Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro primo – Cap. V

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo – Cap. V

../Libro primo – Cap. IV ../Libro primo – Cap. VI IncludiIntestazione 11 novembre 2015 75% Da definire

Della architettura - Libro primo – Cap. IV Della architettura - Libro primo – Cap. VI
[p. 12 modifica]

Con quali inditii, et conietture si habbia a investigare la commodità della Regione.

cap. v.


NE queste sole cose bastano ad eleggere la Regione, le quali per loro stesse si veggano, et sono manifeste, ma bisogna ancora considerare ogni cosa notando con l’animo più secreti inditii. Percioche saranno buoni inditii d’ottima aria, et di acque perfette, se quella Regione farà in abbondanza frutti buoni, se ella nutrirà molti huomini, e vecchissimi, se la gioventù vi sarà gagliarda, et bella, se continuamente vi si genererà, aggiuntovi se i parti saranno naturali, et senza mostri. Io certo ho vedute alcune Città, le quali non voglio nominare, rispetto a’ tempi, nelle quali non è donna alcuna che non si vegga in un medesimo instante essere diventata madre di huomo, et di mostro. Un’altra Città ho veduta in Italia, dove nascono tanti Gobbi, Guerci, Zoppi, et Bistorti, che e’ non vi si moltiplica famiglia alcuna, che non habbia alcuno monco, o alcuno storpiato. Et certamente il vedere si spesse, et grandi disagguaglianze da corpo a corpo, et da membro a membro; ne avvertisce, che ciò intervenga da difetto di Cielo, et di aria, o vero da alcuna altra cagione più secreta di corrotta natura. Nè sia fuor di proposito quel che e’ dicono, cioè che nell’aria grossa habbiamo più fame, et nella sottile più setee, et manco si disconvenga che dalle forme, et effigie de gli altri animali si possi conietturare, che corporature vi debbino havere gli huomini: Percioche se vi si vedranno i bestiami, et le pecore gagliarde, grandi, grosse, et assai, si potrà non a caso sperare di dovervi haver figliuoli simili. Nè sarà fuor di proposito, se noi piglieremo inditii dell’aria, et de i venti, da altri corpi, ne’ quali sia spenta l’anima vegetativa: percioche dalle vicine muraglie de gli edifitii, possiamo considerare, che se elleno saranno diventate rugginose, et ronchiose, dimostreranno che quivi concorrino influenze maligne. Gli Arbori ancora, quasi come daccordo tutti da un lato medesimo piegati, et rotti, dimostrano di havere ceduto a noiose, et moleste furie di venti, et gli stessi vivi sassi nel proprio luogo nati, o gli altri condottivi, se saranno più che non doverebbono nelle sommità delle scorze loro, alterati, dimostrano lo stemperamento del luogo, per l’aria, che hora è di fuoco, et hora di ghiaccio. Et perciò quella Regione dove questi furiosi assalti di tempi, et tempeste si aggirano, più di alcuna altra, si debbe schifare: Percioche se i corpi de’ Mortali, sono preoccupati da crudelissima forza di alcuno freddo, o caldo, che li percuota, subito tutta la massa del corpo, et le congiunture di tutte le parti, si guastano, e si risolvono, et cascano in malattie diverse, et inanzi tempo vecchiezze. Dicono che quella Città, che posta a piè de’ monti, pende inverso il tramontare del Sole, è inferma, più per questa, che per altra cagione, cioè perche ella sente poi subito i fiati delle notti troppo più gelate. Egli è ancora conveniente riandando le cose de’ tempi passati, secondo che le hanno osservate i savi, esaminare, et antivedere, con ogni diligentia, cose più rare, se alcune ve ne sono: Percioche e’ sono alcuni luoghi, che hanno di lor natura ascoso in loro un certo che, che conferisce alla felicità, et alla infelicità. In Locri, et in Cutrone, dicono che non fu mai Peste. Nell’Isola di Candia non sta mai animale [p. 13 modifica]alcuno nocivo. In Francia nascono di rado mostri, in altri luoghi i Fisici affermano che nel mezo dell’estade, et nel mezo dello inverno, non tuona mai: Ma in campagna fecondo che dice Plinio, sopra quelle Città, che son poste a mezo dì, in detti tempi tuona: Et dicono che i Monti presso ad Albania son chiamati Ceraunii, dal cadervi continuamente saette. Oltra questo, perche nella Isola di Lemno cascano continuamente saette; dice Servio, che ciò ha dato cagione a’ Poeti di dire che Vulcano cadesse in quel luogo. Appresso allo stretto di Galipoli, et infra gli Essedoni, non si son mai nè sentiti tuoni, nè veduti baleni. Se in Egitto piove, è tenuta cosa prodigiosa. Apresso lo Hidaspe, nel cominciar dell’estate, piove continuamente. Dicono che in Libia si muovono i venti tanto di rado, che per la grossezza dell’aria, si veggono in Cielo varie specie di vapori: Ma per il contrario nella maggior parte della Galatia, soffia di state il vento con tanto impeto, che in cambio di tirare in alto la rena, vi spinge le pietre. In Spagna vicino all’Ibero, dicono che il vento maestro soffia talmente, che dà la volta a’ Carri ben carichi: In Ethiopia si dice che non soffia Ostro: Et gli historici dicono che in Arabia presso a’ Trogloditi questo medesimo vento abbrucia ciò che ei vi trova di verde: et Tucidide scrive che Delo non è mai stata molestata da i tremuoti, ma sempre si è stata salda sopra il medesimo sasso, ancor che le altre Isole a lei vicine, sieno state assai volte rovinate da tremuoti. Noi veggiamo, che quella parte d’Italia che è dalla Selva dello Aglio, sotto Roma, per tutta la maneggia de’ colli di campagna di Roma, infino a Capua, è tormentata da continui tremuoti, et quasi rovinata del tutto. Alcuni pensano che Achaia sia cosi detta da spesse inundationi di acque. Io truovo che Roma è sempre stata febricosa, et Galeno pensa, che tai febbre sieno una nuova specie di terzana doppia, alla quale varii, e quasi contrarii rimedii, in varie hore si debbono applicare. Egli è ancora appresso de’ Poeti antica favola, che Tiphone sotterrato nell’Iaola di Procida apesse volte si rivolge, et che di quì nasce, che bene spesso l’Isola triema tutta da’ fondamenti. Di questo caso hanno cosi cantato i Poeti, perciò che l’isola è vessata da tremuoti, et da bocche, che gettano in modo, che gli Eritrei, et i Calcidesi, che già in quella habitarono, furono forzati a fuggirsene. Et di nuovo poi coloro che vi furono mandati da Hierone Siracusano, acciò vi edificassero una nuova Città, per la paura del continuo pericolo, et di tal miseria se ne fuggirono. Per tanto tutte le cose, così fatte, si debbono riandare con lunga osservatione, et notarle et farne comparationi assomigliandole ad altri luoghi, accioche per questo se ne acquisti buona, et intera notitia.