Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO L

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L. Come l’uomo desolato si debba offerire nelle mani di Dio.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
L. Come l’uomo desolato si debba offerire nelle mani di Dio.
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CAPO L.


Come l’uomo desolato si debba offerire

nelle mani di Dio.


1. Signore Iddio, Padre santo, sii tu adesso benedetto e in eterno; che come è tuo volere, così s’è fatto; ed è bene quello che fai. In te si rallegri il tuo servo, non in sè, nè in nessun’altra cosa; poichè tu solo sei vera allegrezza, tu mia speranza e corona, tu mio gaudio e mia gloria, o Signore. Che ha egli il tuo servo, se non ciò ch’ebbe da te, senza averne egli alcun merito? tue sono tutte le cose, che tu gli hai donate, e che hai fatte. Io sono povero, ne’ travagli usato fin dalla mia giovinezza: ed alcuna volta l’anima mia s’intristisce fino alle lagrime; e talor anche secostessa si turba, per le passioni che la combattono.

2. Io desidero la giocondità della pace, domando la pace de’ tuoi figliuoli, che nella luce della consolazione da te son pasciuti. Se tu mi dai pace, se una santa allegrezza m’infondi, l’anima del tuo servo [p. 242 modifica]sarà tutta in cantici, e alle tue laudi divota. Ma se tu mi ti togli, come spesso s’è usato, ella non potrà correre la via de’ tuoi comandamenti; anzi starà piegata sulle ginocchia, battendosi il petto; poichè non va più per lei come dianzi, quando riluceva sovra il suo capo la tua lucerna, e all’ombra delle tue ali era guardata dalle tentazioni, che l’assaliscono.

3. O Padre giusto, e sempre laudabile: ecco l’ora è venuta, che sia provato il tuo servo. Padre amabile, è ragione che adesso il tuo servo patisca alcuna cosa per te. Padre maisempre degno d’onore, è arrivato il tempo, che tu ab eterno sapesti dover venire, nel quale per breve spazio sia in vista abbattuto il tuo servo; ma viva però sempre di dentro appresso di te: ch’egli sia avvilito alcun poco, e umiliato, e morto nella opinione degli uomini, sia da travagli macerato, e da affanni; acciocchè egli di nuovo nell’aurora di un nuovo giorno risorga con te, e sia in cielo glorificato. Padre santo, tu hai ordinato e voluto così; e come tu stesso ordinasti, così s’è fatto. [p. 243 modifica]

4. Imperciocchè questa è grazia fatta a’ tuoi cari, di patire ad essere in questo mondo per amor tuo tribolati; quante volte, e da chiunque tu permetta ciò loro avvenire. senza tuo consiglio e provvedimento, e senza ragione niente avviene nel mondo. Buon per me, o Signore, che tu m’hai umiliato, acciocch’io impari come tu altrui faccia giusto, ed ogni alterezza e presunzione cacci via dal mio cuore. m’è stato utile, che la vergogna ricoprisse il mio volto; acciocchè piuttosto te, che gli uomini io mi cercassi a conforto. Io ho anche da ciò imparato a temere il profondissimo giudicio tuo, onde tu percuoti il giusto insieme col reo; ma non senza ragione e giustizia.

5. Grazie a te, che non m’hai risparmiato travagli; anzi maceratomi con amare percosse, affligendomi di dolore, e in angustie mettendomi di fuori e di dentro. Non ci ha di tutte le cose che sono sotto il cielo, alcuna che mi consoli, se non se tu, Signore Iddio mio, celestial medico delle anime; il quale ferisci, e risani, ci rechi a morte, e poi ne ritogli. la tua disciplina s’esercita sopra me, e la tua verga mi farà saggio. [p. 244 modifica]

6. Eccomi, caro Padre, nelle tue mani: sotto il flagello della tua correzione io m’inchino. Batti pure il mio dorso ed il collo, sicchè io costringa la tortuosità mia alla dirittura della tua volontà. Fammi pio ed umil discepolo, siccome bene fosti usato di fare, sicchè io mi regga ad ogni tua volontà. A te commetto io da correggere me, e tutte le cose mie. egli è meglio essere gastigato qui, che in futuro. Tu sai tutte le cose per singulo; e nulla è nella coscienza dell’uomo, che ti sia occulto. innanzi che avvengano tu sai le cose; e a te non fa d’uopo, che altri t’ammaestri, o t’avverta di ciò che s’adopera in terra. tu sai quello che mi torna in profitto, e quanto la tribolazione giovi a ripurgarmi dalla ruggine de’ peccati. Adempi in me, ch’io il desidero, la tua volontà; e non disprezzare la peccatrice mia vita, la quale nessun altro meglio, nè più chiaramente conosce di te, e di te solo.

7. Mi concedi, o Signore, ch’io quello sappia, che è da sapere; quello ami, che si dee amare; quello io lodi, che più a te piace; quello io stimi, che tu tieni in pregio; quello [p. 245 modifica]vituperi, che è sozzo negli occhi tuoi. Non permetter ch’io giudichi secondo il veder degli occhi di fuori, nè dia sentenza secondo l’udir delle orecchie degli uomini di nessuna sperienza; ma fa che io sappia far vero giudicio tra le visibili cose, e le spirituali; e sopra tutto riguardar sempre al beneplacito della tua volontà.

8. S’ingannano spesse volte i sensi degli uomini nel giudicare: ed errano pure gli amatori del secolo, a mettere loro amore soltanto nelle visibili cose. Che ne migliora egli l’uomo, perchè sia reputato migliore? il bugiardo gabba il bugiardo, il cieco il cieco, l’infermo l’infermo, mentre l’esalta; e veramente lo fa anzi arrossire, lodandolo vanamente. Imperciocchè, quant’è ciascuno nel tuo giudicio, tanto egli è, e nulla più: dice l’umile santo Francesco.