Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LI

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Capitolo LI

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Primo corpo dei Francesi respinto


Duecento Francesi in circa con qualche piccolo pezzo di artiglieria, venendo da Loreto arrivarono fra la Pittura del Braccio, e il convento dei Minori osservanti. Alcuni colpi di cannone portarono le palle nella città; una passò sopra di noi mentre uscivamo di Casa, un’altra strisciò sopra la casuccia del nostro ritiro. Tutti erano fuggiti, ma venti o trenta paesani più arditi, o più incauti, si erano appiattati lungo la strada dietro le siepi, e spararono alcuni colpi di fucile contro i Francesi. Un picchetto di cacciatori li avrebbe snidati, ma i Francesi ingannati da quella temerità e supponendo che tutto il paese fosse in armi, retrocederono. Le bandiere della gran Nazione rincularono in faccia a venti facchini recanatesi. Non si sapeva credere quella ritirata, ma quando se ne fu certi, gli urli e gli evviva di un popolo baccante arrivarono fino alle nuvole, e il suono delle campane non cessò in tutto il giorno. Tutti ripresero fiato, si credettero invincibili, e le armate della Republica sembrarono una cosa da ridere. Il sig. Condulmari, il quale era fuggito come gli altri, ricomparve, e fra qualche ora marciò con molto popolo alla conquista di Loreto. Strada facendo ruppe i condotti che portano le acque in quella città, perché aveva sentito dire che le piazze si prendono con la fame, e con la sete. I Francesi male informati delle cose nostre abbandonarono Loreto, e il nostro Generale entratovi liberamente fece cantare nella Chiesa un Te Deum solenne in musica, e ritornò a dormire a casa.

Fino dalla sera precedente volendo sottrarmi a quella baronda, avevo regalati venti scudi al comandante Gentili e ottenutone il permesso di lasciare l’uffizio di Governatore, e andarmene. Nel giorno dunque 17 mandai la mia Famiglia in una casa rurale nel territorio di Monte Lupone, e non potendo seguirla perché mia moglie era vicina al parto, mi annicchiai con essa in una casa colonica non molto lungi dalla città. Mio fratello, e il zio Pietro vennero con me. Quei giorni furono in Recanati giorni di anarchia, e di orrore. Tutti comandavano, e tutti rubbavano. Torme di briganti venivano e partivano ogni momento correndo ora all’un paese ora all’altro, e la campana suonava sempre a martello, tanto qui come nelle terre circonvicine. I gridi e le minaccie di un popolo forsennato, la contradizione delle notizie che si succedevano, e il timore dell’avvenire infondevano spavento, e facevano desiderare il ritorno dei Francesi come una redenzione. Nella prima notte che dormii in campagna, la mia povera moglie fu quasi divorata dalle pulci. La sua gravidanza le rendeva intollerabile quel tormento e la privazione del sonno, e volle onninamente tornare in città finché si ripulisse affatto la casa. Io fremevo, e non sapevo persuadermi che si avessero a temere le pulci più dei Francesi, ma io non ero donna incinta per giudicarne. Dovetti cedere e condurla a casa finché purgato affatto l’asilo nostro da quelli animali terribili vi ritornammo tranquillamente. Mentre dunque andavamo dalla campagna alla città venendo il zio Pietro con noi, viddi un uomo attraversare la strada in fretta, e fattomi avanti sentii incriccarsi alcuni fucili dietro le siepi. Amici, gridai, son io. Allora alquanti appiattati vennero fuori, mi domandarono scusa, e confessarono che stavano per tirare sopra mio zio sbagliandolo per Giuseppe Antonio Vincenzoni, sulla cui testa i briganti avevano messa la taglia di cento scudi. Tanto era lieto il vivere in quei giorni.