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Vite dei filosofi/Libro Quarto/Vita di Carneade

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Libro Quarto - Vita di Carneade

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Diogene Laerzio - Vite dei filosofi (III secolo)
Traduzione dal greco di Luigi Lechi (1842)
Libro Quarto - Vita di Carneade
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CAPO IX.


Carneade.


I. Carneade di Epicomo o Filocomo, al dire di Alessandro nelle Successioni, era cireneo.

II. Letti i libri degli Stoici, e accuratissimamente que’ di Crisippo, li confutò con moderatezza e sì li ebbe in concetto, che questo solea dire in proposito: Se Crisippo non era, io non sarei.

III. Uom studioso s’altri fu mai, ma più che alle fisiche dedito alla morale; ond’è che per vacare alle lettere la chioma e l’ugne lasciava crescere; e fu nella filosofia tanto efficace, che gli oratori, abbandonate le scuole, si recavano da lui per udirlo.

IV. Aveva anche robustissima la voce, di guisa che il prefetto del ginnasio gli mandò non gridasse tanto. Ed egli a dire: Dammi la misura della voce. Per la qual cosa quegli il riprese di rimando dicendogli: Misura hai gli uditori.

V. Era acerbamente riprenditore. Nelle quistioni invincibile. Del resto per le prefate cagioni cansava i conviti.

VI. Una volta che Mentore bitinio, suo discepolo, era venuto da lui per una disputa (Mentore, come narra Favorino nella Varia istoria, richiedeva [p. - modifica] [p. 337 modifica]d’amore una sua concubina), nel mezzo del discorso usò contr’esso la parodia:

     Qua ci bazzica un certo vecchio vano
     Malizioso, che sembra, voce e corpo,
     Mentore al tutto; costui dalla scuola
     Vo’ si bandisca.

ed egli alzandosi, soggiunse:

             Pronunciaro il bando
     Gli uni, gli altri s’alzarono veloci.


VII. Sembra che il pensiero della morte più che mai lo occupasse, se andava dicendo: Ciò che la natura ha unito, discioglierà ben anco. E avendo appreso che Antipatro era morto col bere un veleno, sentì eccitarsi ad affrontare la morte, e disse: Date dunque a me pure. — E chiestogli, che? — Vino e mele, rispose. — Si racconta che al suo morire vi fosse un eclisse di luna, per dimostrare, come taluno affermò, la compassione del più bello degli astri dopo il sole. — Dice Apollodoro nelle Cronache ch’egli si partì dagli uomini l’anno quarto della censessantesima seconda Olimpiade, visso cinqu’anni oltre gli ottanta.

VIII. Sono conosciute le sue lettere ad Ariarte re di Cappadocia. L’altre sue cose scrissero i discepoli; nulla ei lasciò. Avvi, sopra di lui, un nostro epigramma in metro logaoedico e archebuleo:

     Perchè, Musa, perchè vuoi ch’io riprenda

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       Carneade? Stolto è chi non vede come
       Ei temette il morir! Un dì malato
       Di tisi, grave morbo, egli non volle
       Tollerar di disciorsi; ma sentito
       Che col bere veleno erosi spento
       Antipatro, sclamò: Datemi via,
       Qualche cosa da ber. — Ma che? che mai?
       — Datemi vino e mele. — E spesso avea
       In bocca questo: Natura che unisce
       Me, me discioglierà di certo. — Ed egli
       Non men ne gì sotterra. A chi assai mali
       Guadagna egli è permesso irsene all’Orco.


IX. Narrasi, che colto nottetempo da una flussione di occhi, non se ne avvedesse, e ordinasse al ragazzo di accendere la lucerna; e che quegli avendola recata e detto: l’ho portata, Dunque, soggiugnesse, leggi.

X. Molti altri certamente furono i suoi discepoli, ma celebratissimo Clitomaco; di cui ci resta parlare.

XI. Vi fu anche un altro Carneade, freddo poeta di elegie.