Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/52

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Anno 52

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Anno di Cristo LII. Indizione I.
Pietro Apostolo papa 24.
Tiberio Claudio, figlio di Druso, imperadore 12.


Consoli


Publio Cornelio Sulla Fausto e Lucio Salvio Ottone Tiziano

.


Avendo Ottone (poscia imperadore) un fratello per nome Lucio Tiziano, vien perciò tenuto questo console pel medesimo di lui fratello. Credono alcuni, che a questi consoli nelle calende di luglio succedessero Servilio Barca Serano, chiamato console designato da Tacito sotto quest’anno, e Marco Licinio Crasso Muciano; e che, cessando essi, nelle calende di novembre subentrassero in quella dignità Lucio Cornelio Sulla e Tito Flavio Sabino Vespasiano. Questo per congettura. E quando essi vogliano che Flavio Sabino fosse il fratello di Vespasiano (poscia imperadore) s’ha d’avvertire che Tacito e Svetonio ci danno ben a conoscere Sabino per prefetto di Roma, ma non già illustre per alcun consolato1. Fu in quest’anno esiliato da Roma Furio Scriboniano, figliuolo di quel Camillo che si sollevò in Dalmazia contro di Claudio Augusto. Per atto di clemenza non avea Claudio nociuto al figlio; ma accusato egli ora di aver consultati gli strologi intorno alla vita dell’imperadore, per questo delitto si guadagnò il bando. Molto non campò di poi, rapito dir non si sa se da morte naturale o pur da veleno. Diede ciò occasione ad un rigoroso editto del senato contro gli strologi, con ordine di cacciarli d’Italia, non che da Roma. Tutto nondimeno indarno: per una porta uscivano, ritornavano per un’altra. Parimente fu pubblicata legge contra le donne libere, che sposassero schiavi. Se ciò facea la donna senza il consenso del padrone dello schiavo, diveniva anch’essa schiava; se col consenso, era [p. 186]poi trattata come liberta. Videsi nell’anno presente, fin dove arrivasse la prepotenza dei liberti di corte, la melonaggine di Claudio e la viltà del senato. Perchè fu attribuito a Pallante, liberto il più favorito dall’imperadore, l’invenzione di questo ripiego, per frenar le donne, il senato a suggestion di Claudio, o pure, come vuol Plinio il vecchio, di Agrippina Augusta, il senato, dico, oltre a molte lodi del suo fedele attaccamento al principe, e delle sue grandi applicazioni pel ben pubblico, il pregò di accettare gli ornamenti della pretura, e la facoltà di portare l’anello d’oro, come faceano i cavalieri, e per giunta un regalo di trecento settantacinquemila scudi romani. Costui accettò gli onori, ma sdegnò di prendere il danaro, con vantarsene dipoi in un’iscrizione, e con dire ch’egli si contentava di vivere nell’antica sua povertà, quando di schiavo ch’egli fu, era giunto a posseder più milioni, ed è registrato dal vecchio Plinio fra gli uomini più ricchi del suo tempo. Plinio il giovane2 da lì a molti anni, in leggendo quell’iscrizione e il vergognoso decreto fatto dal senato per costui, non se ne potea dar pace. Callisto e Narciso erano gli altri due liberti dominanti allora nella corte. Per le mani di Agrippina e di costoro passava tutto e di tutto si facea danaro. Si prendeano anche beffe del balordo loro padrone3. Un dì mentre Claudio tenea ragione, comparvero alcuni della Bitinia ad accusar con molte grida Giunio Cilone, stato lor governatore, che avea venduta la giustizia per danari; nè intendendo ben Claudio, dimandò che volessero quegli uomini. Rispose Narciso: Rendono grazie per aver avuto Cilone al lor governo. Allora Claudio: Ebbene, l’abbiano per lor governatore anche due altri anni.

Alcuni tempi prima era venuta in mente a Claudio un’impresa che, se gli riusciva, sarebbe stata di gran gloria a [p. 187 modifica]lui, e di pari utile al pubblico, cioè4 di seccare il Lago Fucino, detto oggidì Lago di Celano nell’Abbruzzo, per mettere quelle terre a coltura, e difendere le circonvicine dalle inondazioni che andavano di dì in dì crescendo: fattura, per cui quei popoli Marsi avevano fatte più istanze ad Augusto, ma senza nulla ottenere. Vi si applicò con incredibil vigore Claudio, pensando di fare scolar quell’acque non già nel Tevere, come alcuno ha creduto, ma bensì nel fiume Liri o sia nel Garigliano. Plinio il vecchio5 per un’opera maravigliosa ci descrive questo tentativo di Claudio, e di spesa infinita; imperciocchè per undici anni vi aveva egli impiegato continuamente circa trentamila lavoratori in far cavare e tagliare una montagna di tre miglia, di profondità incredibile, e condurre un canale lunghissimo da esso lago al fiume. Allorchè l’opera fu creduta compiuta, Claudio, acciocchè si conoscesse da ognuno la magnificenza della medesima, ordinò che si facesse prima un solennissimo combattimento navale sul medesimo lago. Raunati da varie parti dell’imperio diciannovemila uomini (se pur non v’ha difetto in quel numero) condannati a morte, li compartì in due squadre di navi colle lor armi, avendo disposto all’intorno in barche i pretoriani ed altre milizie, affinchè niuno scappasse. Tutte le ripe e le colline d’intorno erano coperte di gente accorsa allo spettacolo o per curiosità, o per corteggiare l’imperadore, che vi assistè con Agrippina6, amendue superbamente vestiti. Sperando i destinati a combattere grazia, il salutarono, dicendo che andavano a morire, e non altra risposta ricevendo, se non che anch’egli salutava loro, non volevano più procedere alla battaglia. Tante esortazioni e minacce si fecero, che finalmente le nemiche [p. 188]squadre l’una appellata la siciliana, l’altra la rodiana, si azzuffarono e combatterono da disperate. Molti furono i morti, più i feriti. Chi restò in vita ottenne poi grazia. Quindi passò la corte ad un magnifico convito, nel qual tempo si lasciò correre l’acqua del lago pel nuovo fabbricato canale; ma essa con tal empito corse, che fracassò in più luoghi le muraglie delle sponde, ed allagò talmente il territorio, che Claudio andò a pericolo d’annegarsi. Egli è pur di pochi il prevedere tutte le forze delle acque messe in moto. Altre simili burle da loro fatte ho io letto, ed anche veduto. Agrippina fece allora una gran lavata di capo a Narciso, imputandogli di non aver fatto assai forte il lavoro per risparmiare la spesa, e mettersi in saccoccia il danaro; e Narciso anch’egli rispose a lei per le rime con dei frizzi intorno alla di lei superbia, alle idee della sua ambizione. Aggiugne Tacito7, non essere stato quel canale sì basso da potere scolar le acque del lago troppo profondo nel mezzo. Ordinò nondimeno Claudio, che si rifacesse meglio il lavoro; ma per quanto si può dedurre da Plinio il vecchio, egli non campò tanto da vederlo compiuto. Nerone suo successore per invidia alla di lui gloria non si curò di perfezionarlo; e per quanto poi facessero Traiano e Adriano, il lago sussistè, e tuttavia sussiste. Un’altra maravigliosa impresa di Claudio Augusto fu l’aver egli condotto a fine l’acquidotto cominciato da Caligola, per cui furono introdotte in Roma le acque curzia e cerulea per quaranta miglia di viaggio8; e ad una tale altezza, che arrivavano alla cima di tutti i colli di Roma, e in tanta abbondanza, che servivano ad ogni casa, alle peschiere, ai bagni, agli orti e ad ogni altro uso. Plinio il vecchio, descrivendo la grandiosità di quest’opera stupenda, ci assicura, che al veder tagliate montagne, riempiute valli, e tanti archi per condurre quella [p. 189 modifica]gran copia d’acque, si conchiudeva, nulla esservi di sì mirabile in tutto il mondo, come quella fattura, la quale costò parecchi milioni. Tacito nota in questi tempi la prepotenza e l’arti cattive di Antonio Felice, chiamato Claudio Felice da Giuseppe Ebreo9, liberto già d’Antonia e poi di Claudio Augusto, a cui esso imperadore avea dato il governo della Giudea. Quel medesimo egli è, che si legge negli Atti degli Apostoli aver tenuto per due anni in prigione san Paolo apostolo. Costui, oltre al godere un buon posto nel cuore di Claudio, avea anche per fratello Pallante, il più favorito, il più potente, il più ricco dei liberti di corte; e però a man salva commetteva in quel governo quante iniquità egli voleva senza timore che gliene venisse un processo. S’empiè allora la Giudea di ladri e di assassini, e tutto si andò disponendo alla ribellione che accenneremo a suo tempo.


Note

  1. Tacitus, Annal., cap. 52.
  2. Plinius, lib. 7, epistola 29.
  3. Dio., lib. 60.
  4. Dio., lib. 60. Suetonius, in Claudio, cap. 20. Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.
  5. Plinius, lib. 36, cap. 15.
  6. Sueton. in Claudio, cap. 21.
  7. Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.
  8. Plin., lib. 36, cap. 15.
  9. Joseph, Antiq. Judaic., lib. 2.