Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/94

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Anno 94

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[p. 357 modifica]corona d'alloro, e di offerirla a Giove Capitolino.


Anno di Cristo XCIV. Indizione VII.
Anacleto papa 12.
Domiziano imperadore 14.


Consoli


Lucio Nonio Torquato Asprenate e Tito Sestio Magio Laterano.


Fra gli eruditi è stata finora molta disputa intorno ai consoli ordinari di quest’anno, nè si sapea il prenome e nome di Laterano. Una iscrizione del museo kircheriano, da me1 data alla luce, ha messo tutto in chiaro. Da un altro marmo apparisce che, in luogo di Laterano, era console nel settembre Lucio Sergio Paolo. Moltiplicarono più che mai in questi tempi le calamità di Roma sotto Domiziano, divenuto oramai formidabil tiranno, e non inferiore a Nerone. Ne lasciò a noi un orrido ritratto Cornelio Tacito2, presente a tutte quelle scene, con dire che si vide il senato circondato ed assediato da genti di armi; a molti che erano stati consoli, tolta la vita; e le più illustri dame o fuggitive o cacciate in esilio. Di persone nobili bandite, piene erano le isole, e all’esilio tenea dietro bene spesso la spada del carnefice. Ma in Roma si facea il maggior macello. Pareva un delitto l’aver avuto delle dignità; pericoloso era il volerne; nè altro occorreva per istar tutto dì esposto ai precipizii, che l’essere uomo dabbene. Le spie e gli accusatori erano tornati alla moda; e fra questi mali arnesi si distinguevano Metio Caro Messalino e Bebio Massa, assassini del pubblico, non nelle strade, ma ne’ tribunali stessi di Roma, con essersi attribuita la maggior parte delle crudeltà d’allora più alla lor malignità[p. 358] e prepotenza che a quella di Domiziano. Le spese eccessive fatte da questo prodigo imperadore in tanti spettacoli non necessari, e in accrescere fuor di misura lo stipendio ai soldati, per maggiormente obbligarseli, l’aveano ridotto al verde3. Si avvisò di cercare il risparmio col cassare una porzion delle milizie; e, secondo Zonara4, eseguì questo pensiero. Svetonio sembra dire, che solamente lo tentò, ma che trovandosi tuttavia imbrogliato a dar le paghe, rivolse il pensiero a far danaro in altre tiranniche maniere, occupando a diritto e a torto i beni dei vivi e dei morti. Pronti erano sempre gli accusatori, denunziando or questo, or quello, come rei di lesa maestà per un cenno, per una parola contra del principe o contra uno dei suoi gladiatori; delitti per lo più finti e non provati. Si confiscavano a tutti i beni; e bastava che comparisse un solo a dire di aver inteso che un tale prima di morire avea lasciata la sua eredità a Cesare, perchè tosto si mettessero le griffe su quella roba. Sopra gli altri furono angariati i Giudei, che da gran tempo pagavano un rigoroso testatico, per esercitare liberamente il culto della lor religione. Un’esatta perquisizion di essi fu fatta per tutto l’imperio romano, e processati coloro che, dissimulando la lor nazione, non aveano pagato.

Fra gli altri personaggi di distinzione che, per attestato di Tacito5, furono tolti di mira in questi tempi dal genio sanguinario di Domiziano, si contarono Elvidio il giovane, Rustico e Senecione. Era il primo figliuolo di quell’Elvidio Prisco, che a’ tempi di Vespasiano, siccome fu detto di sopra all’anno 73, per la sua stoica insolenza si tirò addosso l’esilio, e poi la morte6. Eccellenti qualità concorrevano ancora in questo suo figliuolo, per le quali era in [p. 359 modifica]gran riputazione, oltre all’aver esercitato un consolato straordinario. Quantunque egli se ne stesse ritirato per la malvagità de’ tempi che correano, pure si vide accusato davanti al senato, per avere, secondochè diceano, in un suo poema sotto i nomi di Paride e di Enone messo in burla il divorzio di Domiziano7, il quale altrove abbiam detto che prese in moglie Domizia Longina. Questa poi la ripudiò, perchè perduta di amore verso Paride istrione, ch’egli fece uccidere in mezzo ad una strada. Contuttociò non si potè contenere dal ripigliarla poco dipoi: del che fu assai proverbiato. Publicio Certo, dianzi pretore, ed ora uno de’ giudici dati ed Elvidio, per mostrare il suo zelo adulatorio verso Domiziano, commise la più vergognosa azione che si possa mai dire; perchè mise le mani proprie addosso ed Elvidio, e il trasse alle prigioni. Fu condannato Elvidio, e l’infame Publicio per ricompensa destinato console, senza però giugnere a godere di quella dignità, perchè Domiziano tolto di vita non gli potè mantener la parola. Contra di costui si fece accusatore Plinio il giovine; e tal terrore gli mise in corpo, che disperato finì i suoi giorni. Errenio Senecione, per avere scritta la vita di Elvidio Prisco seniore, somministrò assai ragione al crudel Domiziano e al timido senato, per condannarlo a morte e far bruciare pubblicamente l’opere composte da quel felice ingegno. Un altro personaggio, tenuto in sommo credito per la professione della stoica filosofia8, fu Lucio Giunio Aruleno Rustico. Aveva egli in un suo libro lodati Peto Trasea ed Elvidio Prisco, uomini insigni, dei quali si è parlato di sopra. Di più non occorse, perchè egli fosse condannato e fatto morire. Plutarco attribuisce la di lui disgrazia all’invidia portata da Domiziano alla gloria di quest’uomo illustre. Sappiamo parimente, che Fannia, moglie[p. 360] di Elvidio Prisco, in tal occasione fu mandata in esilio, e spogliata di tutti i suoi beni; siccome ancora Arria vedova di Peto Trasea; e Pomponia Gratilia, moglie del suddetto Rustico. Fece anche Domiziano morire Ermogene da Tarso, perchè in una storia di lui scritta si figurò di essere stato punto sotto certe maniere di dir figurate. I copisti di quella storia furono anch’essi fatti morire in croce. Di questo passo camminava la crudeltà di Domiziano, e Dione9 ebbe a dire, che non si può sapere a qual numero ascendesse la serie degli uccisi per ordine suo, perchè non voleva che si scrivesse negli atti del senato memoria alcuna delle persone da lui tolte di vita. E con questa barbarie congiungeva egli un’abbominevole infedeltà, perchè servendosi di molti iniqui o per accusare altrui di lesa maestà, o per rapire le altrui sostanze, dopo averli premiati con dar loro onori e magistrati, da lì a poco faceva ancor questi ammazzare, acciocchè sembrasse che da essi soli, e non da lui fossero procedute quelle iniquità. Altrettanto facea coi servi e liberti da lui segretamente mossi ad accusare il padrone, facendoli poi morire anch’essi. Molte arti usò inoltre, per indurre alcuni ad uccidersi da sè stessi, acciocchè si credesse spontanea e non forzata la morte loro. Peggiore ancor di Nerone fu per un conto10, perchè assisteva in persona agli esami e ai tormenti delle persone accusate, e si compiaceva di udire i loro sospiri, e di mirar quei mali che facea lor sofferire, il maggior dei quali era il veder presente l’autore iniquo de’ medesimi lor tormenti. Aggiungeva inoltre la dissimulazione all’inumanità, usando finezze e carezze a chi fra poche ore dovea per suo comandamento perdere la vita. Lo provò tra gli altri11 Marco Arricino Clemente, già prefetto del pretorio sotto Vespasiano, [p. 361 modifica]e poi console (non si sa in qual anno), che era anche suo parente, ed amato non poco da lui, perchè l’aiutava nelle iniquità. Convertito l’amore in odio, un dì fattagli gran festa, il prese anche seco in seggetta, e veduto colui che era appostato per denunziarlo nel dì seguente come reo di lesa maestà, disse a Clemente: Vuoi tu, che domani ascoltiamo in giudicio quel furfante di servo? Posti in così duro torchio, se stessero male i cittadini romani, e particolarmente i nobili, non ci vuol molto ad intenderlo.

  1. Thesaur. Novus Veter. Inscript., pag. 314, num. 2.
  2. TacitusHist., lib. 1, c. 2 et. seq. Idem in Vita Agricolae, c. 46.
  3. Sueton. in Domitiano, cap. 12.
  4. Zonara in Annalib.
  5. Tacitus in Vita Agricolae, cap. 45.
  6. Sueton. in Domitiano, cap. 10. Plinius, lib. 9, Epist. 13.
  7. Sueton. in Domitiano, cap. 3.
  8. Dio., lib. 67. Plutarchus de Curios.
  9. Dio., in Excerptis Valesian.
  10. Tacitus in Vita Agricolae, cap. 45.
  11. Sueton. in Domitiano, cap. 11.