Avventure di Robinson Crusoe/104

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Partenza della carovana; gran muraglia della China

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Partenza della carovana; gran muraglia della China
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Partenza della carovana; gran muraglia della China.



Entrava febbraio quando abbandonavamo Pekino. Grande era la carovana e, a quanto posso ricordarmi a un dipresso, composta di un numero di cammelli e cavalli fra i trecento o quattrocento, e di centoventi uomini armati di tutto punto e preparati a qualunque evento; chè le carovane orientali sono sottoposte agli assalti così degli Arabi, come dei Tartari; benchè i secondi non sieno propriamente da temersi quanto i primi, nè sì barbari nel caso che rimangano vittoriosi.

Gli uomini appartenevano a diverse nazioni; il numero maggiore per altro era formato da una sessantina di trafficanti e abitanti di Mosca, benchè alcuni fra questi spettassero alla Livonia. Fu un inesprimibile contento per noi il trovarvi cinque Scozzesi, che avevano in oltre la cera d’uomini grandemente pratici nei negozi e facoltosi.

Dopo una giornata di viaggio le guide, che erano cinque, chiamarono al gran consiglio, così lo denominavano essi, tutte le persone di riguardo e i mercanti, vale a dire tutti quelli della carovana, eccetto i servi. In questo gran consiglio ciascuno depositò una certa quantità di danaro per formar quella che chiamavasi massa comune, donde levavasi l’occorrente per fare scorta di foraggi lungo la strada, prima d’arrivare laddove fosse impossibile il provvederne, per la paga delle guide, per procurare rinforzi di cavalli, se fossero occorsi, e simili cose. Si passò indi a quanto dicevasi organizzare il viaggio. Ciò consisteva nel nominare capitani e ufficiali, che ci comandassero in caso d’un assalto, dessero la parola d’ordine, e distribuissero a ciascuno la sua fazione. Una tal previdenza era tutt’altro che inutile, come vedremo a suo tempo.

La strada in quel tratto di paese è popolata oltre ogni dire e piena di vasai e temperatori di terra, di quegli operai cioè che preparano la terra della contrada ai lavori della conosciuta porcellana della [p. 655]China. Mentre camminava tra questo popolo, venne a me il nostro vecchio piloto, che n’avea sempre qualcuna a dirci per farne ridere, e ghignava egli pure.

— «Voglio mostrarvi le più grande rarità di tutto il paese, tanto che finalmente, dopo tutti gli spregi che avete detto di questa povera China, possiate dire una volta: Ho veduto qualche cosa di raro che non si vede altro che qui

Poi dopo avermi messo in curiosità, il vecchio mariuolo si faceva pregare per dirmi che cosa fosse. Parlò finalmente.

— «Una casa d’un gentiluomo tutta fabbricata di mercanzia della China.

— Oh bella! esclamai. Di che altro devono fabbricare una casa i Chinesi?

— Intendo di ciò che voi, signori Inglesi, chiamate mercanzia della China, e negli altri paesi del mondo si chiama porcellana[1].

— Può darsi, gli risposi ridendo anch’io. Quanto è grande? Se sta in una cassa da poterne caricare un cammello, cercheremo di comprarla.

— «Da caricarne un cammello! gridò il pilota alzando le mani. Ci sta dentro nient’altro che una famiglia di trenta persone.»

Entratami allora, lo confesso, la curiosità di vedere questa casa, ci andai; ma conobbi non essere altro in sostanza, che una casa di legno, una di quelle che chiamiamo in Inghilterra case composte di assi a stucco. Qui solamente lo stucco era, come diceva il mio pilota, mercanzia della China, cioè la terra di cui si fa la porcellana. La parte esterna su cui il sole batteva, era veramente abbagliante, e faceva ottima vista, essendo perfettamente bianca e dipinta qua e là di figure azzurre come i gran vasi azzurri di porcellana della China, di cui siamo sì vaghi nell’Inghilterra; tutto l’edifizio avea tal saldezza, come se fosse stata di terra cotta. Quanto alle pareti interne, in vece d’essere coperte di legno intarsiato andavano coperte [p. 656]di piccole lastre pitturate, di quelle cui gl’Inglesi danno il nome di galley tiles[2], tutte di finissima porcellana, come finissime ne erano le figure splendenti d’una stupenda varietà di colori e d’oro con essi. Più lastre ci volevano a contenere una sola figura, ma erano connesse con tanta arte e la mastice formata della stessa terra le teneva sì bene avvicinate fra loro, che difficilmente ne avreste scoperte le commessure. I pavimenti delle stanze erano della medesima composizione, ma duri come i nostri lastrichi di mattoni; lustri e puliti, non per altro colorati, fuorché in alcune specie di gabinetti, il cui pavimento era fatto con le stesse lastre che coprivano le pareti; gli ornati dell’intera casa tutti della stessa materia; notabile il cielo delle stanze per essere nera e splendente la porcellana che ne vestiva la concavità. Questa casa dunque di mercanzia della China meritava di [p. 657]essere contemplata e, se non me lo avesse impedito l’orario del mio viaggio, mi sarei fermato ad esaminarne le particolarità alcuni giorni.

Coperte erano, mi fu detto, della stessa materia in fondo e ai lati le fontane e le vasche da pesci; fabbricate di terra da porcellana cotta le statue disposte in filari ne’ giardini.

È questa una delle singolarità della contrada in cui, bisogna confessarlo, i Chinesi sono singolari, ma lo sono ancora altrettanto nel millantarsene. Mi raccontarono sì incredibili cose su i prodigi di tali loro manifatture, che giudicherei tempo perduto pei leggitori e per me il ripeterle. Vi basti questa; mi voleano far credere che un artefice avesse fabbricato un bastimento con sartiame, alberi, vele, tutti in somma gli attrezzi di porcellana, buono per trasportare cinquanta uomini. Se m’avessero detto di averlo anco varato e fatto entr’esso un viaggio al Giappone, non mi sarei più contenuto; ma poichè non andarono tanto in là, mi contentai di battezzarli in mio cuore, mi si passi questa parola, per solennissimi spacconacci; sorrisi e non dissi altro.

La curiosità destatami da quel singolare edifizio mi fece restare indietro dalla carovana un paio d’ore, colpa per cui il conduttore mi tassò di tre scellini, aggiugnendo che, se ciò mi fosse accaduto a tre giornate di cammino di là della Grande Muraglia, come mi era accaduto a tre giornate di qua, sarei stato condannato a pagare quattro volte altrettanta somma, e m’impose in oltre la legge di fare una pubblica scusa nel primo giorno di gran consiglio. Promisi di conformarmi meglio alle regole d’allora in poi; e, se devo dire la verità, capii in appresso come questa stretta osservanza, intesa a tenerci tutti raccolti insieme, fosse indispensabile alla comune nostra salvezza.

Passati altri due giorni, arrivammo alla Grande Muraglia eretta dai Chinesi per munirsi contro alle invasioni dei Tartari: opera veramente grande, che si estende per altro con una inutilità di prolungamento ad una catena di montagne, i cui dirupi e precipizi sono sì insuperabili, che il nemico non potrebbe passarli, nè raggiugnerne inerpicandosi la cima; chè, se lo potesse, nemmeno la Grande Muraglia lo terrebbe addietro. Ne dissero che questa immensa difesa è lunga mille miglia, mentre la contrada ch’essa dee proteggere, misurata in linea retta, nè computandone le giravolte, non ha una lunghezza maggiore di cinquecento miglia. Alta all’incirca quattro tese, ne ha in alcuni luoghi altrettante di grossezza.

[p. 658]Mi fermai pressoché un’ora (nè qui vi fa il caso di trasgredire ordini, perchè altrettanto tempo ci volle ai compagni della carovana per essere fuori della porta di quell’enorme cancello), mi fermai, dissi, pressoché un’ora ad esaminare il grande edifizio per tutti i lati da vicino e in lontananza, fin dove i miei occhi arrivavano. Una guida Chinese che m’aveva esaltata la Grande Muraglia, come la prima meraviglia del mondo, si mostro desiderosa di udire intorno ad essa la mia opinione.

— «È ottima, risposi, per tener addietro i Tartari.»

La qual risposta costui non intese pel suo vero verso, onde la ebbe per un complimento; ma il mio vecchio pilota sì, la intese e si diede a ghignare; poi venne a dirmi:

— «Signor Inglese, il vostro linguaggio è di due colori.

— Di due colori? Che cosa v’intendete di dire?

— Che il vostro linguaggio par bianco guardandolo da un lato, e nero guardandolo dall’altro; scoperto per un verso, coperto per l’altro. Agli orecchi di quel buon Chinese dite che quel muraglione e buono per tenere addietro i Tartari; ai miei che non è buono ad altro che per tenere addietro i Tartari. V’intendo io, sapete, signor Inglese! v’intendo io, ma il signor Chinese v’ha inteso alla sua maniera.

— «In fatti, signor Portoghese, gli dissi io, credete voi che questa muraglia resisterebbe ad un esercito de’ nostri paesi proveduto d’un buon treno d’artiglieria, o a due compagnie di minatori europei? Non avrebbero bisogno, volendo batterla, nemmen di dieci giorni per farvi una breccia, donde entrasse un esercito in linea di battaglia, o per farla saltare in aria sì a dovere, che non ve ne restasse più il vestigio.

— E ben quello che pensava io.»

Il Chinese era nelle spine per la voglia di sapere, che cosa avessi detto al mio pilota; ma io non permisi a questo di ripeterglielo, se non passati pochi giorni, perchè allora saremmo stati quasi fuori del suo paese, ed egli non avrebbe tardato molto a separarsi da noi. In fatti quando arrivò il tempo che seppe tal mio discorso, si fe’ muto per tutto il rimanente del viaggio, nè importunò più i nostri orecchi con le maraviglie della sua China.

Note

  1. È vero in fatti che la parola inglese ware indicando mercanzia, China ware significa mercanzia della China; ed è anche vero che cercando in un dizionario la parola inglese corrispondente a porcellana trovate china ware. Ma gl’inglesi parlando e scrivendo, se vogliono indicare semplicemente porcellana, si contentano a valersi della sola parola china. Il piloto portoghese sarà andato a pescare in un qualche dizionario questo giuoco di parole, che, per dir vero, non è un’arguzia peregrina, e che quando potesse esserlo, lo sarebbe soltanto riportandola in lingua inglese.
  2. Certe piastre d’una specie di maiolica da cui vanno coperte per amore di mondezza, e più di sicurezza, le cucine de’ bastimenti.