Canzone senza parole

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Giulia Turco Turcati Lazzari

Indice:Turco - Canzone senza parole.djvu novelle Canzone senza parole Intestazione 11 agosto 2022 75% Da definire

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CANZONE SENZA PAROLE


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Il giovane musicista, salendo per la prima volta e non senza stento, la bella scala a chiocciola di marmo nero del palazzo Riace che il Bibbiena aveva disegnato, sentì nell’anima il solito sgomento delle cose ignote.

D’indole un po’ schiva, egli provava dinanzi alle continue, nuove conoscenze richieste dalla professione, in quei mesi di tirocinio quale maestro di pianoforte in una città dianzi sconosciuta, una specie di riluttanza orgogliosa, un senso di vergogna per l’aridità dell’insegnamento che gli pareva offendere l’arte un tempo vagheggiata sotto altra e più libera forma: era un’ardua lotta in cui la ragione doveva vincere la prepotenza dell’istinto.

Ma quel giorno, appena ebbe varcata la soglia dell’anticamera, appena fu introdotto nelle stanze da un vecchio cameriere dallo sguardo onesto e fedele, l’impressione consueta si tramutò in un senso di strana, indefinibile dolcezza, e gli parve che dal ricco appartamento in cui la severità [p. 4 modifica] aristocratica era temprata dalla più geniale eleganza gli venisse incontro un profumo di schietta e familiare ospitalità, d’intima e squisita grazia femminile.

In quell’appartamento difatti abitava, disdegnosa del mondo, una donna che il destino aveva fulminata sul fiore della giovinezza ed a cui il solo amore materno insegnava ad apprezzare una seconda volta la vita, sebbene dalla vita ella più nulla sperasse. Era una specie di chiostro nel quale la marchesa Vittoria di Riace, rimasta vedova a ventisei anni, rinunziando ai diletti e ai privilegi dell’età e della sua condizione e circondandosi di pochi parenti e di due o tre amiche, si ritirava nella stagione invernale per dedicarsi interamente a Violante la sua unica figliuoletta.

Gabriele Montalto fu ricevuto subito dalla giovane signora sulla cui bellezza un po’ scultoria il rimpianto persistente del passato aveva diffuso, senza attenuarla, un’ombra di nobile melanconia che ispirava, oltre il rispetto, la venerazione.

L’accoglienza più che benevola, lusinghiera, che ella fece al maestro, lasciava delicatamente trasparire la simpatia pietosa che le destavano in cuore l’aspetto signorile del giovane e la deformità che ne deturpava il corpo.

Vittima d’un fatale scontro ferroviario, in cui gli si era sfragellata la gamba sinistra, il giovane era zoppo e, intollerante di qualunque apparecchio chirurgico, si reggeva con una gruccia. [p. 5 modifica]

Fornito di attitudini non comuni, Montalto, nell’adolescenza, aveva studiato indefessamente, coll’intenzione di percorrere la carriera del concertista, ma quella grave sventura e lo squilibrio nervoso venuto ad alterare, dopo il disastro, il suo sensibile organismo d’artista, l’avevano costretto a rinunziare ad un sicuro successo per dedicarsi alla monotona e per lui faticosa professione del maestro di pianoforte.

Egli era l’unico, amorevole appoggio di sua madre e d’una sorellina, della piccola famiglia superstite e caduta a poco a poco dall’agiatezza al bisogno.

La marchesa fece subito chiamare la bambina che intendeva affidare alle cure del valente musicista e da lì a poco comparve, esitando, tra le falde d’una portiera, una fanciulletta undicenne, d’aspetto esile e gentile.

Era vestita di bianco e i lunghi capelli, di un castano fulvo lumeggiato d’oro, le scendevano colla più pittorica profusione sulle spallucce e sul petto, sfumandole vagamente il gracile ovale del volto.

La marchesa trattenne con un cenno il giovane che voleva alzarsi per andarle incontro, e la bambina s’avvicinò salutando. Non era bella, ma la sua testina aveva una sì pura leggiadria di disegno e spirava dalla fronte, dagli occhi, dalla bocca un raggio sì vivo di bontà intelligente e di precoce energia che Montalto rimase un minuto immobile a contemplarla.´ [p. 6 modifica]

Nella limpidezza angelica dell’occhio infantile, nella sua profondità immacolata si leggono e si sentono talvolta ineffabili promesse.

La fanciulletta porse la sua manina nervosa ed affilata e corrispose con molta attenzione, anzi con una curiosità ardente e superiore agli anni, allo sguardo del giovane, fingendo di non vedere la gruccia che pur l’attraeva, colla stessa pietà istintiva della madre. Interessava molto anche a lei di conoscere il nuovo maestro perchè amava la musica con un trasporto superiore alla sua età.

Dopo un breve colloquio, nel quale la marchesa narrò degli studi musicali fatti da Violante colle sue istitutrici, e Montalto accennò alle dannose conseguenze che possono recare le prime nozioni date, il più delle volte, sopra basi false e da persone incompetenti, il maestro espresse il desiderio che la bambina gli facesse sentire quello che sapeva, e si recarono tutti insieme nella stanza da studio. Una stanza semplicissima che occupavano in parte il pianoforte e una lunga tavola coperta con bell’ordine da libri e da quaderni.

Due scansie contenenti le opere principali per l’infanzia, i poeti classici e una buona scelta di esercizi musicali ne adornavano le pareti; il sole vi penetrava largamente dalle alte finestre, ravvivando, nella tetra stagione invernale, alcune piante fiorite e fragranti di freesia e di reseda.

Montalto, che la marchesa aveva pregato di cominciare subito le lezioni, invitò la piccola [p. 7 modifica]scolara al pianoforte e Violante vi sedette con disinvoltura, posando le sue manine sulla tastiera.

— Queste sono vere mani da pianista — disse il giovane prendendone una fra le sue e osservandola con una certa tenerezza. — Coraggio... come andiamo colle scale?

La fanciulletta fece, sbagliando spesso, la scala di do e di sol.

— Da me le sapevo, ma adesso ho paura! — mormorò, rivolgendo verso il maestro lo sguardo lagrimoso.

Montalto sorrise e tentò di rassicurarla con amorevoli parole.

— Suona la tua arietta, Violante — suggerì la marchesa.

— Compone? ormai! — sclamò il giovine corrugando un poco le ciglia.

— È un’ariettina, ma è brutta — disse Violante con una smorfietta piena di grazia. — Vuol proprio sentirla?

— Ma sì, ben volentieri! — concluse il maestro subito conquistato da quella grazia e reprimendo il desiderio di stringersi al cuore la gentile creaturina.

E Violante suonò alcune battute, una cosa da bimba, ma il ritmo era giusto e l’armonia corretta.

— Va bene. Col tempo potremo occuparci di composizione, ma per ora bisogna proprio che ci limitiamo ai soli studii; si rassegnerà volentieri?

— Mi rassegnerò — rispose la bambina [p. 8 modifica]gravemente, con un piccolo atto energico ed espressivo della testina riccioluta, — ma mi dica, signore... spero ch’ella vorrà suonarmi tutti i giorni qualche cosa, per esempio, l’adagio della sinfonia in do minore di Beethoven che abbiamo udita la settimana scorsa al liceo; io non so che le prime battute, le ho cercate da me, sulla tastiera...

Montalto si mise al pianoforte. Egli non suonava se non per accennare i pezzi agli scolari, ma non potè a meno di fare una eccezione per Violante, e ricordò tutto quel divino adagio con grande intensità d’accento.

La fanciulletta ascoltava attentissima. Aveva congiunto le mani per la gioia, il suo sguardo era intenso, il suo sorriso raggiante.

— È bello, è grande, non è vero? — disse Montalto lasciando il suo posto; — ma ora dobbiamo sacrificare le cose ideali allo studio.

La marchesa prese un libro e si mise in disparte; il maestro e la scolara tornarono da capo colla scala di do.

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Montalto dava una lezione quotidiana a Violante. Così, tolti i cinque mesi che la marchesa soleva passare in villa, ove d’altronde era spesso invitato, egli s’avvezzò a godere tutti i giorni, in casa Riace, quell’ora che lo compensava largamente delle fatiche per lui gravi dell’insegnare, quell’ora di raccoglimento, nel silenzio della stanza [p. 9 modifica] da studio, ove nulla più si sapeva della vita esterna, accanto ad una signora seria, buona, compassionevole e ad una bambina intelligente che nel suo rapido sviluppo intellettuale e sotto quella vigile direzione si veniva sempre più infiammando d’amore per la musica.

Montalto, pur seguendo un corso regolare e severo di studî musicali, non aveva trascurato nè la letteratura italiana nè quella delle lingue straniere, e il lungo soggiorno fatto da giovinetto in Germania gli era tornato molto utile a questo scopo. Egli aveva saputo così bene scegliere le sue letture nel vasto campo della scienza e dell’arte e, come musicista, s’era fornito di tali cognizioni che la sua solida cultura, avvalorata da idee larghe e da un gusto raffinato per le cose belle, gli dava una vera squisitezza di giudizio.

Avveniva spesso che, parlando colla sua scolara di Beethoven, egli ricordasse Michelangelo del quale, come d’altri grandi, conosceva perfettamente le opere, o che, passando altra musica, facesse dei confronti fra l’Angelico e il Pergolese per la prevalenza ch’è in entrambi del sentimento sulla forma: Schumann gli ricordava il Leopardi i cui versi qualche volta si compiaceva di recitare, intercalandoli fra i periodi musicali.

Violante provava gran diletto nella sua lezione di pianoforte. Nata per diventare una donna superiore, ella aveva già manifestato, senza venir meno alla semplicità infantile, una tempra [p. 10 modifica] riflessiva e profonda in cui tante future virtù morali e intellettuali ogni momento s’annunziavano con una parola efficace, con uno sguardo dicente, con un atto generoso; e le idee piuttosto gravi che il giovine, condannato dalla sventura a precoci amarezze, le veniva esprimendo sulle cose della vita e degli uomini, filtravano sicure in quella piccola anima donde un eco sempre più armonico e più forte rispondeva.

Ogni anno, alla fine di novembre, al ritorno dalla campagna, Montalto trovava la sua scolara cresciuta e mutata, ma i volubili cambiamenti di quel volto d’adolescente non contradicevano mai all’immagine che il giovane s’era formato di Violante a diciott’anni e che gli stava sempre dinanzi come una visione.

Sebbene fosse molto magra e sottile, e avesse le braccia lunghe e quella sproporzione nelle gracili forme che toglie alle volte ogni eleganza alle giovinette, Violante serbava pur sempre nella sua dolce fisonomia, nei grandi occhi d’un colore indefinito, fra il grigio, il ceruleo e il nero, nel sorriso, ora lievemente malinconico, ora spiritoso, una singolare attrattiva: il fascino intellettuale al quale pochi uomini sono sensibili ma tanto più intensamente.

A sedici anni la signorina di Piace era già una buona dilettante di pianoforte; sapeva fraseggiare ed accentare efficacemente; suonava con severità di stile i classici e con raro buon gusto i romantici. Montalto aveva coltivato, a preferenza, [p. 11 modifica] fra tutte le sue elette attitudini, quell’originale talento d’interprete, convinto com’era che, pur restando ligi fino allo scrupolo alla volontá dell’autore, v’ha sempre un modo individuale d’intendere la musica, pes i rapporti ch’essa ha coll’infinito.

Il suo tocco èra per natura rotondo, pastoso, penetrante, e Montalto s’era preso cura di conservarglielo come un dono preziosissimo. Spesso maestro e scolara suonavano a quattro mani e non s’udiva alcun distacco fra i due tocchi: robusto l’uno, l’altro pieno di grave dolcezza, essi si confondevano negli accordi come si fonde il pensiero di due anime affini. Quell’esercizio, utilissimo a Violante anche per la lettura a prima vista, le forniva il mezzo d’imparare a conoscere e di studiare le opere sinfoniche degli antichi e dei moderni Tedeschi e tutto il repertorio della musica da camera istrumentale che sì bene prepara all’audizione dei concerti. Spronata da una vera avidità d’istruirsi, ella s’era resa familiare coi migliori autori per il pianoforte, specie con Clementi, con Scarlatti e col Padre Martini, deplorando insieme al maestro che tanta bella musica italiana giaccia ancora sepolta ed inedita negli archivi, analizzando a fondo tutte quelle creazioni mirabili del talento e del genio che aprono al pensiero i luminosi orizzonti d’un altissimo ideale.

Più tardi il giovine, per assecondare un desiderio da lei frequentemente espresso, cominciò a [p. 12 modifica] darle qualche lezione d’armonia e di’contrappunto, e dischiuse al suo facile ingegno, con la nobile scienza dei suoni, un mondo di diletti nuovi.

Quanto pareva grande a Violante anche la semplice scala armonizzata, quale attrattiva trovava nei bassi geniali di Mattei e com’era felice di poterli suonare coi numeri! Ella procurava al maestro delle continue sorprese per ii chiaro andamento delle parti: raro pregio che sempre più appariva nei suoi compiti musicali.

Anima più elevata che fantasiosa, Violante amava molto anche i risultati degli studî positivi. Come l’allettavano le regole della prospettiva e i problemi dell’aritmetica, così le leggi prime della scala e dell’armonia, derivanti da calcoli matematici e fondate sopra basi fisse, non potevano a meno di darle un’acuta sodisfazione, e di fare ingigantire dinanzi alla sua limpida mente il concetto primo della musica. Le sembrava che procedendo da principi universali, la musica dominasse vittoriosa sulle arti imitative, come un divino elemento di conforto, che ha le sue fonti nell’eternità delle cose.


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La diversità degli anni che aveva stabilito fra i due giovani una inevitabile distanza, andava apparentemente cancellandosi, e benché Montalto non cessasse d’insegnare con un certo fare autorevole e Violante non venisse meno alla piacevole [p. 13 modifica] soggezione di scolara, il loro legame, senza che se ne accorgessero, diventava a grado a grado quello di una forte e leale amicizia.

Per la signorina di Riace il maestro costituiva una specie di coscienza artistica; ella dissentiva rare volte dal suo parere, anche negli argomenti estranei all’arte, e se non subito, se non in modo palese, finiva quasi sempre con l’accettarlo come un verdetto assoluto

— Montalto ha in orrore l’opéra comique, poichè la ritiene una fonte pericolosa di pervertimento per la musica italiana; Montalto preferisce Brahms a tutti gli autori di musica istrumentale moderna, — diceva ella, convinta che quelle opinioni fossero indiscutibili.

D’altronde, il giovane maestro non cessava di studiare, seguendo con curiosità ardente i progressi dell’arte, meditando la sua missione in faccia agli ardui problemi delle rivoluzioni sociali, cercando sovrattutto quella serena imparzialità di giudizio, scevra da sistemi e prevenzioni, che consente di apprezzare il bello sotto qualsiasi forma esso si manifesti.

Era, più che un maestro, un artista sincero che la lode non ha corrotto, che la gloria oblia. Degno di sorte meno modesta, egli sentiva aspramente l’ingiustizia della fortuna; ma lungi dall’ingenerare in lui le amarezze d’un fallito destino, questa ingiustizia, pur suscitandogli nell’animo un certo disdegno degli umani squilibri, non vi aveva ´ [p. 14 modifica] soffocato il generoso istinto di ricercare prima di tutto e unicamente il vero.

In breve tempo era riuscito a farsi un nome come professore di pianoforte efficace e coscienzioso; ma il suo spirito avvezzo a più alti, forse a più ambiziosi sogni, non traeva alcuna speciale compiacenza da quella fama che gli aveva già valuto le più lusinghiere sodisfazioni.

Nei primi anni, un pianista tedesco, suo amico, gli aveva fatto vive istanze onde si recasse in una delle principali città della Germania, promettendogli un ottimo successo morale e materiale; più tardi gli era stato offerto un posto nel liceo di Pesaro; piovevano gl’inviti e ad ogni momento gli si aprivano vie nuove, ma Montalto era sempre pronto e reciso nel suo rifiuto. Perchè, perchè preferiva a qualunque altro allettamento artistico quella sua vita faticosa, che lo costringeva a passare parte del giorno in carrozza per recarsi da un punto all’altro della cittá da scolari spesse volte inetti o neghittosi, che lo condannava a continui sagrifizi, soffocandogli perfino nell’anima, per l’ariditá della professione, i più geniali istinti?.... Perchè? non lo sapeva forse egli stesso; sentiva soltanto che una forza misteriosa e invincibile lo teneva incatenato alle consuete abitudini.

Un giorno di gennaio, il cameriere di casa Riace venne ad avvertirlo. che la signorina, indisposta, non poteva prendere la solita lezione. Egli fece subito attaccare il suo coupé e andò a vedere [p. 15 modifica] di che si trattava: una bronchite leggera. Ma la malattia non tardò ad aggravarsi, anzi divenne minacciosa, e dalle angosce del proprio cuore, come dalla gioia violenta che loro successe per l’insperata guarigione di Violante, il giovane comprese e confessò chiaramente a sè stesso qual fosse la potenza arcana che lo tratteneva.

Gli era così dolce l’amicizia di casa Riace! Gli riescivano così grate quelle lezioni seguite quasi sempre da artistici colloqui! Egli ne attendeva l’ora con una certa ansietà: era sicuro di trovare la fanciulla al pianoforte, sapeva ch’ella gli verrebbe sempre incontro con la tenera deferenza, con l’atto gentile dei primi anni, a levargli di mano la gruccia; sapeva che avrebbe per lui un affettuosa sorriso, un’amorevole parola, forse un fiore preferito.

La marchesa, sempre bella ancora, sempre cortese nel suo contegno un po’ rigido ma immutabile di gentildonna, si affrettava a riprendere il suo solito posto in un angoletto e si metteva a leggere o a scrivere. Non stavano più ora nella camera di studio di Violante, bensì in una sala destinata unicamente alla musica ove non erano nè tende, nè quadri, nè mobili inutili che potessero alterare la sonorità dei suoni. Alcuni soffici divani coperti d’una stoffa color di rosa antico correvano lungo le pareti marmorizzate; due Pleyel a lunga coda occupavano il centro; tra le finestre era un harmonium d’Alexandre; poche seggiole, gli scaffali della musica e [p. 16 modifica] alcune grandi kentie, coltivate in vasi orientali, completavano l’addobbo semplice e ricco sul quale la sera tre fulgenti lampade elettriche diffondevano la loro luce intensa e tranquilla.

Era nella genialità artistica di casa Riace qualche cosa di sommamente puro e signorile che allettava lo spirito elevato di Montalto

Quanta serena felicità in quelle ore confidenti, quando le due creature nate per intendersi sentivano vibrare l’armonia delle loro anime all’unisono con le armonie musicali, quando la nobile passione dell’arte le trasportava al di là di tutto ciò che può esservi di terreno nella simpatia fra l’uomo e la donna, insegnando alla loro austera giovinezza la più alta, la più divina poesia ch’è quella del sentimento inconsapevole di sè stesso!...


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Una volta, al solito ritorno dalla campagna, in cui egli, quell’anno, non aveva potuto recarsi, Montalto trovò la sua scolara mutata; gli pareva d’averla lasciata bambina e di rivederla donna, tanto ogni traccia della fanciullezza era in lei scomparsa. Violante s’era fatta un pochino più alta ancora e, crescendo, aveva raggiunto, col primo fiore della giovinezza, un’armonica e casta leggiadrìa di forme ch’era come un riflesso esterno della sua anima.

Montalto, che aveva desiderato ardentemente [p. 17 modifica] di rivederla, rimase, alla prima, un po’ attonito, quasi triste, e due o tre giorni dopo l’arrivo delle signore di Riace, quando la marchesa lo pregò di riprendere le lezioni, fu con un senso affatto nuovo ch’egli sedette al pianoforte accanto alla sua scolara. La fanciulla gli suonava un preludio e una fuga di Bach, che aveva imparato a memoria durante il soggiorno in villa, e egli, per la prima volta distratto dalla musica, la: guardava, senza che se ne accorgesse, con una meraviglia profonda, con uno strano turbamento. Era l’immagine della sua visione, dinanzi alla quale il giovane ardente durava fatica a ritrovare in sè stesso il maestro.

Un tempo, quand’era piccina, egli le aveva dato qualche volta del tu, poi era passato al voi, adesso non osava più nemmeno questo, e diceva lei....., ma nel proferire quel pronome gli si stringeva il cuore, come se una grande distanza all’improvviso li dividesse, come fossero divenuti tutt’a un tratto estranei uno all’altra o cominciassero appena allora a conoscersi.

A poco a poco però quell’impressione singolare e dolorosa si dileguò e gli parve che l’antico affetto tacesse luogo ad un legame diverso più forte ancora e più tenace.

In quell’anno, per amore della figliuola, la marchesa cominciò a desistere dalla severità del suo lutto e, pur consacrando sempre un culto fedele alla memoria del marito perduto, desiderò che Violante godesse di tutti i vantaggi che poteva offrirle [p. 18 modifica] la posizione in cui egli le aveva lasciate. S’impose di accompagnare ella stessa la fanciulla ai concerti, frequentò i teatri ed aperse la sera il suo salotto ad una scelta d’amici, di letterati e d’artisti.

S’ella avesse mai dubitato che la presenza giornaliera di Montalto nella sua casa potesse riuscire pericolosa, il piano di accogliervi degli altri uomini, ai suoi occhi forse più interessanti, l’avrebbe sollevata da questo scrupolo; ma mai le era balenato alla mente il pensiero che il giovane musicista possedesse le qualità necessarie per attrarre esclusivamente l’attenzione della sua figliuola. Dotata d’un carattere nobile e profondo, ma positivo, ell’era poco suscettibile ai facili entusiasmi e affatto priva d’immaginazione. La serietà precoce di Violante e il fatto ch’ella conosceva il maestro fino dalla fanciullezza l’avrebbero già rassicurata da ogni possibile timore o sospetto, senza riflettere alla deformitá di Montalto, ostacolo per lei assoluto.

Ma il giovane possedeva molti pregi che potevano far dimenticare quella sua disgrazia; la stessa dignità, con la quale aveva saputo sopportarne i sacrifizi così gravi alla sua coraggiosa giovinezza, lo rendeva degno della più alta considerazione. Anima piuttosto altera, esclusiva e avvezza ai patimenti silenziosi, egli lasciava trasparire da tutta la persona una certa morale raffinatezza, che nel volto, spirante un ardore contenuto, [p. 19 modifica] raggiungeva l’intensità. Quasi imberbe, meno l’ombra forte che dava una certa grazia virile al labbro superiore, quel volto era disegnato a tratti larghi e nobili come un abbozzo d’artista.

Montalto portava i neri capelli ritti sull’ampia fronte pensosa e aveva nella bocca un’espressione quasi impercettibile, ma persistente, di fino sarcasmo che solo il suo schietto sorriso sapeva disciogliere in un raggio di bontà. Bellissimi erano gli occhi bruni, d’un bruno caldo e vellutato in cui scintillavano luci più chiare, come piccole gemme: occhi che sanno guardare profondamente, interrogando; occhi nei quali certe volte tutta l’anima rifulge in un lampo, o che sotto l’impero della volontà rimangono impenetrabili e muti.

Invitato fra i primi a quelle geniali riunioni della sera, Montalto divenne uno dei più assidui frequentatori dell’elegante salotto della marchesa. Egli era stato eletto da poco professore al liceo della città, e, rinunziando quasi per intero alle lezioni private, la sera poteva concedersi con poca i fatica un sì piacevole svago.

Alla prima, egli aveva accolto con vera afflizione quel totale cambiamento nelle abitudini quasi claustrali di casa Riace; gli doleva di veder sollevato agli occhi di tanti che gli sembravano profani, il poetico velo di solitudine che aggiungeva per lui un grande fascino alla dolce intimità delle due signore. Ma il contegno di Violante non poteva che rassicurarlo: il suo riserbo era quasi [p. 20 modifica] eccessivo: pareva ch’ella si studiasse attentamente di sottrarsi all’investigazione, spesso non disinteressata, dei suoi molti ammiratori.

Per accondiscendere a un desiderio della marchesa, nelle serate in cui c’era minore concorso di gente, ella cominciava a farsi sentire al pianoforte in una piccola cerchia di amici, deliziandoli, ma non suonava mai le cose predilette per non tradire troppo la commozione sempre. viva dell’animo, e di quella ritrosia il maestro le era grato, in silenzio, come se gli ripugnasse di veder palesati ad altri i meriti artistici dei quali egli solo, fino allora, aveva goduto le squisite primizie e le compiacenze dolcissime.

Quei ritrovi venivano qualche volta interrotti dalle prime celebri o da produzioni musicali o drammatiche scelte alle quali la marchesa non voleva che la sua figliuola avesse a mancare; a Montalto era stato assegnato un posto fisso nel palco Riace, e egli ricordava sempre con sommo diletto le belle ore d’intensa vita intellettuale in cui le delicate e un pò timide impressioni di Violante, passando a traverso il suo virile temperamento, prendevano forma e si completavano.

In quell’inverno la signorina Riace fu presentata in società e ricevette molti inviti. Benché non dimostrasse alcuna propensione per i divertimenti giovanili, la marchesa manifestò tuttavia il desiderio di condurla al ballo dei duchi Samoclevo ch’erano loro parenti e amici intimissimi. [p. 21 modifica] Quando Montalto seppe che Violante sarebbe andata a quella festa, per quanto la cosa gli sembrasse giusta e ragionevole, si sentì fremere da capo a piedi ed ebbe un impeto di selvaggio dolore. Seppe tuttavia dissimularlo, ma la sera in cui le signore dovevano recarsi al ballo, incapace di privarsi per tante ore della loro vista, egli passò da casa Riace, colla scusa di riprendere una romanza dimenticata.

La marchesa stava vestendosi, e Violante, già pronta, aspettava nel salotto. Ella ricevette il suo maestro colla solita amabilità, gli tolse di mano la gruccia ed ebbe cura di accostare per lui un seggiolone al camino ove ardeva uno di quei buoni fuochi così graditi al giovane freddoloso. Egli sedette, sforzandosi di parere disinvolto, ma in realtà era come trasognato.

La fanciulla gli stava dinanzi nel suo candido vestito stellato da mazzolini di fresche viole, stringendosi alle spalle una mantelletta bianca. Semplicissima, non portava nulla in testa, fuorché lo splendido ornamento dei suoi capelli castani, stretti in un ricco nodo, ma il suo volto era insolitamente suffuso di colore, il suo bel sorriso luminoso aveva una speciale irradiazione.

Montalto, non visto, la guardò intensamente, mentr’ella s’allacciava i lunghi guanti.

— È felice di questo ballo, marchesina? — disse alfine, dopo un lungo silenzio, smorzando in una frase qualunque il ribollimento dei propri pensieri. [p. 22 modifica]— Io? felice?... Ma perchè mi chiama marchesina, stasera?... Non saprei dire in verità se sono felice — rispose Violante, ridendo. — E una curiositá che m’attrae, un desiderio strano di conoscere il mondo e la vita...

— Ha ragione. Sono i diletti della sua etá!... — concluse il musicista con uno sforzo. — Ha suonato, oggi? — domandò poi, mutando rapidamente discorso.

— No, maestro, non ebbi tempo, dopo la lezione.

— E il suo tema con variazioni l’ha finito?

— Quello sì... anzi l’ho scritto ed è qui — disse la fanciulla, prendendo da un tavolino il foglio di carta da musica.

E mentre lo spiegava per porgerlo al giovine, la piccola spilla di perle che aveva puntata nei lembi del cappuccio s’aperse e la mantelletta le scivolò dalle spalle sul tappeto. Violante s’affrettò a raccoglierla, non senza che le sue brune ciglia s’inarcassero, ciò che indicava una viva contrarietà; ma intanto ell’era apparsa un minuto a Montalto in tutto lo splendore della sua snella e giovanile figura, nella casta e seducente eleganza del candido vestito scollato.

A quella vista il giovane si turbò e una parola di ammirazione ardente insieme e dolorosa gli venne alle labbra, ma per un delicato riguardo si trattenne dal proferirla, e subito il suo turbamento si tramutò in una gravissima amarezza. Guardava alla sua gruccia pensando che mai, mai gli sarebbe [p. 23 modifica] stato concesso di stringere fra le sue braccia la gentile e simpatica creatura, ma che molti altri indifferenti forse o indegni, nel ballo, l’avrebbero fatto per la prima volta, profanando collo sguardo indiscreto una verginale purezza fino a quell’ora sì gelosamente custodita. E si ribellava Montalto all’umano convenzionalismo, che ammette licenze pericolose e affetta severità inefficaci, prestandosi alle più singolari contradizioni; ma un violento sforzo del pensiero lo rese subito arbitro di sè, e scorrendo collo sguardo la musica domandò soltanto:

— Perchè ha fatto quest’ultima variazione in tempo di waltzer?

— Di waltzer?... non saprei... forse avevo in mente il ballo, ed esso mi ha suggerito quel ritmo senza volerlo...

Ma appena ebbe detto questo la fanciulla intuì più che mai l’acerbo patimento del suo maestro, e, pur rifuggendo dall’indagarne la cagione, provò in cuore una vaga inquietudine commista alla più affettuosa e profonda pietà. E subito venne a sedere sopra uno scanno, accanto a lui, e dandogli del voi, ciò che faceva qualche volta, gli disse con grande amorevolezza:

— Come siete triste stasera, maestro! che cosa avete?

— Io? nulla, signorina. Sono forse un po’ affaticato... — E sotto il dominio della volontà gli occhi gli si fecero indifferenti e freddi. [p. 24 modifica] La fanciulla lo guardò un momento, con una muta interrogazione, e egli, comprendendo subito, s’affrettò a soggiungere:

— Sono strano qualche volta, lo sa, mi compatisca...

Ad un tratto il pensiero della festa divenne uggioso a Violante che non ebbe mai a sentire più dolorosamente il confronto fra la sua florida giovinezza e la vita travagliata di Montalto. Ella aveva deposto sopra una seggiola, col ventaglio, un mazzolino di giacinti bianchi, i suoi fiori prediletti, per portarli seco.

— Vi lascio questo ricordo... — disse dolcemente e semplicemente, porgendo i giacinti al suo maestro — e in ricambio mi segua il vostro pensiero.....

Montalto molto commosso non potè rispondere. Fu una scena silenziosa ed innocente, ma quante volte egli la rammentò più tardi!

La marchesa ancor bella, nel suo ricco vestito nero, non tardò a sopraggiungere, e mentre il maestro prendeva commiato disse ad entrambi:

— Temo che domani Violante dovrà rinunziare alla sua lezione; sarai stanca ed assonnata, non è vero, figliuola mia?

— Oh no, — mamma, rispose la fanciulla amabilmente, — non ballerò tanto, nè sì a lungo da stancarmi...

E l’indomani, quando, fedele all’ora convenuta, Montalto comparve, ella gli corse incontro festosa, esclamando: [p. 25 modifica]

— Avete ragione mio buon maestro, il ballo è una grande follìa.

— Io non ho detto questo...

— Non l’avete detto, ma ve l’ho letto negli occhi..

Perchè pensava ella così? Aveva forse sentita in mezzo alla folla quel vuoto amaro, quella mancanza inesplicabile e quasi angosciosa che per certe anime profonde rende spesse volte nulli i più attraenti diletti della vita?

— Ella è molto buona — mormorò Moltalto, con uno dei suoi profondi sorrisi, — ma non deve lasciarsi influenzare dalle mie idee nere... ne avrei rimorso.. glielo dissi giá altre volte, il destino mi costringe ad. essere diverso dagli altri...

Poi rasserenandosi, egli soggiunse: — Suoniamo, suoniamo, signorina! Prenda le nostre care «Danze norvegesi» a quattro mani e la «Ouverture della G-rotta di Fingallo.»

Subito sedettero al pianoforte, e le mirabili ispirazioni di Grieg e di Mendelssohn, evocando simultaneamente nella loro fantasia la bellezza dei paesaggi nordici, facendoli spaziare insieme nel cielo e nell’oceano e nelle verdeggianti foreste, concessero più che mai ai due giovani quella mistica trasmissione del pensiero ch’è un privilegio elettissimo della musica. [p. 26 modifica]

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Montalto, essendo alquanto cagionevole di salute, aveva promesso anche quell’anno alla marchesa e a Violante di passare almeno un mese in villa con loro. Era il tempo più dolce della sua esistenza, quando, dopo avere accompagnato la mamma e la sorella, ch’egli adorava, in qualche remoto angoletto di montagna onde vi godessero, mercè le sue solerti ed affettuose cure, alcune settimane d’aria alpestre, egli si concedeva in un breve soggiorno a Villa Vittoria i diletti della campagna che la premurosa amicizia delle due signore gli raffinava dei più dolci conforti.

Erano limitati assai per lui quei piaceri campestri ma tanto più deliziosi: qualche trottata nei boschi, la contemplazione giornaliera del paesaggio dalla terrazza, e perciò quell’intima comunione colla natura che riesce sì benefica allo spirito dell’artista; raramente una gita sul lago della villa, in una barca a due remi con Violante. Era un lago piccolo ma intensamente azzurro come molti laghi alpini, e così limpido che vi si discerneva, in certi punti, la roccia della riva scendere a picco, aspra e profonda.

Come le carrozze non potevano andare fino alla spiaggia, cinta in parte da boscaglie, Montalto si sforzava di raggiungerla a piedi prendendo una scorciatoia.

È vero che quel giorno dopo la remata, nè [p. 27 modifica] maestro nè scolara non potevano più suonare, tanto le loro mani rimanevano incerte e quasi tremanti per il faticoso esercizio ginnastico, ma la breve gita sul lago era anch’essa una musica, anzi più di una musica.

Una sera, la marchesa essendo scesa ella pure fino alla sponda, i due giovani ottennero la grazia di andare in barca al chiaro di luna

Era un’ora luminosa e tutto taceva all’intorno. I caprifogli che Violante aveva piantati fra gli arbusti, sopra il lago, lasciavano penzolare a fior d’acqua i loro lunghi rami, carichi di fragranti umbelle; uno sfavillio d’argento rifletteva fulgidamente nella placida conca il raggio lunare.

Quando furono giunti in mezzo al lago essi abbandonarono i remi e la piccola barca rimase quasi immobile sulle acque tranquille.

— A che cosa pensate, maestro? — chiese Violante al giovane che taceva.

— A che penso? alla sonata in do diesis minore di Beethoven, a quel sublime adagio che mi dá impressioni diverse, secondo i giorni in cui lo sento. V’ha in esso un angosciato dolore e anche una calma ineffabile... oggi, se una mano di fata all’improvviso lo suonasse, io proverei un senso di pace arcana.. nel silenzio che ci circonda già si svolge un’armonia infinita piena di una soprannaturale letizia.

— È strano — mormorò Violante — perchè noi abbiamo qui presso la morte... la barca sta in [p. 28 modifica] bilico, ma forse, per poco che uno di noi si spingesse a destra o a sinistra... è profondo il lago..... E colla mano sfiorava l’acqua fresca e cupa.

— Una volta, nella mia giovinezza, ero un forte nuotatore. Dopo quella disgrazia non ho più tentato di nuotare... credo però che troverei la forza di salvarla. Ma non pensiamo a tristi cose: è questa un’ora divina, Violante.

La fanciulla sorrise al suo maestro nel quale aveva una fede intera, come nel più sicuro amico e da cui non le era mai venuto turbamento alcuno, e egli si compiacque di riposare lo sguardo su quella leggiadra figura, su quel volto dall’espressione penetrante insieme e angelica che, nella poetica ora notturna, gli appariva pallido e sempre più spirituale come il volto d’un buon genio.

— Sarà meglio che facciamo il giro — propose ella, finalmente, dopo alcuni minuti di dolce silenzio. E i due remi tornarono a battere in cadenza sullo specchio tranquillo del lago.

Nel risalire alla villa, Montalto accettò il braccio che uno degli ospiti gli offriva; la marchesa s’appoggiò al dottor Bruni, vecchio medico e amico di casa, e Violante, seguendoli, udì quasi senza volerlo, alcuni brani d’un dialogo.

Il medico diceva alla marchesa:

— Crede ella che la sua figliuola sia superiore a qualunque umana passione?

— Superiore? oh no certamente. E non sarebbe nemmeno il termine da scegliersi, questo. L’amore [p. 29 modifica] è un sentimento nobilissimo che or innalza e ci completa specie quando è posto in un essere degno. Farei torto a Violante se non la credessi capace d’amare ..... ma è una fanciulla governata dalla ragione; più volte mi espresse il suo disgusto per certi folli amori della giovinezza. Io credo che amerà santamente e fedelmente l’uomo che la Provvidenza vorrà destinarle a compagno e che sentirà ella stessa il bisogno ch’egli accolga in sè tutte le qualità convenienti alla sua condizione, oltre le morali attrattive alle quali ella ha diritto..... d’altronde, caro amico, io non ci penso mai a quest’uomo; lo pavento, perchè verrà a rapirmi l’unico mio bene. Quantunque nella sua dolorosa brevità io abbia conosciuto una perfetta contentezza coniugale, non sono fra quelle madri che sognano il matrimonio... È un fatto che si considera sempre con grande leggerezza. Ma di ciò non temo, Violante sarebbe forse anche troppo sottile nella scelta....

— Io so ch’ella e Violante sono due creature eccezionali — mormorò il dottor Bruni; — tuttavia e, forse appunto per questo, io soggiungerò come Jago: Vigilate.....

— Vigilerò, ma non abbiate paura. Ella lo conosce fino dall’infanzia e Montalto aveva vent’anni quando la mia figliuola, ancor bambina, cominciò a studiare con lui ..... furono troppo a lungo buoni amici, per diventare altra cosa e poi, scusate, Bruni, è un giovane stimabilissimo, simpaticissimo, ma con quella disgrazia..... [p. 30 modifica]

— Le donne sono assai spirituali.....

— Non a quel punto....

Ma qui Violante, che già si rimproverava aspramente d’avere ascoltato, rallentò il passo e perdette il filo del discorso.

Le pareva che sua madre avesse ragione, non così nel giudizio espresso sopra Montalto, come nel concetto che s’era formato di lei. Si sentiva molto tranquilla, molto equilibrata, molto felice. C’era nel mondo qualche cosa d’arcano che le alimentava inconsapevolmente il pensiero ed il cuore, che le rendeva più apprezzabili tutte le cose belle della natura e dell’arte. Ella viveva senza sognare, senza abbandonarsi alle aspirazioni fantasiose della giovinezza, poiché la stessa sua esistenza fra l’amore materno e l’affezione del maestro era un sogno. La delicatezza di Montalto e il suo casto ritegno avevano difeso il sogno dal contatto pur sempre pericoloso della realtà: nati uno per l’altro, i due giovani erano rimasti sempre fedeli alla loro confidente ma severa relazione di maestro e scolara, e Violante provava, senza analizzarle, le gioie ineffabili di quella nobile ed elevata amicizia che pur potendo abbandonatisi onestamente, non si è mai lasciata sorprendere da alcun vaneggiamento amoroso.


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Quell’anno, in inverno, Violante fu richiesta, con molte istanze, di suonare in un concerto di [p. 31 modifica] beneficenza, ma prima di aderire all’invito domandò il consiglio di Montalto. Il giovane ben sapeva quanto la sua vanità potesse essere lusingata dalla comparsa di quella sua geniale allieva fra la piccola cerchia degli esecutori, ma all’ambizione prevaleva in lui il sentimento opposto, una certa gelosia del pubblico, una ripugnanza strana al pensiero che l’anima di lei, effondendosi nella musica, dovesse rivelarsi troppo a chi l’ascoltava.

Tuttavia egli non ebbe il cuore di dissuaderla, e sperando trovare una buona alleata nella marchesa, chiese a Violante che cosa ne dicesse sua madre.

— Mamma si rimette al vostro parere.....

— E lei, Violante, lo desidera? lo vuole?

— Se avessi la coscienza di poterlo fare con buon successo sì, lo desidererei.....

— Proprio?

— Proprio. Ma perchè ve ne meravigliate? Il pubblico esercita una grande attrattiva, un lascino quasi.....

Ma non appena ebbe proferite queste parole, Violante s’accorse d’aver toccato una corda dolorosa, e, per discacciare la triste rimembranza, subito propose di desistere dal suo progetto; ma Montalto aveva già vinto quella piccola lotta interna e adesso era lui che insisteva.

— Accetti, accetti, signorina — concluse egli, così rivivranno in lei le speranze della mia giovinezza..... [p. 32 modifica]

— Caro maestro, siete voi olio non avete più voluto assecondare quelle speranze!

— Sì, non ho più voluto. Forse mi sono disilluso del pubblico senza affrontarlo. E poi, uno zoppo rappresenta un ritmo sbagliato: sarebbe una cattiva raccomandazione per un concertista.

Egli scherzava qualche volta con Violante sopra la propria sventura, ma vedendo che in quel giorno ancor più del solito ella se n’affliggeva, tornò al primo argomento e chiese.

Dunque suonerà Bach, non è vero?...

— Bach? temo che piacerebbe a pochi, è un uditorio elegante, non è un pubblico di artisti.

— Non è meglio piacere a pochi?...

— Ma, maestro mio, perchè parlate così! Non siete contento ch’io suoni? Confessatelo francamente.....

— No, no, tutt’altro. Mi perdoni, sono così brusco, certe volte..... Bach non è egli uno dei suoi prediletti?

— Oh certamente. È fra i più cari. Ma sapete quando mi piace Bach? quando ho bisogno d ispirarmi. Lo suonerò molto qui in casa il giorno del concerto. Esso è una fonte inesauribile d’ispirazione. In Bach vi è il germe di tutta la musica immortale, come nelle fresche sorgenti si trova l’origine dei fiumi e dei mari..... Anche quando contemplò una bell’opera architettonica devo, pensare a Bach.... le cattedrali gotiche della Germania sembrano fatte al suono della sua musica. [p. 33 modifica]

— Sono d’accordo, signorina.

— Ma..... dopo butto, non è Bach che vorrei suonare, suonerò Beethoven, suonerò Schumann, Chopin..... suonerò anche Montalto — soggiunse ella con un amabile sorriso.

— Oh Violante! confondere Montalto con questi grandi!

— Montalto è molto modesto, è troppo modesto. A me piace anzi sceglierò la piccola barcarola che mi ha dedicata.....

— Grazie, marchesina! non ho la coscienza di meritare questa distinzione — mormoro il musicista, che diventava sempre cerimonioso quand’era commosso; ma ella gli fece un cenno gentile di protesta, e i due giovani si misero subito a passare alcuni pezzi per fissare il programma.


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Un mese più tardi, quando la fanciulla comparve nella sala del Circolo filarmonico, acccompagnata dal presidente, vestita d’un languido color di viola, un po’ timida dinanzi alla gente che s’affollava, ma affatto sicura disè, Montalto provò un senso misto di trepidanza, di gioia, d’affanno. Il cuore gli palpitava benché fosse certo che la pianista, superata la prima impressione eccitante del pubblico, si concentrerebbe tutta nel pensiero dell’arte, ma egli sentiva la fierezza degli esseri schivi che una circostanza inevitabile costringe a profanare davanti agli estranei la gelosa intimità del sentimento. [p. 34 modifica]

E quando, da una stanza attigua alla sala del concerto, egli la vide presentarsi allo sguardo e al giudizio di quel mondo che, fatte poche eccezioni, gli pareva composto di esseri frivoli, ignoranti, radunati dalla curiosità o dalla moda, quando udì il battimano che raccolse, dovette soffocare con violenza un grido d’ira o di ribellione che gli sfuggiva dal petto.

Ma ella suonava già, suonava colla strana magia della sua geniale natura d’artista.

Era la sonata appassionata di Beethoven, scelta di comune accordo col maestro, per il suo carattere drammatico.

Ormai dimentica di quanto la circondava la fanciulla, ispiratissima, pareva irradiata da una luce interna, e sul suo fine volto aristocratico, nell’inconscio e lento volgere degli occhi, nel vago e quasi tremulo sorriso, una bellezza strana era venuta gradatamente a rifulgere.

Suonava a memoria, sicurissima, sollevando ogni qual tratto la testa, come volesse concedere al suo pensiero la libera visione delle immagini evocate dalla musica.

E il maestro, pur non osando guardarla sempre, non vedeva che lei, la dolce e cara figura di donna e di suonatrice trionfante nella grande sala gremita di ascoltatori, nello sfavillìo di migliaia di fiammelle che sembravano cingerle d’un’aureola la bianca fronte.

Un subisso d’applausi seguì l’ultimo tempo della [p. 35 modifica] sonata, e quand’ella tornò presso a Montalto che l’aspettava colla marchesa, e si vide circondata da alcuni valenti musicisti che andavano a gara ad esprimerle la loro ammirazione, il primo suo sguardo fu per il maestro e, stendendo la mano a lui, ri* spose con effusione agli altri:

— Quel poco ch’io faccio, lo devo a Montalto, tutto a Montalto!

Poi soggiunse piano: — Com’è fredda la vostra mano, maestro! Vi sentite male?

— No, no, è il guanto.....

Ma subito tacquero per ascoltare un bellissimo quartetto ad archi di Sgambati che avevano già ammirato alla prova, e il cui suono, velato dalla breve distanza, giungeva loro come un’armonia celeste.

Adesso era la volta della barcarola di Montalto.

— Udrete come la suonerò — disse Violante; — voglio mettere tutto il mio cuore nella vostra musica.

Gli occhi del giovane lampeggiarono. Egli era uno scrittore corretto ed elegante, ma pubblicava poco e la sua migliore scolara era la sola persona che conoscesse tutti i segreti delle sue malinconiche ispirazioni.

La barcarola piacque assai e il pubblico, applaudendo fragorosamente, ne chiese il bis. Violante rifece di buon grado la flebile e squisita cantilena, interrotta da uno sprazzo di lieto umore che rivelava lo spirito vivace del musicista. Pareva che [p. 36 modifica] sotto la pressione delle sue morbide dita di fata il grande Bösendorfer cantasse: difatti qualche cosa cantava anche entro il cuore della suonatrice.

Ad ogni pezzo ella ottenne crescenti ovazioni, e quando ebbe eseguito, con accento toccante, la morte d’Isotta «Isolden’ s Liebestod», trascritto da Liszt che faceva sempre impallidire Montalto, e l’uditorio, esaltato, espresse con insistenza il desiderio di udirla ancora, non sapendo affrontare, due volte di seguito l’emozione quasi penosa che le destava nell’anima quello squarcio potente del dramma d’amore wagneriano, Violante attaccò, all’improvviso, uno scherzo vivacissimo e assai difficile del suo maestro, il cui trio pieno di passione era una vera trovata del compositore e anche dell’interprete.

Allorché la fanciulla colle mani ricolme dei fiori che le avevano offerto e che voleva portare ella stessa, raggiunse sua madre, Montalto le apparve commosso, scolorato in volto.

— Mi perdonate? — diss’ella, con un arguto e luminoso sorriso, — ci ho trovato tanto gusto a farvi questa sorpresa!...

— Grazie, Violante! — mormorò il giovane contenendo negli occhi, più dicenti della parola, la sua emozione quasi angosciosa.


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In quell’anno però Violante non volle più prodursi in pubblico, e il maestro si guardò bene dal [p. 37 modifica] proporglielo. Egli pensava: Perchè sprecare i tesori del proprio intelletto? Non è forse il pubblico un elemento tirannico e crudele al quale appena il genio, e anch’esso soltanto col tempo, arriva ad imporsi?...

— Al concerto non rimasi sodisfatto dei vani applausi della gente, — diceva Montalto alla marchesa, — bensì della conferma ch’io m’ebbi, in quella non facile prova, delle attitudini superiori della signorina.

Se nel loro intimo tacito accordo la madre e il maestro gradivano che la fanciulla non facesse alcuno sfoggio del proprio talento dinanzi alla società frivola e convenzionale, essi riconoscevano però entrambi il dovere di concedere a quella mente assetata di cose alte e belle tutti i nobili diletti che potessero efficacemente appagare le sue aspirazioni; perciò le serate invernali di casa Riace vennero in gran parte dedicate alla musica.

Il salotto della marchesa accolse, oltre i soliti amici, vari artisti forestieri ed illustri e qualche cantante di grido; un celebre violoncellista belga si compiacque di trovare nella fanciulla un’intelligente accompagnatrice; nella sala da musica risuonarono peregrine canzoni e nobili ritmi di quartetti e quintetti classici e sul volto trasfigurato di Violante si vide spesso rifulgere quel raggio di mistica esaltazione, quel riflesso esterno delle gioie divine che l’arte concede soltanto ai propri eletti. I due giovani andavano facendo una collezione [p. 38 modifica] delle opere letterarie musicali e di quelle in cui si parla di musica o che l’hanno ispirata: poeti, filosofi, romanzieri, tutti fornivano loro argomento di studi gravi, di commenti e discussioni. Presso i due Pleyel, ora stavano raccolti, sopra una larga tavola, fra le riviste d’arte, i libri prediletti: Shelly, Swinburne, il Manfredo di Byron, il Faust, qualche volume di Victor Hugo, le critiche del Bellaigue, gli scritti di Schumann, alcune novelle di Hoffmann e di Fogazzaro.

Essi conoscevano a fondo tutte le opere di Wagner, avevano fatto molte ricerche intorno alle origini delle fantastiche leggende nordiche, e il loro sogno più ardente era quello d’andare insieme a Bayreuth, non solo per le rappresentazioni meravigliose del Parsifal, ma anche per l’attrattiva speciale di quel teatro singolare il cui raccoglimento solenne pensavano dovesse schiudere nuovi orizzonti e procurare compiacenze nuove al loro intelletto.

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— Vi ricordate quand’ero piccina? — domandava Violante al suo maestro.

— Come lo ricordo!....

— Mi davate una grande soggezione. Alla prima m’avevate piaciuto tanto, ma poi mi sembraste d’una severità! quando non avevo studiato, che viso buio!

— Davvero? ero proprio così terribile? e [p. 39 modifica] adesso lo sono ancora? — chiese il giovane scherzando.

— Adesso? credete essere di facile contentatura?

il vostro giudizio mi ha sempre imposto, non solo nella musica, ma anche nelle altre cose, siatene certo...

— Nelle altre cose? non capisco, signorina.

— Ecco, per esempio, la sèra che andai a quel ballo, vi rammentate? una muta ma viva disapprovazione era nei vostri occhi... non so perchè...

mi sembrò che mi consideraste assai frivola...

— Che idea, Violante! non ispettano a me questi giudizii. Ella mi tiene per un selvaggio, mi fa torto...

— No, non intendo farvi torto. Voi non vi esprimete mai, ma io vi leggo in faccia quello che pensate, lo sento perfino nella vostra voce. Vi trovo molto sottile, Montalto, molto raffinato. E vero che tutte le fanciulle vanno al ballo, è una cosa assai comune, e il non andarvi formerebbe la più strana delle eccezioni... ma chi sa... appunto per questo... confessate... non siete forse un idealista?...

— No, signorina, non mi ritengo tanto sottile...

e se sia un idealista, l’ignoro. So soltanto che la mia sventura mi ha costretto a considerare molte umane cose come uno spettatore, ed è ben diverso, lo creda, il recitare in una commedia, dallo stare a sentire...

— È dunque tutta una commedia la vita? [p. 40 modifica]

— Press’a poco.

— E l’arte?

— Oh l’arte è una cosa celeste, specie nel silenzio di questa stanza. Mi faccia dunque sentire qualche cosa...

Violante prese un volume di Schumann, e, sedendo al pianoforte, lo aperse, a caso, al fascicolo della Krèisleriana

Era vestita di velluto bruno; le sue forme giovanili si modellavano castamente nel corpetto che saliva ad accarezzarle la nuca con un orlo di pelliccia; la manica era stretta al polso dalla stessa guernitura, e le mani lunghette, uscendo dalla morbidezza della lontra, parevano ancora più bianche e più affilate...

Maestro e scolara si chinarono una volta contemporaneamente sulla musica, per osservare un accordo, e uno dei riccioli fulvi e ribelli che contornavano la pura fronte di Violante d’un’aureola piena di luci dorate, sfiorò lieve lieve la guancia del giovane, che si sentì impallidire e s’affrettò a rialzarsi, col cuore in tumulto.


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La fanciulla aveva trovato in Montalto una guida morale.

Spirito profondo e ardente ricercatore del vero, senza volerlo forse, l’artista andava modificando i concetti un po’ falsi, un po’ superficiali ch’ella potesse avere attinti nell’elemento in cui era nata e [p. 41 modifica] destinata a vivere; ma pur essendo privo d’illusioni, egli si guardava nondimeno dal contaminare con un pericoloso scetticismo, l’anima candida e confidente della fanciulla, e soltanto la esortava a cercare in sè stessa, nella coscienza, nel carattere, nei gusti intellettuali le prime fonti della contentezza.

Entrambi possedevano al più alto grado l’istinto della pietà, perciò dallo scambio vivace delle loro idee era scaturito una tacita ma ardente aspirazione ai principii uanitarii.

Violante sentiva il bisogno dell’approvazione di Montalto, perfino nelle sue acconciature. Benchè non solessero mai intrattenersi di simili argomenti, ella capiva subito da uno sguardo, per il gusto squisito delle cose che nel giovane era innato, se il vestito che indossava, se quel colore e quella forma corrispondessero alla sua figura e al suo carattere.

E pure in tanta dimestichezza spirituale il latente amore non s’era ancor mai tradito.

In Violante un tale riserbo era naturale: ancora ignara delle lotte angosciose fra il cuore e la ragione che spesso torturano la giovinezza, ella godeva serenamente di quel profondo ma tranquillo affetto che crescendo con lei s era fatto un dolce compagno, una cara necessità, della vita.

Montalto invece era travagliato dal tormente d’una dominatrice ed invincibile passione, e dalla paura di tradirsi, come se una volta pronunziata [p. 42 modifica] la divina parola dell’amore dovesse inesorabilmente e per sempre dividerlo dalla creatura ch’egli adorava. Infinita e qualche volta crudelissima sofferenza. Ben sentiva Violante ch’egli, il suo devoto e fido maestro ed amico, non muterebbe mai, che nel volgere degli anni lo avrebbe sempre trovato eguale a sè stesso. Ma un’altrettale certezza non poteva rassicurare l’animo irrequieto di Montalto, e quando la sua scolara ebbe compiuti i vent’anni, egli non trovò più un giorno di pace.

Non era giusto che come tutte le altre fanciulle ella prendesse marito? Anzi non possedeva ella, in confronto alle altre, meriti maggiori, più seducenti attrattive? Non era giusto che anche la marchesa che ora aveva il buon senso di non preoccuparsene, col tempo, formasse, nel suo cuore generoso dei voti per l’avvenire di Violante? D’altronde a una tempra eletta come quella della fanciulla la vita doveva rivelare presto o tardi tutti i suoi misteri....

Così egli pensava, e quant’erano dolorosi quei pensieri! quale tortura! e come gli sembrava vuota, inutile la sua esistenza, nella crescente apprensione d’un fatto inevitabile!

Ogni giorno s’incrudivano i timori di Montalto; ad ogni apparire di persona nuova in casa Riace, ad ogni maggior frequenza nelle visite dei soliti amici, quella penosa fissazione lo martoriava, trovando pascolo incessante alle più strane fantasie.

Durante i lunghi mesi della campagna il [p. 43 modifica] tormento si faceva sempre più grave, perchè, dalle lettere che gli andava scrivendo, di tratto in tratto, la marchesa, egli risapeva tutti gli avvenimenti della vita alpestre, le gite, le escursioni, i ritrovi, i nomi degli ospiti, senza poter venire a cognizione dei particolari atti a schiarire i suoi dubbi; e quando si recava egli stesso a Villa Vittoria, il piacere di quel soggiorno gli era poi turbato, alla partenza, da tristissimi rimpianti e da un’incertezza senza fine.

Il contegno di Violante era sempre eguale con tutti, molto cortese e molto riservato; eppure quante volte già l’avevano fatta sposa! quante volte al circolo, al liceo, nelle case dei suoi scolari gli avevano chiesto se la signorina fosse realmente fidanzata come si narrava, ed egli, pur negando, s’era sentito tremare e impallidire sotto l’impressione violenta di quella domanda!

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Violante aveva compiuto i ventidue anni e il pericolo cresceva. Senza essere bella, ell’aveva raggiunto tutta la pienezza del fiore giovanile e la più alta ed intensa intellettualità dello spirito traluceva dal suo volto delicato e nobile, come una fiamma viva.

Era sorto ancora una volta il triste giorno della separazione estiva. Oppressa dall’afosa atmosfera di luglio, la marchesa non dissimulava la sua contentezza per l’imminente viaggio che doveva [p. 44 modifica] trasferirla in più omogeneo clima. Violante era alquanto pensierosa. I pochi amici rimasti in città avevano preso congedo; solo Montalto, riluttante più che mai al doloroso distacco, s’era trattenuto fino a tarda sera in casa Riace.

Stavano tutti e tre nella grande sala da musica, colle finestre aperte; le giardiniere erano vuote e i pianoforti già coperti con la loro tela; un gran mazzo di papaveri finiva d’appassire in un vaso indiano, e molti petali bianchi, violacei, scarlatto, giacevano sul pavimento. I libri, la musica erano stati spediti in villa, la sala aveva preso l’aspetto sconsolato delle ore di partenza e d’addio.

Violante, seduta al pianoforte, appoggiava la testa alla mano, con atto meditabondo, cosa insolita in una natura attiva e vivace come la sua. Ella portava in seno un mazzolino mezzo appassito di gelsomini la cui fragranza penetrante, ad ogni suo movimento, veniva da lontano, soavissima, in volto a Montalto. La marchesa che doveva finire una lettera, s’allontanò per un momento, ed egli andò a mettersi al suo solito posto accanto alla fanciulla. Poi scopersero insieme la tastiera, vi posero le mani e si misero involontariamente a cercare degli accordi consonanti. Montalto aveva toccato il tono di fa diesis minore, il prediletto di entrambi: Violante accennò ad una tenue melodia, egli vi mise il basso è così improvvisarono alcun tempo, come spesso solevano, senza parlarsi e con mirabile unità d’ispirazione. [p. 45 modifica]

— Verrete a trovarci maestro? — domandò alfine la fanciulla.

— Grazie, verrò, ma che giova? sono cinque mesi di lontananza... è una nuova stagione che si chiude; chi sa se essa potrà rinnovarsi, se ci ritroveremo come ci lasciamo!

— Io lo spero, lo credo... preghiamo Iddio, — disse Violante, pensando semplicemente alla continuazione di quella sua vita serena, irradiata dall’affetto della madre e degli amici e dai diletti dell’arte.

— Sì, preghiamo! — mormorò Montalto, che la fede profonda della fanciulla aveva sempre intenerito.

E stettero ancora alcun tempo seduti, uno accanto all’altro, senza proferire parola, senza che le loro mani, forse desiderose di stringersi almeno una volta, si fossero mai incontrate, tinche all’orologio della torre vicina suonò la mezzanotte.

Quei suoni squillanti sembravano entrare come lugubri rintocchi dalle finestre. Poco dopo la marchesa ricomparve. Il maestro s’accomiato con brevi, soffocate parole e partì con un senso di strazio nel cuore.


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La città era deserta, Montalto aveva sospeso le sue lezioni private e anche il liceo doveva chiudersi tra poco. Benché vivesse m famiglia, gli sembrava d’essere molto solo; cogli alunni si [p. 46 modifica] sentiva distratto; non trovava pace in alcun luogo; l’atmosfera estiva gli dava un’oppressione insopportabile, dalla musica stessa non traeva conforto; appena gli riesciva di leggicchiare qualche giornale o qualche libro senza ricavarne alcuna sodisfazione dello spirito.

Le signore di Edace avevano risolto di fare una breve cura a Viareggio prima di recarsi a Villa Vittoria: le loro notizie erano brevi e scarse.

Compiuti gli esami e il saggio finale al liceo, Montalto si sentì preso da maggiore affanno, capì che non poteva più reggere in città e andò a stabilirsi con sua madre e sua sorella in un villino del Cadore, che già da qualche anno soleva prendere a pigione. Poco tempo appresso, insensibile al benefizio dell’aria alpestre, egli ammalò di neurastenia e ci volle lo sforzo eroico della sua volontá per reagire contro l’irritazione nervosa che lo aveva sopraffatto. Egli sofferse assai e la lunga convalescenza gl’impedì d’accettare l’invito della marchesa, che s’era sempre informata col più vivo interesse della sua malattia e che ora lo chiamava insistentemente a Villa Vittoria.

Montalto era afflitto di quella grave privazione e del mutamento subentrato per necessità nei suoi più cari progetti, ma era meno scoraggiato, meno abbattuto d’animo.

La contemplazione continua della natura e dei grandi paesaggi alpini, che rinforzando la fibra fisica inrobustiscono anche l’anima, il continuo [p. 47 modifica] esercizio della volontà sulla materia, lo avevano reso più tranquillo, più rassegnato e più forte.

Ma, la sera istessa del suo ritorno in città, essendo egli andato al circolo degli artisti per rivedere gli amici, quella quiete conquistata con tanta fatica fu subito messa alla prova.

— E nulla mi racconti di casa Edace — gli domandò a bruciapelo, dopo i primi saluti, uno scultore che aveva cominciato quell’anno a frequentare il salotto della marchesa.

— Di casa Riace? non so nulla — rispose Montalto, fremendo già da capo a piedi; — io torno dal Cadore.

— Allora capisco. Stavolta credo non si tratti di ciarle. La marchesina ha trovato finalmente il proprio ideale.

Benché Violante fosse una fanciulla superiore a qualsiasi osservazione, il suo sistema di vita un po’ originale, la sua riservatezza, la noncuranza che mostrava dei divertimenti e l’indifferenza versa gli uomini strappavano) qualche volta ai suoi stessi ammiratori certi commenti non privi d’un leggera sarcasmo.

Montalto non rispose. Gli era piombato addossa un gran freddo.

— Ah! dunque non sai nulla! — insistette lo scultore. — Sicuro, dicono che sia una conoscenza fatta ai bagni di Viareggio: il figlio d’un amba— sciatore, se non erro...

— Sarà benissimo — balbetto finalmente ´ [p. 48 modifica] Montalto, fingendo di osservare un giornale illustrato per coprirsene il viso.

Egli ingollò in fretta il caffè che aveva, ordinato e, per sottrarsi alla loquacità del suo interlocutore che si perdeva ingenuamente in fantastiche induzioni, partì subito dal circolo. Egli aveva il cuore in tumulto, il cervello in disordine.

Ma in quel disordine, una subita luce si fece, una risoluzione improvvisa.

Gli rimanevano ancora quattro giorni di vacanza... dunque egli doveva partire, partire senz’altro, andare a Villa Vittoria a vedere da sè, a convincersi della realtà del fatto. Tutto, piuttosto che quella crudele incertezza!

Guardò il suo orologio: era già tardi, non arrivava più in tempo a prendere il diretto della sera. Villa Vittoria era alquanto lontana: ci volevano sei ore per raggiungere l’ultima stazione ferroviaria e poi un’ora e mezzo di carrozza per salire la montagna. Egli passò una notte agitata ed insonne; il domane, resistendo alle amorose istanze della madre, che forse da lungo tempo indovinava lo stato del suo animo e voleva trattenerlo ad ogni costo, si fece condurre alla stazione. Quando si trovò in viaggio, per buona ventura affatto solo nel suo coupè, gli parve di respirar meglio, d’essere più tranquillo, quasi rasserenato. Saprebbe almeno... non rimarrebbe due mesi in quell’apprensione angosciosa....

Piovigginava e la giornata d’ottobre era [p. 49 modifica] malinconica. Egli si provò di leggere la Gazzetta musicale che aveva presa seco, ma non gli riuscì di trovarvi alcun interesse. S’accostò al finestrino e guardò a lungo il paesaggio monotono e nebbioso. Così mesta, incolore, desolata gli appariva la sua vita, nella minaccia di perdere Violante. Egli si faceva un acerbo rimprovero di non potersi dedicare per intero alla madre sua e alla sorella, a quelle due così sicure e immutabili affezioni, e ne sentiva un rimorso gravissimo ma inefficace. Immaginava sempre Violante fidanzata, poi sposa. Certamente ella sarebbe rimasta una buona e fedele amica, ma i loro rapporti per necessità dovevano mutarsi; altri impegni, altre cure l’avrebbero distolta dalla musica e perciò da lui, costringendola forse a cambiar dimora, e allora la separazione diventava assoluta. Insopportabile pensiero! eppure gli era forza accoglierlo in se, abituarvi sì, anzi convincere la propria ragione, dissimulare quella folle battaglia che lo rendeva ridicolo.

Nel pomeriggio cessò di piovere, una zona di luce infiammò il vasto orizzonte, il tramonto gli parve un grande incendio.

Giunto finalmente all’ultima stazione, egli prese una carrozza e si fece condurre alla villa. Era già l’ora del crepuscolo quando gli apparvero da lontano, sfumati nell’ombra, certi gruppi noti di alberi giganteschi che adornavano il parco. Aveva percorso con grande trepidanza quella valle alpestre il cui paesaggio gli era familiare e caro; [p. 50 modifica] avvicinandosi alla dimora di Violante, gli sembrò che da ogni parte, dalle cime eccelse ch’era solito contemplare con lei, dalle vie, dalle piante, dalla croce d’un campanile che fino a quel momento aveva brillato da lontano, gli venissero incontro ricordanze dilettose che la sua angoscia rendeva ancor più vive. Non si vedeva il lago, ma s’indovinava in un’insenatura di rocce.

Montalto volle scendere al cancello e, congedato ivi il vetturale, si fermò alcuni minuti a guardare intorno a se, con un improvviso senso di meraviglia, aspettando che si acquetasse un poco il battito violento del suo cuore. Poi, mentre dolcemente annottava, egli prese con passo lento e faticoso il viale dei platani secolari che conduceva diritto alla villa. Un profumo di rose autunnali veniva dal giardino colla brezza della sera, e egli vide ancora biancheggiare fantasticamente. fra gli arbusti, dei grandi cespi di crisantemi in fiore. Entrò da una porta secondaria, la porta di servizio, e il vecchio cameriere di casa Riace, immaginando qual gioconda e gradita sorpresa quella venuta improvvisa «dovesse recare alle sue due signore, lo pregò di presentarsi senza essere annunziato.

Il pianterreno della villa era occupato in parte da un immenso salone che divideva dall’anticamera una parete a cristalli. Leggeri cortinaggi interni velavano i vetri, ma non così la porta, che in quel momento era socchiusa e sul cui limitare Montalto si trattenne alcuni secondi. [p. 51 modifica] Intorno alla marchesa Vittoria, s’aggruppavano, quel momento, varie persone: Violante, un po’ discosto dagli altri, un po’ abbandonata sulla sua seggiola discorreva animatamente con un signore che le stava dinanzi e ch’egli non conosceva.

Montalto entrò, sforzandosi d’essere calmo.

Violante fu la prima a vederlo. Ella balzò in piedi esclamando: — Oh mamma, il maestro! — e gli corse incontro festosa.

La marchesa e gli altri ospiti, a lui noti, si alzarono e gli si strinsero intorno per dargli il benvenuto e per informarsi della sua salute, solo quello sconosciuto rimase in disparte aspettando una presentazione. E subito la marchesa disse:

— Il professore Gabriele Montalto, il Conte Golis...

Montalto avvolse con un solo sguardo la figura più che corretta, elegante e diplomatica, di quell’estraneo ch’era un bellissimo giovane, e sfiorò appena la mano ch’egli gli porgeva.

Violante s’affrettò di farlo sedere, lo accolse con una certa effusione, con una cordialità ancor più affettuosa del solito, e gli si mise accanto facendogli molte domande sulla sua malattia, chiedendogli premurosamente notizie di sua madre.

Poco appresso, il cameriere aperse la porta della contigua sala da pranzo e gli ospiti andarono a raccogliersi intorno alla tavola gioconda di freschi fiori, di vasellami d’argento, di porcellane antiche, di vetri limpidissimi. Violante stava [p. 52 modifica] fra il suo maestro e il conte Golis, che parlava molto e che non tardò a fare uno sfoggio più o meno felice delle sue molteplici cognizioni. Quella sera, forse allo scopo di guadagnare il maestro che sapeva molto affezionato alla casa Riace, egli avviò, con destrezza, il discorso sulle arti e si perdette in un facondo confronto fra la musica teatrale e la musica istrumentale, volgendosi quasi sempre a Violante.

— La musica istrumentale — concludeva egli — è meno accessibile al pubblico e più elevata ma mi dà l’idea d’un paesaggio solitario senza traccia di figure umane...

— La musica è bella sempre, sotto qualunque forma il genio si compiaccia di manifestarcela, ma io trovo — rispose Montalto — che qualche volta la figura dell’uomo turba con un triste ricordo di meschinità e di miseria l’imponente grandezza della natura...

— Passi per l’uomo — riprese ridendo Golis, che voleva apparire molto garbato e conveniva per principio — ma se fosse una figura di donna? non mi negherà che la donna abbellisce tutto...

— Oh nemmeno la donna — replicò freddamente Montalto — un’unica donna, sì, lo credo, ma non la donna in genere.

— Il suo professore è molto esclusivo, marchesina! — disse il conte Golis a Violante, che sorrise, mentre sul suo volto profilato una rosea fiamma si diffondeva. [p. 53 modifica]

Il nostro buon maestro è un filosofo, ma è forse un po’ pessimista — esclamò la marchesa con un benevolo sguardo.

— Me n’ero accorto!

Montalto s’era fatto pallido. Mai aveva egli espresso, su quel delicato argomento, un’opinione cotanto recisa e se ne rammaricava acerbamente; ma come il dottor Bruni, che si trovava fra gli ospiti, s’affrettò a deviare il discorso, egli non aperse più becca concentrandosi nel raccoglimento che gli era abituale in presenza di molta gente.

Dopo il pranzo Violante fu richiesta di suonare. Ella si rivolse a Montalto:

— Volete farmi il basso d’una sinfonia di Brahms?

— Mi dispensi, cara signorina, sono stanco e... d’altronde...

— Siete un po’ cattivo, stasera, maestro mio?

— Può darsi, anzi sarà, se ella lo dice. Quella lunga malattia m’ha lasciato per ricordo una grande irritazione nervosa. Ho bisogno d’ascoltare più che di suonare, ascoltando diverrò buono...

Violante lo guardò con un sorriso arguto.

— Una ninna nanna desiderate?... È una cosa nuova, ascoltatela voi solo, mentre gli altri parlano.

E cominciò a suonare a memoria una delle ultime pagine di Grieg.

— Mi piace — osservò Montalto — l’autore si riconosce, ma è molto lamentevole... [p. 54 modifica]

— Non è fatta per un bambino, è fatta per assecondare il lamento d’una creatura che soffre. Ero triste anch’io quando la studiai, in settembre...

— E ora?

— Ora non più. Perchè lo sarei? Eravate ammalato in quel tempo e io stavo in gran pena.

Il conte Golis, male informato da Bruni, si avvicinò dicendo che veniva ad ascoltare la berceuse di Montalto. Violante voleva rettificare l’errore, ma il maestro, preso da un ghiribizzo artistico, la pregò, con uno sguardo, di tacere.

— Bene, bene. Come si sente l’autore italiano! — sclamò il giovinotto. — Io, per verità, sono amantissimo di quei ritmi vaghi, di quelle armonie delicate che distinguono gli autori nordici moderni...

— Difatti — rispose Montalto, molto serio — quei musicisti sono altamente poetici.

— In grazia, signorina, vorrebbe ripeterla ancora una volta? — domandò Golis; ma dopo poche battute egli interruppe la compiacente ma un po’ stizzita suonatrice:

— Mi compatisca, professore, non sente questo accordo? non le sembra un po’ duro, un po’ arrischiato forse? siamo in la minore, e, se non erro, passiamo in...

— Scusi, signor conte — osservò pacatamente Montalto, imponendo questa volta, con uno sguardo quasi imperioso, il silenzio a Violante che insorgeva per difendere il torto che gli veniva fatto, [p. 55 modifica] sotto il nome di Grieg, e frenando a stento l’accesso d’intolleranza artistica che lo aveva preso — eravamo in sol minore, ma c’è un pedale ed ella sa meglio di me che sul pedale passano tutti gli accordi...

Golis simulò di tacere per cortesia, si morse le labbra e ascoltò in silenzio la fine della berceuse, ebbe una parola amabile d’encomio per l’esecutrice, poi si volse a parlare con altri.,

— Come m’avete fatto soffrire, Montalto! — osservò la fanciulla, rammaricata.

— Non ne vale la pena davvero. Fu un piccolo esperimento sulle umane prevenzioni e non il primo che faccio, un capriccio momentaneo del quale mi pentii subito, per lei che è così pietosa... ma non ero più in tempo a rimediarvi, senza fare un male maggiore...

— Siete stato generoso anzi...

— Oh no, Violante! — disse il giovane che si rimproverava d’aver approfittato di quell’equivoco con un po’ di malvagità virile; — nè generoso, nè garbato. Ho fatto male a venir qui, lo sento; oh! mi perdoni, mi perdoni! Avevo tanto bisogno di rivedere lei e la marchesa dopo questi lunghi mesi!

— E noi? quanto v’abbiamo aspettato! Ma io vorrei sapervi contento, sereno...

— Lo sono, marchesina — rispos’egli con una certa fierezza. — Il lavoro mi farà bene. Quell’ozio forzato mi umiliava. Ma non parliamo di me, parliamo piuttosto di lei. Che cosa legge ora?... [p. 56 modifica]

— Rileggo Shakespeare, o per meglio dire lo studio. Poi Grolis ha portato da Parigi qualche volume di Maupassant, di Gyp, le novelle di Coppée...

— Spero che farà una scelta fra questi libri...

— Perchè? non avete detto altre volte che io potrei leggere qualunque cosa?

— È vero, signorina, ho forse pensato che nulla dovesse recar meraviglia alla sua indulgente bontà... d’altronde qual diritto avrei di giudicare delle sue letture? Soltanto mi sembra che se il genio ha in sè il potere d’attutire l’effetto delle proprie licenze, i prodotti del talento contengono spesso delle malvagità latenti che nessuna forza purificatrice, nessuna grandezza riesce ad elidere. Non turbi la sua anima, Violante.

Egli era stato poco con lei, appena due o tre s ore, e già la fanciulla sentiva in sè l’impero strano delle sue idee, dei suoi giudizi, come un’aura di protezione invisibile che la circondasse.


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Prima di ritirarsi nelle proprie stanze, la marchesa, rimasta sola per caso con Montalto, gli domandò:

— Che cosa vi pare del conte Golis?

— Non saprei, signora, l’ho veduto così poco..

— Vi è simpatico?

Il giovane esitava a rispondere.

— Ditelo francamente. [p. 57 modifica]

— Ella mi costringe ad una sincerità poco cortese, marchesa. No, non mi è simpatico.

— Perchè?

— Che vuole. .. non saprei... certe cose non si possono definire. È un’impressione personale: sarà erronea, certamente.

— Credo difatti che stavolta il vostro giudizio non abbia la solita perspicacia. Golis è un giovane per bene, colto, d’ottima famiglia, occupa già un posto ragguardevole al Ministero e ha dinanzi a sè un brillante avvenire...

— Lo credo, marchesa. Io fui richiesto e risposi quanto mi pareva.

— Dunque egli non vi sembrerebbe un compagno adatto per Violante?

— Non posso esser buon giudice nemmeno in questo — disse il giovane celando l’improvvisa pallore del suo volto dietro il grande cappella della lampada; — ora intendo... egli aspira alla mano della signorina? — soggiunse con voce tremante.

— Pare. Devo questa confidenza alla vostra sicura e provata amicizia. Mi rincresce che non vi sia simpatico, perchè fra tutti quelli che mostrarono una certa inclinazione per Violante è l’unica che mi piaccia, capitemi bene, quanto può piacermi l’uomo che mi vuol rapire la mia figliuola... Tuttavia vi sarà facile comprendere che la speranza di vederla felice mi farebbe accettare di buon grado qualunque sacrifizio... [p. 58 modifica]

— Dunque la signorina... — mormorò Montalto.

— Non si è mai espressa chiaramente. Sapete che Violante è alquanto originale, un po’ chiusa forse... e poi si tratta di determinazioni così serie.... Però se dovessi giudicare dalle apparenze... per lievi che siano...

— Concluderebbe...?

— Per il sì. Del resto c’è tempo a riflettere. Violante è molto saggia. Ella deciderà a norma del suo buon senso. Io la lascio libera affatto... non voglio esercitare influenze, nè assumermi responsabilità troppo gravi. Chissà che non vi faccia una qualche confessione?

Montalto non rispose. Egli si sentiva male e non desiderava altro che la fine di quel colloquio per potersi ritirare, per poter esser solo prima che la sua angoscia lo tradisse.

La marchesa, preoccupata già da altri pensieri non s’avvide dell’alterazione che il giovane, d’altronde, faceva ogni sforzo per dissimularle. Appena gli tu possibile egli s’affrettò a lasciarla, e camminando a stento si ridusse nella propria stanza, nè mai più grave gli sembrò la deformità che lo incatenava, che lo privava perfino dell’agognato sollievo di andar fuori nell’aperta campagna, d’errare senza posa per i luoghi più solitari, d’effondere nei misericordiosi silenzi della natura la sua desolazione.

Fu una notte di delirio, di pazzia.

La mattina, affacciandosi alla finestra, vide [p. 59 modifica] Violante passeggiare col conte Golis, dinanzi alla villa, nel largo piazzale soleggiato e fra le aiuole ove, favorite dal mite autunno, fiorivano ancora, rigogliosamente, le begonie, le olezzanti vaniglie, le salvie di fuoco.

La fanciulla lo scorse tosto e gli fece un cenno gentile con la mano, ma egli si ritirò appena ebbe corrisposto al saluto. Mai gelosia più atroce e torturante aveva assalito cuore d’uomo. Non era la gelosia crucciosa e volgare del sospetto, era la gelosia dolorosa e desolata di colui che si vede strappare da un estraneo, incapace di apprezzarne il valore, l’unico suo bene, la vita istessa; era la gelosia che non può accusare nessuno, che non può trovare sfogo, che si sente irragionevole, ingiusta, quasi malvagia e la cui violenza cresce a misura della propria follìa.

Che cosa domandava egli a Violante? che cosa s’aspettava da lei?... non era già un bene insperabile la dolce amicizia, la confortevole fraternità artistica che gli veniva concessa? Aveva egli diritto d’interporsi, di desiderare che Violante non si sposasse? Non sarebbe questo il frutto del più mostruoso egoismo? No, no, egli l’amava troppo, l’amava al di là di qualunque umana debolezza, sentiva che avrebbe dato volentieri la esistenza per saperla felice.....

Ma perchè quel conte Golis lo irritava tanto? Gli sembrava così vanitoso e superficiale! Un altro forse non lo avrebbe irritato a quel modo. [p. 60 modifica]

E Montalto cercava, cercava, ma sempre indarno, nella sua mente, l’uomo adatto per Violante. E forse quella sua contrarietà quasi selvaggia non era figlia dell’egoismo.

Profondo ed assiduo osservatore, come tutte le anime solitarie, egli conosceva molto gli uomini e le loro depravazioni e aveva la facoltà singolare di giudicarli a prima vista, dai tratti della fisionomia, da un atto, da una parola. E poi, nel suo pensiero, aveva posto quella creatura così in alto, che nessun uomo, compreso sè stesso, stimava degno di conquistarla.


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Egli discese assai tardi. Era sempre un poco lento nella sua toilette, e Violante, che s’alzava spesso all’alba, soleva qualche volta canzonarlo amorevolmente per quella pigrizia.

Il cameriere gli disse che le signore erano andate con gli altri ospiti in un boschetto non lontano dalla casa, e che speravano volesse ivi raggiungerle.

Montalto preferì d’aspettarle nel salone, e prese in mano lo spartito del Siegfried, ma ne aveva appena sfogliate alcune pagine quando comparve la signorina di Riace.

Il volto di Violante era insolitamente turbato. Il giovane s’accorse subito ch’ella si trovava in preda ad una forte agitazione: senza fallo quella mattina Golis s’era dichiarato anche con lei. Egli [p. 61 modifica] si concentrò quindi in sè stesso e raccolse tutte le proprie forze per poter apparire tranquillo.

— Buon giorno, marchesina! — esclamò con una forzata giovialità.

— Buon giorno, caro maestro. Non avete voluto venire nel bosco?

— No, signorina, mi stanco facilmente e perciò mi son fatto lecito di rimanermene in casa.

Violante gli sedette accanto e gli porse un fiorellino che aveva trovato per via, un colchicum autumnale.

— I Tedeschi danno a questo fiore un nome intraducibile — disse Montalto, — Herbstzeitlose...

— Ah sì, proprio intraducibile — mormorò la fanciulla, con aria distratta, poi soggiunse:

— Io venni qui con un pretesto qualsiasi, perchè ero sicura di trovarvi e perchè vi devo parlare...

Il giovane si sentì venir meno. «Ora me lo dice» pensò «ora mi dà la morte».

E come Violante esitava, per non attendere troppo a lungo l’inevitabile ferita egli coraggiosamente la prevenne:

— È il suo matrimonio che vuole annunziarmi, signorina?

— Il mio matrimonio? no no, Montalto, non siamo ancora a questo punto! Venivo piuttosto a domandarvi un consiglio perchè poi, entro la giornata, non ci troveremo più soli e...

— Un consiglio? a me? Oh, per carità, [p. 62 modifica] Violante, me ne dispensi. Ella è una creatura che non ha bisogno di consigli. Non è sicura di ciò che sente? non ha interrogato il proprio cuore?

— Il mio cuore è così strano... — mormorò la fanciulla, chinando il volto, sul quale si diffondeva il pallore d’una commozione profonda.

— Ella lo sa, lo abbiamo detto tante volte — continuò Montalto a cui la visione angosciosa del prossimo sacrifizio dava una nobile alterezza — nelle anime elette l’unica cosa che giustifica il matrimonio è l’amore.

— Lo so, Montalto — rispose molto piano e con singolare accento la fanciulla, sollevando verso di lui lo sguardo smarrito.

— Ebbene, rifletta, rifletta molto, non decida se non dopo avere pensato assai... — disse il giovane con calma grave. — La felicita, Violante, è un bene che sta qualche volta nel nostro arbitrio di cogliere o di respingere... dipende dalla profonditá dell’intuizione.

— Ma voi, voi, Montalto, che avete idee così rette e sagge, voi che solevo chiamare la mia coscienza... perchè non volete esprimervi?

— In verità, marchesina, la sua domanda è singolare. Ho detto anche troppo per ciò che mi spetta, e in quanto alla mia coscienza essa si tace...

Era in quel giorno memorando, dinanzi all’incalzante problema della sorte, che la verità, forse mai indagata, doveva illuminare l’anima di Violante d’una gioia nuova e senza confine. [p. 63 modifica]

Ella certo non esitava, ma era giunta all’ora estrema e decisiva in cui necessita la parola rivelatrice che determina il concetto nebuloso del sentimento e ne afferma il possesso.

Montalto non poteva dirla quella parola, mai non la direbbe.

Un silenzio di morte gli era piombato in cuore.

— Si calmi, di grazia, si calmi, Violante! — implorò egli, soltanto, quando vide che la fanciulla, all’apparire della marchesa e degli altri ospiti, s’andava sempre più fortemente turbando.

La colazione fu poco animata. Qualche cosa di pesante, di oppressivo sembrava regnare sulla mensa e sugli invitati, per quanto Golis e il dottor Bruni si studiassero di ravvivare il discorso.

Appena alzata da tavola, la marchesa invitò Montalto ad ammirare i suoi nuovi crisantemi giapponesi, poi, il conte essendosi ritirato per attendere alla propria corrispondenza, il vecchio medico, entusiasta di Wagner, insistette alquanto onde Violante suonasse Non senza riluttanza, la gentile fanciulla si mise al pianoforte, esortando il suo maestro di venirle accanto.

Sul leggio stava ancora lo spartito del Siegfried, e i due giovani cominciarono a passarne qualche brano.

Montalto, esaltato dall’eroica e fiera risoluzione di vincersi e di dissimulare, parve tutto assorto dalla musica, Egli aggiungeva con la mano destra qualche nota del canto, oppure lo veniva [p. 64 modifica]lievemente accennando con la voce, una voce debole, ma così eguale e così intonata che nell’udirla Violante provava sempre un vivo diletto.

Quel giorno ella ne sentì vibrare i suoni dolorosi e toccanti entro se stessa. Le sue mani tremarono sulla tastiera, ma a poco a poco ella si rincorò, e il grande dramma wagneriano finì per affascinare col suo inebriante impero, fino all’oblio d’ogni cosa presente, quelle due anime che l’arte vincitrice deliziosamente allacciava.

Era il terz’atto, era la scena meravigliosa quando Sigfrido va a ridestare sulla roccia, in mezzo a una cerchia di fiamme, la dormente Brunilde, condannata dal padre a quel sonno espiatorio finche non l’avesse vinta un uomo ignaro della paura; era l’ardentissima scena in cui la superba Valchiria, già invaghita dell’atteso liberatore, del sognato eroe, esclama: «Se tu sapessi, gioia dell’universo, come t’ho amato sempre, come sempre sei stato il mio pensiero e il mio tormento...»

E ad un tratto tutto quanto li circondava sembrò sparire agli occhi dei due giovani: essi non videro più che la vetta incandescente e incantata ove la bellissima figlia degli dèi effondeva i suoi vergini ardori nell’anima tumultuosa del mortale guerriero, più non udirono che quella musica fremente d’una irresistibile passione.

I loro occhi, che fino ad un certo punto s’erano sfuggiti, s’incontrarono senza volerlo, quando la trepida amante dice: «A me di Sigfrido la stella [p. 65 modifica] in cielo appare» ed egli risponde: «Brunilde è l’unica mia, è il tutto, l’eterno,» e in quello sguardo un’unità celeste rifulse.

Una quiete profonda era scesa nel cuore di Violante, un senso strano d’appagamento e di tenera pace; le sembrava che anche per lei, come per Brunilde, fosse venuta l’ora solenne che determina il destino.

Montalto, ripreso dal dubbio, rimase ancora in preda ad una crudele e furiosa tempesta. Nè più si parlarono in quel giorno.

Nel pomeriggio il maestro chiese ad un cameriere a qual’ora il diretto passasse dalla città vicina.

A questa domanda si sollevò un coro di proteste diverse.

— Montalto parte? ma volete lasciarci ormai? non è possibile! non lo permettiamo!

Fra le altre, il giovine potè discernere una voce un po’ eccitata, ma pur dolcissima, ch’esclamava inconsciamente, obbedendo ad un intimo impulso:

— Ma Gabriele!

Egli non aveva mai udito Violante proferire in tal guisa il suo nome e si volse come trasognato, anzi lo credette un sogno. Ma non si lasciò smuovere dal proposito di partire, ben comprendendo nella delicata coscienza che la sua volontà poteva esser vinta dall’indomato amore.

Un’ora dopo la carrozza di casa Riace lo accompagnò alla stazione. [p. 66 modifica]

Egli viaggiò solo, nel buio della notte, col martirio di quella pena atroce, che solo confortava di tratto in tratto, nel vaneggiamento dell’esaltata fantasia, l’ineffabile dolcezza d’un ricordo: la voce prediletta che lo chiamava col suo nome.


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La madre di Montalto era una donna di media età, che le cure è i patimenti avevano precocemente invecchiata. Piccoletta di statura e bianca di capelli, vestiva sempre con semplicità ricercata e quasi claustrale, possedeva quella grazia particolare che dà il candore dell’animo congiunto alla nobiltà del sentimento, quella quieta soavità di modi che deriva dall’abitudine del rassegnato soffrire: era il tipo delle gentildonne d’un tempo che l’avversa fortuna condanna alla reclusione e all’oblio. Adorata da suo figlio, lo adorava, vegliando come una fata benigna sulla piccola casa geniale ch’egli s’era procurata, col frutto del suo lavoro. Ricordi d’arte, ritratti di musicisti colla firma autografa, schizzi di pittori celebri formavano il più bell’ornamento di quell’appartamentino modesto ma spirante un’aura di onesta serenità. V’era anche qualche memoria di Violante, certe trine, certi ricami di stile antico, eseguiti con mano maestra e con gusto perfetto, poiché ella ci veniva talvolta, con la madre, in quella casa, attratta dall’angelica bontà della signora Montalto, chiamata [p. 67 modifica] forse da una simpatia misteriosa verso colei che aveva dato la vita a Gabriele.

Quando il maestro vi tornò, inaspettato, all’alba, la vigile signora era già alzata e stava innaffiando, con amorosa cura, alcuni suoi vasi di fiori sul davanzale della finestra, nella stanzetta da pranzo. Ella fece un’esclamazione dì gioia nel rivederlo, ma subito s’accorse ch’era pallido in volto e, interrogandolo ansiosamente cogli occhi, lo trasse seco, in un angolo, sopra un sofà. Il giovane non rispose, ma le si abbandonò fra le braccia con un singhiozzo così disperato, che senza più parlare ella comprese il segreto.


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Furono quelli due lunghi, penosi mesi d’aspettazione. Alcune lettere della marchesa vennero ad interromperne l’insopportabile monotonia. Ogni volta Montalto ne lacerava la busta con mano febbrile, tremando di trovarvi l’annunzio «Violante è fidanzata ». Non era sì forte in lui la tema che la fanciulla potesse spontaneamente corrispondere alla simpatia di Golis, quanto il sospetto che, da sviscerata figlia quale s’era dimostrata sempre, ella finisse per sacrificarsi al tacito desiderio della marchesa. Ma da quelle lettere nulla di speciale mai trapelava, e domandare egli non avrebbe osato; anzi, per paura di dover udire una di quelle notizie vaghe che formano il pascolo dei curiosi e [p. 68 modifica] degli indifferenti, s’era messo perfino ad evitare i ritrovi e gli amici.

Nelle due ultime settimane di novembre non seppe più nulla, ma informatosi al palazzo Riace, intese dal portiere che le signore erano presso a tornare, e un bel giorno, una cartolina della marchesa lo avvertì che la sera sarebbero giunte e che lo aspetterebbero.

Non fu mai con tale e sì angosciosa incertezza che Montalto varcò la cara soglia di quella casa ove aveva trascorso le più belle ore della sua vita. Sulle scale dovette soffermarsi a lungo, per riprendere fiato e coraggio. Introdotto nel salottino familiare ove, in mezzo al geniale disordine dell’arrivo, le signore Edace ricevevano già alcuni intimi amici, Montalto v’ebbe la solita accoglienza gentile e piena d’amorevolezza, ma nulla egli potè leggere in volto alla marchesa, nè nello sguardo concentrato di Violante. Non osò nemmeno trattenersi più a lungo degli altri; ma; mentre s’accomiatava, la fanciulla gli disse:

— Spero che m’avrete serbata la mia ora, maestro. Sono una vecchia scolara, ho ventitrè anni, ma non rinunzio alle mie lezioni...

Montalto s’inchinò sorridendo, alquanto rincorato.

Ma quella dell’indomani non fu una lezione, fu un colloquio, come sempre avveniva al ritorno dalla campagna.

Appoggiato al pianoforte, Montalto di solito si [p. 69 modifica] dilettava ai vivaci racconti della fanciulla intorno alla vita campestre, intorno ai suoi studi sulla natura, alle sue osservazioni e ai suoi esperimenti nel campo pietoso della carità, a tutte quelle intime gioie di cui egli solo forse godeva la fraterna confidenza. A poco a poco il discorso volgeva sulle cose d arte, e allora il dialogo si faceva sempre più animato, perchè ciascheduno vi portava la sua parte d’idee nuove e degne di completare la somma dei comuni criterî artistici.

Montalto, pero, non era raggiante come di consueto a quel ritorno. Una nube fosca gli ottenebrava la fronte e, come volesse discacciarla, egli vi passava di tratto in tratto una mano, sollevando i folti capelli nella cui nerezza, per la prima volta, due o tre fili bianchi erano venuti a luccicare. Finalmente, sentendosi incapace di sopportare più a lungo quell’angoscia, egli domandò, con voce lenta e un po’ alterata:

— E di lei, marchesina, di lei non mi dice niente?...

— Che cosa dovrei dirvi?

C’era forse un senso d’innocente astuzia femminile nella reticenza di Violante, ma, all’improvviso, volgendo gli occhi verso di lui, ella scorse quei capelli bianchi, e un’immensa, una infinita tenerezza le rifluì nel cuore.

— No, Montalto — disse con improvvisa serietà non ho nulla di particolare a comunicarvi.

— Non ha accettato? — balbettò il giovane, facendosi smorto in volto. [p. 70 modifica]

— No, non avrei potuto accettare.

— Oh Dio! — esclamò egli, inconsapevolmente, sentendosi soffocare dalla gioia.

— Siete contento, Gabriele?

— Io contento? — mormorò il giovane riprendendo tosto possesso di sè; — è la sua felicita che deve farmi contento, essa e il mio più ardente desiderio.

— Lo credo, amico mio — disse Violante, volgendogli uno sguardo velato di lagrime, — vi conosco così bene!

— Dunque è tutto finito?

— Tutto finito.

— Per ora ella rimane fra noi?...

— Per sempre, Gabriele.

E, quasi senz’accorgersi, ella gli pose una mano sulla fronte, sui capelli: una sicura, innocente carezza, ma così grave, che diceva tutta l’intensità di quel pietoso amore.

Egli prese la piccola mano e se la posò sul petto onde sentisse il battito violento che sembrava squarciarlo; ma poi angustiato dal dubbio che un solo detto inopportuno potesse scemare o rapirgli una sì divina e sì insperata dolcezza, e separarlo dalla fanciulla, egli represse eroicamente la piena dell’affetto presso ad erompere in infiammate parole, e mettendosi un dito alla bocca, implorò:

— Violante, Violante, ve ne supplico, suonate... è necessario per la mia quiete, per la mia coscienza! [p. 71 modifica] La fanciulla, commossa, ma altamente tranquilla, pose le mani sulla tastiera.

— Vi farò sentire una cosuccia che v’ho dedicata, disse col più tenero sorriso.

E nel silenzio della grande sala, in mezzo ai fiori rari portati dalle serre di Villa Vittoria, il suono d’una patetica melodia si diffuse.

Cantava più che mai sotto le dita dell’appassionata suonatrice il pianoforte, e Montalto rapito ascoltava. Quando l’ultimo accordo si fu smorzato egli la pregò di tornare da capo e due volte insistette con tenerezza infinita:

— Ancora, ancora, ancora

Finalmente egli disse sempre più piano: — Non è vero, Violante, è una canzone senza parole?...

— Come volete, Gabriele! — ella rispose — la chiameremo una canzone senza parole.