Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro primo – Cap. IV

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Libro primo – Cap. IV

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Qual Regione sia più commoda, et qual meno nel collocare gli Edificii.

cap. iv.


NEllo eleggere la Regione sarà conveniente, che ella sia tale, che gli habitanti da ogni parte se l’habbino a trovar buona, sì con la natura delle cose, sì con la specie, et consortio de gli altri huomini. Nè io certo edificherò in alcuno aspro, et inaccessibile giogo delle Alpi una Città, si come haveva ordinato Gallicula, et non constretto da una estrema necessità: schiferò anche un diserto solitario, si come dice Varrone, che era quella parte della Francia, che egli trovò di là ben adentro dal Rheno, et come descrive Cesare essere stata l’Inghilterra ne’ tempi suoi. Nè mi piacerà se quivi come in Egina, Si harà solamente a vivere di uova di uccelli, o di ghiande, come in alcuni luoghi di Ispagna si viveva a tempo di Plinio. Vorrei adunque che non ne mancasse cosa alcuna, che fusse di bisogno ad usarse. Per questo, più che per altro fece bene Alessandro a non voler por la Città sul Monte Ato: se bene per la inventione, et disegno di Policrate Architettore doveva esser maravigliosa: percioche gli habitanti non harebbono havuta abbondantia dellie cose. Ad Aristotile poteva forse piacere quella Regione, massime nell’edificare le Cittadi, nella quale difficilmente si potesse entrare. Et truovo, che fono state alcune genti, che hanno desiderato oltra modo, che i loro confini dalla lunga sieno abbandonati, et quasi fatti diserti per tutto: solamente per dare scomodità a’ nemici. Se le ragioni di costoro sono da essere approvate, o no, ne disputeremo altrove. Et se questo giova publicamente così, non ho perche biasimare lo instituto loro. Ma nel porre gli altri edificii mi piacerà molto più quella Regione, la quale harà molte et varie vie per le quali et con le navi, et con i cavalli, et con i carri, et di state, et di verno commodissimamente vi si possino portar tutte le cose necessarie: Et se tal Regione non sarà humida per abbondanza di troppe acque, nè arida, o aspra per troppo secco, ma atta, et insieme temperata. [p. 10 modifica]Et se ella non si troverà così apunto, come noi la vorremo, eleggiamola anzi che no, un poco fredda, et secca, più tosto che men calda, et humida più che il bisogno: Imperoche con le coperture, con le mura, con le vesti, con il fuoco, et con il muoversi si vince il freddo. Nè pensino che il secco habbia troppo in se cosa alcuna, per la quale possa nuocere grandemente a’ corpi, o a gl’ingegni de gli huomini: sebene e’ pensano, che gli huomini per li alidori si risecchino, et per i freddi forse diventino aspri. Ma e’ tengono per certo, che tutti i corpi, per la troppa humidità si corrompino, et per il caldo si risolvino: Et vedesi che gli huomini, si ne’ tempi freddi, si per habitare ne’ luoghi freddi stanno più sani, et più senza malattia. Ancor che e’ concedino, che ne’ luoghi caldi gli huomini sono di miglior ingegno, et ne’ freddi di migliore corporatura. Io ho letto ancora in Appiano historico, che i Numidi vivono assai, perche egli hanno gl’inverni senza gran freddi. Quella regione sarà più dell’altre migliore, la quale sarà anzi che nò, humida, et tiepida, percioche in quella si genereranno huomini grandi, belli, et non melanconici. Secondariamente quella regione sarà commodissima, che essendo tra provincie nevose, harà più di Sole, che l’altre. Et tra le provincie aride per il Sole quella, che harà più di humidità, et di ombra. Ma non si porrà edificio alcuno, et sia qual si voglia in nessuno luogo peggio, nè più scommodo, che se si, porrà nascoso tra due valli: percioche lasciando in dietro quelle cose, che sono manifestamente apparenti, gli edificii posti in tal luogo non hanno alcuna dignità stando nascosi, et la veduta loro interrotta non ha nè piacere, nè gratia alcuna. Ma che direm noi, il che in breve accaderà, che saranno guasti dalla rovina delle pioggie, et ripieni spesso dalle acque, che intorno li piovono, et succiato non poco umore, continuamente staranno fradici, e sempre sfumeranno assiduo vapore, nocivo grandemente alla sanità de gli huomini. Non saranno in quel luogo gl’ingegni eccellenti, essendovi infermi gli spiriti, nè vi dureranno i corpi. I libri infradiciate le legature spuzzeranno, le armi, et tutte quelle cose, che saranno ne’ magazini si infradiceranno, et finalmente per la soprabbondanza della humidità vi si corromperanno tutte le cose. Et se ancora vi entrerà il Sole, si abbruneranno per la spessa reverberatione de’ raggi, che da ogni banda quivi risaltano, et se il Sole non vi entrerà, diventeranno aride per l’ombra, et si raggranchieranno. Aggiugni a queste cose, che penetrandovi il vento, quasi che ristretto per canali, vi sarà maggiore, et più crudel furia, che non sia conveniente. Et se non vi entrerà, quell’aria ingrossastasi diventerà (per dir così) quasi che un fango. Una così fatta Vallata possiamo noi non a torto chiamare un lagaccio, et uno stagno dell’aria. Per tanto la forma del luogo, nel quale vorremo edificare, debbe esser degna, et piacevole, nè in modo bassa, che sia quasi che sotterrata, ma sia alta, et quasi falcone, che guardi per tutto, e da qualche fiato di lietissima aria sia continuamente agitata. Oltra di questo, habbia abbondanza di quelle cose, che bisognano et all’uso, et al piacere de gli huomini, come acqua, fuoco, e cose da cibarsi. Ma in questo si debbe avvertire, et procurare, che da cose simili non accaggia a gli huomini cosa che nuoca alla sanità loro. Debbonsi aprire, et assaggiare i fonti, et con il fuoco far pruove delle acque, accioche non vi sia mischiato punto di mucido, di viscoso, et di crudo, onde gli habitatori se ne ammalino. Lascio star quello, che dalle acque spesso procede, come diventar gozzuti, et haver la pietra: lascio tutte quelle più rare maraviglie dell’acqua, che colse dottamente, et elegantemente Vitruvio Architettore. Egli è sententia d’Hippocrate Fisico, che coloro che beranno acqua non purgata, ma grave, et di cattivo sapore, diventeranno con la peccia affannosa, et enfiata, et nelle altre membra del corpo, come nelle gomita, nelle spalle, et nel viso, diventeranno, dico, al tutto estinuati, ed oltra modo sottili. Aggiungivi, che per difetto della milza, induritovi il sangue, calcheranno in varie specie di malattie, et [p. 11 modifica]pesti; nella state per il flusso del ventre, et per il movimento della collora, et per il risolvere de gli humori mancheranno; oltra che in tutto l’anno harannno continue, et gravi infermitati, come hidropisia, asima, et dolori di fianchi. I giovani per gli humori melancolici impazzeranno: I vecchi per accendersigli gli humori arderanno: le donne difficilmente ingravideranno, et difficilissimamente partoriranno: ogni sesso, et ogni età finalmente cadrà inanzi al tempo di morte non ragionevole, tiratavi, et consumata dalle malattie. Nè haranno giorno alcuno, nel quale non si sentino melancolici, o stimolati da’ cattivi umori, et vessati da ogni sorte di perturbatione. Oltra che esagitati dell’animo, saranno sempre in mestitia, et dolore. Potrebbonsi dir più cose delle acque, notare dalli antichi historici varie, et maravigliose, et efficacissime allo star sano, et allo stare ammalato de gli huomini: Ma elle son rare certo, et servirebbono forse più a mostrar di sapere, che al bisogno; Oltra che delle acque a lor luogo più lungamente si parlerà. Quello certo non è da sprezzare, il che è manifestissimo, cioè che dell’acqua si nutriscono tutte le cose, che crescono, le piante, i semi, et tutte quelle cose, che hanno l’anima vegetativa, de’ frutti, et dell’abbondanza delle quali cose gli huomini si rinfrescano, et si nutriscono. Se questo è cosi, certo e’ bisogna esaminare diligentemente, che vene di acque habbia quella regione, dove noi vogliamo habitare. Diodoro dice che la India ha in gran parte huomini grandi, gagliardi, et dotati di acuto ingegno, perche e’ sono in fanissima aria, et beono sanissime acque. Ma quell’acqua chiameremo noi ottima, che non harà sapore alcuno; et quella harà buon colore, la qual non harà punto di colore, di sorte alcuna. Oltre che e’ si chiama quell’acqua ottima, la quale è chiarissima, lucida, et sottile, et che posta sopra un candido telo non lo macchia, et cotta non fa posatura, et quella che non lascia il grembo donde ella esce muscoso, et macchiato, et massime i saffi, che ella bagna. Aggiugnesi quell’acqua essere buona, con la quale cotti i legami diventan teneri, et quella ancora con la quale si fa buon pane. Nè con meno diligentia si debbe esaminare, et avvertire, che la regione non generi cosa alcuna pestifera, o velenosa, acioche quegli, che vi hanno da stare, non stieno in pericolo. Lascio indietro quelle cose, che appresso a gli antichi son celebrate, cioè che in Colco si distilli dalle frondi de gli arbori un mele, che chi lo gusta, caschi per un giorno intero, et quasi senza anima sia tenuto per morto. Et quel, che e’ dicono esser intervenuto nello esercito di Antonio, delle erbe, le quali mangiate da’ soldati, per carestia di pane, fecero, che impazzati si agitavano stando fino a tanto intenti a cavar pietre, che commossa la collora cascavano, et morivano, non trovando nessun’altro rimedio contro a questa peste, secondo che scrive Plutarco, che il bere vino. Queste son cose notissime. Che dirò io di quel che appresso la Puglia, in Italia, o Dio buono, ne’ nostri tempi, che incredibil forza di veleno si è desta? che per il morso di alcune Tarantole terrestri gli huomini cascano in varie specie di pazzie, et come diventano infuriati, cosa maravigliosa a dire. Nessuno emfiato, nessuno livido, che apparisca in alcun lato del corpo, dallo acuto morso, o ago della velenosa bestiuola fatto si vede. Ma subito perduta la mente attoniti si lamentano, et se non è porto loro aiuto, si muoiono: medicano questa malattia con la medicina di Teofrasto, che diceva, che quegli che erano morsi dalle Vipere, si guarivano con il sonare de’ Pifferi. I Musici adunque con varii suoni mitigano tale malattia, et quando poi pervengono a quel modo di sonare, che è loro proprio, subito quasi destisi, si rizzano, et per allegrezza, secondo che è il desiderio loro, con ogni sforzo di lor nervi, et forze, si essercitano in esso suono: percioche tu vedrai alcuni così morsi, essercitarsi saltando, et alcuni cantando, et alcuni esercitandosi, et sforzandosi in altre cose, secondo che il desiderio, et la pazzia loro gli guida, insino a tanto che per stracchezza non possino più: Et senza fermarsi mai punto, sudare [p. 12 modifica]più giorni, et non per alcuna altra cagione racquistare la lor fsanità, più che per la satietà della principiata, et conceputa pazzia. Et habbiamo letto una cosa simile a questa esser accaduta appresso de gli Albani, che con tanto sforzo di cavalli combatterono contro a Pompeio: percioche e’ dicono esser solito di generarsi in quel luogo certi ragnateli, da’ quali essendo gli huomini tocchi, altri erano forzati a morire ridendo, et altri per lo opposito a morire piangendo.