Catullo e Lesbia/Varianti/19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Varianti - 19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium
Varianti - 17. Sugli annali di Volusio - XXXVII In annales Volusii Varianti - 20. A Quinzio - LXXXII Ad Quinctium


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LXVIII.


Pag. 194.          Conscriptum hoc lacrimis mittis epistolium.

Meglio assai di conspersum: la mente corre subito al povero Manlio che scrive piangendo. [p. 252 modifica]


Pag. 194.          Accipe queis merser fortunæ fluctibus ipse.

Alcuni libri hanno verser, non merser; sed non illud magis, quam allerum rectum, come dice il Vossio. Orazio, Epist., 1: lib. I.

Nunc agilis fio, et mersor civilihus undis;

e Virgilio, Enead., XI, 27:

Abstulit atra dies et funere mersit acerbo.


Perchè questa lezione non mi par dispregevole, l’ho detto nelle Questioni, IV, Ord. e disposiz. dei carmi.


Heinsio: non prius usque; Schwabio: copia parta est; Vossio: posta est. Utriusque petiti è dello Stazio; facta est del Lachmanno.


Pag. 198.          et in quo me corruerit genere.

Frochlichio torruerit, lezione proposta dallo Stazio, che legge: mi cor ruerit; Schradero: in qua me torruerit Venere; Marklandio: corpuerit. Mi son contentato [p. 253 modifica]del corruerit, usato attivamente anche da Lucrezio nel verso 369 del libro V:

                                        Quæ possint forte coorto
Corruere hanc rerum violento turbine summam.


I MS incepta; il codice Fauriano 8236: accepta; incepto, con men ragione di tutti il Weisio. Io ho seguito la lezione del Turnebo, giacchè mi pare che inceptam frustra, principiata male, apparecchiata indarno, mal presta I non possa riferirsi che alla protesllaëam domum, che così vien chiamata, perchè: nondum cum sanguine sacro Hostia cælestes pacificasset heros. Non credo perciò che il frustra s’abbia a riferire a pacificasset, come vorrebbe lo Stazio; ma piuttosto ad inceptam, che qui non può aver significato di non accetta, com’egli pretende: perchè leggendo incepta che varrebbe, secondo lui, non accepta, e non potendosi riferire ad altri che a Laodamia, seguirebbe che essa Laodamia ebbe a soffrir di poi la perdita dello sposo, perchè non grata, non accetta agli Dei; mentre il poeta ci dice chiaramente che tutta la colpa fu di Protesilao, che dimenticò di sagrificare agli Dei nel giorno delle sue nozze.


Pag. 202.          Quæ nuper nostro letum miserabile fratris.

Fra tanta varietà di lezioni questa del Passerazio mi par la migliore. Nuper ha un valore storico; [p. 254 modifica]esprime che la morte del fratello era successa di poco quando il poeta scriveva: ed è più poetico dell’hæc etiam del Kochio, del quæne etiam d’Heinsio, d’Hermanno e di Lipsio, non che del quare etiam dell’Hauptio, e del quæ vel et id del Rossbach.

Feruntur, o ferretur alcuni vecchi libri; e al secondo verso: deseruere focos, o deos; onde il Vossio abborraccia:

ferventior undique pubes
penetrales deseruere deos;

non foss’altro per farci sapere che Valerio Massimo, lib. I, cap. 8, scrive: Penetrales deos Æneam Troja advectos Lavinii collocasse. Ho adottato la lezione di Stazio accolta dal Lachmanno: Fertur, dicuntur, come nell’ Epitalamio; ferunt, come nel v. 109 di questa epistola, son forme usatissime in Catullo. Simul è più a proposito, ed ha più valore di ferventior, che riesce quasi inutile dopo il properans; indica non soltanto la foga dei giovani accorrenti in folla, ma la lega dei principi greci e quella concordia d’armi celebrata da Omero.

Pag. 204.          Qui tane indomitam ferro jugum docuit.

È la lezione che più s’accosta a quella del codice Veronese. In due MS. citati da Stazio: qui tuum [p. 255 modifica]domitum; ed egli sospetta che s’abbia a leggere: qui tantum indomitam, che, ad ogni modo, vai meglio del tauri indomitam dello Schradero.


Dextra deducta paterna, taluni, senza pensare che le spose non venivano condotte a mano dai padri, ma dai paraninfi. Tolles hanc difficultatem, dice il Doering, si pro paterna mecum legeris paternam.


Ibidem.          Sed furtiva dedit mira munuscula nocte.

Mira, come leggono i vecchi libri, non nigra, o muta o nivea con Hauptio e Schradero: una prima notte d’amore, piova o fulmini o caschi il mondo, non è mai nera, ma piena d’iridi e di splendori; non è muta, perchè ha l’eloquenza dei sorrisi e dei baci; non è nivea, perchè ha la febbre della voluttà.