Così parlò Zarathustra/Parte quarta/Il mago

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Il mago

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Il mago.


1.

Ma allorquando fu giunto alla svolta d’una rupe, Zarathustra scorse, non molto sotto di sè, un uomo che si dibatteva da prima come un ossesso, e poi cadde prono a terra.

«Alto là!», disse Zarathustra nel suo cuore. «Quegli deve essere l’uomo superiore, da cui mi giunge quel grido di suprema angoscia: vediamo un po’ se posso aiutarlo».

Ma quando fu giunto là dove si trovava l’uomo disteso al suolo, vide ch’era un vecchio dagli occhi sbarrati; e per quanto s’affaticasse a sollevarlo, non potè giungerne a capo. Del resto l’infelice non s’accorse di Zarathustra: guardava intorno a sè in atto disperato, come un essere abbandonato da tutti. Finalmente dopo molto tremare e ansare e dibattersi egli incominciò a lamentarsi così:


Chi mi soccorre? In vano
     pietà domando e amore.
     Chi mi porge la mano?
     chi mi conforta il cuore?

Nel fango, ecco, languisco
     simile a un moribondo; mi tormenta
     ignota febbre; tremo; abbrividisco.
     E in me gelide acute freccie avventa
     un’arcana Possanza.
     Sei tu, malvagio Spirito, velato

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Spirito innominabile, che hai stanza
     dietro le nubi, atroce cacciatore?
     Da te trafitto, al suolo fulminato,
     orribilmente mi contorco. A che
     quel tuo sguardo irrisore?
     Perverso iddio, chè non saetti in me
     l’ultima freccia, e non m’uccidi? O strazio!
     Nume crudele, ami i supplizi lenti?
     Di lacerarmi ancora non sei sazio?
     Godi de’ miei tormenti?

Torci da me lo sguardo,
     Spirto vendicativo,
     spietato nume. Tristo iddio beffardo,
     o mi lascia o mi uccidi. Ma furtivo
     a me tu vieni — è notte — e il pianto mio
     e il mio palpito ascolti. Ignoto iddio,
     sei tu dunque geloso?
     Hai fra mani una scala. Vuoi salirmi
     nell’anima, rapirmi
     il pensiero più ascoso?

Ladro che indaghi? forse una remota
     parte di me sfuggita al tuo supplizio?
     cerchi forse, carnefice, l’indizio
     che ti riveli una mia fibra ignota?

Di’, dovrei, per placarti, o Struggitore,
     come un can nella polvere prostrarmi?
     darti, nume crudel, darti l’amore?
     rinunziare a tutto, umiliarmi?

No, mi trafiggi ancor. Son la tua caccia,
     non il tuo cane. Dio crudel, rispondi:
     mi vuoi tuo schiavo, di’, nume che ascondi
     tra le nubi la faccia?

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Tu che ti celi dietro i lampi e tendi
     vigliaccamente agguati su la via
     pubblica, che pretendi
     da me, che vuoi da quest’anima mia?

Ch’io mi riscatti? Che domandi? «Puoi»
     — dice il mio orgoglio — «assai chiedere. Parla
     breve». Ma tu vuoi me, tutta tu vuoi
     la mia fierezza, per dilanïarla.

Ecco: m’arrendo. Ch’io non chieda in vano
     pietà! Dammi l’amore.
     Porgimi tu la mano,
     tu conforta il mio cuore.

Vedi, il più tristo io son de’ solitari:
     in me spezzato ha il gelo
     anche l’odio: perdòno agli avversari.
     Deh, a me ti rendi, ignoto iddio, dal cielo.

Ma tu mi lasci, tu dilegui, atroce
     nume, compagno mio
     e mio nemico; sordo alla mia voce
     tu fuggi, o tristo iddio.

Non mi lasciar, feroce nume. Senti:
     con lagrime di fuoco
     da te, prostrato, un’altra volta invoco
     i crudeli tormenti.

Per te l’ultima fiamma del mio cuore
     arde, spietato iddio.
     Deh, a me ritorna, ultimo dolore,
     estremo gaudio mio.

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2.

— Ma allora Zarathustra non seppe più trattenersi: diè mano al suo bastone e cominciò a menar colpi su colui che si lamentava. « Finiscila!», gli gridò con un iroso sogghigno, «finiscila, commediante! Contraffattore di monete! Mentitore! Io ti riconosco assai bene! Io ti riscalderò le gambe, malvagio negromante: so come si debbono riscaldare i tuoi pari!».

— «Smetti», disse il vecchio balzando in piedi: «non picchiar più, o Zarathustra! Il mio fu uno scherzo! Ciò è parte del mio mestiere; volevo metterti alla prova quando ti offersi questo saggio dell’arte mia! E in verità, tu hai indovinato il mio pensiero!

Ma tu pure m’hai dato di te una prova non vana: tu sei duro, o saggio Zarathustra! Tu picchi sodo con le tue «verità»: il tuo randello mi strappa una simile confessione!».

— «Non adulare», rispose Zarathustra, ancora irato e corrucciato, — «commediante! Sei falso e mi parli di verità?

O tu, pavone tra i pavoni, mare di vanità, quale parte hai rappresentata dinanzi a me? a chi doveva io credere, quando ti lamentavi in tal modo?».

«Il penitente dello spirito — disse il vecchio — ecco quello ch’io rappresentava: tu stesso un giorno hai trovata questa parola.

Ho rappresentato il poeta e il negromante, che finalmente rivolge contro sè stesso il proprio spirito; il tramutato che rabbrividisce per la propria cattiva scienza e coscienza.

E confessa, Zarathustra: assai tempo corse prima che tu giungessi a scoprire la mia arte e la mia menzogna! Tu credevi alla mia angustia quando mi tenevi il capo tra le mani e io t’udii lamentare: L’amammo troppo poco, troppo poco.

E dell’averti ingannato sino a tal segno la mia malignità si rallegrava».

«Può darsi che tu abbia ingannato taluno anche più scaltro di me», disse Zarathustra con voce dura. «Io non mi guardo dagli ingannatori: io devo essere senza prudenza: questo vuole il mio destino. [p. 245 modifica]

Ma tu devi ingannare: e in ciò ti conosco! Tu devi sempre parlare e operare in modo da poter essere interpretato in due, in tre, in quattro, in cinque sensi! Anche ciò che ora mi hai confessato non era nè a bastanza vero nè a bastanza falso per me!

Malvagio coniatore di false monete, come potresti agire altrimenti? Tu sapresti mentir col belletto anche l’infermità tua, se dovessi mostrarti nudo al tuo medico.

Così dinanzi a me tu imbellettasti la tua menzogna quando mi dicevi: «L’ho fatto per ischerzo!». No, tu facevi anche da senno: tu sei in parte, veramente, un penitente dello spirito!

Lo vedo: tu hai trovato il modo d’abbindolare tutti, ma per te non hai saputo serbare alcuna menzogna, nè alcuna astuzia; — per te sei sfatato!

Hai raccolto lo schifo, per tua sola verità. In te nulla è genuino, se non la bocca; cioè la nausea che v’è sopra».

— «Ma chi sei tu?», esclamò allora il vecchio negromante in tono di sfida: «chi può permettersi di parlare così a me, al più grande degli uomini che vivono ai dì nostri?». E il suo occhio scoccò un livido lampo verso Zarathustra. Ma rapidamente ei si ricompose e disse con tristezza:

«O Zarathustra, io sono stanco: io ho in uggia ormai le mie arti; io non sono grande: a che prò infingermi? Ma tu lo sai pure, — io cercai la grandezza!

Io volevo rappresentare un uomo grande e riuscii a sedurre molti: ma questa menzogna vinceva le mie forze. E per essa io mi spezzo.

O Zarathustra, in me tutto è menzogna; ma il mio spezzarsi è vero e sincero pur troppo!».

«L’aver cercato la grandezza», disse Zarathustra, con voce cupa e volgendo altrove il suo sguardo, «torna a tua lode, ma anche tradisce l’esser tuo. Tu non sei grande.

Vecchio negromante malvagio, ecco ciò che ti fa onore: l’esserti stancato di te stesso e l’aver confessato: «Io non sono grande».

Per ciò io t’onoro quale un penitente dello spirito; poi che l’essere sincero, sia pure per un breve momento, per un attimo, è cosa degna di lode. [p. 246 modifica]

Ma, dimmi, che cosa cerchi qui nelle mie foreste, tra le mie roccie? E con l’attraversarti al mio cammino, quale prova t’attendevi da me?

A che cosa volevi tu tentarmi?».

Così parlò Zarathustra; e i suoi occhi scintillarono. Il vecchio mago si tacque per un istante poi disse: «T’ho io tentato? Io non fo che cercare.

O Zarathustra; io cerco un uomo sincero, probo, semplice, unisignificante: l’uomo della rettitudine, il santo della percezione, l’uomo grande!

«Ma non lo sai tu, o Zarathustra? Io cerco Zarathustra

E qui seguì un lungo silenzio tra i due; ma Zarathustra stette gran tempo pensoso con gli occhi chiusi. Poi, ritornando al suo interlocutore, afferrò la mano del negromante, e così gli parlò con molta gentilezza e malizia:

«Ebbene! Ecco lassù la via che conduce alla caverna di Zarathustra. Lassù t’è lecito cercare colui che vorresti trovare. E chiedi consiglio ai miei animali — alla mia aquila e al mio serpente; ti aiutino essi a cercare: e sappi che la mia caverna è grande.

Io stesso — è vero — non vidi ancora alcun uomo grande. Ancora per ciò ch’è grande è troppo grossolana oggi la vista più sottile. Oggi è il regno della plebe.

Più d’uno vidi gonfiarsi e innalzarsi, mentre il popolo gridava: « Ecco un uomo grande!» Ma a che giovano tutti i mantici del mondo? A farne uscir vento: a null’altro!

La rana troppo gonfia scoppia, e il vento ne esce. Bucare chi s’è gonfiato è cosa piacevole. Sappiatelo, o ragazzi!

L'oggi appartiene alla plebe; chi sa oggi quale cosa, sia grande e quale piccola? Chi ha mai cercato con fortuna la grandezza? I pazzi soltanto; i pazzi sono fortunati.

Tu vai in cerca degli uomini grandi, o folle? Chi t’ha insegnato ciò? È questo forse il momento opportuno? O maligno cercatore, a che mi tenti?».

Così parlò Zarathustra, e, riconfortato nel cuore, prosegui allegramente, ridendo, la sua via.