Della congiura di Catilina/LVIII

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[p. 38 modifica]«Che le parole non accrescono ai forti coraggio, mi è noto, o soldati: nè, per arringare di Duce, un fiacco esercito imbelle diventò prode mai nè possente. Quanto ardire ha ciascuno dalla natura o dall’uso, altrettanto in guerra ne mostra. Vano è l’esortare coloro, che non per gloria si destano, e non per pericoli: li fa sordi il timore. Io, per rimembrarvi alcune cose soltanto, e darvi ad un tempo ragione del mio operare, vi [p. 39 modifica]aduno. Già voi sapete quanta rovina abbia Lentulo a se procacciata e a noi tutti, colla inerzia e dappocaggine sua; e come gli invano aspettati sussidj mi abbiano la via delle Gallie intercetta. Sappiate ora dunque non men che il sappia io, qual è il nostro stato. Di verso Roma da Antonio, di verso le Gallie da Celere, fra due nemici siam colti. Il bisogno di viveri, la necessità d’ogni cosa, ci vietan lo stare dov’or ci troviamo, ancorchè il coraggio nostro il volesse. Qual via che scegliate, sgombrarvela è forza col ferro. Vi esorto perciò a raccoglier da prodi il vostr’animo, e a ricordarvi nel venire alla pugna, che le ricchezze, gli onori, la gloria, la libertà, e la patria, in mano vostra son poste. La vittoria ci assicura le vettovaglie, i municipj e le colonie disserraci: ma se al timore cediamo, troverem tutto avverso: luogo non rimanendo, nè amici, in difesa di quelli che schermo farsi non sepper coll’armi. Nè un impulso istesso, o soldati, incalza ora noi e i nemici: noi per la patria, per la libertà, per la vita; di mal animo essi per la potenza di pochi combattono. Memori perciò del prisco valore, fieramente investiteli voi. In vergognosissimo esiglio gran parte strascinar della vita, o in Roma dalle ricchezze altrui risarcimento aspettare alle vostre; sì turpe stato a voi parve intollerabile per uomini veri, e per uscirne quest’armi impugnaste. Se anco deporle or volete, mestieri è l’audacia: che niuno mai, se non se vincitore, la guerra scambiò con la pace. Lo sperar nella fuga salvezza, senz’armi adoprare in difesa, è mera stoltezza. Grandissimo sempre in battaglia il pericolo, per chi grandemente il paventa: ma impenetrabile scudo è l’ardire. Se a voi, soldati, ed alle imprese vostre rivolgo il pensiero, alta speranza di vincer ne traggo. Il senno, il coraggio, la virtù vostra vi esortano; e la necessitade vieppiù, quello stimolo, che pur anco i codardi fa prodi. Attorniarvi, attesa l’angustia del luogo, i nemici non possono. Ma, se fortuna pure il valor vostro invidiasse, al non morire invendicati badate; e pria che presi e come vil gregge scannati, combattete feroci sì, che sanguinosa e lagrimevol vittoria al nemico rimangane ».