Dal Trentino al Carso/La titanica lotta nel Trentino/La riconquista

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La riconquista

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La titanica lotta nel Trentino La titanica lotta nel Trentino - Come fu sventata l'offensiva nemica
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LA RICONQUISTA.

Vicenza, 26 giugno 1916.

Sono cinquanta ore che le nostre truppe marciano e combattono senza sosta per vallette, nelle forre, fra boschi, sulle vette di quell’immenso e fantastico campo di battaglia che è l’altipiano dei Sette Comuni. Non è possibile avere ancora un’idea precisa dell’avanzata, che non può essere seguita nelle regioni selvagge in cui si svolge da immediati collegamenti telegrafici. Delle staffette portano continuamente notizie dalle posizioni più lontane, ed ogni messaggio è in ritardo con la realtà.

Da ieri la nostra fronte progredisce, si modifica riguadagnando impetuosamente di ora in ora il terreno perduto in lunghe settimane di lotta sanguinosa, perseguitando, tormentando, incalzando il nemico in ritirata.

Un terribile temporale imperversa sulla battaglia; lo scroscio del tuono si fonde al rombo dell’artiglieria, e diluvi di acqua e di grandine annebbiano tutto. Questa pioggia dirotta che allevia le sofferenze della sete è salutata con gioia dalle truppe alle quali l’acqua non arrivava che per un miracolo di organizzazione. [p. 20 modifica]Molte sorgenti sulle quali si faceva assegnamento sono essiccate, ma la tempesta le riattiva. È stato uno dei problemi più gravi quello dell’acqua, al cui trasporto sono adibite immense carovane di muli. Ma i soldati sembrano insensibili alle sofferenze dell’arsura e della stanchezza, tanto il loro entusiasmo è grande.


Fu verso l’una della notte sul 25 che alla nostra ala destra si sentì affievolire la resistenza austriaca contro la nostra costante pressione. Si comprese che avevamo di contro una posizione di retroguardia e incominciò subito l’avanzata nostra che ancora prosegue.

La ritirata rapida del nemico è stata provocata dalla magnifica riuscita della nostra offensiva alla estrema destra, lungo l’altissimo ciglione dell’altipiano strapiombante sulla valle del Brenta. Con meravigliosa arditissima e abile mossa gli alpini iniziarono un movimento, occupando di sbalzo la Cima d’Isidoro che affaccia sulla Valsugana dal margine del massiccio, conquistandovi una batteria.

Tutta la nostra ala destra, appoggiata a questo fortissimo punto avanzato, sviluppò l’offensiva di cui gli ultimi bollettini davano sobriamente notizia. Grandiosi concentramenti di artiglieria e di uomini davano alla nostra azione sistematica una forza irresistibile, benché si avessero di fronte posizioni formidabili, [p. 21 modifica] accanitamente difese da truppe sceltissime. I nostri progressi erano lenti, faticosi, ma costanti.

Si combatteva in un terreno aspro, coperto di boschi, solcato da labirinti di valloncelli e di burroni, che si prestava agli agguati, pieno di passaggi obbligati, di costoni inaccessibili. Tiratori austriaci aspettavano in ogni varco, spesso appollaiati sugli alberi, come arabi sulle palme, da dove prendevano di mira gli ufficiali. Le foreste scrosciavano di fucilate notte e giorno. Occorreva una piccola battaglia per ogni ondulazione, un assalto per ogni rilievo di terra; si combatteva dietro ai tronchi, dietro ai sassi, fra i rami delle piante.

Mentre l’ala destra progrediva con una precisione formidabile, il centro incalzava il nemico sulle posizioni del Monte Cengio, a sud-ovest di Asiago, ossia all’ala sinistra di quella parte della fronte che ha per centro Asiago.

Dopo il periodo della magnifica e terribile resistenza italiana che aveva inchiodato il nemico nella conca di Asiago chiudendogli ogni sbocco, gli austriaci hanno tentato attacchi disordinati e disperati in ogni direzione senza seguire più un piano logico. Erano tentativi per spezzare la muraglia della difesa in qualsiasi punto e scongiurare il pericolo che i nostri concentramenti, visibili agli aviatori nemici, facevano prevedere. [p. 22 modifica]Quando la nostra difensiva si è delineata, gli austriaci non hanno commesso l’errore di attenderne il pieno sviluppo. Si sono sentiti stringere come dalle branchie di una morsa. Mentre a nord-est le nostre fanterie guadagnavano terreno, una mostruosa batteria di cannoni di ogni calibro, piazzata allo sbocco della valle dell’Astico, nella pianura, tempestava il Cengio, batteva il nord di Arsiero, girava sopra un largo settore il suo fuoco spaventoso, agendo come una immane mitragliatrice.

Per rendersi conto della preoccupazione austriaca, bisogna ricordare che su questo settore il nemico non aveva che una via di ritirata, quella che, incassata nell’angusta Val d’Arsa, scende ad Asiago; e le strade che servivano alla dislocazione lungo la fronte non avevano sfogo alle spalle, tutto doveva passare e ripassare per Asiago.

Quando nella giornata del 24 la nostra avanzata alla destra ha raggiunto la Cima di Mandriolo, al di là della strada della valle di Campomulo, che era runica via di distribuzione austriaca alla sua sinistra, il nemico ha visto minacciate le sue comunicazioni e ha iniziato nella notte stessa la ritirata. Nella mattina del 25, verso le ore tre, ha ripiegato anche dal Cengio, devastato dai nostri cannoni, coperto letteralmente di cadaveri, dopo un [p. 23 modifica] bombardamento durato senza interruzione tre giorni e tre notti.

Il Cengio è stata l’unica posizione dalla quale gli austriaci hanno potuto avere da lontano la visione delle pianure agognate. Risulta ufficialmente da interrogatori di prigionieri, che alle truppe austriache sul Cengio è stato diramato un ordine del giorno di incoraggiamento che conteneva la più ignobile espressione di barbarie. «Il buon vino e le belle donne d’Italia ci aspettano», diceva questo ordine, degno degli Unni.

Dunque il ripiegamento si è iniziato alle ali, e per proteggere l’afflusso su Asiago da cui si diparte l’unica via di ritirata, il centro ha resistito strenuamente fino alla sera. Venuta la notte si è perduto improvvisamente il contatto col nemico di fronte ad Asiago.

Gli austriaci hanno tentato di disimpegnarsi sollecitamente al centro, appena il compito della difensiva era esaurito. Ma il più grande impegno è messo dai nostri comandi a non concedere respiro all’avversario, e al primo barlume dell’alba si è vista una cosa inaudita nella guerra di montagna. Degli squadroni di cavalleria si sono slanciati a riprendere contatto col nemico, hanno attraversato le deserte rovine di Asiago, si sono gettati su per i valloni verso Rodighieri e Camporovere e hanno raggiunto la retroguardia austriaca, impegnandola e [p. 24 modifica] trattenendola, finchè la nostra fanteria è sopraggiunta, riprendendo l'azione, che a quest’ora avanza al nord, verso monte Interrotto.

È difficile prevedere quale sarà la nuova linea di resistenza del nemico e quando sarà raggiunta. La battaglia continua e finora una parte notevole dei territori a oriente dell’Assa è ritornata nostra.