Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro primo – Cap. III

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo – Cap. III

../Libro primo – Cap. II ../Libro primo – Cap. IV IncludiIntestazione 11 novembre 2015 75% Da definire

Della architettura - Libro primo – Cap. II Della architettura - Libro primo – Cap. IV
[p. 7 modifica]

Della Regione del Cielo, overo Aria, del Sole, et de’ Venti, che variano l’Aria.

cap. iii.


GLi Antichi usavano diligentia, quanto più potevano grandissima, di havere una Regione nella quale non fusse cosa alcuna nociva, et fusse ripiena di tutte le commodità; et sopra tutto guardavano con ogni diligenza di non havere l’Aria grave, o molesta, con savio invero, et maturo consiglio. Acconsentivano certo, che se la terra, et l’acqua havessero in loro alcuno difetto, si potevano con l’arte, et con l’ingegno correggere. Ma affermavano, che l’Aria non si poteva mai nè con aiuto alcuno d’ingegno, nè con moltitudine alcuna di huomini correggere, et risanare, tanto che bastasse. Et certamente il fiato dello alito col quale solo noi veramente conosciamo mantenersi, et nutrirsi la vita, sarà molto ottimo alla salute, se egli sarà sommamente puro. Oltra di questo, quanta forza habbia l’Aria nel generare, nel producere, nutrire, et mantenere le cose, non è nessuno, che non lo sappia. Conciofia che e’ si conosce, che sono di maggiore ingegno coloro, che si nutriscono di più pura aria, che quelli, che si nutriscono di più grossa, et humida. La qual cosa si pensa, che fusse la cagione, che gli Ateniesi fussino di molto più acuto ingegno, che i Tebani. Noi conosciamo, che l’Aria secondo il sito, et positura de’ luoghi, ci pare hora d’una maniera, et hora d’un’altra. Le cagioni delle quali varietà, parte ci pare di conoscere, parte ci sono del tutto nascoste, et incognite per la scura natura loro. Ma diremo prima delle cagioni manifeste, di poi disputeremo delle più occulte, accioche noi possiamo eleggere Regioni commodissime, et in quelle vivere sanissimamente. Gli antichi Teologi chiamarono l’Aria Pallade. Questa disse Homero, che era Dea, et si chiamava Glaucope, che fignifica Aria pura, che di sua natura stia lucidissima. Et certo si vede chiaro quella Aria esser sanissima, la quale è purgatissima, et purissima; et che con la vista si può facilmente penetrare, lucidissima, et leggierissima, et tutta sempre a un modo, et non varia. Et per il contrario affermeremo in quel luogo essere Aria pestifera, dove stiano ragunate continuamente grossezze di nebbie, et di puzzolenti vapori, et che quasi ti stia sempre come un certo peso su gli occhi: Et che ti impedisca la vista. Che queste cose così fatte, sieno nell’un modo, et nell’altro, mi penso io che accaggia da molte altre cagioni, ma più che da alcun’altra da’ Soli, et da’ Venti. Nè qui staremo a raccontare quelle cose naturali, cioè in che modo i vapori per la forza del Sole si lievino dalle più intime, et secrete parti della Terra, et s’inalzino al Cielo. Dove ragunati in gran moltitudine nello ampiissimo spatio dell’aria: o vero per la loro grandissima mole, o pure, che ricevendo i raggi del Sole da quella parte, che rarefatti si sono, calchino: et con il cader loro spinghino l’Aria, eccitino i venti, et dipoi gittandosi da per loro nell’Oceano cacciati dalla sete si tuffino; bagnati finalmente nel Mare, et pregni di humore, aggirandosi nuovamente per l’Aria, stretti da’ venti, et quasi come spugne premute distillino, et piovino a gocciola a gocciola lo humore, onde sieno cagione, che si creino nuovi vapori. O siano quelle cose, che noi habbiamo dette, vere, o ch’egli è pur vento, et una secca fumosità della terra, o una calda evaporatione mossa da freddo, che la spinga, o vero fiato d’Aria, o vero pura Aria, mossa dal moto del mondo, o da il corso, et raggiare delle Stelle, o vero lo spirito (che genera le cose) mobile per sua natura, o sia pur altra cosa, che non in se stessa, ma nell’Aria più presto consista, guidata dalla calda possanza della più alta parte dell’Aria, o dalla infiammatione fatta nell’Aria mobile, o se alcuna altra ragione, et opinione di altri nella discussione da farsi è più vera, o più antica: io giudico, che sia da lasciarla in dietro, come che non faccia a proposito. Da questo veramente, se io non [p. 8 modifica]m’inganno, si potrà interpretare, onde venga, che noi vagiamo alcuni Paesi del Mondo essere sì fatti, che si rallegrano dell’Aria lietissima, mentre gli altri a loro vicini, et quasi posti nel medesimo seno, per l’Aria più trista, et per il giorno quasi mesto diventano schifi, et lordi. Questo credo io che accada non per alcun’altra cagione più che per non havere convenienza con i Venti, et con il Sole. Cicerone usava di dire che Siracusa era talmente posta, che gli habitatori di quella in ciascun dì dell’anno vedevano il Sole; cosa invero rara, ma da essere desiderata, et da bramarsi certo sopra tutte l’altre cose, dove la necessità, o la opportunità non te la vieti. Debbesi adunque eleggere di tutte le Regioni quella, dalla quale la forza delle Nebbie, et la grossezza di ogni più spesso, o grosso vapore, stia lontana. Hanno trovato coloro che attendono a queste cose, che i raggi, et gli ardori del Sole, fanno maggior’impeto sopra le cose più ferrate, et dense, che sopra le rade; fopra l’Olio più che sopra l’Acqua; fopra il ferro, più che sopra la lana. Laonde e’ dicono l’aria esser più grave, et più grossa in quei luoghi, dove ella maggiormente si riscalda. Gli Egizzii contendendo della nobiltà con l’altre genti del Mondo si gloriavano di essere stati i primi huomini che fussero stati creati nel Mondo, et che non era stato bisogno di procreare gli huomini in altro luogo, che dove e’ fussino possuti vivere sanissimi, et dicevano essere stati dotati dalla benignità de gli Dii quasi di perpetua Primavera, et d’Aria sempre d’una medesima maniera maravigliosamente più che tutti gli altri. Et Erodoto scrive che infra gli Egizzii, quelli massimamente che son volti verso la Libia, sono più di tutti gli altri sanissimi, perche quivi mai non si variano i piacevoli venticelli. Et certo e’ mi par vedere alcune Città sì della Italia, sì delle altre genti, non per alcun’altra cagione più che per una subita intemperie dell’Aria, hor calda, et hor fredda, diventare inferme, et piene di peste. Per tanto si debbe avvertire, et non senza proposito, quanto, et qual Sole habbia ad havere il Paese, accio non vi sia nè più Sole, nè più ombra, che si bisogni. I Garamanti bestemmiano il Sole quando e’ si leva, et quando egli va sotto: percioche e’ sono avvampati dalla troppa continuatione de’ raggi. Altri sono pallidi per haver quasi una continuata notte: et che così accaggia, non interviene tanto per havere il polo più basso, o più asghembo, ancora che questo faccia assai, quanto che per essere i luoghi posti con la faccia, o a ricevere il Sole, et i venti, o a schifarli. Io più presto vorrei i venticelli piacevoli, et piccoli, che i venti, et più tosto i venti, ancor che crudi, et meno che modesti, che io non vorrei l’Aria immobile, et gravissima. Le acque ancora, dice Ovidio, si guastano, se non si muovono. L’Aria, per dire così, in verità si rasserena grandissimamente per il moto. Percioche io certo mi penso, che i vapori, che si lievano di terra, o si risolvino per il moto, overo riscaldandosi per i moti si maturino. Ma io vorrei che questi venti giugnessino cotti dalli opposti monti, et selve, o stracchi da un loro lungo viaggio. Vorrei che dai luoghi donde e’ passano, non conducessino a noi mala impressione. Et per questo si debbe avvertire di fuggir ogni cattiva vicinanza, donde ne esca cosa alcuna nociva: Nel numero delle quali cose è il cattivo odore, et ogni grosso vapore de’ luoghi paludosi, et massime delle acque corrotte, et delle fosse. I naturali tengono per certo, che ogni fiume, che cresca per le nevi, meni aria fredda, et grossa: Ma nissuna sarà infra l’acque più cattiva, o brutta, che quella, che non agitata da alcun moto si marcisce. Et quella corruttione di sì fatta vicinanza, sarà tanto più inferma, quanto ella sarà più esposta a’ venti men sani. Dicono ancora, che i venti non son tutti per lor natura tali, che eglino arrechino sanità, o malattie. Ma Plinio, seguendo Teofrasto, et Hippocrate, che dice che Aquilone è accommodatissimo a restituire, et conservare la sanità, et ì naturali tutti affermano, che Ostro è più di tutti gli altri nocivo alla humana generatione. Et in oltre si pensano, che i bestiami, soffiando Ostro, [p. 9 modifica]non stieno ne’ pascoli senza pericolo, et hanno osservato, che mentre tal vento tira, le Cicogne non volano mai, et che i Delfini soffiando Aquilone, et andandoli a seconda, sentono le voci, ma tirando Ostro, le sentono più tardi, e non le sentono se non rapportategli dal dirimpetto: Et che soffiando Aquilone, una anguilla viverà sei giorni senza acqua, ma tirando Ostro, non durerà, per haver questo vento in se tanta grossezza, et tanta forza di fare malattie, di maniera, che e’ dicono, che si come soffiando Ostro gli huomini diventano catarrosi, et si ammalano, così soffiando Maestrale, tossono: Biasimano anche il mare Mediterraneo, per questo rispetto massimamente, che e’ par loro che il paese esposto alla reflessione de’ raggi patisca di doi Soli, che l’uno l’abbrucia dal Cielo, et l’altro dalle acque: Et conoscono nel tramontar del Sole farvisi grandissima mutatione d’aria, poi che l’ombre della fredda notte, compariscono. Et sono alcuni, che pensano, che i fiati occidentali, et le reflessioni de’ raggi ribattuti o dall’acque, et dal mare, o da i monti, sieno più dell’altre moleste: Percioche per il continuato Sole di quel giorno, rendono il già riscaldato luogo più cocente per la sopravenuta afa: radoppiata dalle reverberationi de’ raggi. La onde se avverrà, che insieme con questi Soli, i Venti più gravi habbino sentieri aperti da potersi liberamente condurre da te, qual farà cosa più molesta? o meno da sopportarsi? Le brezze ancora della mattina a buon’hora, che levandosi ti rappresentino i vapori crudi, si debbono certamente fuggire. Habbiamo detto del Sole, et de’ Venti, mediante i quali sentiamo l’Aria variarsi, et diventare sana, et inferma, et ne habbiamo parlato brevissimamente quanto ci pareva, che qui fusse a bastanza: e di questi a loro luogo se ne discorrerà più distintamente.