Avventure di Robinson Crusoe/62

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Continuazione del viaggio; arrivo in Inghilterra

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Continuazione del viaggio; arrivo in Inghilterra
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Continuazione del viaggio; arrivo in Inghilterra.



Nella seguente mattina il nostro conduttore stava assai male per le morsicature del giorno innanzi, donde gli derivarono tumori che venivano a suppurazione. Fummo perciò costretti lasciarlo e provvederci di un altro, che ci accompagnò sino a Tolosa. Quivi trovammo e dolce clima e belli e fertili paesi, nè più orsi nè più lupi nè più molestie di simil natura. Quando raccontammo la nostra istoria ai Tolosani, udimmo nulla esservi di più solito ad avvenire in quella immensa foresta al più delle montagne, massime per tutto il tempo che la terra rimane coperta dalle nevi. Poi ci chiesero qual razza di guida avevamo tirata fuori [p. 366]che si fosse rischiata a condurci su quella strada in così rigida stagione. «Pare un miracolo, ne diceano, che non siate stati tutti divorati.» E non meno ne biasimarono, quando intesero quel nostro modo di difesa tra i legnami da lavoro, allorchè smontati dai nostri cavalli facemmo questi riparo de’ nostri corpi. «Ma sapete che v’era da scommettere cinquanta contr’uno che sareste stati tutti distrutti? Non vi è pei lupi pastura più prelibata dei cavalli, e la loro vista li rende furiosi in modo che non si può immaginare. Senza questa vista avrebbero forse avuto paura d’un moschetto. Ma rabbiosi dalla fame com’erano, e vedendosi a tiro un cibo sì delizioso, non s’accorsero di pericolo. Ringraziate il vostro fuoco continuato, e finalmente lo stratagemma della traccia di polvere che li persuase; ma avete corso un bel rischio d’essere sbranati. Era men male, se vi contentavate di rimanere a cavallo e di far fuoco su i lupi stando in sella. Finchè il cavallo fa tutto un animale coll’uomo, non lo prendono tanto per cavallo. Piuttosto, se volevate smontare, dovevate lasciar andare i cavalli, chè ai lupi non sarebbe parso vero di correre dietro a quella preda, nè avrebbero più pensato a voi altri che ve ne sareste andati innanzi con sicurezza, tanto più che eravate armati d’archibusi.»

Quanto a me, so certo di non aver mai avuta una sì maladetta paura, come quando mi vidi venir inverse trecento di que’ diavoli mugghiando e a bocche spalancate. Non avendo un sito per rifuggirmi, io mi dava già per uomo perduto: e vivaddio! non traverserò quelle montagne una seconda volta. Sto piuttosto a patto di far mille leghe per mare con la certezza di una tempesta per settimana.

Non ho molto da raccontare di non comune sul viaggio che feci per traverso alla Francia, nè potrei su quel paese esporre maggiori particolarità di quante ne hanno raccolte altri viaggiatori, collocati in una posizione migliore della mia per farne incetta. Da Tolosa mi recai a Parigi; poi senza fermarmi gran fatto passai a Calais, e di lì subito a Douvre, ove arrivai ai 14 gennaio dopo avere presa per viaggiare la più perversa stagione dell’anno.

Era per allora alla meta de’ miei viaggi, ed in breve tempo aveva ritirati presso di me i capitali recentemente ricuperati. Le cedole di banco ch’io aveva portate meco, mi furono pagate al giusto ragguaglio del cambio che correva in quel tempo.

Il primo confidente, il mio consigliere privato, vale a dire quella buona attempata vedova che già v’ho fatta conoscere, tutta gratitudine [p. 367]pel danaro da me speditole in dono da Lisbona, non trovava fatiche troppo gravose, se le impiegava per me; e di questa mia fiducia in lei dovetti ben trovarmi contento per la sicurezza che ne ridondò a tutto quel che mi apparteneva. Dal principio sino al fine è stata per me una grande origine di felicità la non mai smentita integerrima rettitudine di quella buona signora.

* Mi era anzi saltato il pensiere di lasciare in custodia di lei i miei capitali e andare a Lisbona, e di lì al Brasile per mettere stabile dimora colà; ma alcuni scrupoli religiosi avendomi distolto da simile idea, mi deliberai di rimanere in patria e alienare, se mi riusciva, la mia piantagione del Brasile *. [1]

Scrissi pertanto la mia intenzione al mio vecchio capitano di Lisbona, il quale, fatta la profferta di questo acquisto agli eredi de’ miei fidecommissari dimoranti al Brasile, la trovò accettata. Essi inviarono ad un loro corrispondente del Brasile trentatrè mila monete da otto, valore della mia parte di quel possedimento.

Mandarono pure al mio vecchio amico di Lisbona, e questi a me, l’atto di vendita che autenticai con la mia firma. Egli mi spedì pure in cedole di banco la somma di trentadue mila ottocento monete da otto, ritenendosi, perchè gl’ingiunsi espressamente di far così, l’equivalente della rendita di cento moidori per lui sua vita naturale durante, e di cinquanta, morto lui, per suo figlio, rendita che [p. 368]gli aveva assicurata, come fu detto, su la piantagione medesima.

Così terminava la prima parte di una vita tutta di strane venture, di una vita che parve un giuoco di scacchi della Providenza, di una vita sparsa di tal varietà, che il mondo ben rare volte potrà additare la sua compagna, di una vita cominciata mattamente, ma condotta a termine con maggiore felicità di quanta mai ogn’incidente di essa mi avesse dato luogo a sperare.

Ognuno s’immaginerebbe che in questo stato di compiuta fortuna mi fosse passata la voglia di correre nuovi rischi e venture; e così sarebbe avvenuto, se avvenimenti contrari non fossero occorsi. Ma avvezzo com’era alla vita vagante, privo di famiglia, nè avendo, benchè ricco, contratti nuovi legami, anche dopo aver venduta la mia piantagione del Brasile, non sapeva levarmi dalla testa quella contrada, nè domare in me la manìa di commettermi ai venti; soprattutto non sapeva resistere al prepotente desiderio di rivedere la mia isola e di sapere se i miei poveri Spagnuoli ci aveano posto dimora. La mia buona amica, la vedova che conoscete, metteva tutto il fervore a dissuadermene, e ci riuscì tanto che per circa sett’anni la vinse ch’io non imprendessi altri viaggi. In quell’intervallo mi addossai la tutela di due nipoti, figli d’uno de’ miei fratelli, e segnatamente del maggiore che avea qualche cosa del proprio. Uno lo allevai come un piccolo gentiluomo, e per giunta al suo stato gli feci un patrimonio del mio che gli sarebbe toccato quando fossi morto. Posi l’altro in educazione sotto un capitano di vascello, e accortomi dopo cinque anni ch’era un affettuoso, gagliardo, operoso giovinetto, gli comperai un buon vascello mercantile, mandandolo a cercare fortuna sul mare. Chi avrebbe detto che in appresso questo medesimo giovinetto m’avrebbe invogliato, già vecchio, a correre rischi novelli?

Nello stesso tempo io aveva dato in parte un metodo al mio vivere; perchè prima di tutto mi ammogliai, nè con mio svantaggio, nè avendo mai avuto motivo di pentirmene. Ebbi tre figliuoli, due maschi e una femmina. Ma mi morì la moglie; e il mio nipote capitano di vascello, tornando a casa con prospero successo dopo un viaggio fatto nella Spagna, un po’ per la mia naturale propensione ad andare attorno, un po’ con la sua importunità, mi fece condiscendere ad entrare qual privato negoziante nel suo vascello destinato per l’Indie Orientali. Ciò accadde nell’anno 1694.

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In questo viaggio visitai la mia nuova colonia nell’isola, vidi gli Spagnuoli miei successori nell’abitarla, seppi l’intera storia delle loro vite e de’ mascalzoni che lasciai colà; seppi come costoro avessero su le prime insultati que’ poveri Spagnuoli, come si fossero in appresso accordati, poi disaccordati, uniti e disuniti, come finalmente avessero costretti que’ pazienti Spagnuoli a venire alle brutte con loro tanto che gli ebbero fra le mani; come usassero umanamente con questi prigionieri: una storia che, internandocisi, non è meno copiosa di varietà e di maravigliosi accidenti della mia storia medesima: soprattutto nella parte che riguarda le loro battaglie coi Caraibi, i quali più d’una volta approdarono nell’isola stessa, e l’impresa tentata da cinque di que’ coloni sul continente, donde condussero prigionieri undici uomini e cinque donne. Di fatto nel momento del mio arrivo io trovai da una ventina di piccoli fanciulli nell’isola.

Rimastovi a un di presso venti giorni, quando ne partii, lasciai a quegli abitanti un sussidio di tutte le cose più necessarie alla vita, particolarmente in armi, polvere, pallini, panni, stromenti, e un fabbro ferraio e un falegname ch’io avea a tal fine condotti meco dall’lnghilterra.

In oltre ripartii le terre fra loro, riservandone a me l’intero diretto dominio; ma il mio comparto fu tale, che nessuno ne restò disgustato; perchè cercai di contentare alla meglio i desiderî d’ognuno di essi. Sol dopo aver assestate le cose in tal guisa, e avermi fatto promettere che non abbandonerebbero l’isola, salpai di lì.

Approdato indi al Brasile comprai una filuca che carica di nuovi coloni spedii nella mia isola. Oltre ad altri soccorsi, vi posi dentro sette donne tali quali mi parvero atte così a far da serve come a divenir mogli di chi le avesse volute. Quanto agli Inglesi, promisi di spedir loro alcune donne dall’Inghilterra ed un buon carico di stromenti rurali, se avessero voluto darsi all’agricoltura, promessa che in appresso non potei mantenere. Quelli fra essi che si erano mostrati per lungo tempo bricconi, dopo essere stati domati, e poichè riconobbero anch’essi una proprietà a parte da custodire, erano da vero divenuti galantuomini e gente di proposito. Mandai pur loro dal Brasile cinque vacche, tre delle quali pregne, alcune pecore e porci, razze che trovai grandemente moltiplicate quando rividi l’isola la terza volta.

Ma tutte le cose ora epilogate e il racconto dei trecento Caraibi [p. 370]che invasero quella costa e ne posero a sacco le piantagioni, delle due battaglie che i miei isolani sostennero contro di essi, della prima disfatta che soffersero con perdita d’uno dei loro, dell’orrida burrasca che distrusse tutti i canotti di que’ selvaggi, onde gl’invasori affamati perirono quasi tutti, ed i coloni liberatisi di costoro ricuperarono e reintegrarono gli antichi possedimenti ove vivono anche oggidì, tutte queste cose, dissi, ed altri nuovi maravigliosi incidenti occorsimi nell’intervallo d’altri dieci anni, formeranno l’argomento di tutto quanto mi rimane a narrare dopo questo mio secondo ritorno nell’Inghilterra.



Note

  1. Il paragrafo posto fra due asterischi non trovasi ne’ due testi originali che ho dinanzi agli occhi, pur leggesi in altri originali; qualche traduttore, come a cagion d’esempio il signor Borel, non l’ha omesso. Appartenga veramente al corpo primitivo dell’opera o sia stato intruso in appresso (che non sembrami), connette sì bene con quanto precede e viene dopo, che per lo meno non ho dato verun danno al restante coll’introdurlo accompagnato da questa nota.