Abrakadabra/Il dramma storico/XV

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XV. I misteri della nave 2724

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CAPITOLO XV.

I misteri della nave 2724.

Antonio Casanova, venendo a Milano, aveva già fissata la sua vittima.

Riportiamoci alla data del sei settembre. Al sorgere del mattino, tutti i forastieri venuti a Milano per assistere all’esperimento della pioggia artifiziale, ripartivano per diverse direzioni. L’aria era ingombra di palloni; le locomotive volanti si staccavano dalla terra come bolidi opachi, lanciandosi negli spazii. Una popolazione di oltre cinquecentomila viaggiatori salutava la città ospitale dall’altezza di ottocento metri cogli spari delle bombe fraterne, le quali, scoppiando, sviluppavano una pioggia di confetti e di fiori.

La nave 2724, profittando della concorrenza, si era abbassata al livello del Duomo; tanto che il timoniere, lanciando una corda di sospensione, potè attirarvi il [p. 156 modifica] Casanova, che fino all’alba stava spiando i movimenti del suo legno dalla cupola maggiore.

Quella operazione si compiva in un lampo. Appena il Casanova fu a bordo della sua nave, questa prese a salire rapidamente in linea diretta, e scomparve tra le nuvole.

Durante quella giornata il nostro cavaliere di industria si tenne chiuso nella sua cabina. Verso mezzanotte fece chiamare quattro uomini di fiducia per concertare con essi il suo piano strategico.

— Io l’ho veduto — cominciò il Casanova — l’ho veduto ieri, di pieno giorno, sulla gabbia della torre centrale che dominava la sua macchina, mentre egli dirigeva le operazioni. Dippiù, l’ho udito parlare, onde io mi tengo sicuro di poter imitare perfettamente la sua voce e le sue inflessioni. L’Albani ha, presso a poco, la mia statura. La sua testa è enorme, la sua corporatura più sviluppata della mia; in una parola, quell’uomo mi va come un guanto. Oramai non mi resta che discendere un’ultima volta per spiare l’entità e la deposizione dei morto1; voi mi capite! È un’operazione delicata e difficile, per la quale si richiedono tutto il mio accorgimento e la mia potenza di volontà. Questa notte io mi lascierò cadere su Milano, e spero, se il diavolo mi assiste, scoprire nello spazio di due giorni quanto mi abbisogna. Ad ogni modo, io sarò di ritorno posdomani verso le nove e mezzo di notte. Verrò con una gondola; voi tenetevi pronti a discendere immediatamente, perocchè, nel caso nostro, la rapidità è la condizione più essenziale per ottenere il successo.

— Io non credo prudente — osservò uno dei quattro [p. 157 modifica] — che voi, per tornare alla nave, vi serviate d’una gondola cittadina. Questi sorveglianti di gondole sono altrettante spie della Sorveglianza, e noi rischieremmo di venir segnalati a quel vecchio birbone di Torresani...

— Non ti prenda pensiero — rispose il Casanova coll’accento della più ferma sicurezza — io so scegliere i miei uomini. Noi abbiamo degli equilibristi perfino tra gli agenti della Polizia.

— E se mai, durante la vostra assenza, ci vedessimo esplorati... inseguiti?

— Reagite colla volontà!

— Noi siamo pochi di numero...

— Ma concordi... e potenti...!

— Il vecchio Torresani tiene a’ suoi ordini duecento magnetisti...

— E fra questi, sessantaquattro spiriti avversi. Alla distanza di mille e ottocento metri, venti volontà compatte e risolute possono tener fronte a cento magnetisti discordi e spossati. In ogni modo, i poliziotti non potranno agire sulla nave oltre cinque minuti, — e se mai, durante il fermo, voi vedeste avvicinarsi qualche brik del Torresani, — scaricate le pile contro esso, e avvenga che può. Una volta liberati dall’attrazione, manovrate per l’alto in linea diretta. Nel nostro serbatoio c’è tanta aria respirabile pel consumo di quattro giorni!

I quattro uffiziali non mossero altre obiezioni.

Il Casanova uscì dalla cabina, venne fuori all’aperto, esplorò la posizione da un immenso chatvue collocato all’estremità della nave, indi, spiegato l’ombrello di salvezza, spiccò un salto dal ponte.

In meno di due minuti, il Casanova toccava terra nel mezzo dell’anfiteatro dell’Arena.

Le testimonianze prodotte dal Bigino dinanzi al Tribunale del Torresani erano state veritiere. Antonio [p. 158 modifica] sanova, la sera dell’otto ottobre, fece ritorno alla sua nave colla gondola del conduttore settario.

Il nostro industriante avea studiato il terreno e fissato il suo piano strategico.

Appena fu a bordo della nave, egli adunò nuovamente nella cabina i suoi quattro confidenti per metterli al fatto di quanto egli aveva operato, ed impartire ad essi degli ordini.

— Oramai io so tutto quanto mi giovava sapere, non restano che alcuni particolari di niun conto dei quali voi dovrete incaricarvi. Com’io aveva preveduto, all’indomani dell’esperimento per la pioggia artifiziale, il Consiglio di Milano ha decretato all’Albani un sussidio di due milioni di lussi, elevandolo in pari tempo alla dignità di Primate. L’Albani è un apostata vile, che per orgoglio ha disertato dalla nostra setta; l’Albani è ricco e potente, e fa parte di quelle caste privilegiate che noi dobbiamo perseguitare e distruggere. I suoi milioni ci appartengono; noi abbiamo il diritto di confiscarli a benefizio della nostra idea. Fratelli: io voglio sperare che voi converrete pienamente nelle mie vedute, e vi adoprerete a secondarle con tutte le vostre forze, con tutto il vostro zelo.

— Da Omega ad Alfa! — risposero i quattro alzando la mano.

— Sta bene! Una circostanza molto favorevole ai nostri disegni la è questa, che l’Albani, in seguito alla sua petizione di matrimonio ha dovuto assentarsi da Milano per consumare, a distanza legale, il mese di dilazione imposto dalle leggi. Noi dunque potremo agire con sicurezza. L’Albani, prima di partire, ha comperato una deliziosa villa, la villa Paradiso, sorgente sulla sponda destra del Canale Lariano a poca distanza di Camerlata. Egli ha dato trecentomila lussi all’architetto mobiliare Perroni perché provveda a decorare quell’incantevole albergo [p. 159 modifica] durante la sua assenza. Il resto dei due milioni venno depositato presso il Custode della Villa. La sommetta è appetibile alla nostra cassa, un po’ esausta, quel denaro può servire. Io mi incarico di far volare il marsupio alle alte regioni del firmamento, purché voi mi aiutiate fedelmente. Scendete tutti e quattro su Milano, nella gondola che ho espressamente trattenuta. Uno di voi si rechi alla Villa per informarsi se l’Albani vi abbia messo di guardia qualcuno dei suoi leoni. Un altro vada domattina allo Stabilimento Rota a levare il ritratto fotoplastico da me ordinato, badando di confrontarlo colla prima copia per veriflcare se sia veramente identico. Presentando alla Dama di commercio la mia carta di visita che porta il nome di Don Fernando Blaga Gran Torreadore di Saragozza, il ritratto vi sarà consegnato. Un terzo raccolga i diversi vestimenti da me ordinati ai cinquanta sarti dei quali vi trasmetto la nota. E il quarto finalmente, si tenga in comunicazione cogli Agenti di Sorveglianza affigliati alla setta, per avvertirmi in tempo utile se mai il Torresani venisse a fiutare le orme nostre.

Il Casanova aggiunse a questi ordini non poche ammonizioni di lieve importanza; poi stretta la mano a’ suoi quattro colleghi, li accompagnò sul ponte della nave.

Il Bigino era là ad attenderli. I quattro calarono nella gondola, e immediatamente sprofondarono nelle tenebre.

All’indomani tutti gli ordini del Casanova erano stati eseguiti. I quattro si ricondussero alla nave, portando un ritratto fotoplastico dell’Albani di perfettissima somiglianza, due canestri ripieni di vestiti, ed altri piccoli attrezzi necessari alle strategie di tal genere.

Il Casanova fece recare quegli oggetti nella sua cabina, e quivi si rinchiuse per alcune ore in compagnia [p. 160 modifica] di un giovane napolitano, certo Anselmo Furlay, abilissimo metamorfo.

Parrà inverosimile quanto io sto per narrare, e voi che mi udite, farete delle esclamazioni di meraviglia, forse anche crollerete il capo da increduli. Voi non riescirete a concepire questi nuovi perfezionamenti della acconciatura, dove la guttaperca è chiamata ad operare delle trasformazioni prodigiose. Ma io non avrò certo la pazienza di spiegarvi tutto un processo, che d’altronde può essere facilmente indovinato dagli spiriti arguti. A me basta accennare il fatto, a me basta di porre in rilievo i mezzi che concorrono a crearlo. La maschera ritratto non è una invenzione del secolo ventesimo; se avete letto i Cento anni di Rovani, vi sovverrete degli orribili scandali che ebbero a prodursi a Milano fino dal secolo precedente, per questo trovata della menzogna e della frode. Ma a quei tempi non si conoscevano le meravigliose proprietà della guttaperca, si ignoravano quegli altri mezzi chimici, che ora, nel ventesimo secolo, concorrono a trasformar completamente un profilo, una fisonomia, riproducendo in un individuo le sembianze di un altro.

Nella cabina del settario equilibrista venne dunque ad operarsi una di codeste meravigliose trasformazioni. Uno strato di guttaperca modellato al ritratto fotoplastico dell’Albani, iniettato di cera rosea e di liquido vitale, trasformò il Casanova completamente. Il metamorfo Furlay questa volta fu sublime di trovati, fu vero artista. Egli riprodusse l’originale nella maschera con insuperabile precisione. E non solo nei contorni del viso e del collo, ma nel colorito delle guance e delle labbra il Casanova rappresentava così fattamente l’Albani, che quegli, mirandosi nello specchio, provò un fremito di terrore, quasiché l’imagine riflessa dovesse accusarlo e svelare l’inganno. [p. 161 modifica]

Il Casanova, parlando dell’Albani a’ suoi colleghi, aveva detto: quell’uomo mi va come un guanto! Il capo degli Equilibristi aveva calcolato perfettamente.

Ed ora che abbiamo veduto abbigliarsi dietro la scena questo nuovo attore del nostro dramma, precediamolo di poche ore sul teatro dell’azione; scendiamo prima di lui nei penetrali della Villa Paradiso.

  1. Gergo canagliesco che si spiega: il valore della somma il luogo dove fu depositata.