Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. II

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Libro settimo – Cap. II

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Di che pietre, et come grosse si debbino fare le Mura. Et chi furono i primi a fabbricare i Tempii.

cap. ii.


LOdarono gli Antichi, et massimo i Popoli di Toscana che le Pietre per le mura fussino grandissime, et riquadrate. Ilche gli Atheniesi ancora secondo Temistocle usurparono nel loro Pireo. Veggonsi Castella antichissime in Toscana, et in quel di Spuleto, et appresso a Piperno in campagna, murate di grandissime Pietre roze, il qual lavoro certo a me piace grandissimamente; percioche tal sorte di muraglia, dimostra una certa rigidezza de la antica severità, che arreca a la antica Città non piccolo ornamento. Et io certamente vorrei che le mura de le Città fussino tali, che sguardate da lo Inimico, e’ se ne spaventasse, et diffidatosi di esse se ne partisse. Arrecano ancora seco maiestà i fossi larghissimi, et profondi accosto a le mura, che habbino le ripe scoscese, come dicono che erano que’ di Babbillonia, che erano larghi cinquanta cubiti regii, et a fondi più di cento. Accresce maiestà l’altezza, et la grossezza de le mura simili a quelle, che si dice che fece Nino, Semiramide, et Tigrane, et la maggior parte di tutti quelli, che hanno havuto l’animo inclinato a la magnificentia. Ne le Torri, et ne corridori de le mura di Roma ho io veduto pavimenti dipinti a Musaico, et mura intonicate di cose honoratissime: ma tutte le cose non stanno bene in qualunche Città. Le dilicatezze de le cornici, et de gli Intonichi non si ricercano ne le mura de le Città, ma in cambio di cornici eschino fuori alcune Pietre alquanto più lavorate che le roze, lunghe poste a corda, et con l’archipenzolo, et in cambio di Intonichi ancor che l’asprezza de la faccia si dimostri alquanto più rigida, et quasi minaccevole, vorrei non dimeno che le Pietre vi fussino talmente congiunte insieme su canti, et con uguali linee di maniera, che murate non vi si vegga mai alcuna fessura. Questo ci verrebbe commodissimamente fatto, se noi ci fervissimo del regolo de Dorici, simile al quale usava dire Aristotile che bisognava fussi la legge: Percioche egli era di piombo, et si piegava: Conciosia c’havendo essi Pietre durissime, et difficili a maneggiarle, perdonando a la spesa, et a la fatica non le lavoravano tutte in squadra, ma le muravano con ordini incerti, purche ciascuna posasse bene, perche ella era cosa faticosissima oltra modo il maneggiarle, et porle apunto come tu volevi ne luoghi convenienti. Servivansi adunque di questo regolo che si piegava, et l’accostavano, et con esso cingevano il canto, et i lati de la Pietra già murata, a la quale havevano ad accostare l’altra, et del regolo cosi piegato si servivano per centina de sassi, che potevano riempiere i vani, de gli altri già murati, per conoscere con facilità luoghi, ne quali potessino commodamente mettere le Pietre, che a le già murate s’havvano ad accostare. Oltra di questo per rispetto d’una certa reverentia, et dignità, vorrei io che, et dentro, et fuori atorno a le mura fussi una larghissima strada, et ch’ella si consecrasse a la pubblica libertà, la quale non potesse essere impedita da huomo di qual si voglia sorte, nè con fosso, nè con mura, nè con siepe, nè con arbucello alcuno, senza gran pena. Hor torniamo a Tempii. Il primo che fabbricasse Tempii, truovo io che in Italia fu il Padre Iano, et però gli Antichi havevano per usanza di cominciare sempre da Iano i preghi de loro sacrificii. Et alcuni sono, che dicono che in Creta Giove fu il primo che fabbricasse Tempii, et per questo havevano openione, che Giove [p. 159 modifica]fusse il primo Dio da essere adorato. In Fenicia, dicono che Usone, fu il primo che rizzasse simulacri al fuoco, et al vento, et che edificasse Tempii. Altri dicono che Dionisio, cioè Bacco andando in India, nuovo, et forestiere, non trovando in quelle regioni alcune Cittadi, poi che vi hebbe fatte le Città, vi fece ancora i Tempii, et vi ordinò certi modi di religione. Altri dicono che in Achaia, Cecrope fu il primo che edificasse il Tempio a la Dea Opi et gli Arcadi l’edificarono a Giove. Et raccontano che Iside, la quale ancora fu chiamata Dea Legifera, per essere stata la prima infra gli Dii, che havesse ordinato che si vivesse mediante le sue leggi, fu la prima ancora che fece Tempio a Giove, et a Giunone suoi progenitori, et che pose Sacerdoti a la cura di quelli. Ma come fatti in quella età appresso a qual si voglia di costoro fussino i Tempii, non si sà cosi bene. Io crederò facilmente che fussino simili a quello, che era ne la fortezza di Athene, o a quello, che a Roma era nel Campidoglio. Conciosia che essendo ancora la Città florida, e’ l’havevano coperto di paglie, et di canne, esprimendo in questo modo quella pristina parsimonia de loro antichi padri. Ma poi che le ricchezze de Re, et de gli altri Cittadini gli peruaderon che fussi bene che egli honorassino se stessi, et le Città loro, con la grandezza de gli edificii parse loro cosa brutta, che le case de li Dii non avessino ad avanzare di bellezza in qualche cosa le habitationi de gli huomini; et fece in breve tempo la cosa tanto progresso, che ne fondamenti d’un Tempio, essendo la Cittade per ancora massaia, et stretta nello spendere, il Re Numma, consumò quattromila libbre d’argento. Io certo grandemente lodo l’impresa di cosi fatto Principe; percioch’egli hebbe consideratione, et rispetto: et a la dignità de la Città, et attribuì molto a la reverentia, che si deve a li Dii da quali certo doviamo riconoscere il tutto. Ancor che e’ sia stata openione di alcuni, che sono stati reputati savi, che’ e’ non fusse bene consecrare, nè dedicare Tempii a li Dii, et dicono che andando dietro a tale oppenione Serse, abbruciò i Tempii de la Grecia, parendoli male che i Greci havessero rinchiusi gli Dii entro a le mura, a quali debbono essere aperte tutte le cose, et a quali il Mondo ha a servire per Tempio, ma torniamo al nostro proposito.