Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo L

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Capitolo L

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Mi fanno Governatore


Mentre stavo in casa sentendo il racconto di questi avvenimenti una furia di popolo venne a prendermi perché fossi il Governatore della città. Prevedendo le conseguenze funestissime di questo passo mi opposi quanto potei ma inutilmente, e in quei momenti il resistere era pericoloso, no’ per i paesani dei quali non avevo a temere ma per gli insurgenti forastieri che dichiaravano Giacobino, e minacciavano di morte qualunque ricusava di prendere parte con essi. Andai dunque alla piazza in mezzo agli urli, e agli evviva. Là tentai nuovamente di cavarmi d’intrigo dicendo ad alta voce che in tempo di guerra bisognavano Magistrati armigeri, e coraggiosi, ed io pauroso e gracile non ero al caso, ma insorse il sig. Alessandro Condulmari e gridò, voi accudirete al Governo, e alle bisogne delle armi penserò io. Questo cavaliere era molto onesto, ma senza talenti e senza condotta; ed essendosi compromesso esercitando le cariche della Republica intendeva di riacquistare l’aura popolare con quella imprudenza. Volere dunque o non volere bisognò assumere le funzioni di Governatore, ma per la età che avevo allora non mi trovo scontento del modo in cui mi condussi. Con le buone e con le cattive si compressero le reazioni le vendette e le infamie del popolo. Gli tolsi di mano tutti quelli dei quali voleva lo sterminio assicurandone altri in casa mia, altri nel Palazzo Municipale, ed altri momentaneamente nelle prigioni. In quel fermento una mia parola, e uno sbaglio mio avrebbero provocata una strage, ma tutti furono salvi; non si sparse una goccia di sangue, e gli uomini più odiati, e più compromessi pagarono con la sola paura. Potrei nominarne molti vivi e defonti che mi doverono la vita, ma restino tutti in pace. Io stesso la arrischiai per salvare l’avvocato Vincenzo Gentili, uomo onestissimo e di sani principii, il quale però era Pretore nella Republica, e per questo, e per interessi privati soffriva l’odio di molti. Una turma di briganti aveva empita la casa sua, e lo strascinava al macello. Io vi penetrai, e la palla di un fucile sparato non so da chi in mezzo alla folla mi passò vicino alla testa. Nulladimeno lo trassi da quelle mani, e lo condussi a salute nel Palazzo del Comune. In quel giorno e in quella sera mio fratello fu sempre con me e mi secondò utilmente, e cordialissimamente.

Alla mezza notte, restando il paese tranquillo bastantemente, andai a dormire, ma allo spuntare del giorno 17 un piccolo colpo dato alla porta da mio fratello, mi svegliò. Alzatevi, ecco i Francesi. Non so se in quel momento il sonno mi impedisse di vedere il pericolo, o se un eroismo male inteso mi suggerisse di affrontarlo per salvezza della città. So che il pensiero di fuggire non mi passò per la mente, e quantunque io sia stato sempre cauto, e pauroso, quella matina finché mi vestii in somma fretta, ad altro non pensai fuorché al modo di respingere gli assalitori. Rido tuttora di quella disposizione dell’animo mio, che si preparava a fare la guerra con quelli ammanimenti con li quali mi apparecchio adesso a pigliare il caffè. Mio fratello ebbe più giudizio di me, e raccontatomi che gli insurgenti forastieri e paesani erano scappati tutti, e che i Francesi stavano lontani pochi passi, concluse che bisognava fuggire. Allora cadde la benda, e si pensò a salvarsi, non sapendo però come o dove, in quel momento di altissima confusione. Restare in Casa non conveniva perché la Casa mia sarebbesi pigliata di mira, e bisognava sottrarsi al primo furore. Andammo nel piccolo nostro podere sotto le mura dei Capuccini, io, mia moglie, mio fratello e il zio Ernesto nella casuccia del Roccolo, il resto della Famiglia nella casa colonica.