Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO XXII

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XXII. Della considerazione dell’umana miseria.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XXII. Della considerazione dell’umana miseria.
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CAPO XXII.


Della considerazione dell’umana miseria.


1. Tu sei misero, dovunque tu sia, e ove che tu ti volga, se a Dio non ti volgi. Or che ti turbi, se cosa non ti vien fatta, secondochè vuoi e desideri? e chi è colui, il quale a suo piacere si abbia tutte le cose? non io, nè tu, nè persona del mondo. Nessun ci vive senza qualche tribolazione, o molestia; sia egli Re, o Papa. Or chi ne sta dunque meglio? in vero colui, che sa alcuna cosa patire per amor di Dio.

2. Dicono parecchi deboli e [p. 52 modifica]infermi: Ecco quanto beata vita mena colui! com’egli è ricco! quanto grande! in quale alto stato, e quanto potente! Ma guarda a’ beni del cielo, e vedrai come tutti questi della terra son nulla, anzi pur molto incerti, e forte gravosi; perchè non sono mai senza sollecitudine e timor posseduti. Non è felicità per l’uomo avere le cose temporali a ribocco, ma bastagli la mediocrità. Egli è veracemente miseria a vivere sopra la terra. quanto l’uomo vorrà più essere spirituale, tanto la vita presente gli diventa più amara; poichè meglio sente, e vede più chiaro i difetti della corruttibile vita. Conciossiachè mangiare, bere, vegliare, dormire, riposarsi, lavorare, e servire alle altre naturali necessità, è veramente grande miseria ed afflizione all’uomo divoto, il quale amerebbe d’esser libero e sciolto da tante noje.

3. Imperciocchè è assai gravato in questo mondo l’uomo spirituale dalle necessità corporali. onde Davidde prega divotamente di poterne esser liberato, dicendo: Dalle mie necessità mi franca, o Signore. Ma guai a chi non conosce la propria miseria! eFonte/commento: 1815b [p. 53 modifica]vie più guai a coloro, che questa misera, e corruttibile vita hanno cara! Essendo che taluni a questa cotanto si stringono (quantunque pure a stento lavorando, o mendicando guadagnin la vita), che se potessero viverci sempre, nessuna pena si prenderebbono del regno di Dio.

4. O stolti, e miscredenti di cuore! i quali tanto giacciono sprofondati nelle cose terrene, che niente altro non gustano, che beni di carne. Ma essi infelici! che pur alla fine con dolore s’accorgeranno, quanto vil cosa, anzi nulla era quello, in che posero il loro amore. Laddove i Santi di Dio, e tutti i divoti amici di Cristo niente attesero a quelle cose, che la carne gradì, nè a quelle che in questo secolo furono in pregio; ma tutta la loro speranza, ed intenzione aspirava a’ beni eterni. Ogni loro desiderare spingevasi in alto alle cose durevoli ed invisibili, per non essere dall’amore delle visibili tirati abbasso. Non volere, o fratello, perdere la fiducia d’avanzarti nelle cose spirituali: tu ne hai tuttavia modo e tempo.

3. Perchè vuoi tu menar d’oggi in [p. 54 modifica]domani il tuo proponimento? Levati su, e di presente comincia, e dì: Ora è tempo d’operare, ora è tempo di combattere, ora è comodità d’emendarsi. Quando sei a mal punto, e tribolato, allora è tempo da meritare. Egli ti bisogna passare per fuoco, e per acqua, innanzi che tu venga a refrigerio. Se tu non ti farai forza, non vincerai vizio alcuno. Finattanto che noi portiamo questo fragile corpo, non possiam essere senza peccato, nè viverci senza tedio e dolore. Noi vorremmo riposarci d’ogni molestia; ma poichè per la colpa perdemmo l’innocenza, perdemmo ad un’ora la vera beatitudine. Per la qual cosa ci fa d’uopo di mantenerci in pazienza, ed aspettare la misericordia di Dio, finchè sia passato questo rio tempo, e ciò che è mortale, assorto dalla vita.

6. Oh quanto è grande l’umana fralezza, la quale è sempre al vizio correvole! Oggi tu confessi i tuoi peccati, e domani commetti da capo le colpe, c’hai confessate. Adesso proponi di star sull’avviso, e dopo un’ora in guisa operi, come se nulla avessi proposto. Meritamente [p. 55 modifica]adunque ci conviene umiliarci, nè mai tenerci per nulla di grande, essendo noi tanto fragili ed incostanti. Si può ancora presto perdere per negligenza quello, che a gran fatica s’è appena una volta acquistato per grazia.

7. Or che sarà di noi nella fine, se intiepidiamo sì di buon’ora? Guai a noi! se così ci vogliam ricogliere al riposo, come se già fusse tempo di sicurezza e di pace, non apparendo però ancora nel nostro vivere vestigio di vera santità. Vero è che noi avremmo bisogno d’essere un’altra volta, siccome buoni novizi, ammaestrati della santa vita; se per avventura ci fosse speranza in avvenire di alcuna ammenda, e di maggiore spirituale profitto.