Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/61

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Anno 61

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Anno di Cristo LXI. Indizione IV.
Pietro Apostolo papa 33.
Nerone Claudio imperad. 8.


Consoli


Cajo Cesonio Peto e Cajo Petronio Turpiliano

.


Non è certo il prenome di Cajo pel secondo di questi consoli, nè sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità. Motivo1 ai pubblici ragionamenti diedero in quest’anno due iniquità, commesse in Roma, l’una da un nobile, l’altra da un servo. Mancò di vita Domizio Balbo, ricco, e della prima nobiltà, senza figliuoli. Valerio Fabiano, senatore, con un falso testamento, a cui tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse all’eredità. Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da un suo servo, o vogliam dire schiavo, Pedanio Secondo, prefetto di Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento, tra maschi e femmine, grandi e piccoli, essendo soliti i ricchi Romani a tenerne una prodigiosa quantità al loro servigio. Benchè fossero quasi tutti innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigore [p. 221 modifica]delle antiche leggi; ma fattasi grande adunanza di gente plebea per difendere quegl’infelici, l’affare fu portato al senato; ed intorno a ciò si fece lungo dibattimento, con prevalere in fine la sentenza del supplicio di tutti. Nerone mandò un ordine alla plebe di attendere ai fatti suoi, e somministrò quanti soldati occorressero per iscortare i condannati. I mali portamenti degli uffiziali nella Bretagna cagion furono di far perdere circa questi tempi quasi tutto quel paese che vi aveano acquistato i Romani; e ciò perchè si volle rimetter ivi il confisco dei beni de’ delinquenti, da cui Claudio gli avea esentati. Anche Seneca, se crediamo a Dione2, avea dato ad usura un milione a que’ popoli, e con violenza ne esigeva non solo i frutti, ma anche il capitale. Inoltre, Boendicia o sia Bunduica vedova3 di Prasutago re di una parte di quella grand’isola, si protestava anche essa troppo scontenta delle infinite prepotenze ed insolenze fatte dai Romani a sè stessa, a due figlie e a tutto il suo popolo. Questa regina, donna d’animo virile, quella fu che sonò in fine la tromba col muovere i suoi e i circostanti popoli a sollevarsi contra degl’indiscreti Romani con prevalersi della buona congiuntura che Svetonio Paolino, governatore della parte della Bretagna romana, e valoroso condottier d’armi, era ito a conquistare un’isola ben popolata, adiacente alla Bretagna. Con un’armata dicono, di cento ventimila persone vennero i sollevati addosso alla nuova colonia di Camaloduno, e la presero di assalto. Dopo due dì ebbero anche il tempio di Claudio, mettendo quanti Romani vennero alle lor mani, tutti a fil di spada, senza voler far prigionieri. Petilio Cereale, venuto per opporsi con una legione, fu rotto, messa in fuga la cavalleria, e tutta la fanteria tagliata a pezzi. Portate queste funeste nuove a Svetonio Paolino, frettolosamente si mosse, e venne [p. 222]a Londra, luogo di una colonia scarsa, ma celebre città anche allora per la copia grande dei mercatanti e del commercio. Benchè pregato con calde lagrime dagli abitanti di fermarsi alla lor difesa, volle piuttosto attendere a salvare il resto della provincia. S’impadronirono i ribelli di Londra e di Verulamio, nè vi lasciarono persona in vita. Credesi che in que’ luoghi perissero circa settanta o ottantamila fra cittadini romani e collegati. Si trovò poi forzato Svetonio, perchè mancava di viveri, ad azzardare una battaglia, ancorchè non avesse potuto ammassare che dieci mila combattenti; laddove i nemici da Dione si fanno ascendere a dugento trentamila persone, numero probabilmente, secondo l’uso delle guerre, o per disattenzion de’ copisti, troppo amplificato. Boendicia stessa comandava quella grande armata. Dopo fiero combattimento prevalse la disciplina militare dei pochi allo sterminato numero dei Britanni, che furono sconfitti, con essersi poi detto che restarono sul campo estinti circa ottantamila di essi, numero anch’esso eccessivo. Comunque, sia insigne e memoranda fu quella vittoria. Boendicia morì poco dappoi, o per malattia o per veleno ch’essa medesima prese, e colla sua morte tornò fra non molto all’ubbidienza de’ Romani il già rivoltato paese, con avervi Nerone inviato un buon corpo di gente dalla Germania, il quale servì a Svetonio per compiere quell’impresa.

  1. Tacitus, ibid.
  2. Dio., lib. 61.
  3. Tacitus, lib. 12, c. 29