Cento vedute di Firenze antica/Prefazione

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Prefazione

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Cento vedute di Firenze antica Bibliografia
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PREFAZIONE

«Cento vedute di Firenze antica» è un titolo breve, che dice in sostanza il contenuto del volume, ma non lo definisce con tutta precisione. Nel seicento, quando nei frontespizi dei libri si mettevano sino trenta o quaranta righe, e ad ogni nome di cosa o di persona si faceva seguire un superbo codazzo d’aggettivi e d’epiteti, questo volume sarebbe stato forse intitolato: «Prospettive, varie e dimostrative, di Firenze antica e vecchia, abbattuta, trasformata, alterata, in alcune sue parti imbellita, ma in troppe altre nobilissime malmenata e rovinata». Solo in questo modo il frontespizio avrebbe detta la verità intera, ma sarebbe riuscito troppo lungo e fuor d’ogni eleganza tipografica e dell’uso odierno.

Verità intera, nullostante tutte le scuse e le giustificazioni che si sogliono accampare in nome dell’igiene, del movimento e di tutte le altre cose terribili e più ostili all’arte, che si riassumono nelle quattro parole «esigenze della vita moderna». Perchè è chiaro che i fanatici dei più fulminei mezzi di transito, dalle brutte tranvie elettriche alle automobili assordanti e ammorbanti, per non trovare ostacoli alla loro furia deambulatoria abbatterebbero le più belle viuzze e i più bei monumenti del mondo. E poi tra le «esigenze della vita moderna» sono da mettere anche le speculazioni degl’intraprenditori, i quali pensano che, a fare soltanto, non si guadagna quanto a disfare e a rifare. A che scopo, infatti, demolire [p. 12 modifica] intera la grande e storica curva delle mura urbane dalla Torre della Zecca Vecchia sino a Porta al Prato, anzi sino alla pittoresca Porticciuola, di contro ai bagni della Vagaloggia, che gli artisti non si stancavano mai di riprodurre? Ho sott’occhi un giornale del tempo, che, fra le ragioni, metteva anche quella igienica di dar I. - Palazzo dei Priori fra il 1342 e il 13441 maggiore ventilazione alla città, come se la conca dell’Arno non fosse un de’ più turbinosi veicoli di vento che si conoscano. E v’hanno quindi dei vecchi che ora rimbeccano che «al tempo delle mura, in città s’aveva meno tramontana e meno polvere». Nè, penso io, le torri e le porte, rispettate per un resto di pudore, dovevan parere allora cippi abbandonati in mezzo a un campo, così slegate dalla loro catena merlata. E come sono amene quelle porte, aperte laddove tutto è aperto e per tutto si passa: forche caudine per gli storici e gli esteti di facile contentatura!

Ogni città ha certo diritto di trasformarsi, ma deve saperlo fare con criteri bene equilibrati tra le vere e imperiose necessità nuove e il rispetto della storia e dell’arte. Il fare un piano regolatore, tirando una rete di linee diritte, sopra una pianta della città, senza tener conto di quel che si va ad incontrare e a rovinare, è opera altrettanto facile che biasimevole. Il piano regolatore, seriamente studiato, deve trovar modo di corrispondere ai sovraggiunti bisogni, conservando ciò che i secoli hanno più ammirato e celebrato. Non tutto, perciò, nelle demolizioni del centro doveva andare perduto. Di fronte alla Loggia del Pesce e a Piazza Sant’Andrea, per non dir altro, le costruzioni [p. 13 modifica] dovevano arrestarsi o adattarsi girando — come si dice — la difficoltà. Invece, si tirarono delle rette e si diede di cozzo in tutto, quasi che il criterio delle demolizioni fosse affidato a un gagliardo tiro d’artiglieria. II. - Piazza della Signoria nel 1485.2

Quelli, che sfoglieranno questo volume, vedranno solo una piccola parte di ciò che, in più volte, ma specialmente in tre recenti riprese, si è abbattuto. E giudicheranno.

Ho detto in tre riprese principali, perchè le prime demolizioni (dal 1842 al 1845) furono fatte per l’allargamento di via Calzaioli; perchè le seconde, dovute alla febbre transitoria della capitale, presero, tra l’altro, di mira la cinta merlata delle mura (1865-1870) e continuarono sino al 1873 pei Lungarni della Zecca e Serristori e pel Ponte alle Grazie; e le terze (1881-1891) infuriarono su Mercato Vecchio, sul Ghetto e sul pittoresco meandro dei chiassuoli ricchi a dovizia di deliziosi particolari, traversati da serie d’archi alti e bassi, e irti di torri. Chiesette, oratorii, tabernacoli, residenze d’arti e di mestieri.... tutto s’accasciò allora, senza eccezione (e qui fu il male) e senza remissione, sotto l’impeto del piccone e del martello. III. - Piazza della Signoria nel 14853 [p. 14 modifica]

Quel che è sorto poi dalle rovine fumanti, tutti possono vedere; e possono anche vedere, per maggior rimpianto, quel poco che, del vecchio quartiere distrutto, rimane, confinato nel Museo nazionale di San Marco.

Nessun dubbio, ripetiamo, sulla necessità di demolire e di sventrare; ma il desiderio dello spazio e dell’igiene conculcò troppo i diritti dell’arte e della storia; e tutti ora lo riconoscono con tardiva querela. IV. - Cortile del Bargello prima del 1865.4

La città diventò più decorosa, ma meno artistica e, specialmente, meno pittoresca. Anzi (cosa addirittura incredibile) a renderla meno artistica e meno pittoresca, contribuirono anche alcuni cultori dell’arte, trascinando, per eccesso di spirito conservatore, nelle fredde penombre de’ musei il David di Michelangelo e il San Giorgio di Donatello, mentre, in loro vece, s’alzavano all’aperto monumenti moderni di molto malinconica apparenza, nonchè la facciata di Santa Croce e tutta una folla di statue, tra il colonnato degli Uffizi, dove si scorge l’Orcagna che, col guardo, misura una loggia che non architettò mai, Nicola Pisano con ai piedi una scoltura che non eseguì mai, Donatello con un San Giovannino che operò un suo discepolo, Giotto con una pecorella che non grafì mai, Leon Battista Alberti col progetto d’un tempio che la critica gli contende, Leonardo con un disegno non suo, Michelangelo con, a’ piedi, la testa d’un fauno che non è quella che scolpì, il Boccaccio con un libro coperto da una rilegatura del cinquecento! [p. 15 modifica]

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Delle tavole che questo volume contiene non è il caso di parlar in prefazione, quando si dà un breve cenno di fronte a ciascuna. Solo amo dire che non ho creduto di pubblicare o ripubblicar vedute di Firenze trecentistiche, ricavate da miniature o da dipinti su tavola o su parete, perchè non riesco a considerarle come esatte riproduzioni del vero. Sono, in genere, vedute sommarie, probabilmente fatte di memoria, le quali, la maggior parte delle volte richiedono un attento esame per esser comprese salvo che nei monumenti V. - Il David di Michelangelo sulla ringhiera di Palazzo.5 più conosciuti e caratteristici. Ho fatto eccezione pel Palazzo dei Priori col cassero elevato, di contro all’ingresso, dal Duca d’Atene, e pel panorama (anch’esso, del resto, in molte cose troppo affastellato, sintetico ed oscuro) che sta nel Bigallo, ai piedi d’una figura simbolica della Misericordia, e mostra S. Maria del Fiore e il suo campanile in costruzione. E più l’avrei fatta se avessi avuta la fortuna di rintracciare la pianta che Lapo da Castiglionchio descrive nell’Epistola o Ragionamento: «Vidi pochi anni sono passati una carta, nella quale Antonio di Messer Francesco da Barberino Iudice cittadino di Firenze, il quale fu giovine di nobile ingegno, ave’ figurato molto propriamente tutta la città di Firenze, cioè tutte le mura e la loro misura, tutte le porte e loro nomi, tutte le vie e piazze e loro nomi, tutte le case che orto avessero, sicchè chiaramente si conosceano, et ancora scritto era di sua mano in su ogni via e luogo il nome». [p. 16 modifica]

Ad ogni modo interesseranno assai l’elevazione panoramica disegnata fra il 1470 e il 1480, la veduta dipinta dal Vasari in Palazzo Vecchio, e la litografia della prima metà del secolo XIX, nelle quali si va sempre più esattamente delineando l’aspetto complessivo della città e quello particolare de’ più emergenti VI. - Facciata di S. Maria del Fiore prima del 1587.6 edifizi, prima dei radicali mutamenti e ampliamenti già indicati.

Vedute parziali di Firenze attendibili per accuratezza e importanti per arte s’hanno poi, per ogni secolo, dal XV al nostro, sempre progressivamente, com’è naturale, in maggiore quantità. Ne pubblico, pel quattrocento, alcune di Benedetto da Maiano, di Domenico Ghirlandaio e di fra Bartolomeo; pel cinquecento, di Piero di Cosimo, di Baldassarre Peruzzi, di Francesco Granacci, di Giorgio Vasari, del Vasari giovine, di Bernardino Poccetti; pel seicento, di Stefano della Bella; pel settecento, di Bernardo Bellotto e di Giuseppe Zocchi; pel secolo da poco finito, d’Emilio Burci, d’Edoardo Borrani, di Giuseppe Gherardi, di Giuseppe e di Torello Moricci, di Salvadore Corradi, di Giovanni Silvestri, di Gaspero Bargioni, di Giovanni Signorini, del Vaschetti, del Magazzari ecc.

Alcune d’esse si trovano in istampe o disegni isolati, oppure in fondi di quadri o d’affreschi; ma, per la maggior parte, costituiscono vere e proprie e talora numerose raccolte o serie. Le quali, può dirsi, s’iniziano [p. 17 modifica]quantunque timidamente, nel secolo XIV e crescono sempre, ciò che si spiega benissimo, trattandosi d’una città così maravigliosa per bellezza di natura e d’arte. E forse le prime del genere, quantunque esigue, sono formate dalle miniature della cronaca di Domenico Lenzi biadaiolo, manoscritta nella Biblioteca Laurenziana, e dai disegni a penna del Decamerone, manoscritto nella Biblioteca Nazionale di Parigi, cui seguì, nel secolo XV, la raccolta delle Chiese fiorentine, disegnate nel codice di Marco di Bartolommeo Rustichi, che si conserva nel Seminario di Firenze.

VII. Loggia della Misericordia o del Bigallo nel 1515.7 Non è qui possibile «ridir di tutte appieno». Esse, col tempo, diventano moltissime anche come illustrazioni di libri, e posson essere argomento di uno studio speciale e vasto per chi si occupi in modo esclusivo di topografia fiorentina. Non volendo però tacere i nomi degli artisti che si sono dedicati, con ispecial gusto, amore ed abbondanza, a riprodurre le parti più belle o singolari di Firenze, ricorderò per primo Giuseppe Zocchi fiorentino, nato nel 1717. Di lui Luigi Lanzi produce «notizie ricevute dalla nob. casa Gerini, che, giovinetto, lo prese in protezione; e, dopo i primi studi fatti in Firenze, lo mandò a Roma, in Bologna e per la Lombardia a trar profitto da ogni scuola» . Egli dipinse a preferenza prospettive, ritrasse feste, e morì nel 1767.

Nel secolo XIX, col numero dei paesisti aumentò, di ragione, quello dei pittori che ritrassero Firenze. Si può anzi asserire che nessun pittore omise di far qualche piacevole bozzetto d’alcune sue parti, e in ispecie di quel Mercato Vecchio che, proprio il nostro tempo, lasciò interamente [p. 18 modifica]sopprimere, dopo averlo celebrato con descrizioni, dipinti, disegni e stampe, primissime, fra le quali, le acqueforti di Telemaco Signorini.

Poi Giuseppe Gherardi (1790-1880) fece un buon numero d’incisioni e Fabio Borbottoni fiorentino (1820-1901) più di cento quadri ad olio su tela, che non hanno certo la grazia e la nettezza degli schizzi d’Emilio Burci pistoiese (1811-1877) e d’Edoardo Borrani pisano (1834-1905), ai quali è data, in questo volume, la parte più larga. VIII: Porta San Gallo fra il 1817 e 18668

Alcune delle vedute riprodotte si trovano nella collezione che un Tito Cappugi, modesto raccoglitore di stampe (1820-1901), lasciò a’ suoi eredi, e fu comprata nel 1902 dalla Biblioteca Nazionale di Firenze; altre derivano da diverse gallerie, musei o monumenti debitamente indicati alle singole tavole. Però il nucleo principale, o, meglio, sostanziale, è dovuto alla Raccolta topografica fiorentina degli Uffizi, cominciata appena nel decorso 1905, e della quale il comm. Vittorio Alinari festeggia, in certo modo, la nascita con questa magnifica serie di riproduzioni.

Corrado Ricci

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Note

  1. I. - Palazzo de’ Priori frescato nelle Stinche e rimasto nella Scala della Società Filarmonica in Via Ghibellina n. 83. È interessante perchè riproduce il palazzo con l’avancorpo o cassero che vi fece costruire il Duca d’Atene (1342-1343) e che fu demolito subito dopo la sua fuga. Fu in passato attribuito a Cennino Cennini perchè si credeva che questi fosse stato prigione nelle Stinche e vi avesse pur dettato il suo Libro dell’arte o trattato della pittura. L’argomento non era davvero molto solido; ad ogni modo anch’esso è caduto, perchè l’indicazione delle Stinche scritta in un codice di quel libro, con la data 1437, è da riferirsi ad un copiatore. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia dei Fratelli Alinari).
  2. II. - Piazza della Signoria nel 1485, riprodotta in fondo a un affresco di Domenico Ghirlandaio, che s’ammira nella Cappella Sassetti in S. Trinità, e rappresenta papa Onorio III che approva la regola di S. Francesco. La Loggia dei Lanzi appare senza statue. Nella ringhiera del Palazzo della Signoria, all’angolo smussato del parapetto, sta il vecchio Marzocco. Accennate appena sono le case, abbattute nel 1560 per far posto agli Uffizi, e ben definito l’edificio che sorgeva a destra della Loggia. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fot. dei Fratelli Alinari).
  3. III. - Piazza della Signoria fra il 1504 e il 1520, riprodotta nel fondo d’un quadro di Piero di Cosimo (1462-1521), ritraente un guerriero vestito di corazza e conservato nella Galleria Nazionale di Londra. A sinistra sorge il Palazzo della Signoria coi leoncini sui modiglioni d’angolo, il vecchio Marzocco e il David di Michelangelo sulla ringhiera. Seguono di scorcio S. Piero Scheraggio e le case sostituite dagli Uffizi (1560-1574). Sotto l’arco sinistro della Loggia dei Lanzi non si vede ancora nessuna scoltura. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia Hanfstaengl di Monaco).
  4. IV. - Cortile del Palazzo del Podestà o del Bargello (ora R. Museo Nazionale) prima dei ristauri compiuti fra il 1857 e il 1865, durante i quali si aprirono gli archi della doppia loggia di fronte, si variò la forma dei grandi finestroni, si mutò posto a molti stemmi e si demolì la grande tettoia sulla scala. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia Alinari).
  5. V. - Ingresso del Palazzo della Signoria e Uffizi. La piccola veduta è notevole perchè mostra l’effetto grandioso del David di Michelangelo (visto di profilo), levato da quel magnifico posto nel 1873 e confinato in una fredda nicchia alla Galleria Antica e Moderna. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia anonima).
  6. VI. - Santa Maria del Fiore. Facciata cominciata nel sec. XIV, demolita nel 1587, riprodotta da Bernardino Poccetti (1542-1612) in un affresco del primo chiostro dell’ex-Monastero di S. Marco, rappresentante S. Antonino che prende possesso della chiesa fiorentina. A sinistra, in alto, su uno degli sproni della tribuna verso Via de’ Servi si vede il «gigante» in terracotta, opera forse di Donatello, che poi cadde e si spezzò. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia dei Fratelli Alinari).
  7. VII. - Loggia della Misericordia o del Bigallo nel 1515, dalla predella di Ridolfo del Ghirlandaio sottoposta all’ancona con le figure della Madonna, del Bambino e di due angioli scolpite da Alberto Arnoldi e che si veggono nell’oratorio dello stesso Bigallo. La piccola storietta basta a mostrare dove si trovavano gli affreschi di Niccolò di Piero e d’Ambrogio Baldese (1386), un frammento dei quali, staccato dal muro, si custodisce ora nella Sala detta del Consiglio del Bigallo. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia dei Fratelli Alinari).
  8. VIII. - Porta San Gallo costruita a cominciare dal 1284 e detta di San Gallo per la vicinanza d’una chiesa d’ugual titolo. Fu abbassata, trasformata per le cannoniere e coperta di tettoia nel 1526. Internamente la lunetta fu frescata da Michele di Ridolfo del Ghirlandaio. I portici laterali furono costrutti nel 1817 e demoliti nel 1866; le mensole esterne e i leoni, sotto baldacchino, rifatti. (Raccolta topografica degli Uffizi. — Fotografia dei Fratelli Alinari).