Abrakadabra/Il dramma storico/XVI

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XVI. Alla Villa Paradiso

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CAPITOLO XVI.

Alla Villa Paradiso.

Erano venute in lieta comitiva a visitare quel piccolo Eden, quel meraviglioso, elegantissimo palazzo, fabbricato da uno dei più celebri architetti di amore.

Un palazzo, che, a vederlo da lontano, pareva un tempio di alabastro galleggiante sulle onde o sospeso in una nuvola di fiori.

Erano venute in sull’ora del tramonto, Fidelia, Speranza, Viola, Luce ed altre sorelle del circolo delle vergini, tutte legate di tenera amicizia alla figlia del Gran proposto...

Si erano slanciate nei viali come uno stormo di cigni — si erano perdute in quel vasto labirinto di alberi e di colonne, dopo aver fissato, per punto di ritrovo, la sala terrena del palazzo.

L’Albani aveva comperata e fatta riabbellire la Villa Paradiso per quivi ritirarsi colla eletta del suo cuore a gioire, fra gli incanti della natura e dell’arte, i primi [p. 162 modifica] tripudii di un amore ricambiato. Ed ora l’appassionata Fidelia veniva a pregustare le gioie benedette, a inebbriarsi nei sogni prediletti dell’avvenire.

Era una piccola festa di fanciulle. Le amiche della fidanzata, giusta il costume dell’epoca, avevano portato il loro dono di nozze. Quei doni misteriosi, di cui ciascuna guardava scrupolosamente il segreto, dovevano riuscire altrettante sorprese alla giovane sposa, il giorno in cui ella avrebbe passeggiato per la prima volta a braccio del consorte negli intimi viali del giardino.

E noi rispetteremo il segreto di quelle fantastiche fanciulle; noi ci guarderemo dall’esplorare col nostro occhio profano gl’ingegnosi stratagemmi dell’amicizia, i gentili trovati di quelle anime vergini di donna.

Fidelia non aveva voluto staccarsi dalla sua sorella di amore. Ella appoggiava il braccio a quello di Speranza, e senza divagare dal grande viale che metteva al palazzo, camminava a passo lento in quella direzione, e parlava all’amica con angelico abbandono:

— Dieci giorni ancora!... sai che sono lunghi... dieci giorni!

— Cosa sarebbe l’amore, cosa sarebbe la gioia — esclamava Speranza con accento ispirato — senza i giorni del desiderio e della aspettazione! Io credo che Viola avesse perfettamente ragione, quand’ella, nel circolo, ha dato dell’amore quella sublime definizione così poco apprezzata dalle sorelle. L’amore è desiderio.

— L’amore è perdono! — mormorò Fidelia con un sospiro.

E questo concetto era per lei una soave reminiscenza, queste parole erano una melodia sommessa che le inebbriava tutti i sensi.

Giunsero al palazzo. Le porte erano abbassate, e la sala terrena sfarzosamente addobbata splendeva di [p. 163 modifica] fantastica luce. Una tavola oblunga, sfolgorante di preziose suppellettili e imbandita di vivande vespertine attendeva la gioconda comitiva delle ospiti fanciulle.

All’entrare di Fidelia, l’anziana del palazzo e le quattro volonterose che stavano a guardia della sala, spruzzarono di faville i vasi purificatori, e da questi subitamente elevossi una nuvola bianco—rosata che, dissipandosi nel vano, imbalsamava l’atmosfera di atomi odorosi.

— Fra un’ora saranno qui tutte! — disse Fidelia alle donne. — Frattanto io e la mia buona sorella di amore visiteremo gli appartamenti.

— Non vi sono appartamenti in questo palazzo — disse sorridendo l’anziana — o piuttosto ve ne sono tanti, quanti ne può ideare la umana fantasia; ma voi potete vederli tutti senza uscire da questa sala.

Fidelia e Speranza si ricambiarono una occhiata di sorpresa.

— Ebbene — domandò l’anziana. — Volete voi godere il meraviglioso spettacolo? Compiacetevi di sedere su quel piccolo divano di muschio satinato, e noi vi mostreremo una ventina di appartamenti, vi offriremo allo sguardo tale varietà di mobilie e di addobbi quale non saprebbe ideare la mente più ingegnosa. Io credo che la moderna architettura non abbia ancora prodotto un palazzo più sorprendente di questo in nessuna città della Unione Europea.

Fidelia e Speranza, tenendosi per mano, quasi impaurite, andarono a collocarsi sopra il divano loro assegnato. E tosto, per un cenno dell’anziana, le quattro volonterose corsero ad occupare i quattro angoli della sala, e toccando ciascuna un bottone sporgente dalla muraglia, produssero uno di quei cambiamenti di scena che in teatro producono tanto effetto.

La parete di fondo scomparve... Ciò vi sembra [p. 164 modifica] prodigioso, non è vero? Orbene: eccovi in due parole la spiegazione del miracolo. Quella parete non era che un grandioso ventaglio di taffetà americano, il quale, disteso, formava un abbagliante sipario azzurro dorato come il lapislazzulì. Le quattro volonterose, premendo i bottoni che lo tenevano dispiegato, ottennero che immediatamente si contraesse, formando di tal modo una colonna quadrata per cui la vasta scena veniva a dividersi in due grandi scompartimenti.

Al di là di quella colonna si apriva un mondo incantevole, che offriva allo sguardo tutte le seduzioni della natura, e non era di fatto che un meraviglioso accordo di tutte le industrie, di tutte le arti umane.

Fidelia e Speranza rimasero alcun tempo assorte nella contemplazione di quel nuovo spettacolo, mentre l’anziana con affettuosa compiacenza descriveva alle due fanciulle le bellezze del quadro.

— Da quella parte... al lato destro — accennava l’anziana — voi vedete una collina di facile pendìo, dei praticelli, delle grotte, dei chioschi, dei cespugli di fiori. Sono altrettante camere, altrettanti ricoveri copiati fedelmente dalla natura. L’architetto, nel costruire quei nidi di velluto, quei chioschi di bambagia, quelle nuvole di guttaperga, era ispirato dall’amore, come il Dio della Genesi nella creazione del paradiso terrestre. Il primo palazzo di Eva, ideato dall’architetto divino, non poteva essere più confortevole e più delizioso. Voi stupite, o gentile Fidelia!... Voi non credevate che un pensatore di case potesse elevarsi a tanta sublimità di concetti... Quella nuvola che vedete agitarsi mollemente al di sopra della collina è la stanza che deve accogliervi fanciulla per iniziarvi ai misteri deliziosi dell’amore... Osservate quella grotta!... Da quelle stalattiti bianche trasudano gli unguenti più odorosi, i balsami più delicati. È il vostro [p. 165 modifica] gabinetto di acconciatura. Attraversandolo, ne uscirete profumata e vivificata. A poca distanza da quella grotta, una magnolia gigantesca distende i suoi rami di un bel verde opaco... Quella è la vostra biblioteca. I libri stanno raccolti nel tronco dell’albero, e le eleganti legature formano intorno a quel tronco una corteccia di oro e di gemme. Abbassate lo sguardo a quella pianura lucente... a sinistra della colonna! Non vi sembra che quel tappeto imiti perfettamente le onde tremolanti di un lago? È un tappeto di mercurio bianco imprigionato in una tela di vetro elastico. Voi sentite il mercurio agitarsi sotto il vostro piede, e la illusione di passeggiare sulle acque è tanto verosimile, che quasi vi meravigliate di poterne uscire a piede asciutto. Come vedete, due gondole eleganti galleggiano su quel piccolo lago artifiziale. Una di quelle gondole è destinata ad essere il vostro gabinetto musicale. Noi vi abbiamo collocato un pianoforte a corde di cigno, ed un’arpa magnetica. Assisa al pianoforte, per la rifrazione dei vari specchi mirabilmente congegnati, vi parrà di trovarvi isolata in mezzo ad un lago senza confini. I vostri canti, i vostri suoni si ispireranno nella poesia della solitudine e delle onde... Quel pianoforte ha due pedali, per cui potrete modificare a grado vostro la calma e le procelle del piccolo oceano. Il tappeto mercuriale, sotto la pressione del vostro piede, potrà fingere tutti i commovimenti della marina. L’altra gondola è una sala di refezione; e questa, a piacere dei naviganti, può scivolare fino alla estremità della pianura, dove, per una porticiuola che da questo luogo non si scorge, essa uscirà dal lago artifiziale per islanciarsi nel lago vero. Qual sorpresa per voi, qual gioconda sensazione, al finire di una cena iniziata nel palazzo fra le carezze ed i baci dello sposo, [p. 166 modifica] uscire sulla prora della gondola, e veder sfilare le cento ville del Lario, una meravigliosa fantasmagoria di palazzi e di giardini emergenti dalle onde! Ma basti!... Gli è un vero peccato quello che io sto commettendo, un peccato di indiscrezione che il vostro sposo non saprebbe perdonarmi. A che buono svelarvi tutti i misteri di questo meraviglioso palazzo?... Che altro è la gioia se non la sorpresa del nuovo, dell’inaspettato?... Ma pure io mi ravvedo in tempo... Io non vi ho palesato che la millesima parte delle delizie che qui vi attendono. L’ho fatto a fine di bene; per serenare l’animo vostro, per alleviare colle promesse dell’avvenire le crudeli impazienze del presente. Ho tracciato il cammino alla vostra fantasia di fanciulla e di amante. Se in questi giorni di dilazione che ancora vi rimangono, il vostro spirito verrà a spaziare su questi prati di seta, fra questi alberi a foglie di piume che stillano rugiade di diamante, fra queste onde di metallo animato; voi troverete una distrazione soave alle cure che vi opprimono. Io però mi tengo sicuro che voi non riescirete mai ad indovinare la centesima parte delle meraviglie qui adunate da quei due creatori sublimi di poesia che sono il vostro Albani e Regolo Mengoni pensatori di edifizii.

Poiché l’anziana ebbe finito di parlare, la fidanzata dell’Albani, nell’ingenuità della sua anima innamorata, si lasciò sfuggire una esclamazione che rivelava tutto il suo cuore:

— Ma egli!... il mio sposo!...

— Comprendo il vostro pensiero — affrettossi a dire l’anziana. — Egli... il vostro Albani non verrà a dimorare in questa villa, che tutta vi appartiene. Vi spiegherò il suo concetto come io credo di averlo compreso. Dell’Albani voi non dovete conoscere che l’amante e lo sposo. Egli verrà in questo luogo per portarvi il suo [p. 167 modifica] amore, per cogliervi il vostro, per godere dei vostri tripudii, per consolare le vostre afflizioni, per chiedere a sua volta il diletto e la forza a sostenere i dolori della vita. I vostri rapporti, in una parola, non devon essere che rapporti d’amore. Perché riesca feconda di bene, l’unione coniugale vuol essere circondata di poesia. In altri tempi, quando era obbligatorio agli sposi convivere sotto il medesimo tetto, vedersi a tutte l’ore del giorno e della notte, dividere le cure disaggradevoli e qualche volta un po’ volgari del regime di famiglia, avveniva sovente una rilassatezza di affetti, che a lungo andare degenerava in fastidio, in avversione. C’è molta differenza fra il vedersi spesso e il vedersi sempre. L’augello che rinnova così frequenti i trasporti dell’amore, si allontana dalla sua compagna dopo l’ebbrezza vivace del connubio, e si perde negli spazi finché quella non lo richiami co’ suoi gorgheggi, finché quella non gli dica coi suoi gemiti melodiosi: ritorna! ho bisogno delle tue carezze, dei tuoi baci! Desideriamoci, se vogliamo amarci eternamente! Il vostro Albani, ispirandosi a questo concetto, verrà in questa casa come un ospite. Egli vi apparirà inaspettato — egli giungerà fino a voi per cento vie misteriose. Lo vedrete uscire da questa gondola, lo troverete adagiato in quella grotta, udrete la sua voce carezzante rispondervi da quella nube, Quando i vostri due cuori si chiameranno per quella voce arcana che esala dall’amore, vi sentirete allacciati da soavissimo amplesso. Io credo, Fidelia, che il vostro animo gentile avrà compreso il delicato pensiero che io ho tentato di esprimervi.

Lo sguardo di Fidelia splendeva di angelica luce. Quell’anima giovane era inebbriata di felicità.

Si levò in piedi, e con timida voce, qual di fanciullo che non osa manifestare un capriccio per paura [p. 168 modifica] di vedersi contrariato, disse all’anziana: Vi par egli che io sia troppo indiscreta nel domandarvi una concessione?... Amerei di attraversare quel lago... di salire in quella gondola... di provare, sull’istromento che dovrà essere l’interprete dei miei pensieri, una canzone che ho composta per... lui! Sarà la canzone di richiamo. E tu, mia buona Speranza, tu l’ascolterai da questo luogo, e mi dirai qual effetto essa avrà prodotto sull’animo tuo!... E poi!... ho in mente un pensiero... Mi pare che i suoni di quel cembalo debbano attraversare gli spazii immensi... e giungere fino a lui.

— Non vi è ragione perché io mi opponga a così onesto desiderio — rispose l’anziana — venite!

La fanciulla, dopo essersi congedata con un bacio dalla sorella di amore, sorvolò con piede leggerissimo al mobile tappeto, salì nella gondola, e disparve colla sua guida.

L’anziana, per un sentimento di deferenza e di rispetto che erale imposto dalla sua condizione, non si intrattenne con Fidelia nel piccolo gabinetto. D’altronde, ella aveva l’obbligo di far gli onori del palazzo, e in quel momento suonava l’ora di refezione, e le amiche della fidanzata, giusta il patto convenuto, entravano nel vestibolo.

— Rilasciate il gran ventaglio! rilevate le mense! — ordinò l’anziana alle volonterose — prima che le ospiti fanciulle fossero entrate nella sala.

E subito la scena mutò di aspetto, e l’incantevole panorama scomparve dietro il velario ondulato, che formava una muraglia di lapislazzulì.

Nel momento in cui le fanciulle entravano nella sala, dalla sua gondola invisibile Fidelia sciolse la voce.

Speranza portò il dito alle labbra, e le fanciulle ristettero ad ascoltare coll’estasi in volto. [p. 169 modifica]

Erano le più dolci note che mai si modulassero pel labbro di una vergine innamorata. Quelle note, attraversando l’azzurro padiglione, parevano il canto di un cherubino smarrito negli spazii del firmamento.

E davvero Fidelia aveva dimenticato la terra. Ella si sentiva isolata nel suo piccolo gabinetto come una sirena sugli scogli dell’oceano. Immersa negli elementi più vergini del creato, nell’aria e nelle acque, la sua anima possedeva le ali bianche e il melodioso sospiro del cigno.

Le parole della sua canzone esprimevano questi pensieri gentili:

«Iddio ha creato la terra, ma l’amore soltanto ha creato il paradiso.

«No! questo non è il paradiso, dacché, aggirandomi fra i miracoli della creazione, io sento che il creatore è lontano.

«Quando il creatore sarà tornato, quando l’aria di questo giardino sarà l’alito della sua bocca o il dolce fremito del suo cuore, allora io potrò dire: egli mi ha riportato il mio paradiso.

«Oh venga presto colui che può creare il paradiso, perché il paradiso è in lui, soltanto in lui!»

Il canto di Fidelia era una estasi voluttuosa.

Mentre il labbro scioglieva le note, mentre il cuore modulava gli accenti, lo sguardo della fanciulla errava nelle illusioni di un mondo fantastico.

Questo mondo fantastico si creava dinnanzi a lei per una combinazione di specchi metallici, i quali ritraevano perfettamente un cielo di zaffiro, un lago placido e sereno. Gli occhi di Fidelia aspettavano che quella solitudine di spazio e di acque si animasse improvvisamente di una figura umana, di una figura che per lei, per la fanciulla innamorata, avrebbe rappresentato il Dio animatore. [p. 170 modifica]

Era delirio?... Era sogno?...

La fanciulla sentì mancarle le forze, la sua voce si spense, un tremito le invase tutte le membra...

Quella vasta solitudine si era davvero animata: l’uomo dell’amore, il Dio era comparso...

Fidelia non osava li volgere il capo, ma lo specchio inesorabile che le stava dinanzi riproduceva una figura umana, riproduceva un essere vagheggiato e invocato, che per lei aveva nome di Redento Albani.

Quell’uomo, ritto ed immobile dietro il seggio della fanciulla, pareva assorto nel contemplare le forme perfette di lei. La fronte di quell’uomo era calma; i tratti del volto non rivelavano veruna commozione; ma l’occhio irrequieto, iniettato di viva luce, aveva una espressione quasi sinistra.

Fidelia ne fu atterrita più che sorpresa. Dalla sua fronte sgocciolava il sudore a grosse stille, pure non aveva forza di portarvi la mano ad asciugarle.

Come si spiega questo terrore della fanciulla alla vista di un amante, di un fidanzato, di lui che era l’oggetto de’ suoi ardenti desiderii, delle sue invocazioni?

Se quell’uomo fosse stato l’Albani, Fidelia non avrebbe esitato un momento a levarsi dal seggio, ad avvincerlo tra le sue braccia, a inondarlo di baci.

Ella esitava... tremava...

Erano le sembianze ben note; la sua statura, i suoi capelli ondeggianti e fosforici, il suo labbro perfettamente delineato, i suoi denti pieni di sorriso. Ma pure, qualche cosa mancava a quell’uomo per essere l’amante, il fidanzato di Fidelia. Mancava la magnetica corrente che si espande dai cuori innamorati, il flusso che non si può suscitare dai nervi e dal sangue, se questi nervi, se questo sangue non sieno agitati da una vera passione. [p. 171 modifica]

La fanciulla non poteva penetrare l’orribile inganno di quella apparizione. Ella fissava quella larva con occhio attonito; meditava quelle sembianze come si medita un sinistro problema. Quella contemplazione, quella meditazione angosciosa doveva risolversi per lei in un giudizio altrettanto erroneo che tremendo: «Egli è ben desso, ma egli ha cessato di amarmi».

Era la logica più naturale che il cuore della fanciulla innamorata potesse seguire, la sola spiegazione che ella potesse ammettere dello strano turbamento che l’invadeva.

A sì triste convincimento, Fidelia nascose il volto fra le mani e proruppe in dirotto pianto.

Ma il Casanova (noi gli daremo il suo vero nome) non era uomo da smarrirsi di coraggio per quella fredda accoglienza. Magnetista di prima potenza, egli contava sulla forza del proprio volere per dominare quella gracile fanciulla estenuata dalle commozioni dell’amore e della paura.

Egli stese la mano sul capo di Fidelia, e accarezzando le chiome odorose per innondarle del suo fluido irresistibile, parlò con accento animato:

— Fidelia!... mia buona... mia bella Fidelia!... non era mestieri che tu mi chiamassi.... Sarei venuto ugualmente.... Anch’io numerava i giorni e le ore. Avevo bisogno di vederti. Un bacio, un solo tuo bacio potrà darmi la forza per reggere a questi ultimi giorni di prova.... Fidelia!... I momenti sono contati. Nessuno mi ha veduto entrare, nessuno mi vedrà uscire da questo luogo.... Non c’è a temere di nulla!... Oh! la mia bella Fidelia! Abbandonati agli istinti del cuore.... Poichè mi ami... poichè hai giurato di esser mia.... Mia sorella... mia sposa.... Tu mi ami: Io sapeva bene che tu non avresti negato questa gioia!... Le tue fibre sono commosse.... Allacciami il collo colle [p. 172 modifica] tue braccia di neve.... Che io respiri il fresco alito della tua bocca!... Le mie labbra erano arse, e la sete di amore mi avrebbe consumato, senza il refrigerio di un tuo... bacio divino!

Così parlando, il Casanova si era impadronito della fanciulla attraendola al proprio petto colla potenza affascinante della volontà.

Fidelia, inebbriata da quelle parole, da quelle carezze, si abbandonò a lui come un corpo morto. I dubbi, i terrori erano svaniti. La sua faccia inondata di lacrime era divenuta radiante. In quel momento di suprema illusione, la fanciulla sognava il paradiso.

Quel sogno fu un lampo.

Nell’amplesso di quella larva adorata, Fidelia si attendeva una inondazione di delizie. Ma appena le labbra dell’avventuriero ebbero sfiorate le sue, la fanciulla arretrò con ribrezzo, mandò dal petto un grido affannoso, e cadde al suolo tramortita. Il bacio di quell’uomo, o piuttosto di quella maschera umana, le era sembrato gelido come il bacio di un morto.

Tutta questa scena era passata rapidamente, mentre le sorelle del Circolo, nel compartimento anteriore del palazzo, attendevano che Fidelia ripigliasse la canzone, ovvero ritornasse nella sala per prendere parte al convito.

Il grido della fanciulla destò lo sgomento nella piccola comitiva. L’anziana fece allentare il gran ventaglio, e le amiche di Fidelia accorsero tutte verso la gondola.

Quand’esse posero il piede nel gabinetto musicale, il Casanova era già scomparso; nessun indizio, nessuna traccia di lui.

Fidelia giaceva a terra coll’abbandono della morte. Le sue chiome, le sue vesti scomposte davano a supporre che ella avesse dovuto soccombere ad un assalto violento. [p. 173 modifica]

Le fanciulle non si perdettero in vane esclamazioni. Improvvisarono una catena magnetica, e scaricando il loro fluido sulla giacente, in men che non si pensi, la ridonarono alla vita.

Fidelia si levò in piedi, girò intorno gli occhi smarriti come chi, risvegliandosi da un orribile sogno, tremi di rivedere una larva.

Poi sorrise alle amiche, e appoggiandosi al braccio di Speranza uscì con quella dal gabinetto.

— Domani ti dirò tutto — disse Fidelia alla sua prediletta. E per quella serata non si tenne più parola del misterioso avvenimento.

Durante la cena, le fanciulle ripresero insensibilmente la loro abituale gaiezza. Fidelia sorrideva alle amiche, e pareva dividere i loro ingenui tripudii. Di tratto in tratto ella trasaliva, portava la mano agli occhi come a rimuovere un velo, a dissipare una nube. E subito, dopo quel gesto, la sua fronte tornava serena, e l’occhio riacquistava la sua luce.

Ai primi squilli del richiamo delle vergini, quella gioconda comitiva uscì dalla villa Paradiso per disperdersi nei varii compartimenti della città.

Fidelia baciò le amiche ad una ad una, e salita in una gondola volante, si fece ricondurre al palazzo di famiglia.

Quella sera, il Gran Proposto era di umore assai lieto. Quell’inesorabile partigiano delle antiche discipline, che non poteva tollerare nella propria famiglia ciò che egli chiamava insubordinazione legale agli ordini della natura; quel padre severo che non aveva mai perdonato a Fidelia le lunghe assenze notturne, mosse ad incontrarla con volto radiante, l’accolse con insolita profusione di amorevolezze.

C’era qualche cosa di misterioso, qualche cosa di [p. 174 modifica] sinistro nella bonomia di quel vecchio. Le sue carezze parvero a Fidelia una affettazione di cattivo augurio, ond’ella, per sottrarsi a quell’impeto di tenerezza paterna, pose in campo un pretesto e ritirossi nel suo appartamento. Il Gran Proposto, dopo averla accompagnata com’era suo costume, e salutata col bacio del buon sogno, rientrò nel suo gabinetto.

Sullo scrittoio del primo funzionario dell’Olona stava spiegato un dispaccio portante il timbro del Ministero di Sorveglianza pubblica.

Erano poche linee di scrittura, ma il vecchio non si saziava di rileggerle, e pareva che da quel foglio uscisse un riflesso di beatitudine ad irradiargli tutto il volto.

Il dispaccio era così concepito:


«Onorevole Gran Proposto,

«Ho la soddisfazione di annunziarvi che il nostro zelo, le nostre sollecitudini, la nostra pertinacia hanno trionfato di ogni difficoltà. Redento Albani ha violato la legge di dilazione. Questa notte egli era a Milano, ha visitato la Villa Paradiso, si è intrattenuto col Custode-direttore, ed ebbe anche un segreto colloquio con vostra figlia nel piccolo gabinetto musicale addetto alla villa stessa. Non è mestieri che io vi aggiunga altre parole; vostra onorevolezza sa troppo bene ciò che le resta a fare. Aggradite, onorandissimo Gran Proposto, gli umili ossequi del vostro subordinato devotissimo, e comandatemi in ogni occasione.

«Dato dal primo gabinetto di Sorveglianza pubblica la notte del ventisette settembre 19...

«Torresani degli ex—baroni.»