Adone/Nota al testo/9. Varianti censorie in V

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9. Varianti censorie in V

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Ovviamente, quanto siamo venuti esponendo non ha alcun rilievo per stabilire il testo do;V Adone (né, a maggior ragione, il contenuto e il sistema delle varianti che si potrebbero ricavare dai ricordati Codici Madrileno e Parigino). Ci è stato però consentito di gettare uno sguardo opportunamente incuriosito sul laboratorio mariniano. Se veniamo, ora, a minuto raffronto di P con V, della edizione parigina con quella veneziana su di essa esemplata in tempi stretti, troviamo, per quello [p. 780 modifica] che concerne le varianti, confermate le considerazioni giá fatte, in generale; con, in piú, che quasi tutti i non molti casi di lezione divergente si lasciano ricondurre a uno scrupolo moralistico tanto goffo da riuscire squisito. Giá in occasione della stampa veneziana della Galeria, Marino (giá sicuro in partenza che l’Inquisitore non avrebbe lasciato passare «una quantitá di cose burlesche » [lett. n. 125]) aveva dovuto lamentare che al posto di un « a san Francesco » gli avessero — « senza alcun proposito » — sostituito uno « zingaresco » [lett. n. 132]. Non potremo dunque meravigliarci di quella eroica pruderie che si contempla al XVI canto d e;V Adone, nella stampa veneziana, laddove è descritto (stanze 24-34) il tempio di Venere. Nell’originale, è un caso di letteratissima mistione di sacro e profano, un divertimento da goliardi, con la sua brava autorizzazione (come segnalò a suo tempo il Gaspary) in Clément Marot e, a ritroso, nel Roman de la Rose.

De’ Martiri d’Amor le vite e i gesti

recita P (25, 4); ma V: «de’ Guerrieri...».

Cantati salmi d’amor Donne e Donzelle

(34, 5) ; ma V : « versi d’Amor ».

E scompare l’allusione (34, 6) non giá nascoste da gelose grate, come in un monastero, sostituita da un divagante « che vago aspetto insieme e voci han grate »; tanto piú che, di quegli orti, certo giá cura di Masetto da Lamporecchio, « Priapo ortolan » tiene la chiave. E all’ottava seguente (34, 5-8) vedilo, il memorando canone:

Vestir ignudi, ristorar mendici, affamati cibar vicini a morte, albergar peregrini a tutte l’ore, queste son le limosi ne d’Amore.

come si snerva e corregge:

Cosí la lor pietade usa i mendici ristorar e cibar vicini a morte: queste le grazie son, ch’a tutte l’ore comparte lor la cortesia d’Amore. [p. 781 modifica] Giá in apertura, proprio all’Allegoria, di quel XVI canto, un primo tafano era parsa al censore certa ipocrisia, subito trasformata in « simulazione » (cfr. Vili 4); piú innanzi s’era officiata la restaurazione d’una maiuscola irriguardosamente trascurata da P (la creatura il creatore oblia [15, 8]) (dal Creatore passando alla Chiesa, quand’anche deferita di maiuscola, si preferirá addirittura appartarla da quelle carte profane, ricorrendo ai discreti puntini : « ed ecco entrar molti scudieri in ... » [197, 3] tanto la rima basta). D’altra parte, ancora il Calcaterra avrebbe stigmatizzato, nel Parnaso in rivolta, il « pessimo gusto » con cui il Marino « dice “ chiesa ” il tempio di Venere e ne descrive con colori sensuali il ciborio, i voti, le processioni e al posto delle immagini dei Santi pone quelle dei ” martiri d’amore ”, ai voti della pietá sostituisce quelli della lussuria, all’acqua benedetta le lacrime dei supplicanti, alle campane cetre e cennamelle erotiche, al cimitero cristiano un giardino ” non di cipressi tragici e funesti ma di bei mirti in cui canta Talia ” »ecc.; ma soprattutto dannando «la scena disgustosa, in cui, dopo aver descritto la statua di Venere, “ tutta ignuda ”, delizia dei ” romei ”, raffigura un furtivo amante che di notte sfoga su di essa il lascivo ardore con l’illusione di posseder la dea stessa del piacere...» (Il Parnaso in rivolta, 1961, p. 107) :

XVI 57 Sí viva è quella effigie, e si spirante,

che quasi ad or ad or si move e parla, né vi passa Romeo né Navigante che non rimanga stupido a mirarla; e tal mirolla, che furtivo amante entrò di notte a stringerla e baciarla, e del lascivo ardor sfogato in essa lasciò la macchia in su ’l bel fianco impressa.

Eppure la censura di V aveva provveduto:

e con lascivo ardore il Vago in essa credea goder la sua diletta impressa.

Tutti i gusti son gusti, ma non è che un iopos, che dalle pagine reverende degli scrittori antichi era potuto giungere senza malizia a quelle insospettabili di un Raffaello Borghini (Il Riposo, Fiorenza, Marescotti, MDLXXXIV, 1 III, p. 263). [p. 782 modifica] Ulteriori, ma meno sonori interventi censorii sono:

VI 55 . 3 XI 194, 7

XIV All.

XIV 36, 4

(Caravaggio) Creator piú che pittore

V : « facitor »

Né può però Vistessa Onnipotenza a l’altrui volontá far violenza

V : « né vuol * (scapitandone il bisticcio « eretico ») il divino sdegno [...] non può fare di non intenerirsi quando vede patire per bontá l’innocenza

V : « il rigore del divino sdegno, il quale (secondo il nostro modo di vedere) suole intenerirsi »

lecita è la menzogna anco talvolta X : « leggiera *

Un caso a prima vista alquanto strano parrebbe quello di Vili, 4:

Di Poema moral gravi concetti udir non speri Hipocrisia ritrosa V : « non speri udir *

dove non si riuscirebbe a rendersi conto del perché di questa inversione, non fosse che, in un’altra edizione del poema, curata postuma dallo Scaglia (1626), il verso suona

non speri ridir Simulazion ritrosa

Sappiamo dalla Allegoria del XVI dello scarso favore goduto presso il censore dal vocabolo « ipocrisia » (nel c. XX perfino il cavallo detto l’« Hipocrito », per via del manto « color del cilicio », dovrá, per V, mutar nome e chiamarsi, anche lui, « Simulatore » [343, 4]); e la spiegazione ce la dá lo Stigliani: «Il chiamare Ippocrito un cavallo per caggion del pelame bigio viene ad essere verso l’onorata Religion di San Francesco una tacita maldicenza ». L’accusa di ipocrisia era rivolta ai francescani. (Nel caso di Vili 4, la correzione, in V, era rimasta evidentemente a mezzo e l’ipocrisia restata al suo posto).

Per minuzia: quando Feronia si esibisce oscenamente ad Adone dichiarando Ecco t’apro il tesor del Paradiso (XIII 99, 4) V ricorre ai soliti puntini, in rima; una fede minuscola è rimessa in trono (si avverta che V è normalmente avara di quelle maiuscole elative tanto care alla pompa seicentesca) (XVII 175, 2); viceversa, una Provvidenza eterna di P è laicizzata in minuscola (e si veda ancora la concomitanza col [p. 783 modifica] Parnaso in rivolta) (Vili 268, 8). Non si vorrebbe, da ultimo, che certi frati che diventan « fratri » (... di Clitunno e d’Amene E d’altri frati lor le rive indarno [IV 31, 4]) siano anch’essi debitori del medesimo scrupolo.