Dal Trentino al Carso/La titanica lotta nel Trentino/Come fu sventata l'offensiva nemica

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Come fu sventata l'offensiva nemica

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Come fu sventata l'offensiva nemica
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COME FU SVENTATA

L'OFFENSIVA NEMICA.

Vicenza, 26 giugno.


La battaglia degli Altipiani, sempre più accanita, si sposta con magnifica veemenza. Le linee successive della resistenza nemica crollano sotto l’impeto dei nostri assalti. Sul terreno riconquistato abbiamo potuto raccogliere una documentazione che rivela più esattamente quali forze il nemico avesse lanciato all’invasione. I nostri calcoli erano al disotto del vero. Moltissimi reggimenti austriaci avevano quattro battaglioni di marcia perfettamente inquadrati, cioè erano più che doppi. Risulta nel modo più evidente che fra l’Adige e il Brenta il nemico aveva gettato la formidabile massa di mezzo milione di uomini. [p. 25 modifica]La nostra vittoria appare ogni giorno più grande nella luce delle nuove conoscenze. Aver fermato questa immane valanga umana appoggiata da migliaia di cannoni, averla attaccata, averla respinta, e tutto questo in poco più di un mese è un fatto prodigioso che mescola alla nostra esultanza un senso di stupore profondo. Noi intuiamo dietro all’eroismo sublime delle truppe una organizzazione intensa, oscura, gigantesca, diretta da una visione precisa, sicura e immediata delle necessità e delle possibilità, illuminata da una grande e limpida mente creatrice, sospinta da una volontà di acciaio e da una fiducia incrollabile, tenace, animatrice, possente e logica.

Il momento consente di sollevare un poco il velo di mistero che ha dovuto necessariamente coprire l’opera del Comando Supremo, l’attività degli Stati maggiori, il fervore delle preparazioni, la costruzione miracolosa di quella immensa macchina della vittoria che il genio di Cadorna ha ideato pezzo per pezzo fulmineamente negli istanti più tragici della lotta ed ha saputo volere, con la cooperazione più ardente di ogni comando, di ogni organismo, trasmettendo fino alle trincee insanguinate la coscienza sicura del trionfo.

Il Paese non sa ancora che se il nemico fosse riuscito a sboccare nella pianura veneta [p. 26 modifica] sarebbe stato disfatto da un esercito nuovo, fresco, formatosi di sana pianta senza aver indebolito sensibilmente il resto della fronte, sorto come per incantesimo con tutte le sue artiglierie e tutti i suoi servizi, un quinto esercito più forte degli altri, ideato, organizzato e concentrato, completo e pronto all’azione, in dieci giorni.

Gli austriaci avevano cominciato a rafforzare la loro fronte del Trentino alla fine di novembre. Alla metà di marzo iniziarono la preparazione definitiva della loro azione, che doveva sferrarsi alla metà di maggio. A parte quelle disposizioni nostre che erano destinate a contenere l′offensiva sugli Altipiani, come l′hanno contenuta, in dieci giorni noi avevamo forgiato l’arma che avrebbe dovuto colpire a morte il nemico nel momento stesso in cui esso poteva credersi definitivamente vincitore. Cadorna aveva aggiunto questa corda al suo arco, per un ultimo colpo, ardito e irresistibile.

L’offensiva austriaca nel Trentino non ha sorpreso. Era preveduta; ma lo era nelle proporzioni che sembravano logicamente definite dalla natura del terreno, e sopra tutto dalla situazione generale degli eserciti. Il nostro Comando Supremo faceva al nemico l’onore di ritenerlo abile. Non si poteva immaginare che, oltre alle difficoltà e ai pericoli che presentava l’impiego di masse sterminate in una [p. 27 modifica] strozzatura di valli, su regioni impervie prive d’acqua e povere di strade, gli austriaci non considerassero il rischio al quale si esponevano sguernendo di uomini e di artiglierie la fronte orientale, dove la Russia accumulava da tempo nuove truppe e nuovi cannoni. L’orgoglio e il disprezzo del nemico hanno perduto gli austriaci. Essi non credevano di essere fermati sulla inospitale soglia italiana. Pensavano di sfondare d’un colpo tutte le difese e di passare subito; gli Altipiani erano nel loro intendimento un terreno di varco. E supponevano la Russia ancora prostrata dai colpi subiti lo scorso anno. Non hanno creduto alla realtà dei preparativi russi. Riposavano sulle informazioni tedesche che davano la Russia come incapace di qualsiasi ripresa offensiva.

Benché l’entità dell'azione austriaca fosse ritenuta meno grave nelle previsioni del Comando Supremo, delle grandi disposizioni di difesa erano già prese, che alla prova si sono dimostrate efficaci. Varie divisioni fresche e alcune decine delle migliori batterie si erano portate a rinforzo della fronte minacciata, il cui arretramento era tuttavia considerato inevitabile.

Avevamo una fronte di attacco, inerpicatasi sulle formidabili fortificazioni permanenti del nemico, dominata quasi da ogni parte, che poteva forse trattenere un po’ l’avversario e [p. 28 modifica] dissanguarlo, ma non resistergli definitivamente. Inoltre il nemico concentrato a Trento poteva in poche ore sferrare l’attacco in qualsiasi direzione, indifferentemente su una o l’altra delle vallate che convergono a Trento come le venature al gambo di una foglia; noi invece dovevamo tenere le nostre concentrazioni di rinforzo lontane, pronte a risalire la valle minacciata, ed era fatale che si verificasse un enorme squilibrio di forze nel punto colpito. Fra valle e valle, nessuna comunicazione; impossibile quindi operare degli spostamenti laterali di truppe. La disposizione del terreno dava al nemico il più grande vantaggio tattico all’inizio. Ed un arretramento, che in pianura può fermarsi e abbarbicarsi in qualsiasi punto, in montagna è obbligato a grandi sbalzi, da cresta a cresta, da uno spartiacque all’altro. Ad ogni ripiegamento è una vallata che si deve abbandonare.


L’intensità infernale del bombardamento austriaco, i cui pezzi da 305 a dieci a dieci tiravano a salve contro le nostre fanterie, quel cataclisma spaventoso di fuoco e di acciaio che demoliva, sconvolgeva, bloccava ogni cosa, al quale le nostre truppe sanno meravigliosamente resistere sebbene al primo momento la fibra dei più saldi veterani ne sia scossa, e la irruenza delle immense masse di fanteria nemica [p. 29 modifica] che si precipitavano a torrenti, ubbriache di promesse, cieche di odio e di disprezzo, persuase di non trovare resistenza, costringevano a cercare più lontano la linea di arginatura per avere il tempo di farla più solida e per non rischiare troppe truppe nella fornace nel periodo critico della organizzazione definitiva della difesa. Come Joffre di fronte alla marea dell’invasione tedesca fissò sulla lontana Marna la barriera di resistenza e la linea di partenza del felice contrattacco che salvò la Francia, così Cadorna, con un arretramento analogo sebbene infinitamente minore, quasi insignificante sulla carta geografica, ha stabilito sull’orlo orientale e meridionale dell’Altipiano di Asiago, sullo spartiacque del Novegno e sulla dorsale fra l’Adige e la Vallarsa, la linea definitiva di sbarramento, appoggiata ad oriente al Lisser e ad occidente al Pasubio e al Coni Zugna.

In un ordine del giorno, magnifico e terribile, il Generalissimo disse alle truppe: «Ricordatevi che qui si difende il suolo della Patria e l’onore dell’Esercito. Queste posizioni vanno difese fino alla morte.» E le hanno difese fino alla morte. Inerpicati fra le rocce del Passo di Buole, del Pasubio, del Novegno, battute da un bombardamento che pareva volesse demolire le montagne, certi nostri reparti hanno perduto fino al sessanta per cento, e non si sono mossi. Quando la fanteria nemica si [p. 30 modifica] scagliava credendo di non trovare più nessuno, era falciata dai colpi degli eroici superstiti, che si buttavano giù al contrattacco, la baionetta bassa.


La barriera non avrebbe ceduto; ma era anche l’ultima barriera, oltre la quale la pianura si apriva. Il Comando Supremo si preparava ad ogni evenienza. Il 21 maggio Cadorna dava l’ordine di studiare la costituzione di un nuovo esercito. Il giorno dopo, 22 maggio, alle undici del mattino comandò l’esecuzione del progetto. Nella notte stessa, le truppe erano in marcia.

Erano in marcia su tutte le strade del Friuli e su tutte le strade del Veneto, venivano dai depositi, venivano da concentramenti prossimi alla fronte dell’Isonzo, venivano dai campi delle riserve strategiche a disposizione del Comando Supremo, che erano in attesa sulla destra del Tagliamento. In poche ore gli uffici di mobilizzazione, di trasporto e di intendenza dello Stato Maggiore avevano concretato i loro piani, diramato gli ordini, iniziato l’esecuzione! L’immensa macchina si era mossa come al tocco di un bottone elettrico. Mentre gli uomini iniziavano la marcia, affluivano migliaia di carri, di camions, di furgoni, di muli, da regioni lontane, si formavano depositi di tappa a centinaia, e da tutte le ferrovie italiane si avvicinavano [p. 31 modifica] alla zona di guerra vagoni e locomotive per formare i treni che avrebbero raccolto le truppe in innumerevoli stazioni, lungo le vie seguite dalla marcia; e in queste stazioni, reparti del genio arrivati di urgenza costruivano banchine di carico, impiantavano binari di sfogo. Sulle maggiori arterie ingrossavano torrenti di battaglioni, che scendevano dalle varie zone, e fin dalla prima notte città e villaggi nella piana furono destati dal rombo cadenzato dei passi.

Le truppe che avevano goduto un riposo più breve nella riserva, furono le prime ad essere prese dai treni. Le altre seguirono. Il movimento ferroviario divenne intenso, poi vertiginoso; i convogli si succedevano spesso a pochi minuti di distanza, mentre le dislocazioni rese necessarie dalla battaglia ingombravano le linee del Vicentino. Al trasporto di uomini si aggiungeva il trasporto dei viveri, dei materiali, delle munizioni, dei feriti, delle batterie pesanti, delle batterie campali, delle batterie da montagna, delle batterie someggiate. Durante quattro giorni le ferrovie hanno superato di un terzo la potenzialità massima teorica. Non è prudente ancora dare delle cifre, ma si può dire che per l’offensiva nel Trentino le ferrovie hanno trasportato una quantità di soldati che supera di molto il mezzo milione, e più di ventimila ufficiali, quasi centomila quadrupedi, oltre quindicimila carri. Tutto questo senza interrompere [p. 32 modifica] completamente il servizio normale del traffico. E fino alle stazioni bombardate dal nemico il movimento dei treni militari è continuato.


Il due giugno il nuovo esercito era sul posto pronto all’azione. Oltre a questo, il Comando Supremo aveva ancora una riserva straordinaria. Qualche ufficiale austriaco prigioniero ha dichiarato che la conoscenza di questo grandioso concentramento stupefacente e imprevedibile, trapelata dall’interrogatorio di alcuni prigionieri italiani, ha profondamente turbato il Comando austriaco scoraggiandolo dal proseguimento di un’impresa che appariva infallibilmente destinata a finire in un immenso disastro. Il due di giugno, proprio quando l’esercito magico compariva, si avevano i segni decisivi che l’offensiva austriaca era definitivamente fermata. È una grande data nella immensa battaglia. Quel giorno stesso, fulmineamente, Cadorna ordinava l’offensiva. Egli aveva sentito immediatamente la nuova situazione, e mentre con sicura parola annunziava all’Italia l’esaurimento dell’attacco nemico (nel bollettino comparso il giorno dopo) diramava le direttive dell’attacco italiano sull’Altipiano di Asiago. Il giorno tre diramava quelle per l’attacco verso il Col Santo. Era l’azione a tenaglia che egli scatenava, quella superba manovra che doveva portare [p. 33 modifica] così grandi frutti. Il quinto esercito assumeva un nuovo compito; non potendo più, fortunatamente, sconfiggere il nemico in pianura, doveva andare ad aiutare i difensori a sconfiggerlo sui monti. Così ha fatto.

La barriera aveva retto. Aveva retto contro forze preponderanti, aveva retto per l’infaticabile abilità dei capi, per l’eroismo sublime dei combattenti. Non erano mancati periodi critici e di ansia. Quando il nemico martellava con bombardamenti e assalti certe posizioni vitali come il Passo di Buole, la cui conquista avrebbe fatto crollare tutte le difese di Val d’Adige e aperto la via a Schio, come il Pasubio e il Novegno, capisaldi dell’estrema difesa, quando il nemico tentava di scendere dal Cencio, e la popolazione di Vicenza vedeva dalle sue case scoppiare; le grosse granate nemiche sulla corona dei monti, era nei comandi un sentimento scevro di sfiducia, ma che tendeva terribilmente ogni energia e ogni pensiero nel raccoglimento di uno sforzo gigantesco e senza tregua.


Il comando dell’armata di difesa compiva dei prodigi per opporre sempre forze adeguate nei punti assaliti. Delle brigate volavano trasportate in automobile da un punto all’altro, spesso per strade improvvisate. Centinaia e centinaia di camions carichi di truppe si [p. 34 modifica] spostavano ogni notte. Se si pensa che occorrono trecentosessanta camions per il trasporto di una brigata, si ha un’idea del tremendo e spettacoloso movimento che si addensava sulle vie tortuose delle montagne. Di un colpo solo una intera divisione fu portata in automobile dalla Carnia alle regioni del Pasubio in una notte. Se si sono potute avere le cifre dei trasporti ferroviari, nessuno potrà mai sapere forse esattamente le entità dei trasporti automobilistici. L’automobile ha salvato delle posizioni.

Si sono visti non soltanto degli uomini velocemente spostati dai camions dietro alla fronte di battaglia, ma anche dei cannoni, delle batterie intere, e non era raro incontrare qualche pezzo da montagna issato sopra i cuscini di una automobile elegante e condotto al combattimento come un generale.

Nella fase difensiva della battaglia non si è esitato a indebolire arditamente le ali per rafforzare il centro. Dalla Valle del Brenta e dalla Valle dell’Adige, dove si reggeva solidamente, delle truppe erano portate sugli Altipiani a fronteggiare la spinta più poderosa del nemico che s’incuneava puntando su Arsiero e su Asiago. Si otteneva con questi spostamenti rapidi una vera moltiplicazione delle forze, che richiedeva spaventosi lavori di organizzazione e attività che sembrano sovrumane. Una esaltazione magnifica era in tutti e le truppe [p. 35 modifica] avevano il conforto continuo di uno stretto contatto con i capi. Cadorna dava l’esempio, era tutti i giorni sulla fronte, spesso al fuoco. A pochi passi da lui, una mattina, mentre stava per uscire dal forte dell’Isser, quattro grosse granate sono scoppiate, e se egli non si fosse trattenuto qualche istante prima per dare delle istruzioni, sarebbe stato fatalmente colpito. Egli si trovava sempre ovunque vi fosse bisogno del suo sguardo o della sua parola, quella parola precisa, piena di autorità e di persuasione, sobria, tagliente, conquistatrice, che penetra, che fa trovare facile tutto, anche morire.


Il due giugno dunque l’offensiva nemica era nettamente paralizzata e Cadorna ordinava l’inizio della nostra. Ma su montagne prive di acqua e misere di comunicazioni non si può aumentare il numero dei combattenti di centinaia di migliaia di uomini e non si possono portare masse di nuova artiglieria senza una grande preparazione logistica. La preparazione è durata precisamente dieci giorni.

Nulla più stupisce. In dieci giorni, soltanto per organizzare i trasporti sul massiccio dell’Isser, destinato a diventare tutto una immensa batteria onde aprire il varco al nostro movimento aggirante sulla destra, si sono dovute costruire cinque teleferiche. Le strade nuove avanzavano d’ora in ora. Si creava un lago [p. 36 modifica] artificiale, arginando gli sbocchi di una valle, per attingervi l’acqua necessaria alle truppe, e oltre quattrocento camions venivano attrezzati per il trasporto dell’acqua ai limiti delle rotabili. Non è possibile dare l’idea del lavoro immenso compiuto in quei dieci giorni. Tre giorni furono necessari poi per lo spostamento delle truppe, il piazzamento delle artiglierie, la formazione dei grandi depositi di munizioni.

Il giorno sedici s’iniziava l’azione. Essa non poteva sferrarsi con immediata generale violenza; era necessario che le nuove truppe riconoscessero il terreno. Incominciò subito una attività di ricognizioni, di tastamenti, di pressione, con scontri parziali nei quali i nostri soldati dimostrarono una risolutezza e uno slancio incomparabili. Gli alpini all’estrema destra avanzavano sul ciglio dell’Altipiano. Ili diciassette essi conquistavano le posizioni di Malga Fossetta e di Monte Magari, prendendovi cannoni, mitragliatrici e prigionieri. Il diciotto prendevano la Cima Isidoro.

La nostra pressione cresceva su tutta la fronte, il movimento si faceva intenso, implacabile. Il nemico tentava di spezzarlo con attacchi sporadici al centro specialmente fra il Monte Lemerle e il Monte Magnaboschi. Ma le ali nostre avanzavano, specialmente la destra, perchè noi ci eravamo messi in condizioni di poter nutrire di forze questa tremenda tanaglia, per le [p. 37 modifica] comunicazioni create alle spalle, mentre il nemico non poteva proporzionare la resistenza sul fianco. Siamo riusciti così a stringere il formidabile abbraccio, e il 24 la nostra estrema destra s’insediava alla testata della valle di Campo Mulo.


Immediatamente il Comando Supremo ha ordinato l’attacco generale e violento per il 26. Alle due del mattino doveva attaccare la sinistra in direzione di Col Santo. Alla sera doveva attaccare la destra in direzione della Cima Dodici. Fu durante la preparazione di questa azione generale che sentimmo, nella notte dal 24 al 25, scemare la resistenza avversaria. La ritirata austriaca era cominciata. Il resto è noto.

Questa volta il nemico ha dimostrato una previdenza che lo ha salvato dalla disfatta completa. Sembra che la decisione di ripiegare sia stata presa subito dopo la conquista della Cima’ Sant’Isidoro. Il 19 il Comando austriaco avrebbe riconosciuto la disastrosa situazione del suo esercito, e il ritiro dei grossi calibri austriaci che avevano passato l’Assa sarebbe cominciato parzialmente nella notte dal 22 al 23. Ma non potè disimpegnare le sue fanterie che dal 25 sono sotto ai nostri attacchi, ed esse si difendono da linee successive formidabili e ben preparate.

Non si sentiva poi tanto sicuro di passare, il nemico, se ha impiegato così bene questo [p. 38 modifica] mese di occupazione a scavare trincee e a piantare reticolati per difendersi in caso di un ritorno troppo frettoloso.

Tutto il risultato che esso ha ottenuto è stato di perdere nel Trentino oltre 160 000 dei suoi migliori soldati. Queste perdite, aggiunte a quelle avute in Volinia e in Bucovina, superano di molto l’attuale riserva austriaca. L’esercito austriaco è dunque in perdita, intacca il suo capitale d’uomini, non può più colmare i vuoti. Ciò vuol dire che da questo momento gli sarà sempre più difficile assumere un’offensiva in grande stile.

È costretto a difendersi, per ora. E fino a quando?