Anime oneste/Prefazione

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Ruggiero Bonghi

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PREFAZIONE




Cara Deledda,

Io la chiamo cara; eppure non l’ho mai conosciuta e neanche vista. Ma v’ha una visione dello spirito, ch’è più acuta di quella degli occhi; e le sue lettere, così piene di grazia e di gentilezza, mi hanno data questa visione di lei. Sicchè io ho preso a volerle bene; e per conseguenza infallibile a secondarla in ogni suo desiderio: e anche in questo così modesto che m’ha espresso che io presentassi al pubblico una sua novella. Davvero, non intendeva perchè lei lo volesse, io non ho scritte nè novelle nè romanzi in vita mia, nè so, credo, scriverne; [p. viii modifica]anzi devo confessare, ne ho letto e leggo assai pochi, nè mi lascio prendere alle grandi lodi che talora sento dare di questo o di quello. Mi paiono, dopo i giornali, la cosa più passeggiera e labile del mondo. Non credo com’è naturale, al fatto immaginario che narrano, e molto meno a motivi immaginarii del fatto. Mi paiono enormi le pretensioni dei Romanzieri che si danno aria di essere i soli psicologi che restino al mondo, e di mostrarlo scomponendo e ricomponendo la macchinetta umana a lor posta. Son per lo più false scomposizioni e ricomposizioni e fantastiche; ma penetrano negli animi come vere, li fiaccano e li sfibrano. Ogni tratto ne vien fuori uno, che crea o pretende creare nuova scuola; e l’ultima è sempre la più potente e la meglio in voga, finchè un’altra nasce, e ciascuna ha il grido insin che dura; ma in realtà tutte non hanno altro oggetto, che di stuzzicare il gusto assopito del pubblico imbandendogli nuova pietanza. Romanticismo, realismo, psicologismo, naturalismo, idealismo, simbolismo — e che so io — sono i vessilli che innalzano, sperando che lunga tratta di gente, [p. ix modifica]per un giorno o per un anno li segua. Sono in somma, presi in complesso, sopratutto usurpando, come fanno, tanto spazio nelle letterature attuali, uno dei maggiori istrumenti del dissolvimento intellettuale, morale, sociale in cui ci dibattiamo; e sarà gran fortuna quando prima o poi, si distrarranno da loro, come, per correr loro dietro, si son distratti da altri generi letterarii che valevano e valgono meglio.

Con queste malinconie per il capo, e l’avversione che me n’è nata per romanzi e novelle, che autorità avrei avuto a scrivere della sua? Pure, l’averla lei mi ha invogliato a leggerla; e mi son compiaciuto a leggerla. Dopo scorse tutte le bozze, le ho rilegate; e mi son domandato; come io devo questa novella classificarla? Materialista, idealista, realista o qual altro aggettivo? Non m’è riuscito di trovare nessuno che si convenga a coteste sue Anime oneste. E questo m’è parso gran sollievo. Son davvero anime oneste quelle ch’ella ritrae. Qui c’è già una novità, degna di lode; giacchè son pure tali anime quelle, che i romanzieri e i novellieri sogliono ritrarre meno. [p. x modifica]E ritratte quali sono, semplici, e non punto meravigliate di esser tali o col desio segreto di non essere. Fanno quello che tutte del loro grado e di uguale bontà d’anima soglion fare. Non hanno della vita nè grandi entusiasmi nè grandi disperazioni. Non trovano nè cercano fosse in cui cadere. Esercitano virtù utili. Non son dilacerate nè da odii nè da invidie. La novella non le mena durante tutta la lor vita; ma per quello spazio della lor giovinezza, in cui la lor sorte non è ancora decisa. Bensì di due sole si conclude nella novella stessa; di due altre è mostrata in lontano: sicchè dopo lette, la mente le segue tuttora. E la lingua in cui n’è discorso, è piana e quasi sempre pura di forestierismi, e lo stile fluvio e senza attorcigliature di sorte o oscurità proveniente sia da cattivi criterii, sia da negligenze, che voglion parere arti fini. È scritta come la gente per bene parla; ma scritta modernamente, come moderna è la gente che oggi udiamo parlare. Nè il racconto è come di persone fuori del mondo. Si vede dove stanno, dove vivono, delle occupazioni che hanno, delle ricreazioni che si [p. xi modifica]danno. Vivono in Sardegna, l’isola che ha attraversato i secoli gloriosa, ma non sempre felice: e a cui noi Italiani abbiamo tuttora grandi obblighi. Non è detto che la Sardegna sia il luogo delle novelle: ma è fatto sentire. E la scrittrice non l’ha scelto, ma l’ha trovato; poich’Ella è Sarda, gentile Deledda, e ama il suo luogo natio, e com’è in rima del suo pensiero, vorrebbe vederlo in cima del cuore degl’Italiani, con prove d’affetto sincere ed efficaci. E quivi giovine tuttora, s’è addetta agli studii, dai quali ci distilla negli animi il sentimento del bello, del bene e del vero, come da questo ne nasce e si è nutrito il desiderio. A questa trinità Ella crede; e bisogna che ci si creda se non si vuol desolata la vita, e priva di significato e di meta, di armonia, di speranza. Il che molti — e anche, ahimè, molte — non intendono o non vogliono intendere oggi; e si pentono troppo tardi di non averlo inteso, nell’aridità dello spirito, che gli emunge e gli affatica. Lascia la sua novella una impressione dolce e buona. Par questo di nessun valore agli [p. xii modifica]scrittori e alle scrittrici oggi; ma non è ai lettori per cui scrivono. Cercano il solletico di quelli nel nuovo, che per lo più non è tale, nel bizzarro, nello sforzato, nel laico; immaginando che l’altezza dell’arte sta in questo, che Ella s’è beata e ciò non ode, come se l'arte non fosse un elemento del consorzio umano, e dovesse essere collocato come in fuori di questo, e senza nessun rispetto agli effetti morali ch’è in grado di produrre. Il che è falsissimo, e così deve parere a lei; ed è pensiero superbo insieme e abbietto, che si getterà in spiriti guasti: giacchè non v’ha dottrina spirituale su cui non stringe la bontà e la malvagità dell’anime. Le anime ch’Ella dipinge delicate ed oneste son tali perchè Ella ha onesta e delicata l’anima sua. Addio, cara fanciulla; e si ricordi, sinchè viva, di questo vecchio stanco, cui sorride il tramonto quanto a lei sorride l’aurora.

Torre del Greco, 28-8-95.

R. Bonghi.