Cala Farina/Testo

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../Al Sig. Pietro Fanfani IncludiIntestazione 12 marzo 2015 100% Da definire

Al Sig. Pietro Fanfani

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In Sicilia, anche quel del Cantastorie è un mestiere, col quale, specie i ciechi, trovan modo, quantunque assai sottilmente, a reggere la vita.

Tra il corredo dei loro racconti, oltre quelli del Meschin Guerrino, dei Reali di Francia, dei Beati Paoli, v’ha pure quel di Cala Farina; che, sebbene svisato dalla tradizione, e dalle lascivie della imaginazione, ricorda un tratto di storia Siciliana, e le simpatie del nostro popolo per Maniace, capitano Greco mandato dalla Corte di Costantinopoli a scacciare i Saraceni, non per liberare la Sicilia e prosperarla; ma per averne il dominio e tornare a cavarne tanto grano, quanto un tempo da tutta Italia.

[p. 6 modifica]La credenza degl’incanti e dei tesori nascosti è radicatissima nelle persone di bassa mano, e solo può togliersi con l’istruzione. E come questo racconto accenna ad immensi tesori incantati, così è tra noi generalmente ascoltato con grande attenzione.

Avvenne una volta che un lavorante, povero in canna, avendo piena la testa di queste ubbíe, non sognava altro che tesori, e spendeva il tempo a rifrustare le anticaglie di cui è ricco il nostro suolo, sperando alleviare in qualche guisa la sua miseria; ma ritornava a casa sempre tristo e a mani vote.

Una sera però si ricordò di Cala Farina; e sicuro di poter sapere il segreto come disincantare (anche adesso ci si crede), quell’immenso tesoro, inargentò dieci carlini in maniera che paressero scudi, e se ne andò dal Cantastorie (chè in Rosolini c’era, morto non ha molti anni, e mi pare d’averlo qui). Era egli un vecchierello cieco, che stava di casa sotto la sagrestia della Chiesa Nuova, e viveva, quantunque a stecchetto, dei suoi racconti, di lavori manuali, e di limosina.

Il lavorante dunque, picchiato all’uscio della casa di costui, pochi minuti dopo si vide aprire da una vecchierella freddolosa e mal [p. 7 modifica]vestita, che si tenea le mani sotto a un grembiule di traliccio color celeste. Non era gobba, ma avea la spalla allegra; il viso affilato ed appassito che dava nel turchino; un porro sur una delle pinne del naso; la bocca sformata, e priva affatto di denti, se ne avessi tolto due incisivi e uno dei canini lunghi lunghi, sporgenti, e cariati, che parlando, pareva, se mi sia permesso il paragone, la latomia dei Cordari in Siracusa coi piloni di sostegno. Era costei la moglie del Cantastorie; la quale, sentito picchiare, non sapendo chi fosse il venuto, ed aspettando qualche limosina, corse ad aprire, e domandò:

— Chi è a quest’ora bruciata?

— Io, buona donna.

— E che volete?

— È tornato vostro marito?

— Dite piuttosto quanto tempo è che muffisce in casa per questo tempaccio che mai non si rimette? Non so come il Signore ci ha mantenuti ritti sino adesso con una scodella di fagiuoli nello stomaco. Oh! caro mio, la fame ci tormenta tanto, che c’è rimasto solo la pelle e le ossa.

— Mi dispiace davvero, ma spero potervi aiutare.

[p. 8 modifica]— Dio ve ne renda merito!

— Intanto che è del nostro Cantastorie?

— E là sotto il camino, che spaternostra. Ma entrate, buon uomo, che vo’ richiudere. S’è levato un greco levante terribile.... sentite che spiffero?... Questa topinaja così a bacio è proprio una ghiacciaia: per carità entrate.

E il lavorante entrato, vide in fondo a quell’abitazione, specie di grotta, tutta nera dal fumo, tanto che non apparía dove cominciasse e finisse la volta, illuminata solo dalle fiamme del fuoco; il povero Cantastorie seduto, col suo bastone allato, e alle mani una corona, la cui medaglia penzolava tra le fiamme, mentre egli diceva il rosario.

— Oh! sor Giuseppe, disse il lavorante, tempo che non vengo a trovarvi: e la vista non vi è tornata?

— Lasciatemi stare! mi fu tolta nel bello della mia vita, quando giovinetto avea già imparato a leggere. Sperare dopo tanti anni che mi fosse ridata, mi pare inutile. Alquanti anni addietro un chirurgo mi sconficcò gli occhi, mi fece veder le stelle, e non ne cavai alcun vantaggio. Ma già questo bene da ora in là mi torna inutile: ho tirati innanzi i miei [p. 9 modifica]giorni come ha voluto il Signore; diman l’altro mi chiamerà a sè, e tutto è finito. Intanto che vento vi tira? che desiderate da questo povero vecchio, abbandonato dalla fortuna?

— Quand’ero fanciullo la mamma mi divertiva colle sue fole; e ci presi tanto gusto, che anco adulto ne vado matto. Ecco perchè son venuto; e se la vostra donna non se l’avesse a male, vorrei un po’ sentire alcuno dei vostri racconti, che di buoni assai ne sapete, e tanta grazia avete nel dire.

— Altro se permetto! — entrò qui a dire la vecchia — anzi non desidero di meglio; poichè mio marito, stando tutto dì al sereno, conta tante belle cose a una mandata di villani stupidi e ingrati, che gli si aggreggiano intorno appena lo vedono; e a me non m’ha voluto mai dare il piacere di contarmi una storiella qualunque, fosse quella della rana e del bue. Invece quand’è stanco, o torna senza un soldo, se la rifà con me, e con bastonate dove le vanno le vanno.

— Che vi pare? ad ogni suo piacere mi vorrebbe costei seduto a ridire quei miei racconti, tante volte in vita mia ripetuti, che omai mi danno al capo.

— Se questa curiosità — rispose il [p. 10 modifica]lavorante — va compatita negli uomini, pensate nelle donne, che son curiose di lor natura.

— E qui, amico — soggiunse la donna — che siam soli, non disturbati d’alcuno, c’è più sugo ad ascoltare: no?

— Veramente, Giuseppe, non si può dare occasione migliore per contentare vostra moglie.

— Via, marito mio dolce, conta quel che hai in pronto. Amico, mettetelo voi in uzzolo.

— Giacchè volete così, state attenti, chè vi ripeto il racconto di Cala Farina: e benchè sia un po’ lunghctto, e un po’ tardi, non me ne importa: lo fo per lasciarvi un prezioso ricordo prima di morire.

Il lavorante, che aspettava la palla al balzo, si diè ad approvare.

— Bello quel racconto; c’è che sentire! Or è l’anno l’udii cominciare, ma dovei allontanarmi per un affaretto, e non arrivai che alla fine.

— Ci siete stato mai a Cala Farina?

— Non ho avuto occasione; per altro ignoro il luogo.

— Come siete a Marzamemi, s’ei s’abbatte d’andarvi, pigliate lingua, ed alcuno ve ne potrà dare ricapito. [p. 11 modifica]

— Ed è egli vero — entrò a dire la donna — finchè non si cava fuori i tesori di Cala Farina la Sicilia dev’esser sempre povera?

— S’è vero! lo dicono tutti i forestieri d’oltremare, e tu ne dubiti?

Il lavorante frattanto, volendo ingrazionirsi i due vecchi, cavò fuori dalle tasche qualche cosa da mangiare, e:

— Vedo che collo stomaco vuoto vi manca la forza di parlare lungamente, come accennate: non vi abbiate a male se vi fo un regaluccio secondo le mie forze; ma ogni cosa è cosa. Ecco: sbocconcellatevi, ambidue questa piccia, e un par di rocchi di salsiccia.

Fu una bell’acqua di maggio. Il Cantastorie, che batteva bene il numero due, avuta in mano la salsiccia e la piccia, ruppe da questa un cantuccio, e lo porse alla moglie; poi dato avidamente un gran morso al resto, stava per fare altrettanto colla salsiccia, quand’ecco la vecchia avventarglisi con ambo le mani, e strappargli la salsiccia e sgridarle:

— Toh toh...! poco giudizio! T’era venuta l’acquolina, e stavi per commettere nientemeno un peccato mortale: non sai ch’è di nero e comandato? Che bel digiuno!... vecchiaccio birbone!... Poi, non vedi come [p. 12 modifica]è alida!... sarà meglio serbarla a domenica: poichè sarà messa a lessare, la si potrà mangiare senza scrupolo.

— Hai ragione, moglie mia; ma devo dirlo? è bella cosa predicare il digiuno a stomaco pieno. Devi sapere che per noi poveri è quaresima tutto l’anno, pei ricchi quando vogliono.

E la vecchia, contenta del raro dono, alzatasi, andava a riporre la salsiccia in un lurido ed affumicato armadio; ma intanto che lo apriva, una gatta nera che allevava contro i topi, levatasi all’odore della ciccia, saltò sopra una cassa che sottostava a quell’armadio; e ora miagolando ed arrampicandolesi alle braccia, ora ustolando, voleva farle comprender di aver fame. E la vecchia a gridare: — Levati di costì micia... ma sempre quel miao!... e due! levati di costì... non mi fare la indiscreta innanzi le persone; chè altrimenti ti butto fuori della finestra!... Bene, capisco sì, ti toccherà la tua parte, giacchè anche tu sei una creaturina di Dio, come noi. Domenica, micia.... basta, micina mia. E tre! non mi far bestemmiare! — Ma poi con una strappata levatasela d’addosso, lesta lesta, ripose la salsiccia, e stava per accostar le imposte; [p. 13 modifica]quando la gatta le si arrampò di nuovo: con una zampata improvvisa carpì la salsiccia; le sfilò di tra le braccia; diede involontariamente il gambetto alla povera vecchia, che stramazzò; e se l’andò a mangiare sotto il canile dei due vecchi.

Qual si fosse la maraviglia, la rabbia di quella, lo lascio imaginare a te, o lettore.

Dato allora di piglio al bastone del marito, corse a minacciar la gatta. — Ah pezzo d’ira di Dio! lasciala ti dico. — E chis colla voce, e tuppete e tappete col bastone, che scoppiava tra le panchette e le tavole. — Lasciala t’ho detto.... andiamo, via.... micina mia, qui: non mi fare incollerire!... lasciala!... — E qui di nuovo chis, tappete e tappete — Che ti vengan gli stranguglioni.... chis, ladra, lasciala, ladra!

E la gatta al sicuro dai colpi, gorgogliava e mangiava. Perduta la speranza, la vecchia lasciò la gatta e si volse a latrare, e a taroccare contro il marito:

— Ci hai colpa tu, vecchio birbone, che quando non ti secondo m’imprechi sempre malanni: io non so a che io mi tenga che non ti rompa il grugno.

E un’altra volta tutta affannata tornò alla [p. 14 modifica]gatta; ma quella che avea presso che tutta mangiata la salsiccia, aspettava un’occasione per salvarsi dalla rabbia della padrona, la quale, veduto inutile ogni sua insistenza, cominciò a piangere.

— Peccato! quantunque alida che non ci si poteva attaccar il dente, guarda questa carogna come se l’è mangiata!.... Non dubitare!... m’hai fatto questa; ma tu me l’hai a pagare.

— Hai cuor di piangere, pezzo di stramba — prese a dire il Cantastorie — quando non sai far le cose a modo? Intanto dammi almeno la piccia.

— Che piccia? — La cosa era andata diversamente di come si supponea dai due vecchi; giacchè nessuno si era accorto che la piccia era già caduta, quando al vecchio era stata tolta la salsiccia: e la gatta poco dopo trovatala fece una cena appannata che mai per l’innanzi.

La donna, avuto per questo un altro rimprovero, si sedè rabbuiata ed ingrugnita, tenendo appoggiato il mento sulla palma della mano, e il gomito sopra i ginocchi. E mentre aspettava che il marito cominciasse, lasciava il pensiero dietro alla salsiccia e alla gatta; riandando tutte le circostanze per raccapezzarsi [p. 15 modifica]in che avesse mancato; e ad ora ad ora si spulciava.

Il Cantastorie, siccome era sempre usato, dopo aver messo in tavola il suo racconto di Cala Farina, cominciò con uno studiato preambolo a destare nel lavorante un vivo desiderio d’udirlo: poi conchiuse col dire che il bello stava appunto nel sapere ciò che bisognasse fare per disincantare quell’immenso tesoro; segreto ignorato dai contemporanei, e a lui tramandato da una tradizione di famiglia, e gelosamente tenuto segreto.

— Oh lo credo! — disse scaltramente il lavorante, a cui era piovuto il cacio sui maccheroni — e forse una fortuna a voi e a me benigna, vi porge stasera occasione di svelarlo.

— Ma, vi par egli che ve lo voglia dire senza un regalo?

— È naturale.

— E vi so dire che chi vien dalla fossa, sa che cosa è il morto. Gli anni m’han dato addosso tanto da esser già vicino a tirare il calzino, ma non son minchione. Promesse ne ho avute...

— Lo credo io!

— Ma dite che, una volta che l’è una [p. 16 modifica]volta, le siano state accompagnate da una mancia almeno! E giacchè siamo a discorrer di beffe, ve ne voglio dire una. Or va pei cinque anni, se non sbaglio, un certo messere, che non mi fu dato conoscere, mi si raccomandava come un’anima persa, ch’è gli svelassi questo importantissimo segreto; e mi prometteva una buona somma avanti, oltre la quarta del tesoro, dopo ch’ei si fosse disincantato. Pezzo di figuro! gli svelai tutto: dopo mi piantò senza dirmi neanche grazie.

— La ti sta bene! — entrò a dir la vecchia, che, avendo lasciato di tener dietro alla salsiccia, s’era un po’ rabbonita alla speranza d’udire il racconto — tu sei del credo vecchio, e non ti correggi mai.

— Sfido io — rispose il lavorante — a caso vergine si lascia ingannare ognuno. Ma come l’andò?

— Come l’andò? Fortuna volle che, giunto a Cala Farina, o perchè si fosse spaventato a penetrare in quella caverna, che come dicono è orribile; o avesse fatto diversamente di come gli dissi, se ne tornò; e buona notte sonatori. Ecco come Dio paga l’ingratitudine. Venne da me dopo giorni; ma io gli dissi il fatto mio fuor dei denti e lo mandai a farsi strainecherre.

[p. 17 modifica]— Al sentir voi, il tesoro c’è dunque di sicuro?

— Carta canta, amico caro.

— Ma intendiamoci.

— Eh! una qualche cosa prima — interloquì la donna rivolgendosi al lavorante, poi al marito:

— E tu ricordati che chi vive di speranza muore di stento.

— Lo so benissimo io; non dubitare.

— Sì, ve la do. Ma io son povero, e voi mi conoscete. Posso offrirvi dieci piastre, che mi tengo da parte da lungo tempo; nè di presente posso disporre d’altro: preso poi il tesoro, la metà immancabilmente.

Il vecchio si ristrinse nelle spalle e aggiunse:

— Me ne date la parola?

— Oh, ve l’assicuro! — e gli cercò di stringer la mano; ma quegli, che non era educato a questi atti d’urbanità, sentendosi toccare ritirò la mano.

— Che significa questo?

— Vi ho voluto assicurare con una stretta di mano la mia promessa.

— Promettere colle parole o con una stretta di mano l’è la medesima cosa: prima le [p. 18 modifica]dieci piastre, amico mio bello: eh! non mi lascio canzonare; ve l’ho detto.

— Sicuro, le dieci piastre — soggiunse la vecchia — chè altrimenti non gli farò dir verbo.

— Signori miei, siamo in un equivoco! La promessa riguarda la metà del tesoro; ma le dieci piastre sono in pronto; e l’ho qui in una mia borsa, che porto addosso per non venire a mano di mia moglie, che, per mia disgrazia, l’è una macinona numero uno... Ecco... ecco.

E cavata infatti una borsa di cuoio, contò nelle mani della donna, le dieci piastre, che parevano allora allora uscite dalla zecca (allora sì che se ne coniava dell’argento!).

Come quella se l’ebbe in mano, contenta come una pasqua e tremante, volle veder prima se fossero ritosolate, poi se le ricontò da sè. Avvedutasi però che, o per avere saltato i numeri, o per esserne caduta alcuna senza numerarla, avesse sbagliato, tornò a contarle con più attenzione. Poi si strappò un cencio dalla gonnella, si alzò, e avviavasi già per riporle, quando, fatti pochi passi, si fermò rivolgendosi al marito:

— Ehi, non m’incominciare ora a fare lo scialone? Di questo denaro voglio fare a mio modo; [p. 19 modifica]cioè: farne qualche vestito per me da poter comparire!

— O sentite questa! Siamo senza rientri di sorta, che Dio sa come si va innanzi, e tu, scialona, mel vuoi barattar tra bricciche e briccicòle.

— Me l’ero messo a uscita questo! Tu, che ti rinfagotti nel tabarro, stai benone: dì a me, che della gonnella non mi resta straccio. Devo perder la messa ogni volta, eh?... No, no... questa non la intendo.

— Oooooh! Hai la madia bassa; e a sessant’anni vuoi avere ancora un cert’occhio. Oooooh! sarebbe di quelle da raccontare a veglia!

— Sapete che sa fare costui?.... mangiare e sempre mangiare, senza mai spendere un soldo in biancheria o vestiti; nè anco a comprare un fazzoletto da naso; e da par suo, vedetelo, come se lo soffia colle dita. No no... questa volta non mi lascio sopraffare. E brontolando andò ad aprire il solito armadio, e vi ripose il denaro. La gatta come il lettor suppone, non venne ad inquietarla; poichè il denaro odora agli uomini più che alle bestie.

— Ebbene! fa a tuo modo per ora, avremo agio a discorrerne.

[p. 20 modifica]— Intanto si fa notte: ai ferri, all’allegra — disse il lavorante.

— Ma ricordatevi: la metà del tesoro; non mi girate poi nel manico?

— Ma vi pare!

Il Cantastorie spurgò; si asciugò col dosso della mano le labbra, poi comincio:

— Nel tempo che la Sicilia era dominata dai Saraceni, Michele Augusto imperatore di Costantinopoli, che ne aveva gola, profittando delle discordie dei fratelli Apollofar e Apochaph, che ne dividevano il governo, mise in ordine l’armata e un poderoso esercito, per ritoglierla ai barbari, che la tiranneggiavano (così dicono i potenti quando vogliono acquistar dominio), e al patrizio Stefano, di lui cognato, diede il comando della armata, e a Giorgio Maniace (Manioki) governatore di Baasparacan, prode capitano, venuto in fama dietro le guerre della Siria e della Mesopotamia, quel dell’esercito.

Correva appunto l’anno del Signore mille trentotto, quando i due comandanti, avuto il vento in filo, salparono dal porto di Costantinopoli; e come prima furono giunti allo stretto, Maniace pensò tentare l’impresa di Messina, città anche allora munita. Ma, avuta notizia [p. 21 modifica]dei grandi apparecchi che si facevano in Africa contro l’armata greca, pregò Guaimaro (IV), Principe di Salerno che gli mandasse in aiuto i Normanni, stanziati sul monte Gargano, comandati dai figli di Tancredi d’Altavilla, da cui era stato servito in una guerra contro il principe di Capua.

Erano costoro avventurieri, venuti dalla Scandinavia, disposti ad ogni più rischiosa impresa, indisciplinati ed insaziabili; ma, per altro, prodi e coraggiosi. E per avventura, parendo a Guaimaro una bella occasione da sbarazzarsene, permise che, con un buon numero di Pugliesi e Lombardi, fossero andati in aiuto di Maniace. Giunti in tempo che i Greci, spossati dal lungo assedio e dalla ostinata resistenza dei Saraceni, disperavano della vittoria, si ripresero con maggior impegno gli assalti; ma ci volle del buono per ridurre il presidio ad arrendersi.

Dopo la caduta di Messina, i Saraceni, smessi gli odi che teneanli divisi, raccolsero un formidabile esercito, e si prepararono a respingere l’ardito Greco venuto a provocarli. Maniace però, lasciata Messina, con parte dei suoi e coi Normanni, cavalcò a Siracusa, per darvi l’assalto; ma non potendola vincere, ne ordinò l’assedio.

[p. 22 modifica]Il Kaid Arcadio, uno dei più valorosi Musulmani, che stava al comando di quella piazza, assai temuto dai Greci per la sua grande tattica, stancandoli colle frequenti sortite, stava una volta per metterli in piena rotta; quando Guglielmo il Normanno, a cui nel generale scompiglio era rimasto il naturale coraggio, veduto il Kaid, che pettoruto animava i suoi all’ultimo e decisivo assalto, risoluto di vincere o morire, si rivolge indietro; sprona il cavallo; piomba sull’ardito musulmano circondato da mille spade: lo attacca coraggiosamente; gli dà della lancia nel petto, e lo lascia sul tiro, uscendone illeso. Quell’ardire, quel colpo felice, gli acquistarono dappoi il soprannome di Braccio di ferro.

I Greci ed i Normanni allora, ripreso coraggio, si fermano; rivolgono le armi contro i nemici, perduti d’animo per la morte d’Arcadio; e disfattili, costringono i sopravvissuti ad arrendersi.

Presa la gran città, già pel precedente assalto dei Saraceni stessi, al tempo dell’invasione, in gran maniera devastata; Maniace rimette il culto cristiano, dà corso agli affari pubblici, e poi manda l’esercito a posarsi a campo presso il fiume Rametta, per aspettare [p. 23 modifica]i Saraceni, forti di cinquantamila combattenti, levati dalla Sicilia e dall’Africa, al cui comando era un principe Zeirita.

Guglielmo coi suoi Normanni, quantunque inferiore di forze, ma favorito da un vento impetuoso, fu primo all’attacco. I Greci non giunsero se non quando il nemico, sconfitto, cedeva il campo, volgendosi in fuga. Il macello fu orribile; il fiume rosseggiò di sangue; e tredici città e castelli aprirono le porte ai vincitori.

I Greci intanto, rimasti sul campo di battaglia, mentre ancora i Normanni inseguivano i nemici, attesero a dividere il bottino; non conservando per questi, cui era dovuto l’onor della vittoria, che la porzione più misera. Parve a loro insulto da non tollerare, e mandarono Arduino, loro commilitone ed interpetre, a dolersene con Maniace. Ma, o perchè avesse trascorso nel risentimento, o i greci cercasser pretesto a liberarsi di questa gente, che tenevano malfida, fu rimandato villanamente, strappatagli la barba e ricoperto di ferite. Al vederlo così malconcio i Normanni ne volevano far vendetta; ma, repressi dallo stesso Arduino, finsero tollerare in pace l’insulto; poi segretamente procacciatisi il modo, di notte si partirono.

[p. 24 modifica]Qui tralascio il dire, come Maniace dal canto suo, gravemente offeso della loro segreta partenza, si fosse determinato ad inseguirli; e come, impegnata una battaglia presso Melfi, vi fosse inferiore, e costretto a ritornare in Sicilia.

Mentre tutto questo avveniva, i Saraceni, avanzatisi verso Troina si apparecchiavano a sterminare quanti cristiani e Greci incontrassero. Il loro esercito di ben centomila uomini era comandato da Umar, Principe africano, che, venuto d’Africa a toglier di mezzo gl’inetti fratelli Apollofar ed Apochaph, era rimasto unico signore dell’isola, salvo poche città rimaste in mano dei Greci.

Maniace non s’avvilisce: li attacca, e trionfa, lasciando sul campo cinquantaduemila uccisi; e affinchè non uno, tragittandosi in Africa, scampasse alla strage, ordina al patrizio Stefano, che disponesse in crociera l’armata attorno all’isola. Ma Umar elude l’attenzione dell’ammiraglio greco, e colle sue navi si salva.

Forte turbatosene Maniace, fa venire a sè il patrizio; e tutto che fosse fratello dell’imperatrice, non sapendo reprimere la collera, gli fa una lavata di capo, e poi gli avventa un pugno sulla fronte.

[p. 25 modifica]Qui cominciano le sventure di Maniace; giacchè Stefano, recandosi quel fatto ad insulto gravissimo, ne informò l’imperatore; aggiungendo che Maniace tenesse via di scacciare interamente i Saraceni dall’isola per farsene signore indipendente.

Tale calunnia pensate se fu creduta: e Maniace bentosto viene richiamato. Egli, che altro delitto non avea se non d’avere insultato il fratello dell’imperatrice, ubbidisce; e per calmare in qualche guisa l’imperatore, portò in Costantinopoli oltre a tanti corpi di Santi, anche quelli di Lucia ed Agata. A nulla valse quel prezioso dono: e l’eroe, come reo di fellonia, fu chiuso in un fondo di carcere.

Il comando dell’esercito greco fu allora affidato allo stesso Stefano e all’eunuco Basilio Pediatide: e costoro per la loro poca valenzia nell’arte della guerra, si lasciarono sopraffare dai Saraceni, che venivano dall’Africa a migliaia.

Tenete bene a mente tutto questo, e torniamo un passo indietro.

Maniace quand’era venuto per la conquista della Sicilia, avea seco condotta una sua figliuola chiamata Zoraide; la quale, allettata dalla bellezza del nostro cielo, avea preso ad abitar [p. 26 modifica]un antico castello moresco, presso al capo Pachino, in una contrada chiamata sino al dì d’oggi Cala Farina; ove trasportati gl’immensi tesori, che nelle guerre contro i Saraceni erano stati da suo padre acquistati, colà se ne stava, protetta dai Greci lasciati a difendere le città vicine, che obbedivano all’impero.

Intanto il Signore, a cui era stato tolto quel castello, caduto nella battaglia di Rametta, avea lasciato dietro un figliuolo per nome Sidnar, giovane sui vent’anni, al quale era stato affidato il comando d’una nave, destinata a guardare la costa del mezzogiorno. Sapea costui che quel delizioso castello gli apparteneva, e che vi abitava la figlia di Maniace, fanciulla di maravigliosa bellezza. Tratto dal desiderio di rivederlo e dalla curiosità di conoscer quella fanciulla, un giorno uscito dal porto di Girgenti, arrivò al capo ch’era la mezzanotte. Fa ancorare il legno nella rada più sicura, e poi la seguente mattina di levata, travestito da marinaio siciliano, in una barchetta da pescatori si fè condurre a Cala Farina.

Il Castello era formidabilmente armato, i ponti levatoi alzati, le porte chiuse, l’entrarvi proibito senza permesso di Zoraide. Morì in [p. 27 modifica]cuore la speranza a Sidnar: nondimeno pensò badare colà intorno sino a che la desiderata fanciulla si fosse almeno affacciata.

Secondollo infatti la fortuna; poichè Zoraide, divisa da tanto tempo dal padre, essendo bramosa di notizie, come era usata ogni mattina, poco dopo uscì fuori ad affacciarsi sopra uno dei torrioni del castello, che riusciva sul mare, affin di osservare se alcuna nave greca comparisse per avventura sull’estremo orizzonte. Ma, girato lo sguardo per la vasta linea del mare che le stava davanti, non si scorgea neanco una vela. Turbossene l’infelice, ed appoggiandosi ad uno dei merli, si lasciò vincere dalla tristezza; e chinata la bella faccia verso la parte ove Sidnar se ne stava ad aspettare, cominciò a piangere. Parve al Saraceno riflettersi sul mare un raggio di sole, tanto abbagliollo quel bel viso. Stupefatto, mandò nel suo linguaggio un grido d’ammirazione, e ordinò al barcaiuolo, che prestamente avvicinasse la barca al torrione, per contemplare più da vicino la bella fanciulla.

Quel grido non sfuggì a Zoraide; la quale ritenendo che quel giovane, di forme anch’ei bellissimo, fosse un generale Saraceno venuto a spiare, immantinenti ordinò ai suoi che lo inseguissero.

[p. 28 modifica]Come per altro era difficile rivedere la fanciulla, quantunque Sidnar si lasciasse prender prigioniero, primachè quei del castello si fosser preparati, egli credè prudente consiglio allontanarsi. Infatti, senza alcun sinistro, raggiunse la sua nave; e col proponimento di ritornare un giorno con maggiori forze ad espugnare il castello ed impadronirsi della fanciulla, di cui erasi forte acceso, fè ritorno a Girgenti.

Intantochè Stefano ed il Pediatide, non potendo resistere al valore dei Saraceni, perdevano gente e terreno, avvenne la morte dell’imperator Michele, a cui era successo un altro Michele detto Calafato, figliuolo di Maria, sorella del morto, e di quel medesimo Stefano, che in Sicilia abbiamo lasciato.

Non piacendo a Michele d’esser menato pel naso dallo zio Giovanni, e da Zoe, l’imperatrice vedova, da cui era stato adottato, l’uno allontanò dalla corte, l’altra costrinse a chiudersi in un monastero.

Questi atti d’ingratitudine però, e le tante avaníe di cui afflisse l’impero, gli alienarono il popolo, che un dì gli si rivoltò, e salutò imperatore d’oriente Costantino Monomaco, nuovo marito di Zoe.

[p. 29 modifica]Ed ecco Maniace liberato dalla prigione, e mandato in Italia a frenare le rivoluzioni dei popoli soggetti all’impero, agitati da’ Normanni che ogni dì più crescevano di numero e di potenza.

Manìaca venne: segnalossi col solito valore; ma, accusato falsamente da un certo Romano Selcro fratello della celebre Habra concubina dell’imperatore, di lui acerrimo nemico, venne di nuovo richiamato a Costantinopoli.

Questa volta però non si lasciò canzonare; e negatosi di cedere il comando a Pardo Protospatario, eletto in sua vece capitano generale dell’armata, cui fè uccidere dopo averlo vinto in una battaglia, va in Albania e nel paese dei Bulgari, ove è salutato imperatore.

Era trascorso qualche tempo quando un bel giorno arriva a Maniace notizia che l’imperatore Monomaco era già morto: indi lettera della stessa Zoe, la quale, rimasta vedova per la terza volta, invitava Maniace ad accettare la di lei mano di sposa; pregandolo a voler subito tornare, per repremire le turbolenze che suscitavano i pretendenti alla porpora.

Maniace ne fu assai lieto; e cieco per l’ambizione, tenne l’invito, e si determinò a ritornare. Ma, siccome gli erano giunte vive istanze [p. 30 modifica]da Zoraide, che volea rivederlo, venne prima in Sicilia.

Recava egli nuovi tesori: l’argento e l’oro era la meno preziosa cosa: brillanti, smeraldi, agate, perle di rara grossezza a monti, tanto che le sentine delle navi erano piene. Giunto a Cala Farina, non bastando casse a conservare questo tesoro, insieme coll’altro che Zoraide avea, lo fè trasportare nell’immensa caverna che sottostava a quel castello. Quivi fattolo chiudere, ne consegnò la chiave alla figlia; e dopo averle parlato delle intenzioni dell’imperatrice, e della di lui risoluzione ad accettare, l’avvertì, che dove la cosa non avesse il buon esito ch’egli sperava, e le giungesse notizia della sua morte, non desse quel tesoro in mano d’alcuno; ma quando vi fosse costretta dalla forza, lo incanterebbe invece, dicendogliene egli stesso il modo. E dimorato alquanti giorni ancora, abbracciò l’infelice Zoraide; e datole con tenerissimo pianto l’ultimo addio, si rimise alla vela e partì.

Grecia tutta al suo passaggio esultò di gioja, salutandolo nuovo imperatore; in Costantinopoli non vi dico! La città era tutta in festa: dalle finestre pendevano, sventolando, superbi drappi di Persia e di Damasco; da [p. 31 modifica]pertutto archi e festoni; e una folla immensa accogliendolo fra gli evviva prolungati, lo condusse al palazzo imperiale; ove da Zoe e dalla Corte venne ricevuto con grandi onori.

Noi lo lasceremo a godere delle feste preparategli e torneremo al castello di Cala Farina.

Il dire che Zoraide dopo la partenza del padre rimase desolatissima, tornerà del tutto inutile, potendosi da voi facilmente immaginare; ma quell’abbattimento, invece di calmarsi, veniva in lei ogni dì più crescendo, in proporzione delle perdite che i Greci soffrivano per la prevalenza dei Saraceni. Quindi l’infelice, credendosi ormai malsicura in quel castello, tutto il giorno affacciata sul solito torrione, se ne stava ad aspettare le navi che il padre aveva promesso di mandare nel caso che la fortuna lo avesse secondato. E guarda oggi, guarda domani, una sera finalmente scorge come ali di colomba due vele sull’estremo orizzonte, illuminate dagli ultimi raggi del sole, che venir pareano alla volta di Sicilia. Sentì rianimarsi la sventurata; e immobile come i merli che la circondavano, aspettò trepidante sino al tramonto. Ma a breve andare la luce si spense; ed ella ritirassi, ordinando che non si aprissero le porte senza suo ordine ai Greci che si aspettavano.

[p. 32 modifica]Non si apponea la fanciulla; giacchè il dì seguente, poco innanzi mezzogiorno, le due navi greche vennero a dar fondo presso al castello. Il Comandante appena fu posto in terra, in nome dell’imperatore Monomaco ordinò al presidio che fossero aperte le porte del castello; e nel tempo medesimo fece recar notizia all’infelice Zoraide, come Maniace, dopo i grandi onori ricevuti, preso per la barba da Zoe, e come scherzando, trascinato in una stanza sino allora a tutti chiusa, fosse stato presentato all’imperatore Monomaco, di cui a bello studio n’era stata simulata la morte; e che il domani, nel centro dell’Ippodromo, ch’è la gran piazza di Costantinopoli, in mezzo ad una stupida folla, pronta sempre a gridar Crucifige dopo l’Osanna, fosse vista confitta ad un’asta la testa di quell’eroe disgraziato.

Come rimanesse Zoraide a quella notizia vel direi, se avessi parole convenienti al soggetto. Ritornata in sè dopo l’abbattimento sofferto, e ricordandosi della promessa fatta al padre, si affaccia ad una finestra; cavasi dal dito un prezioso anello; lo butta in mare, pronunziando misteriose parole; ordina che dopo un’ora potessero liberamente aprire le porte; e ritiratasi nelle sue stanze, non fu più veduta.

Non era ancora trascorsa l’ora posta da [p. 33 modifica]Zoraide, che fu vista voltare il capo una schiera di navi saracene; colle quali Sidnar veniva ad espugnare il castello, facendo ragione che l’amata fanciulla vi si dovesse ancora trovare. I Greci tutti discesi a terra, e disarmati, avevano lasciate le navi senza difesa; e poichè videro impossessarsene i Saraceni, non potendo resistere al grande numero dei nemici, nè rifugiarsi nel castello ancora chiuso, pensarono arrendersi.

Quei del presidio veduta la mala parata, benchè l’ora fosse trascorsa, soprastettero ad aprire; e si misero invece a tirare sui Saraceni, che già avean cominciato ad assalire il castello. Ma dopo poche ore di combattimento, veduta inutile ogni resistenza, cessero a patto che la loro signora restasse libera d’andare ove le piacesse; ed aprirono le porte.

Sidnar entrato, domandò prima d’ogni altro della fanciulla; e gli fu risposto, com’ella, avuta notizia della morte del padre, essendo costretta dagli inviati dell’imperatore a cedere il castello, e con esso i tesori che vi si trovavano, si fosse chiusa nelle sue stanze.

Forte se ne dolse il Saraceno, e comandò che si aprissero per forza, affine di avere la compiacenza di consolarla; e dirle, che nessuno [p. 34 modifica]più la potea molestare, difesa dal suo braccio: che quel castello era di lei, e che rimanea libera di fare come meglio le piacesse. Ma la fanciulla non vi fu trovata. Si sospettò che per disperazione si fosse gettata in mare: ma non fu trovata: finalmente si giudicò fosse discesa nella caverna del tesoro; e l’innamorato giovane trepidante, accompagnato dai suoi, tosto vi si fa condurre.

Una porticina mettea in una scala lunga ed oscura, che nessuno si arrischiò discendere senza fiaccola. Al fondo di essa trovarono una ferrea porta, chiusa al di dentro, che fu bisogno sfondarsi; quantunque col meno fracasso possibile, per non spaventare Zoraide, che vi si era rifugiata: pure i colpi venivano ripetuti dall’eco della caverna simili a fortissimi tuoni. Sidnar, impaziente, vi entra il primo: i suoi lo seguono rischiarandoli il cammino; e dopo vari raggiri scorge un lume. Animato dalla speranza, si avvia per quella direzione: a certo punto finisce il corridore e si allarga una non mai veduta caverna, tutta di stallattiti, e sparsa di tesori a mucchi, illuminata da una fiaccola caduta a terra. Sbalordito a quella vista, si ferma, e a pochi passi trova l’amata Zoraide già morta, e colla spada di cui s’era ferita ancora confitta nel cuore.

[p. 35 modifica]Disperato, quella stessa spada traendo dal seno della fanciulla, se l’immerge nel petto, e cade allato alla disgraziata figlia di Maniace.

Intanto i Saraceni che si trovavano presenti alla catastrofe, dopo aver cercato di richiamare alla vita, ma inutilmente, i disgraziati giovani, vedendo la enorme quantità d’oro, d’argento e di pietre preziose che era sparsa in quella caverna, a ruffa, raffa si gettarono a prenderne quanto più ne potevano: e carichi come bestie da soma, senza curarsi di dare sepoltura al povero Sidnar, pensarono di uscir fuori; stabilendo prima rispondere ai compagni, se fossero domandati, che tutto quel che portavano era il tesoro di Zoraide, per potervi ritornare quando volessero a ripigliare il resto.

Ma la cosa andò altrimenti di come avean pensato; giacchè corri di qua, gira di là, i corridoj si allungavano, s’incrocicchiavano, e non era uscita che si potesse trovare. Stanchi finalmente pel continuo raggirarsi in quel laberinto, si persuasero che il tesoro era stato già incantato; e che, non potendone uscire neanco una moneta, deliberarono deporre tutto quel che avevano preso.

Infatti cosi fecero, e subito trovarono l’uscita, e andarono a riferire ai compagni quanto loro era accaduto.

[p. 36 modifica]Qui il racconto di Cala Farina finisce: v’è piaciuto?

— Oh ammodo! — disse la vecchia. — Stasera, marito mio, mi hai fatto passare il sonno.

— Resta ora........

— Svelarmi — disse il lavorante — come possa disincantarsi quel tesoro.

— A questo vengo; ed ecco come sta la cosa. Secondo che si narra, Zoraide, nel gettare in mare il suo anello, invocando non so se diavolo o santo, promise il suo tesoro a chi quell’anello avesse trovato. Questo anello intanto, appena buttato, fu ingojato da un grosso cefalo; il quale, cibandosi di certi frutti marini, che si trovano nelle caverne interne dei nostri mari, è divenuto immortale, per la potenza che si sviluppa dai sughi di quei frutti al contatto della gemma preziosa che gli rimase in corpo. Cibandosi di quel solo frutto, non cerca altr’esca; ond’è che sino ad oggi non s’è lasciato prendere. Per aver dunque l’anello, non bisogna far altro, che andare in cerca di quel frutto; che è così e così — gli descrisse la forma, il colore, il sapore — e avutolo, appiccarlo all’amo; e quanto più si può vicino alla bocca della grotta, a cui sempre per riconoscenza approda, farlo pescare.

[p. 37 modifica]— Eccovi il modo: vi ho dato una bella cinquina, sappiatene approfittare.

— Grazie; ma a trovare quei frutti ci bisogna farla da pesce; eh! è affare che non mi va!

— Che volete? Nella vita bisogna arrovellarsi un po’. Badate però, che di questi frutti ce n’è della stessa forma; non li scambiate per Dio!

— Lasciate fare a me. — E si alzò per andarsene.

— Ehi! la metà del tesoro — gridò la vecchia — che non s’abbia a ridire!

— Non ci pensate.

— Con la metà di quel tesoro, moglie mia, e’ s’ha a bruciare il pagliericcio.

— Sicuro! chè danari allora ne avremo a sacca. Buona notte, signori miei.

— Che Dio v’accompagni — dissero ad una voce i due vecchi.

E il lavorante andò via.




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N O T E





Col nome di Cala o Calata vengono indicati molti luoghi della Sicilia, ove i Saraceni aveano eretto le loro fortificazioni. « Quindi i nomi di Calabernardo e di Calafarina a certi punti della nostra spiaggia da Pachino a Siracusa ». Cantù, Storia degl’Italiani, Irruzione dei Saraceni, vol. III, Farina. « Cala presso Marzamemo verso Pachino. V’è una spelonca notissima ai ricercatori di antichi Tesori». Così il Dizionario topografico di Sicilia dell’Abate Vito Amico. « Dopo Marzamemo si trova Furine, ch’è un ridotto di Corsari ed una caverna, che di continuo è scavata da coloro che vanamente attendono alle ricchezze». Fazzello, tomo I, lib. IV.

Il de Burigny, Storia di Sicilia, tradotta da M. Scasso, parlando di Manioki dice:

« Dalla conquista di quest’isola sbucarono alquanti romanzi ai quali lunga stagione prestossi credito; ma oggidì vengono altamente disapprovati dai più abili critici. « Il Governatore Giorgio Mariace, così trovasi scritto (vedi la cronaca di Sicilia, Muratori, t. X, cap. 4 e 5), riconosciuto reo di follonia, perchè ritornasse volentieri in Costantinopoli, fu sparsa voce dall’imperatore di essere egli morto, e che la vedova imperatrice invitavalo al trono con dargli la mano di sposa. Sedotto dall’ambizione, [p. 40 modifica]Giorgio, e vilipesa ogni regola di prudenza, affrettossi di arrivare a quella corte; prima però di lasciare la Sicilia ordinò a suo figlio che vi introducesse i Saraceni d’Africa, nel caso ch’ei ricevesse soperchieria da canto dell’imperatrice. Difatti tosto giunse in Costantinopoli, venne arrestato ed ucciso, e suo figlio non tardò e dar la signoria dell’Isola ai Saraceni. Smentisce a primo colpo una favola di tal sorta l’enorme anacronismo di duegent’anni che si frammette nell’usurpazione dei barbari e l’esistenza di Maniace... ».

Tutto questo si riteneva dagli storici che precessero il Fazzello, ma dopochè nel 1551 fu trovata la storia del Curopalota, fu sparsa molta luce sui falli di Manioki.

Il popolo, seguendo gli errori degli storici Siciliani, racconta tutto quel che noi abbiamo detto di Giorgio Manioki.