel grande generale. Chérie doveva narrarle la loro vita a Bomal; la breve vacanza a Westende, dove imparavano ad andare in bicicletta sulla sabbia, sotto la direzione dell’uomo-scimmia.... E qui i racconti di Chérie si fermavano.

Liliana coi suoi occhi chiusi e il viso intento sempre alzato verso il cielo come alla ricerca della luce, ascoltava; e la dolce espressione del piccolo viso estatico faceva quasi mancare la voce a Chérie, e le riempiva gli occhi di pianto.

————

Un giorno arrivò una lettera da Claudio; egli scriveva d’essere quasi guarito della sua ferita; stava dunque per lasciare l’ospedale di Dunkerk per tornare nel Belgio, alle retrovie. Egli mandava il suo pensiero e la sua benedizione a Luisa, alla piccola Mirella, a Chérie.

Si sarebbero ritrovati tutti insieme nei bei giorni che presto sarebbero tornati. Chiedeva se avessero notizie di Florian; egli stesso non ne riceveva da gran tempo; l’ultima era stata una cartolina mandata dalle trincee di Loos....

E in quello stesso giorno — era un grigio pomeriggio di Dicembre e nevicava — Luisa, uscita dall’ombra della Vallata della Morte venne, [p. 251 modifica]pallido fantasma, a battere alla porta del Vicariato.

E anche a lei fu aperta la casa ospitale e il cuore generoso di coloro che l’abitavano.

Con tenerezza pietosa i suoi passi malfermi vennero guidati al focolare, verso la piccola Mirella che vi sedeva nella sua solita inconsapevole serenità. Solo al vederla Luisa comprese di quanto affetto la sua bimba era circondata. Con un grosso cane di Terranova accucciato ai suoi piedi, la piccina sedeva nella grande poltrona di cuoio del reverendo Yule; i biondi capelli divisi sulla fronte erano legati dalla signora Yule con un nastro celeste; un braccialetto d’oro, regalo di Liliana, le brillava sull’esile polso.

Con un grido di tenerezza riconoscente Luisa le si inginocchiò accanto, baciandole le manine fredde, la bocca silenziosa, gli occhi che non la riconoscevano.

«Mirella, Mirella! Parlami! Dimmi una parola! Dimmi: Ben tornata, mamma!»

Ma le labbra della bimba restarono mute, la sua voce era ancora una fontana chiusa.

L’uscio si aprì e Chérie entrò nella stanza — una Chérie nuova agli occhi di Luisa, quasi estranea nella sua tragica, matronale dignità. [p. 252 modifica]

Luisa indietreggiò colpita alla vista di quel mutamento. Poi con un singulto di appassionata pietà le andò incontro e la chiuse tra le braccia.

Chérie con un sorriso ed un sospiro le celò il volto in seno.