Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro terzo/Capitolo XIX

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Libro terzo
Capitolo diciannovesimo

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Se a reggere una moltitudine è piú necessario l’ossequio che la pena


La severitá nuda di ogni umanitá, o vogliamo dire piacevolezza, è inutile in chi regge altri, la umanitá overo piacevolezza non accompagnata da qualche severitá è el medesimo; l’una condita equalmente con l’altra sarebbe preziosissima, e farebbe quella armonia temperata che è suavissima ed ammirabile. Ma perché questo condimento o rare volte o non mai si truova in uomo alcuno, essendo cosí lo ordine della natura, che tutte le cose nostre abbino qualche imperfezione, anzi pare che ciascuno o abbia piú del severo che del piacevole, o piú del piacevole che del severo, non sanza cagione si dubita quale sia piú a proposito, o chi participando dell’uno e dell’altro ha piú del severo, overo chi ha piú dello umano; intendendo però di coloro che hanno tanto dell’uno e dell’altro, che dove abbonda el timore non manchi l’amore, e dove abonda l’amore non manchi el timore. Circa a che, la prima distinzione che mi occorre è considerare la natura di chi tu reggi; perché alcuni sono di ingegno sí nobile e generoso che piú volentieri vanno con la piacevolezza che col timore, altri pel contrario pieni di una certa durezza, che non si possono piegare con la dolcezza, ma bisogna domargli e rompergli con la asperitá. Non è dubio che con questi tali bisogna accommodarsi secondo le loro condizione; ed a questo proposito diceva Federico Barbarossa, principe molto eccellente, e che nato in Germania aveva lungamente conversato in Italia, che le due prime nazione del mondo e secondo l’altre piene di molte virtú erano e’ germani e gli italiani; ma che bisognava diversa arte di reggergli, perché e’ tedeschi erano arroganti, insolenti e di qualitá che la dolcezza che tu usavi con loro la attribuivano piú presto a timore che a umanitá; pel contrario gli italiani piú trattabili, piú gentili e di natura che la asperitá piú presto gli sdegnava che spaventava; però a questi essere necessario perdonare talvolta e’ delitti, e procedere con benignitá; quelli altri punirli severamente, perché altrimenti diventerebbono piú insolenti.

L’altra distinzione che mi occorre, è che sia da fare differenzia da uno che regga come principe e con autoritá propria, da chi regge come ministro ed in nome di altri, perché io credo che uno principe abbia a avere rispetto assai di cercare la benevolenzia de’ popoli, potendo occorrere molti casi che a conservare lo stato gli sia bisogno amore estraordinario de’ popoli. Ma in chi comanda in nome di altri distinguerei: o in uno esercito, ed allora fussi piú necessario abondare nello amore che nel timore, perché avendoli a conducere a fazioni pericolose per la vita loro, vi si conducono assai con lo amore; ma in chi governa cittá o provincie in nome di altri, non gli toccando altro che la cura temporale, e non essendo lui el signore supremo per el quale e’ popoli s’abbino a muovere a piú di quello che ordinariamente sono tenuti, credo conduca meglio le cose sue con qualche piú terrore che e’ príncipi ordinari, perché sapendo e’ popoli che le grazie dependono da altri, e che di qui a qualche tempo lui non ha a restare in uficio, non può la benevolenzia che loro gli portassino fare fondamento notabile a quelli effetti per e’ quali si desidera tanto lo amore verso el principe. Dico però che parlando noi de’ governi buoni e legittimi, si può male presupporre che dove è timore non sia anche amore, perché la severitá della giustizia, che è quella che reca el timore, non può essere che non sia amata da chi vuole bene vivere; ed e converso lo amore che nasce da umanitá, da facilitá di natura e da inclinazione a fare grazie, accompagnato dalla giustizia, come in uno governo buono s’ha a presupporre, non può fare che non sia temuto.