Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO XVI

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XVI. Del sofferire i difetti degli altri.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XVI. Del sofferire i difetti degli altri.
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CAPO XVI.


Del sofferire i difetti degli altri.


1. Quelle cose che l’uomo non vale a correggere in sè, o negli altri, le dee sofferire pazientemente, infino a tanto che Dio altramenti disponga. Considera ch’egli è per avventura meglio così, per prova di te e della tua sofferenza, senza la quale poco son da apprezzare i meriti nostri. Dei però per siffatti impedimenti supplicare a Dio, che si degni soccorrerti, sicchè tu possa comportarteli in pace.

2. Se altri una e due volte ammonito, pur non s’acqueti, non voler vincere con lui la prova, ma il tutto commetti a Dio, acciocchè egli ne abbia il piacimento ed onor suo in tutti i suoi servi, il quale ottimamente sa del male far bene. Ingegnati [p. 33 modifica]d’esser paziente in tollerare i difetti, e qualsivoglia imperfezione altrui, conciossiachè e tu abbi altresì molto, che altri dee tollerare. Se tu non sai formare te stesso quale ti vuoi, or come potresti aver gli altri a tuo senno? Noi amiamo di vedere perfetti gli altri, nè però ci emendiamo noi de’ nostri difetti.

3. Gli altri vogliam corretti rigidamente, e non vogliamo esser noi. Ci dispiacciono le larghe licenze altrui date, e poi non patiamo che ci sia negata una mostra dimanda. Vorremmo gli altri veder costretti da leggi; e noi a niun patto comportiamo d’essere più avanti legati. Così dunque si pare, quanto di rado noi facciamo al prossimo quella ragione, che a noi. Se tutti fosser perfetti, che ci rimarrebbe a patire dagli altri per amore di Dio?

4. Or però ha Dio ordinato così, acciocchè imparassimo a portar l’uno i pesi dell’altro: conciossiachè nessuno ci abbia senza difetto, nessuno senza il suo peso, nessuno a se medesimo sufficiente, nessuno abbastanza per sè prudente: ma egli è mestieri di portarci a vicenda, di [p. 34 modifica]consolarci scambievolmente, d’ajutarci insieme, d’ammaestrarci, e correggerci. Ora di quanta virtù sia ciascuno, meglio si mostra, intervenendo contrarietà; imperciocchè le occasioni non fanno elle fragile l’uomo, ma danno a vedere qual egli sia.