Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro decimo – Cap. XVI

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Libro decimo – Cap. XVI

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De luoghi de le case da scaldarsi , et da rinfrescarsi, et de lo emendare i difetti de le mura, et rassettarli.

cap. xvi.


TOrno à proposito. E’ cosa maravigliosa perche cosi sia, che se tu parerai una sala di panni di lana, diventerà il luogo alquanto più tiepido, et se la parerai di panni lini, diventerà più fresco: se il luogo sarà troppo humidiccio, cavavi sotto fogne, o pozzi, et riempigli di pomici, o di ghiaia, acciò che l’acqua non vi si corrompa; dipoi distendivi sopra uno suolo di carboni alto un piede, et sopra questo distendivi del sabbione, o più presto mettivi docioni et ammattonavi poi di sopra. Gioverà certo grandemente se l’aria sotto al pavimento potrà respirare, ma contro allo impeto de li ardori del Sole et contro alle crude tempeste de lo inverno farà molto bene, se il piano per altro non vi sarà humido ma secco. Fa che sotto lo spazzo de la tua sala ella sia cavata sotto sino a sei braccia, et fagli per ammattonato solamente uno assito di legname stietto: lo spazzo non ammattonato, fà diventar dentro una aria freddissima molto più che tu non crederesti, talmente che chi ha ancora le pianelle in piede, si sente raffreddare i piedi dal legname stesso non che altro, senza che vi sia ammattonato di sorte alcuna, salvo che di tavole; ma la coperta di detta sala sopra il capo falla in volta, et ti maraviglierai quanto la state ella sia fresca, et lo inverno tiepida. Et se per avventura accadrà quello di che si duole il Satirico, che il passar de le carrette per luogo stretto de le vie, ne lievino il sonno et rintuonino le villanie de le importune stiere, donde lo Infermo molestato da lo strepito patisca, a questa incommodità impariamo da la epiatola del più giovine Plinio, in che modo noi ci habbiamo à rimediare benissimo, con queste parole: a queste stanze è congiunta la camera de la notte et del sonno, ne si sente in quella le voci de servi, non il mormorio del Mare, non il moto del temporale, non il lume de Baleni, ne esso giorno ancora, se non apri le finestre: tanto è riposta et secreta. Et la ragione è che uno androne posto infra il muro de la camera et quello dell’orto, gli separa l’uno da l’altro, et in questo modo svanisce mediante questo spatio, ogni suono et ogni remore. Vegniamo hora alle mura. I difetti de le mura son questi: o elle si pelano, o elle s’aprono, o gli ossami si rompono, o elle si piegano da lor diritti. Varie sono le cause di questi difetti, varii ancora i remedii de le cause alcune: ne sono manifeste et alcune più occulte, et non è cosi manifesto qual cosa si giovi se non dopo il ricevuto mancamento. Et alcune oltra queste non sono molto oscure, ma forse non vagliono tanto à danno de li edifitii, quanto si sono persuasi gli huomini per la loro negligentia. Le cause manifeste nelle mura saranno queste, come per modo di dire se il muro fusse più sottile, se e’ non fusse ben conlegato insieme, se fusse pieno di vani nocivi, o finalmente se non havesse ossami bastanti, et gagliardi contro le ingiurie de temporali. Ma quelle cole, che di nascoso, o fuor di speranza: accaggiono, son queste: il movimento de la terra, le saette, la incostantia del terreno, et di tutta la natura: ma inanzi a tutte queste cose nuoce principalmente a tutte l’universali parti de lo edificio, la negligentia, et la trafcurataggine de li huomini. Disse colui, che il fico salvatico è uno ariete sordo contro le mura; ne è cosa da crederla à dir quanto io habbia veduto pietre grandissime smosse, et cavate de luoghi loro, per la forza, et quasi per conio di una barbolina nata infra le congiunture, la quale se alcuno da principio l’havesse svelta [p. 281 modifica]via, il lavoro si saria mantenuto eterno da tal peste. Io lodo grandemente gli Antichi che soldavano le famiglie c’havessino ad havere cura alli edificii publichi, et li difendessino. Agrippa per tal conto ne lasciò pagati dugento cinquanta: Ma Cesare 460. Et lasciarono alli edificii quindici piedi vicini che stessino liberi intorno alli Aquidotti, accioche i fianchi, et le volte de li Aquidotti non fussino intrapresi da alcuna radice di alberi che gli rovinassero. Questo medesimo pare che facessino ancora i privati, in quelli edificii ch’e’ volevano che fussino eterni, percioche ne le muraglie de loro sepolchri scrivevano quante braccia di terreno lasciassino consegrate alla religione, altri quindici, et altri venti. Ma per non raccontare queste cose, e’ pensano che li arbori cresciuti si spenghino, et si levino via del tutto, se in que giorni che il Sole entra nella canicula e’ si taglian a un mezo braccio, et fattovi un foro si metta nella midolla olio petronio mescolato con polvere di zolfo, o veramente se de la cocitura de sermenti de le fave abronzate si annaffierà abbondantemente. Dice Columella che tu estirperai una selva col fiore del lupino, et col sugo de la cicuta, commacerato per un giorno, et aspersone nelle radici. Dice Solino che uno albero tocco dal mestruo de le donne perde le frondi, et altri dicono che elle si seccano. Dice Plinio che li alberi si seccano tocchi da la radice de la pastinaca marina. Torno hora alle cose di sopra. Se il muro sarà più sottile che il bisogno, allora o noi applicheremo al vecchio un’altro muro, tal che e’ diventino un muro solo, o veramente per schifare la spesa vi applicheremo solamente ossami, cioè o pilastri, o colonne, a guisa di travi, et si applicherà l’un muro all’altro in questo modo: Nel muro vecchio si metteranno in più luoghi alcune morse gagliarde di pietra, ma viva, et si fermeranno, che eschino in fuori, di maniera che entrino nel muro che tu harai a fare di nuovo, et che sieno quasi per legatura infra l’una corteccia, et l’altra del muro; et il muro nuovo in questo luogo non si dee fare senon di pietre ordinarie. Applicherai nel muro uno pilastro in questo modo: disegnerai con la matita la sua larghezza nel muro vecchio, dipoi da esso fondamento incominciandoti, forerai il muro con una finestra, la larghezza de la quale sia alquanto maggiore, che quella che tu disegnasti con la matita nel muro: Ma la altezza de la finestra non sarà molta. Dipoi riempi detta finestra con pietre riquadrate con estrema diligentia, et con filari uguali, et in questo modo averrà, che quella parte del muro, che fu lasciata dentro al segno de la matita, sarà intrapresa da la grossezza del pilastro, et il muro sarà diventato più gagliardo. Dipoi col medesimo ordine, che tu hai alzata questa prima parte del pilastro, alzerai l’altre parti di sopra fino a che tu ne venga a l'ultimo fine del lavoro. De la sottigliezza sia detto a bastanza. Ma dove mancheranno incatenature, useremo catene, o spranghe di ferro, o più presto di rame. Ma bisogna avertire che li ossami non si debilitino con l’haverli a forare. Ma se peraventura il peso de la soprastante terra spignerà alcuno de gli lati, o con la humidità gli farà danno, fa lungo il muro una fossa larga, secondo che ricerca il bisogno, et muravi alcuni mezi cerchi, i quali certamente ricevino la forza del peso dell’aggravante terreno, et aggiugnivi in alcuni luoghi vaselli, o doccie, per le quali sene scoli, et si purghi l’humore che vi distilla, o vero distendevi correnti per piano, che con le teste, loro piglino, et tenghino il muro spinto dall’aggravante terreno, et a questi legni ne conficca alcuni a traverso, et caricali poi di terreno posticcio. Gioverà certamente questo, percioche il terreno posticcio si assoderà, et si strignerà insieme avanti che il nervo del legname si consumi.