Daniele Cortis/Capitolo ventunesimo

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Capitolo ventunesimo

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Capitolo ventesimo Capitolo ventiduesimo



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CAPITOLO XXI.


Nel poema dell’ombra e della vita.


L’indomani, a colazione, s’era deciso di condurre, fra il tocco e il tocco e mezzo, il senatore Clenezzi ai giardini Cortis per far ritorno a villa Carrè dalla parte di Caodemuro. Al tocco, Elena sedeva nella sua camera presso la finestra aperta, tendendo involontariamente l’orecchio a ogni passo che suonasse giù nel giardino. Pensava, e le veniva in cuore, piano piano, una speranza. Non osava trattenerla, la mandava via subito; la richiamava, vi si appoggiava un momento, un attimo solo per sentir quel riposo così molle, ricreante. Se suo marito non sapesse che farne di lei, se avesse voluto soltanto metterla alla prova? No no, adesso non voleva pensarlo, era troppo presto. Ma se la lettera oggi non venisse? Se non venisse neanche domani? Secondo Lao, la partenza di suo marito non avrebbe potuto tardar molto. Era prudente di aspettar qualche giorno ancora prima di sperare; ma se la lettera non venisse neppure posdomani? Allora sì, allora sarebbe da sperare che non venisse più.

La posta era in ritardo quel giorno. Clenezzi e Cortis passeggiavano su e giù per il giardino davanti alla villa. Cortis guardava spesso la finestra d’Elena, ascoltava poco le chiacchiere del suo compagno. [p. 350 modifica]

Elena non compariva mai. Verso il tocco e mezzo comparve invece il conte Lao chiuso nel suo soprabito.

«Ohe» diss’egli, «si va o non si va? Se non si va subito, io resto a casa.

Si chiamò Elena, che avrebbe voluto aspettare ancora un poco. Lo zio andava fuori dei gangheri, la contessa Tarquinia gridava dalla finestra della sua camera: «Cosa fate che non vi movete?» e il povero Clenezzi, non sapendo con chi stare, si accusava di questo trambusto, protestava che sarebbe rimasto volentieri a casa, che luoghi più belli non si potevano vedere. Cortis domandò ad Elena se ci tenesse ancora tanto alla posta. Ella si ritirò subito dalla finestra cui s’era affacciata e rispose dal di dentro:

«Vengo.»

S’incamminarono: Lao davanti a tutti, solo, a testa bassa, brontolando; poi Clenezzi a fianco di Elena, poi Cortis. Non c’era nel cielo limpido una nuvoletta, l’erba si moveva appena nell’alito dell’aprile, così molle e tardo, stanco di troppa vita, di troppi desideri che porta. Cortis e Clenezzi scherzavano sull’andatura funebre del condottiere

«Colonna di nuvole!» gli gridò Cortis.

Lao si voltò.

«Sì, sì,» diss’egli «tirarmi attorno con questo tempo da cani! Non sentite che a momenti piove? Basta esser uomini politici per non capir niente.

Cortis rise forte. Elena, sempre silenziosa, lo guardò in modo ch’egli credette farle dispiacere con la sua allegria, le rispose con un altro sguardo serio serio, quasi dolente. Ella indovinò il suo pensiero, gli [p. 351 modifica]sorrise di furto un momento, mentre gli altri due avevano avviato un dialogo sugli uomini politici. «Ecco», diceva Lao sottovoce a Clenezzi, additando Cortis. «Quello là e basta. Un poco mouche du coche anche lui, ma non come gli altri che vi guardano come se tirassero il mondo, e se loro, le bestie, fossero più onorevoli di noi che ci lasciamo tirare. Adesso ti spolitichiamo te!» soggiunse forte, voltandosi a Daniele. «Ti invillaniamo, ti mettiamo a urtar avanti l’Italia qua, qua, con le mani e con i piedi, sui tuoi campi; altro che alla Camera con le parole! A studiar economia qua, qua, nella pratica, altro che sui libri! E se hai la malinconia del socialismo, della democrazia cristiana, qua si prova, sugli uomini, per terra e non nelle nuvole in un pallon di carta. Qua, qua!

Ogni volta che diceva «qua» batteva il bastone a terra.

«Oh!» esclamò Cortis. «La posta!

Elena si fermò su due piedi, un leggero sussulto delle spalle tradì la sua commozione. Anche il portalettere si era fermato a frugare nella borsa.

«Una lettera per lei, signor conte» diss’egli.

«Tientela!» rispose questi alzando il bastone. «Lettere e sassate sono per me la stessa cosa.

L’altro si schermì ridendo, gli diede la lettera, ne diede un’altra a Cortis che guardò la scrittura e rimase lì attonito, un po’ accigliato. Per ultimo, colui si volse ad Elena, frugando ancora nella borsa.

«Anche per me?» diss’ella. E subito si sentì dentro come una scossa, un intorpidimento elettrico, un mancar della vita. Colui le porse una lettera. Elena la prese, la guardò, era quella; ebbe un solo pensiero: non tradirsi. [p. 352 modifica]

Volle dir «va bene» ma non potè; voltò le spalle agli altri fingendo guardare i monti.

«Magnifico punto!» disse il senatore venendole accanto.

Ella si voltò subito. Cortis, che leggeva la sua lettera, alzò gli occhi a lei, la considerò un poco, le si accostò rapidamente. Ella volse il viso dall’altra parte e disse al senatore:

«Andiamo.

Clenezzi le si mise frettoloso a fianco, non la lasciò che a Villascura sulla spianata di casa Cortis, quando Lao lo chiamò al parapetto di settentrione.

«Elena» disse Cortis fermandosi.

Non era una voce d’impero nè di preghiera; era la tranquilla voce risoluta cui lei non poteva che obbedire sull’atto, in qualunque luogo, in qualunque momento. Aveva già fatto un passo per seguire Clenezzi: si arrestò.

«Che hai?» diss’egli.

Ella rispose con un sorriso punto naturale.

«Niente.

«Ti senti male?

«No, oh no.

Cortis la guardò in silenzio.

«Qualche disgrazia?» diss’egli con impeto.

«Oh no.

Questo no fu proferito così piano! Elena alzò gli occhi, quasi suo malgrado, in viso a Daniele, con una espressione dolce, dolente, con una timida domanda muta. Era egli in collera perchè le rispondeva così asciutta, senza confidenza? Non era in collera, ma era tanto grave e triste.

«Vediamo la casa, eh!» gridò Lao. [p. 353 modifica]

Cortis dovette far aprire e mostrar la villa a Clenezzi. Entrarono tutti in sala, scesero nel giardino francese, girarono intorno al bacino della fontana. A Cortis pareva che bastasse; ma Lao continuava a dire: «No, no, veder tutto, veder tutto.

Elena si fermò in sala.

«Vi aspetto qui» diss’ella.

Rimase sola, immobile, ascoltando le voci de’ suoi compagni dilungarsi per le stanze vuote. Quando le sentì lontane, trasse precipitosamente la lettera, l’aperse, corse alle ultime parole, la ripose in furia. Le voci lontane non tornavano. Trasse ancora la lettera adagio adagio, risalì dall’ultima delle quattro fitte pagine alla prima, alzando il viso ogni momento per ascoltare. Finito ch’ebbe di leggere, si giunse le mani sul petto.

«Dio, Dio!» diss’ella.

Udì avvicinarsi i passi e le voci, balzò fuori della sala, sedette sulla gradinata verso il giardino, di fianco alla porta, per non esser vista. Sedette lì davanti ai gigli, alle rose in fiore, al verde pendio della montagna, al getto d’acqua che pareva esso pure, come i fiori e il verde, una viva gioia pura della terra. Dio, come le batteva il cuore, con qual furia rintoccava: no, no, no! Intanto gli altri entravano in sala. Cortis diceva: «Cosa vuoi? Forse sarò quel matto.

Elena scattò in piedi, li raggiunse.

«Che matto?» diss’ella.

«Un matto che tornerà a Roma» rispose Lao, infuriato, «che si caccerà da capo nella politica e vi lascerà la pelle, spero, perchè se lo merita».

«Oh!» fece Elena. [p. 354 modifica]

Cortis sorrise.

«Verrò qui spesso» diss’egli, «molto spesso, a prender fede, speranza e vita.

Gli occhi suoi e quelli d’Elena s’incontrarono. Ella intese bene, si abbandonò tutta, con l’immaginazione, al pensiero di non partire, di viver vicina a lui per sempre, e ne provò un ristoro delizioso, una dolcezza che le penetrava, ricreando ogni fibra, un godere intenso di quel che vedeva e sentiva, del verde, delle rose, dell’acqua cadente, persin dell’aria che respirava.

«Hai avuto una lettera?» le disse Cortis nell’aprirle il cancello di legno che mette da un cortiletto rustico ai giardini.

«Io?» rispose Elena colta alla sprovvista: e il suo cuore si serrò sull’atto.

«Eh, me l’ha detto lui» replicò suo cugino accennando a Clenezzi che li seguiva con Lao.

«Sì» diss’ella tremante.

Non guardò Cortis, ma sentì il sussulto che lo scosse. La breve ebbrezza le era già caduta all’udir nominare da lui la lettera. Le era risorta incontro da quelle labbra la realtà imperiosa dello scritto, della situazione terribile, del suo dovere.

«L’ho detto, io» esclamò Lao, «che il tempo cambia? A voialtri.

Bianche nuvole uscivano dalla cima del Passo Grande sulle vette degli alberi affollate a fronte e a sinistra del cancello; e il sole veniva meno sul breve prato scoperto, sulla stradicciuola che gira e si perde nei misteri del bosco, nel poema dell’ombra e della vita. Lao si fermò al cancello, guardando le nuvole. Elena intanto camminava adagio adagio verso il [p. 355 modifica]bosco, sperando, quasi, che gli altri sarebbero tornati indietro senza di lei. Avrebbe voluto perdersi là dentro, sola, per ore ed ore, prima di risolver niente, pensar come difendersi da lui che avrebbe voluto sapere! Egli le aveva detto la sera prima: «Se questa persona credeva suo dovere di andar via per sempre, avrebbe fatto bene a non avvertire l’amica; quel dovere ne sarebbe diventato troppo difficile a compiere.» E adesso come dirgli niente? Sarebbe stato possibile, anche facile, durante il passeggio; ma più tardi?

Suo zio, che intanto si era fermato a disputare con Cortis sul tempo, le gridò dietro: «Elena! Alla colonna!» Oh, non l’avrebbero lasciata sola, no! La raggiunsero sul sentiero che sale sotto i grandi castani e il delicato verde delle acacie, e gira quindi sul dorso del poggetto, fra sottili tronchi spogli di abeti e di pini. Cortis la interrogava sempre con gli occhi ma non le poteva parlare. Solo una volta che Lao e Clenezzi guardavano ammirando a’ ciuffi altissimi de’ pini, potè sussurrarle:

«Mi dirai tutto, sai.

Ella lo guardò con quella fiamma scura che aveva sempre negli occhi quando sapeva, guardandolo, di non essere osservata; e rispose:

«Se non te lo dicessi, non devi pensar mai...

Le mancò la voce.

«Cosa?» diss’egli, ma non potè aspettar la risposta perchè Lao lo chiamò. Diamine! Il signor Daniele doveva far lui da cicerone, nel suo parco! Clenezzi n’era entusiasta. Il tepido odor molle della primavera, il silenzio, il rinascente verde e anche il continuo mancare e tornar del sole nelle quiete [p. 356 modifica]solitudini gli toccavano il cuore sempre giovane. «Un canto dell’Ariosto» diceva. Quella conca di pratelli verdi lì sotto a sinistra, cinta di selve, fra il poggetto e la montagna enorme, quel valloncello scuro in cui la conca si versa, è tutto parco? E là in fondo il lontano paesello pien di sole, che si vede fra gli alberi, con la chiesa bianca in alto? Caodemuro. E questo rumor sordo d’acqua corrente? La Posèna. E il lago? Non c’è un lago nel parco? Di lì non si vede; è lontano fra le selve.

«E le fragole?» disse Lao. «Non vedete le fragole in fiore?

Clenezzi colse una fragoletta acerba. Ma dov’era donna Elena?

«Abbiamo perduto Angelica» diss’egli:

Fugge per selve spaventose e scure:
Per lochi inabitati, ermi e selvaggi.

Elena non fuggiva. Era salita pochi passi più su, e aspettava gli altri al vecchio castagno, dove si esce sul prato della colonna.

«Ahimè» disse il galante senatore, porgendole la fragoletta. «Questa è troppo acerba e io sono troppo maturo.

Lao si lagnò scherzando della dama che facea spolmonare i cavalieri; poi le fe’ cenno di lasciar passare gli altri due, di fermarsi un momento.

«Che luna!» diss’egli.

«Posso esser gaia, zio?

«Perchè no?

Ella disse allora che se pareva triste, se parlava poco, era forse anche un effetto della primavera e [p. 357 modifica]della campagna, che le davano un piacere tanto dolce, ma silenzioso. Poi raggiunse Cortis e Clenezzi sul prato inghirlandato di bosco che ascende in dolce declivio al culmine del poggio. Cortis s’era voltato verso di lei per mostrare a Clenezzi, sopra la folla dei pini e degli abeti, le balze rossastre del Corno Ducale.

«Bello, bello, bello!» diceva il senatore. Ma quello era niente, secondo Lao, rispetto alla veduta che si aveva da levante, sotto le potenti braccia dei castani, sparse sul ciglio del pendìo verso Villascura. Mentre il senatore guardava di colà la villa e il giardino francese a’ suoi piedi, il sasso coronato di rovine che porta sopra uno scaglione la chiesa, e tutta la verde valle corrente giù al piano sconfinato, Elena sussurrò a Daniele, compiendo la interrotta frase di prima:

«Non devi pensar mai ch’io ti voglia meno bene.

Egli lo sapeva, ma ogni volta che la dolce bocca diceva così, era come una gioia nuova, un esaltamento della vita in ogni fibra. Fremeva ora di doversi contenere, di non poterle almeno prender le mani, chieder che gli parlasse di questa misteriosa lettera, che dividesse con lui tutte le sue pene, che avesse fede in esso, e anche speranza, perchè egli si sentiva forte da poterla aiutar con il consiglio e con l’opera in qualunque difficoltà.

Gli occhi suoi lo dissero ed ella intese, i suoi propositi di segreto l’abbandonarono, pensò che, se in quel momento fossero stati soli, avrebbe voluto piegargli la fronte sul petto e dirgli tutto, tutto. Mai nè lui nè lei avean sofferto tanto di non esser soli come in quel punto.

«Hai udito» diss’egli, «che forse torno a Roma? [p. 358 modifica]

Le sue labbra segnarono poi, senza voce, queste due parole: «Per te.

E quando egli mostrò a Clenezzi la colonna antica portata lì dalle terme di Caracalla e gli lesse con calda voce l’iscrizione latina, Elena intese bene che la leggeva per lei, che diceva a lei: «D’inverno e d’estate, da presso e da lontano, sin ch’io viva e più in là. Usque dum vivam et ultra». Profondo suono, pieno di mistero.

Clenezzi domandò la storia di quell’epigrafe. Cortis non la sapeva o non la volle dire.

Di quanta invidia eran degne quelle due mani così fortemente congiunte senza che il mondo nemico potesse conoscere mai nè il viso nè il nome di chi si amava tanto!

«Andiamo, andiamo» disse Lao «che si è riscaldati e qui c’è aria. A me poi mi danno fastidio quelle due mani sempre lì unite. Spero una volta o l’altra, venendo qua, di trovarne una sola. Del resto, a momenti piove. Un bell’affare!

Non pareva ancora che dovesse piovere, ma pure il cielo era quasi tutto coperto quando la comitiva calò nella conca verde fra il poggio e il monte, verso il gran tiglio caro ad Elena, che ora non lo guardò nemmeno. Cortis aveva proposto di scendere pel valloncello al viale di carpini e quindi al lago. Il sentiero, corroso qua e là, non era, in principio, troppo facile. Elena e Cortis passarono, ma Lao, dopo aver brontolato parecchio allungando e ritirando ora un piede ora l’altro, tastando il terreno col bastone, dichiarò che Clenezzi e lui non passerebbero, girerebbero a destra, rifacendo un tratto di via per riuscire poi essi pure sul viale dei carpini. Elena fu presa da [p. 359 modifica]un tremito interno, si sentì venir meno, oscurare il pensiero. Coloro tornarono indietro.

«Finalmente!» sussurrò Cortis rivolto a lei col viso scintillante; e fu atterrito dagli occhi fissi, torbidi che lo guardavano, dal piegare stanco della persona. Le cinse la vita con un braccio ed Elena vi si appoggiò palpitando, tacendo, guardandolo sempre con gli occhi spenti. Egli la supplicava, ansioso, di parlare, di confidarsi a lui, ma ella non poteva ancora. Gli posò una mano sulla spalla, chinò alla mano gli occhi torbidi, vi chinò adagio adagio il viso e disse sottovoce:

«Devo andar via.

«Oh» diss’egli, «ma per poco?» Sentiva bene che non doveva esser per poco; tuttavia non si aspettava le due parole terribili:

«Per sempre.

Non rispose, se la strinse convulso al petto.

«Ma forse non posso, sai» diss’ella.

Non rispose ancora, la cinse anche con l’altro braccio, Elena alzò il viso, gli occhi più sereni.

«Forse non posso» ripetè, «forse resto qui.

Era la muta, paurosa passione di lui che la faceva parlar così tutta tremante ma meno smorta e con un vago sorriso negli occhi. Pareva che temesse di avergli fatto troppo male.

«Sicuro» diss’egli senza rallentar la stretta, «sicuro che stai qui; ma come puoi neppur pensare ad andar via per sempre! Come lo puoi dire? Come puoi credere che ti lascerei partire?

Ella fece un leggero movimento per sciogliersi dalle sue braccia, fu obbedita subito. Gli posò quindi ancora la fronte sulla spalla. [p. 360 modifica]

«Avrei dovuto tacere» disse. «Tu stesso me l’avevi consigliato.

«Io?

«Sì, iersera, quando ti domandai se quella persona che voleva partire avrebbe fatto bene a dirlo, e tu... mi hai risposto... che non avrebbe fatto bene.

Elena parlava a singhiozzi, a sussulti, premendo forte, con la fronte, la spalla di Cortis. Le ultime parole non potevano uscire quasi.

«Forse, ti ho detto. Non avrebbe fatto bene, se...

Non compiè la frase, non disse: se si credeva in dovere di partire. Rimase muto; parve colpito da un pensiero nuovo.

«Vedi?» sussurrò Elena. Cortis protestò impetuosamente. Aveva risposto male, la sera prima, se aveva risposto così. Voleva ella servirsi di una parola buttata là senza riflettere, senza poter indovinare che la si prenderebbe per un consiglio?

«Raccontami tutto» diss’egli.

Ella guardò un momento il pendio ombroso al suo fianco.

Cortis fece atto di aiutarla a sedere. Rispose, accennando del capo, che no, e rimase in piedi con le due mani entro quelle di Cortis, col viso basso. Aperse le labbra a due o tre riprese con un anelito che subito moriva senza voce. Egli, intento, palpitante, aspettava.

Non si udì che il gorgoglio del ruscelletto laggiù fra i sassi neri e le ninfee, che un bisbiglio di pioggerella minuta nel fogliame delle acacie. Qualche gocciolina lo trapassava, ma nè Cortis nè Elena se ne avvidero. Ella finì con crollare il capo e dire:

«Ora non posso. [p. 361 modifica]

Cortis sospirò.

«La lettera è di tuo marito?» diss’egli. «È lui che ti vuol togliere di qua?

Ella accennò di sì.

«Ma per sempre? Come per sempre?

«Sì» diss’ella. «Ora non puoi capire; ti spiegherò.

Tacquero ambedue. Scorsi pochi istanti, Elena osservò timidamente che bisognava scendere per non far troppo aspettare gli altri. Scesero senza dir parola, ella davanti, egli dietro. Elena si fermò presto, gli stese la mano, dicendo con voce angosciata:

«Sei in collera?

Egli afferrò la gelida mano, v’impresse le labbra.

Un altro passo ed Elena si voltò ancora, lo guardò in silenzio, con gli occhi luccicanti, si provò a sorridergli.

Trovarono vuoto il viale di carpini; gli altri erano passati, senza dubbio. S’incamminarono a sinistra verso il lago. Uscendo dall’oscuro viale nel chiarore del cielo bianco, del bianco specchio d’acqua, si fermarono. Silenzio e deserto; non una persona, non una voce. Solo allora, vedendo bagnata l’erba della riva, Elena s’avvide ch’era piovuto. Adesso non pioveva più, l’acqua taceva, immobile. Ma certo lo zio Lao era tornato indietro.

Elena sedette sul tronco dove s’era seduta il giorno prima e non guardò che fosse umido. Era tanto stanca! Appoggiato il gomito destro al ginocchio e il viso sul palmo, guardava il lago. La montagna velata di nebbia, i carpini in giro, l’erbe cadenti dal ciglio della riva, e lei stessa, la muta figura accorata, parevano inchinarsi al mistero dell’acqua profonda, interrogarne il silenzio. [p. 362 modifica]

«Vuoi parlare, adesso?» disse Cortis piano. Ella fe’ segno di no. Cortis le sedette accanto.

«Ti amo troppo» diss’ella con voce spenta, guardando sempre nell’acqua. «Sono troppo debole.

«No, no» soggiunse subito, temendo, a una esclamazione di Cortis, essere stata fraintesa. «Non dico in quel senso, di quello non ho paura, so bene che tu sei tanto nobile, tanto forte; e non credo neppur io di esser troppo debole in quel senso. Dico che non ho la forza di parlare perchè, non so, mi pare che se parlo sarà finita, andrò via e non ti vedrò più.

Afferrò a un tratto con ambo le mani, ansando, quelle di Cortis, lo chiamò, soffocata dalla passione:

«Daniele! Daniele!

Egli si sciolse dolcemente da quella stretta, andò a vedere se vi fosse nessuno sul viale. Nessuno. Allora tornò da lei, le porse la mano.

«Andiamo» diss’egli.

Ella si alzò, docile, cercando leggere nel viso risoluto di lui.

Cortis le prese il braccio, la trasse verso il viale.

«Bisogna aver forza» disse. «Bisogna raccontarmi, tutto, assolutamente, subito.

Ella tremava e non rispondeva.

Egli ripetè «subito.

«Lo devo proprio?» diss’ella. «Lo devo proprio?

«Dunque» rispose Cortis «cosa scrive tuo marito?

Ella obbedì, affascinata, come sempre, da quella voce, si sforzò d’incominciare la storia dolorosa. Dovette rifarsi da capo cinque o sei volte perchè il tremito interno le rompeva la parola. Non sapeva raccapezzarsi, smarriva il filo del racconto, dimenticava ora una cosa ora l’altra. Camminavano adagio, [p. 363 modifica]lei con la testa bassa, con una irrequietudine convulsa delle mani, delle braccia, di tutta la persona; lui un po’ curvo pure, ma freddo, guardando diritto davanti a sè, interrompendo di tratto in tratto con brevi domande. All’ultima svolta del viale, mentre Elena raccontava il suo colloquio notturno col barone in via delle Muratte, la solenne promessa datagli, la scena del revolver, si fermò cupo, l’ascoltò in silenzio sino a quando ella ebbe detto dell’ultima lettera scritta da lei al marito prima di lasciare Roma.

«E la risposta è venuta oggi?» diss’egli.

«Sì.

«Dammela.

Cortis prese la lettera, se la pose in tasca senza leggerla.

«Adesso la tengo io» diss’egli, rispondendo agli occhi attoniti di Elena. «La leggerò più tardi; quando sarò solo, sai, e tranquillo.

Si ripose in cammino con lei senza soggiunger parola su quanto aveva udito. A pochi passi dal cancello incontrarono un contadino che veniva in cerca di loro. Il signor conte Carrè e un altro signore erano nella villa ad aspettarvi la carrozza di casa Carrè. Cortis volle ch’Elena tardasse un poco a farsi vedere da loro, la fece sedere sul prato.

«Ho avuto lettera anch’io da Roma» diss’egli dopo un lungo silenzio. «I miei amici vogliono subito un sì o un no riguardo alla direzione del giornale.

Ella tacque ed egli pure. Intanto uscì ancora il sole bruciante come quando è piovuto e vuol piovere.

«Per te fa troppo sole, qui» diss’egli. «Vuoi che andiamo? [p. 364 modifica]

L’alzò quasi di peso da terra. Elena camminava a stento, tutta abbandonata sul braccio di suo cugino che al cancello le disse:

«Confida in me.

Ella strinse, per tutta risposta, quel caro braccio, parve rianimarsi, camminar meglio. Entrarono dal porticato rustico nella spianata, quando ci entrava dall’altra parte il landeau chiuso di casa Carrè, e il conte Lao usciva con il suo compagno dalla sala della gradinata. Pareva rannuvolato anche lui. Clenezzi salutò Elena come se fosse scampata dal diluvio, ma Lao la guardò appena, non le chiese dove si fossero trattenuti. Cortis disse che restava a Villascura fino all’ora del pranzo. Elena trasalì ma non parlò, anche perchè suo zio, ripetendo «presto, presto», la spinse con un braccio in carrozza, vi spinse il senatore e, salitovi in fretta e in furia anche lui, gridò al cocchiere di partire.

Cortis non si mosse fino a che la carrozza non ebbe svoltato, a destra, il canto della villa. Gli occhi suoi poterono ancora incontrare per un attimo, quelli di Elena. Poi salì in casa, diede ordine che nessuno entrasse da lui non chiamato, si chiuse nel suo studio.

Come fu solo, trasse la lettera del barone, l’avventò, con uno scoppio di collera, a terra. Quindi alzò gli occhi al ritratto di suo padre appeso là sopra il divano in faccia alla scrivania, stette a contemplarlo, palpitante. Era una bella faccia leale, tranquilla, severa.

«Eri più forte, tu» disse il figlio, ad alta voce. «Mi sfogo così, ma sarò degno di te, sai. Questo sempre. [p. 365 modifica]

Dopo di che raccolse la lettera, e, squadernatala sulla scrivania e spianatavela con una gran palmata, vi si buttò su, piantandovi i gomiti a lato, reggendosi con le mani la testa, e lesse:

Roma, 14 aprile 1882.

Cara moglie,

Tu che leggi dei romanzi, o almeno ne leggevi, perchè adesso non so più da un pezzo cosa diavolo tu faccia, troverai naturale quello che mi succede, a me, da un mese a questa parte: ma ch’io perda l’anima dieci volte se ne capisco niente.

Incominciamo da questa, che il Governo mi paga i debiti. Perchè non si deve dire, non si deve sapere, ma è il Governo; l’ho capito bene dalle mezze parole dell’avvocato. Questa è la meno strana, del resto, perchè il Governo deve molto a tuo marito; ma molto! La seconda è questa, che giorni sono mi viene a trovare Spurway, quel mio parente inglese della casa Spurway and C. di Yokohama. Gli parlo di quella maledetta America, gli domando dove potrei andarmi a cacciare ed egli m’invita a Yokohama dove sono tanti semai italiani, mi propone un collocamento, se andassi con mia moglie, assai conveniente per tutt’e due. L’avvocato mi cambia subito l’America in Yokohama. Anche questa è accomodata e mi pare un sogno. La terza poi non mi è ancora successa, ma sta, a quanto pare, per succedermi, ed è questa: che tu vieni al Giappone con me, di tua libera volontà.

Ora ti dico che se fossi andato in America a caso, come credevo di andarci, molto probabilmente ti avrei sciolta dalla tua promessa e sarei partito solo, con [p. 366 modifica]quei cinque o sei anni di vita disperata che mi pare di avere ancora nel ventre. Così invece ci tengo alla tua venuta meco. Voglio mostrarti in questo refugium peccatorum di Yokohama, che c’è del buono in me e che ti voglio bene più che tu non pensi; spremute le quali virtù dalla mia pelle, potrò forse andare ai vermi in istato di grazia anche presso di te.

Questa nuova combinazione fa sì ch’io non possa lasciarti tutto il tempo che desideravi, perchè si parte con Spurway il 19.

Cortis si fermò a pensare che giorno fosse il 19. S’era a domenica 16; dunque mercoledì, subito! La lettera proseguiva:

C’è il compenso che partiamo da Venezia, come volevi tu. Avremo il Bokhara della Peninsulare dove staremo benissimo. Bisogna che tu sia a Venezia, al più tardi, il 18 sera. Telegrafa, se credi, il 18 mattina a T. Spurway, Hôtel Britannia, e sarò a prenderti alla stazione. Se non hai tempo di far molti bagagli non te n’incaricare perchè Spurway mi dice che torna conto provvedersi laggiù; e danaro ne avremo. A ogni modo, della roba se ne può far venire più tardi.

Non so come te la caverai dalle unghie dell’illustrissima signora contessa e del nobilissimo signor conte e di quell’altro tuo reverendissimo spasimante beato Daniele D. C. D. G. A questo ci penserai tu.

A rivederci il 18 a Venezia. Lo fai per virtù, ma, siamo giusti, rinunci a una bella vita, e, perdio, ti stima il

tuo fedele marito
Carmine.


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Cortis spinse via con un atto sdegnoso il foglio. La fantasia gli faceva dire al barone: «Pagati i debiti? Le ne resta uno verso mio padre e lo pagherà a me.» Ed ecco che gli stava di fronte con la spada in pugno, furioso. Afferrò la lettera, se la cacciò in tasca, a precipizio; poi sedette alla scrivania, v’incrociò su le braccia e appoggiò alle braccia la fronte. La rialzò subito, avventò in alto le pugna strette, le scosse rabbiosamente. Quindi si levò in piedi, passeggiò su e giù per lo studio, abbandonandosi a questo pensiero che Elena lo amava oramai così forte da non poter avere un’altra volontà che la sua. Tutta tutta era in sua balìa; egli poteva dirle «ti prendo l’anima e la vita, ti voglio qui.» Cacciò ancora la mano alla lettera per veder meglio se il barone parlasse o no di promesse fattegli da Elena, se vi fosse o no un’allusione alla possibilità ch’ella mancasse al convegno.

Gli venne tratta, per errore, la lettera de’ suoi amici di Roma. Dio, com’era possibile pensare a Roma in questo momento? La fece in due pezzi, trasse l’altra, la rilesse. Non c’era niente.

Ora bisognava andare a casa Carrè, vederla, non lasciarla sola in quei momenti!

Nell’aprir l’uscio dello studio ebbe la fulminea visione della partenza d’Elena, della propria solitudine. Rimase lì con la mano alla chiave. Finalmente, udendo camminare e parlare di fuori, uscì.

V’erano il notaio Picuti e altri del paese venuti per un atto di scusa a proposito del famoso indirizzo ch’era stato sottoscritto da parecchi senza leggerlo, per compiacere altrui.

Questa deputazione annunciò in pari tempo a Cortis [p. 368 modifica]che si stava preparando un altro indirizzo. Lo si pregava intanto di non precipitar nulla, di non offrire dimissioni. Cortis ringraziò molto affabilmente: disse che, quanto alle dimissioni, non poteva prometter nulla, che si sentiva stanco, stanco; nel corpo e nello spirito. A ogni modo, la sua decisione dipendeva da altri avvenimenti tuttora incerti.

Congedatosi da coloro, s’incamminò rapidamente verso villa Carrè. Quando giunse al cancello gli venne un dubbio. Aveva la lettera? O era rimasta nello studio di Villascura? Gli pareva di smarrire il cervello. La lettera non era rimasta a Villascura. Nel porvi la mano, un doloroso spasimo gli contrasse tutti i nervi. Si morse il labbro, si sarebbe compresso il cuore se avesse potuto. Era egli che doveva diriger lei, esser tranquillo, esser forte!